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Dmitri Bakin – Terra d’origine (Minimum Fax)

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La Russia del secondo dopoguerra, una terra fangosa dove il tempo sembra essersi fermato e dove regnano i ricordi ancestrali e le ossessioni degli uomini.

La Russia del secondo dopoguerra, una terra fangosa dove il tempo sembra essersi fermato e dove regnano i ricordi ancestrali e le ossessioni degli uomini. Ossessioni che hanno nomi precisi: amore, odio, terrore, sete di possesso. Su ogni cosa intanto si posa un destino avverso e invincibile, a cui non ci si può ribellare. Dmitri Bakin, giovane scrittore russo che passa le giornate a fare il tassista per le strade di Mosca, mette in scena una commedia umana dolente e fatalistica (Terra d’origine, Minimum Fax, traduzione di Valerio Piccolo, pp.157 e.11,50), che sembra ricordare per toni e temi il Faulkner del profondo Sud americano. Con un linguaggio ricco e articolato che rifugge dalla banalità.

Per prima cosa bruciò tutti i libri, i quadri, le stampe e le fotografie, pensando che avrebbero potuto deconcentrarlo, se gli fossero capitati sotto gli occhi, o che avrebbero potuto semplicemente dargli fastidio, quando si sarebbe arrivati all’assedio. Questo portò via un giorno intero: non perché fossero molti, ma perché bruciavano lentamente. Le copertine in pelle dei libri e le cornici dorate dei quadri lo facevano disperare. Immobile davanti al camino, con indosso una lunga vestaglia marrone e un paio di ciabatte logore, pensava che restava poco tempo, poco tempo, e osservava il fuoco soffocato dalle copertine di pelle dei grandi volumi antichi, come un cane che non riesce a ingoiare un osso finito di traverso. Il fuoco girava intorno alle cornici dorate quasi fossero acqua, e lui pensò che non dovevano essere di legno, oppure che erano di legno, ma ricoperte da uno spesso strato di stucco indurito. Le tele, invece, erano già bruciate da tempo. Alla fine le copertine di pelle si ridussero in cenere, e le cornici dorate, che il fuoco non aveva neanche toccato, avvamparono al suo sguardo furioso, e allora si accasciò sulla poltrona, esausto, e sentì che era precipitato da un’altezza inimmaginabile, come se Dio fosse caduto sulla Terra; si sentiva pesante, mortalmente stanco, pensando a tutto quello che c’era da fare…Uscì sul terrazzo, guardò il bosco e pensò che, se fossero arrivati da lui in quel momento, sarebbe stata la fine, e che aveva bruciato tutto inutilmente.

Cercò di non pensarci.

E fu allora che pensò che, se avessero inviato contro di lui cannoni, carrarmati e semoventi, per radere al suolo tutto quello che, da che mondo è mondo, è uguale al suolo, lui non avrebbe potuto farci proprio niente. Questo lo portò a una disperazione ancora più profonda di quella che aveva provato quando le copertine di pelle e le cornici dorate, resistevano al fuoco.

Cercò di non pensarci.

E fu allora che pensò che avrebbero potuto far decollare aerei in grado di distruggere lui, e tutto quello che non era lui, nel raggio di migliaia di chilometri.

Ma disse: No, non invieranno contro di me i carrarmati e non faranno decollare gli aerei. Sarebbe come prendere una nave armata per la guerra atomica e mandarla in mare per affettare una singola medusa con le pale dell’elica.

Cercò di non pensarci.

Andò in camera da letto, aprì il guardaroba, tirò fuori la vecchia divisa militare e una tuta mimetica che mimetizzava solo in mezzo all’erba, sotto i raggi del sole. Sotto al letto trovò una spazzola per abiti, ci versò sopra un po’ d’acqua e pulì accuratamente la divisa e i pesanti stivali chiodati. Si spogliò e fece una doccia fredda. Poi indossò la divisa e gli stivali, il cui peso incollava le gambe a terra, e sulla divisa indossò la mimetica e si sentì un albero che deve camminare… Pensò: bisogna assolutamente pensare con la stessa lentezza con cui ci si muove, altrimenti si muore dentro molto prima di morire fuori. A parte questo, bisogna rallentare la circolazione del sangue nelle vene: più debole è l’attrito, minore è l’usura: bisogna rallentare la frequenza dei battiti del cuore, perché un martello che batte mille chiodi si logora prima di un martello che ne batte uno solo; bisogna bloccare provvisoriamente la rapidità di pensiero, portandola alla lentezza del pendolo di un orologio: ecco il segreto.

Si addormentò sulla poltrona molto dopo la mezzanotte e si svegliò a mezzogiorno col pensiero dei carrarmati e degli aerei. Si accorse che, quando pensava ai carrarmati e agli aerei, gli tremavano mani e gambe, gli cadevano i capelli, gli si abbassava la vista e gli si congelava il cervello. E allora capì che a pensare continuamente a carrarmati e aerei non si vive più a lungo di una farfalla. E poi pensò che da tempo l’avevano in pugno. Tese l’orecchio e tirò un sospiro profondo. C’era silenzio, e allora gli venne in mente un assassinio silenzioso; e allora rinunciò a bere e a mangiare, perché tutto poteva essere avvelenato, e capì che, alla fine, toccava rinunciare anche al sonno, perché nel sonno un uomo è impotente, come un oggetto.

