Antonio Pascale – La città distratta (Einaudi – Stile libero)

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Caserta è una città del Sud. Come in tutto il Sud anche a Caserta “c’è sempre una questione più grande che impedisce di risolvere una cosa più piccola”.

Caserta è una città del Sud. Come in tutto il Sud anche a Caserta “c’è sempre una questione più grande che impedisce di risolvere una cosa più piccola”.
A Caserta c’è una multisala dove di solito fanno un unico film, ci sono locali che nascono e muoiono nello spazio di una stagione. A Caserta le piazze sono inutili perché domina “il senso della minuzia che frena e ottunde” e le comunità che vivono in città e in periferia (gli impiegati, i pendolari, i “perditempo”, i borghesi, i commercianti, gli immigrati – i senegalesi, le polacche – i contadini) si sfiorano appena, portando avanti una vita che sa di malinconia e di occasioni perse. La periferia, dove i tetti delle case sono sempre da completare, è un mondo caotico e vischioso come la mozzarella che domina l’economia casertana.
Solo vista dall’alto, ci dice Pascale nel suo bel reportage narrativo venato da un umorismo malinconico (La città distratta, Einaudi stile libero, p.163 £ 16.000), Caserta sembra riacquistare il senso di un insieme, il senso di una comunità che potrebbe finalmente pensare in grande e dimenticare gli interessi particolari. Ma Caserta è una città distratta. Come sono distratte tutte le città del Sud. Come lo sono tutte le città del mondo.

A Caserta, quando viene la domenica, ci sono quei casertani che lucidano meglio che possono la macchina e da soli, più raramente in compagnia, si mettono al volante e così, di prima mattina, dai paesi vicini scendono verso il centro della città. (…)
Durante la settimana da soli, ma spesso in compagnia, hanno pensato o pronunciato la parola: polacche. Ora, a Caserta, la parola “polacche” è coniugata spesso al plurale e quasi sempre insieme al verbo prendere, e segna o marchia un accidente improvviso. Nel senso che ci sono quei casertani che parlando di un conoscente, dicono: quello, bello e buono, s’è preso una fissazione per le polacche.
Il fatto è che a Caserta, specialmente di domenica mattina, le polacche camminano quasi sempre in coppia o in gruppi. L’idea del gruppo o della coppia è evidente anche perché le stesse polacche tendono a rafforzarla. Soprattutto quando è freddo. Ora, sarà per la cattiva stoffa dei loro vestiti,

Le polacche, che poi non sono solo di origine polacca, sono o sono state molto povere. Lo si vede dai loro giacconi, davvero poco caldi, con quei fiori di specie sconosciute che dovrebbero dare un tocco di allegria. Colore e allegria che, invece, si stemperano, loro malgrado, su stoffe troppo nere e dozzinali, dunque più che l’allegria si sente lo sforzo della medesima. Lo si vede, poi, dai foulard messi in testa come le nostre contadine di tanti anni fa, oppure dalla voracità con la quale mangiano male consumando pure il torsolo. E lo si vede dai denti d’oro o d’argento che neppure brillano poi tanto. Solo un luccichio scialbo, in fine dei conti, del tutto somigliante nella grana al luccichio delle macchine tirate a lucido dei casertani. Ci si incontra e ci si riconosce attraverso un luccichio opaco.

perché il freddo accresce la solitudine e dunque il bisogno di tenersi strette, o sarà, più semplicemente, per la tristezza o per i rimpianti che sentono e provano, ma le polacche cercano di farsi compagnia, così camminano sempre a braccetto; molto unite, con il passo stranamente in sincrono: anche quando una è alta e calza tacchi sottili e l’altra è bassa e massiccia e un po’ traballa per via del suo stesso peso. Accade anche che una allunghi la sua sciarpa o il suo scialle all’altra, così che, visti da lontano, i due corpi sembrano unirsi. Diventano così, talvolta, un solo corpo, insomma: le polacche. Ora, la domenica mattina, a coppie o in gruppo, le polacche si dirigono verso piazza Vanvitelli. Qui raggiungono il centro della piazza, si sistemano sotto il monumento a Vanvitelli, o si siedono sulle panchine.

Il concetto di piazza a Caserta è per molti aspetti arcaico. È inoltre un concetto legato al passato, alla memoria di qualche anziano che spesso dice: a quei tempi ci vedevamo in piazza. La piazza, cioè, non è più un luogo moderno, di confronto, non ospita una comunità circolare, che si confonde fino a sentirsi parte di un unico corpo. Per questo non si riesce a organizzare un capodanno o una qualsiasi festa in piazza. Caserta, invece di radunare, preferisce disarticolare i suoi abitanti lungo le strade; su queste si pratica un moto rettilineo, in funzione e in conformità con il tracciato ortogonale della città. Dunque la comunità, invece di riconoscersi, cerca faticosamente di cogliersi con degli sguardi. Ed è per questo che i casertani badano poco agli spazi circolari e li lasciano loro malgrado liberi, svuotati, così che, di volta in volta, vengono occupati da comunità di non residenti (o di senza famiglia) che si radunano in quei luoghi, ma solo momentaneamente, per una o più stagioni, in attesa, quindi, o di una migliore stabilità futura o di disperdersi anche loro, un giorno, lungo le strade rettilinee.

La domenica hanno l’intera giornata libera. I casertani lo sanno bene, per questo scopo dopo tutta la settimana a parlare delle polacche, oggi che è domenica hanno lucidato a festa la macchina e dai paesi sono scesi verso il centro per incontrarle. Cominciano ad arrivare dopo le dieci. Arrivano, però non si fanno notare subito. Continuano a girare intorno alla piazza con la macchina, oppure camminano costeggiando il perimetro o, anche, si sistemano sulla soglia di un bar, fumano, parlano e scrutano la piazza, finché come a un segnale convenuto, smettono di girare in circolo e partono verso il centro della piazza; mentre le polacche continuano a fare quello che stavano già facendo: conversano e mangiano frutta.
Da qualche tempo a Caserta girano delle voci sul conto delle polacche. Pare che si siano intrufolate nelle famiglie perbene. Hanno cominciato come donne delle pulizie e hanno finito per comandare tutta la casa. Infine si sono impadronite degli uomini, li hanno fatti uscire di testa. Oppure si sono messe vicino agli anziani e li hanno fatti uscire di testa. Oppure si sono messe vicino agli anziani e li hanno concupiti così a dovere che, quando l’anziano è deceduto, ha lasciato i suoi averi in eredità alla polacca. Per arrivare a questo hanno usato tutte le armi a loro disposizione. C’è, quindi, chi giura di averle viste di mattina presto andare a fare i servizi vestite con minigonna e tacchi alti. Insomma, c’è sempre qualche casertano che conosce qualcun altro che all’improvviso ha visto cambiare la sua vita perché ha avuto, in un modo o nell’altro, qualcosa a che fare con le polacche. C’è sempre qualche casertano che giura, cioè, di aver visto il suo amico più caro che all’improvviso, mentre stava bello e buono, si è messo a lucidare la macchina, proprio quella stessa macchina che quando mai era stata pulita, e si è diretto verso piazza Vanvitelli. (…)
Se, allora, andate a piazza Vanvitelli la domenica mattina per cercare le virago polacche che tanto preoccupano i casertani, nonostante tutto l’impegno, più che donne disponibili troverete casertani disposti a tutto per una polacca. (…)
Quelli che vengono dall’hinterland e il sabato sera hanno lucidato la macchina, hanno facce, vestiti arcaici.
Ci sono quelli che indossano jeans Old Compagny e Zip jeans, tessuti, cioè, prodotti nell’area vesuviana, dove il territorio una volta agricolo ha man mano ceduto il posto a fabbrichette di stoffe e vestiti vari.
Pure le macchine sembrano arcaiche. Sono Prisma gamma 1600, oppure Uno diesel. Ci sono anche le 127 Abarth, le A 112. Davvero solo raramente si vedono Golf e Bmw. Quei casertani, comunque, indossano maglioni a fiori o a tinta unita ma con una striscia orizzontale di colore pastello. Qualcuno mantiene la coppola grigia, qualcun altro porta il cappotto, e se tengono la camicia sotto (ma è raro) la pettola fuoriesce. Superano il perimetro della piazza e si dirigono verso il centro con un passo pesante, rustico. Sono, cioè, del tutto diversi dai casertani del centro, molto più educati, che sanno come appuntarsi la cravatta, come scegliere i colori dei vestiti affinché non stonino tra loro, e che sanno, infine, con quale tono introdurre la conversazione. I casertani dell’hinterland, invece, con quelle loro facce scavate e le mani ingrossate, le unghie del mignolo più lunghe, girano come bufali anziani che nemmeno si guardano più intorno. Sperano e un po’ sanno, sotto sotto, che dopo tanto penare in campagna o in qualche fabbrichetta malmessa, adesso quelle donne gli spettano. Sono per loro. Devono esserlo. Anche perché si assomigliano nella morfologia: nel passo, nelle rughe, nel tono, nella cattiva qualità dell’acconciatura, ci sono i segni di una comune origine. Per questo non vale la pena parlare, basta arrivare nel gruppo e scegliersi. (…)