Cercò di non pensarci. (…)

Nel profondo dei sensi sapeva con certezza che sarebbero arrivati dal bosco e che per prima cosa avrebbero cercato di impossessarsi dell’ampio terrazzo. Capì allora che l’aveva sempre saputo e che era nato cieco, muto e sordo, ma sapendo benissimo che sarebbero arrivati dal bosco e che per prima cosa avrebbero cercato di impossessarsi dell’ampio terrazzo.

Sistemò sul terrazzo due mitragliatrici pesanti e, solo per trascinarle fin là, se ne andò mezza giornata. Le fissò saldamente, fermando le piastre d’acciaio del sostegno al pavimento del terrazzo con enormi bulloni, di quelli che si usano per fissare le torri ad alta tensione, in modo che non avrebbero potuto rivoltare contro di lui le mitragliatrici, se alla fine fossero riusciti comunque a conquistare il terrazzo. In caso di conquista del terrazzo, nella stanza di fronte sistemò una mitragliatrice leggera con il disco caricato a proiettili esplosivi con un’incisione a croce e la parte di testa incavata. Sistemò mitragliatrici a mano in ogni stanza e tolse la sicura, perché dopo gli sarebbe potuto mancare il tempo per farlo.

E di nuovo pensò agli aerei e ai carrarmati, e la disperazione gli congelò il cervello.

Ma disse: No, non invieranno contro di me i carrarmati e non faranno decollare gli aerei. Sarebbe come prendere una nave armata per la guerra atomica e mandarla in mare per affettare una singola medusa con le pale dell’elica.

Se ne stava in piedi sul terrazzo, il viso rivolto al bosco, tra le mitragliatrici pesanti con gli affusti fissati a dei perni d’acciaio che permettevano alle canne uno spiegamento orizzontale a destra e a sinistra per un raggio di trenta gradi. Pensava che si fossero diretti verso il terrazzo in formazione a cuneo, avrebbe fissato la mitragliatrice pesante di sinistra con la canna rivolta all’estrema destra, sistemando un pezzetto di armatura sul grilletto, pronto a spingere, mentre lui stesso si sarebbe piazzato dietro la mitragliatrice di destra, perché la mitragliatrice di destra era più vicina alla porta della stanza davanti al terrazzo, dove lui si sarebbe ritirato. In tal modo avrebbe opposto al cuneo dell’avversario un cono di raffiche provenienti da due direzioni, ovvero cuneo contro cuneo. Ma se i lati esterni del cuneo formato dalle raffiche di mitragliatrice erano efficaci, all’interno il cuneo era vuoto. E allora calcolò a passi la distanza da una mitragliatrice pesante all’altra, ricavò il raggio di apertura delle canne e ricavò la distanza fino al punto in cui le raffiche di mitragliatrice si incrociavano, formando un cono. E allora prese un’accetta, scese dal terrazzo e percorse i passi corrispondenti alla distanza calcolata, fino al punto stabilito, e incise una grossa tacca sul tronco di un albero: quello era il punto in cui si sarebbero incrociate le raffiche di mitragliatrice.

Nel caso in cui il cuneo avversario fosse passato nello spazio vuoto del cono, fuori dalla portata delle raffiche delle mitragliatrici pesanti, le due mitragliatrici non avrebbero avuto più senso, e lui sarebbe stato costretto a ritirarsi nella stanza davanti al terrazzo, a prendere la mitragliatrice a mano con i proiettili incisi e a sparare attraverso la porta che conduceva al terrazzo. In questo caso, la mitragliatrice a mano sistemata nella stanza sarebbe diventata più importante delle due mitragliatrici pesanti sistemate sul terrazzo e destinate soltanto ad abbattere le unità fino a quando queste avessero oltrepassato l’albero segnato con la tacca.

Ma disse: Non avanzeranno a cuneo.

Se avanzeranno a falange – formazione serrata – e finiranno per circondare la casa, una delle due mitragliatrici pesanti, per l’esattezza quella di sinistra, senza il tiratore, con la canna fissata in un’unica posizione, praticamente non avrà più senso, e diventerà facile evitarne i colpi. E se per un po’ di tempo rinunceranno a conquistare il terrazzo, resta da aspettarsi un attacco dalla porta d’ingresso, una volta che avranno circondato la casa, ma non si dovrà comunque abbandonare il terrazzo.

Cercò di non pensarci e di non pensare alla fame e alla sete, sapendo perfettamente che sarebbe stato stupido morire avvelenati proprio allora, quando tutto quello che bisognava fare era stato fatto e bisognava soltanto aspettare.

Fece ancora una volta il giro delle stanze, controllò le mitragliatrici e baciò la canna di ognuna, e baciò il coltello che aveva con sé, la cui lama brillava come il cristallo.

Usò la cenere del camino per disegnare le frecce sulle pareti delle stanze, poiché aveva già definito il percorso della ritirata, di stanza in stanza, e pensò che la direzione era valida solo se la difesa della casa fosse cominciata dal terrazzo. Inoltre disegnò sulle pareti delle stanze una serie di frecce in corsivo: il percorso della ritirata che avrebbe dovuto seguire in caso di attacco dalla porta d’ingresso e, quindi, di una ritirata che cominciava dall’anticamera. Queste frecce, così come le altre, finivano nella stanza più lontana della casa, una stanza d’angolo, dove non c’erano mobili, non c’erano mitragliatrici, e dove molti anni prima era nato lui.

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