Così alle acconciature faticosamente tenute alte, al colore biondo slavato della tintura, al rosso amaranto, ai denti d’argento corrispondono per rapporto inverso, e contraddittorio, la calvizie, il riporto, la tintura fatta da poco con Grecian 2000, un dente mancante o una dentiera passata di moda.

In questo comune gorgoglio di petto, in questo affanno solidale, ci sono anche i segni di un approccio passato, quando le donne si sceglievano nelle balere. C’è in nuce lo stesso gioco di sguardi tra i maschi fermi sul perimetro e le donne unite in gruppo. Ma adesso che il tempo è passato e non si balla più, adesso che il passo è pesante, bisogna invece accelerarlo il tempo; bisogna dirigersi nell’arena e prendersi l’una o l’altra, senza presentazioni e gentilezze, tanto sempre di bisogni primari si tratta. Così pensano i casertani dell’hinterland con le macchine lucidate. Eppure non sempre gli va bene, per qualche motivo accidentale qualcosa non funziona, dalle polacche non arriva nessun segnale di disponibilità. Così quei casertani si ritrovano da soli di nuovo lungo il perimetro della piazza, oppure in gruppo ai limiti del perimetro della piazza, oppure in gruppo ai limiti del perimetro, a far commenti. (…)

Ci sono, poi, quei casertani che non vengono dall’hinterland ma dal centro. Hanno vestiti eleganti, ombrello in mano, impermeabile, passo cauto e sguardo sottecchi. Offrono da bere con voce gentile: posso offrire qualcosa, prego? Sono vedovi, scapoli, o traditori che cercano di farla franca. I traditori sono spesso uomini con la pancia cresciuta, assertori convinti della facilità dei costumi sessuali delle polacche. Se qualcuno gli dice che magari non è proprio così, accolgono questa dichiarazione con una risatina e un mugugno, poi ti dimostrano le loro ragioni con una serie di esempi, rinnovabili a piacimento. Se questo qualcuno ribatte che non ci crede, loro rispondono: vieni con me che te le faccio conoscere io due o tre polacche. E si inoltrano nella piazza con stile.(…)

Girano e rigirano. Si disperdono nei gruppi, a volte stanno al centro di una capannella di polacche, sorridono, contrattano lavori, offrono soluzioni, danno il nome di qualche amico buono a risolvere tutti i problemi. Si scambiano infine il numero del cellulare. Poi si allontanano da soli o in compagnia, ma ti passano accanto e ti sorridono di sbieco. Qualcuno di loro lo rivedi nei pressi della stazione, verso il tramonto, ben vestito, mentre cammina a un passo dalla sua amica polacca. Non riesce ad abbracciarla, e chissà se vorrebbe farlo. Al massimo le allunga una mano sulla spalla, il braccio teso, per indicare sia la strada sia la distanza tra loro.(…)

C’è però un momento in cui questi casertani sembrano essere molto soli. Che vengano dalla periferia o dal centro, che abbiano facce arcaiche o sbarbate grazie agli ultimi perfetti rasoi elettrici, che odorino di latte e di caglio o di colonie scelte per l’occasione, c’è un momento durante il quale né gli uni né gli altri si avvicinano alle polacche. È quando, verso la fine della mattinata, le polacche si scambiano o raccolgono i pacchi. Sono pacchi grossi di un contenuto incerto e inquietante, forse vestiti, beni di consumo vari, scarpe o altro. Sono comunque molto grossi, pacchi imballati con le buste per la spazzatura di colore celeste, buste aperte e tenute insieme dal nastro adesivo. Pacchi così grandi che è difficile afferrarli o tenere salda la presa. Così grossi che sfuggono continuamente dalle mani e bisogna tenerli stretti aiutandosi con le unghie, a costo di lacerare la busta da imballaggio. In quel momento le polacche sono sole. Hanno tra le mani qualcosa di importante e si vede che non vogliono intrusioni di estranei. La comunità che si era momentaneamente dispersa in piazza si raduna e si aiuta, diventa un corpo solo con tante buste celesti in mano. I casertani si tengono a distanza, meglio non aiutare a raccattare quelle buste, c’è in esse tutta la tristezza dei giorni andati, una sensazione di disordine, un’incertezza così inafferrabile.

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Se a Caserta o nei paesi dell’hinterland si va in un bar o in un qualunque negozio, non importa se ricco o povero, se raffinato o grezzo, e ci si guarda intorno, si vede l’immagine di padre Pio. La sua figura si manifesta attraverso vari tipi di apparizioni: sotto forma di icona sul fondo di un piattino per posare i soldi, oppure raffigurato su un calendario.(…) Ma padre Pio appare ovunque, anche se si cammina per strada. Si mostra attraverso gli adesivi sul parabrezza delle macchine, di tutte le cilindrate, dalle 500 alle Bmw. Dal giornalaio poi, incolonnato nella fila dei quotidiani, c’è il mensile “Pietrelcina”, la fanzina ufficiale di padre Pio. Insomma, a vederla così sembra che l’ex mondo contadino di “Terra di lavoro” abbia preso come protettore un suo simile, un frate quasi santo, figlio di contadini, nato a Pietrelcina, un povero paese nella campagna beneventana. E così ex contadini diventati piccoli commercianti e poi grossi commercianti, oppure piccoli agricoltori passati allo status di imprenditori, sembra vogliano ricordare a se stessi e agli altri la loro origine, espongono l’immagine del santo contadino, affinché vegli sulla salute dei loro nuovi templi: padre Pio proteggi me, i miei parenti e i nostri affari.(…)

Ci sono quei casertani che il giorno 30 maggio 2000 si sono fatti una risata. Lo speaker di Italia radio durante il notiziario del mattino disse: è stato avvistato il volto di padre Pio (o di Gesù) su di un muro, a Casapulla, provincia di Caserta. Poi si è corretto, scusate: è apparso; non è stato avvistato. Il termine avvistato si usa per gli Ufo e non per le presunte apparizioni. Ma la cosa sorprendente era che, invece, proprio di avvistamento si trattava. Ci sono infatti quei casertani che sono subito accorsi sulla statale Appia, nei pressi di Casapulla, per guardare il fenomeno e si sono trovati bloccati per parecchie ore nel traffico. Dal 30 maggio e per parecchie giorni la statale Appia è stata bloccata dai curiosi, dai fedeli, dagli scettici, dai giornalisti e da me. Io, ad esempio, ho dovuto lasciare la macchina a un chilometro dal luogo dell’avvistamento e percorrere il tratto di statale a piedi, in compagnia, devo dire, di una folla festosa che si dirigeva verso il muro santo, trasformando l’Appia da strada più trafficata d’Italia a lunga isola pedonale. Perché la quantità di persone in pellegrinaggio, o meglio, soprattutto la composizione dei nuclei familiari a spasso, e cioè padre, madre, figli, nonne, zii, zie, cugini e parenti lontani, questa composizione, dicevamo, a causa dei bambini che tiravano da un lato, della nonna che rallentava il passo per via dell’età, dello zio che correva per raggiungere la famiglia, si apriva a mantice, avanzava in dissonanza, e occupava, così facendo, senza possibilità di inquadramento in righe ordinate, la sede stradale tutta, impedendo quindi il transito delle macchine. L’apparizione a quanto ne sapevo si era manifestata sul muro di una casa. Questa casa dava praticamente sulla strada. Il muro era già stato transennato da ignoti e reso più vivace da ex voto e fiori. Solo che appena arrivato ho avuto una sorpresa. Il volto di padre Pio (o di Gesù) era lì sul muro, ma sembrava già suscitare scarso interesse, perché su una casa posta affianco al muro, ma rientrata di qualche decina di metri, pareva si fosse verificato un altro miracolo. Tutti, o quasi tutti vedevano un crocifisso. Tanto che il proprietario della casa, un’abitazione in fase di ristrutturazione, si era visto costretto a chiudere il cancello per impedire l’invasione della sua proprietà. Però, prima di immergermi nell’altro presunto miracolo, ho dato un’occhiata al volto santo. Che c’era, ma fatto inquietante, sembrava quello di Che Guevara. Non ero solo io il blasfemo a sostenerlo, ma pure molte persone di chiare simpatie democristiane. Comunque, l’apparizione era parecchio inquietante, così molti restavano allibiti e attoniti e si segnavano con la mano smerza. Ci sono stati parecchi intellettuali casertani che hanno preso l’apparizione come un monito, ovvero il volto di Cristo o di padre Pio, insomma qualcuno dell’aldilà che guarda addolorato la periferia casertana, brutta e immonda. Però, poi, questo monito risultava fiacco ed estemporaneo, anche perché in quelle case brutte e immonde noi casertani ci abitiamo contenti, così tutti lasciavano il volto e si dirigevano verso l’altra apparizione, la quale evidentemente suscitava un dibattito più vivace e serrato ma meno problematico. La maggior parte della gente vedeva chiaramente il crocifisso mentre io che vedevo solo un muro bianco ero il più frustrato di tutti. Dunque ho chiesto a un signore che vedeva il crocifisso di indicarmi il punto, e lui con estrema gentilezza l’ha fatto. Ma io niente. Allora, visto il caso difficile, ha cominciato a usare termini scientifici di scolastica memoria che pensavo aver rimosso per sempre. Ha detto: guarda il mio dito, vai tre gradi a sinistra, e poi focalizza. Lo vedi il crocifisso? Ho fatto tutto quello che il signore mi aveva detto di fare, soprattutto per rispetto della sua precisione tecnica, sono andato di tre gradi a sinistra e ho focalizzato. Ma niente, nonostante focalizzassi, niente. Siccome ero il solo, tutti gli altri vedevano bene, anzi aggiungevano particolari sempre più precisi (si vedono i capelli di Gesù, guardate; si vedono le ferite sul costato, le braccia, le braccia, uhh, guardate si vedono benissimo le braccia, la sofferenza del volto eccetera), ho cominciato ad ammettere che qualcosa pure io vedevo e stavo quasi per convincermi, quando una signorina è entrata nel gruppo e ha detto che lei non vedeva niente. Come me, del resto, e mi ha riportato di nuovo nel mondo reale. Allora, il signore, gentilissimo, le ha detto: guardate il mio dito, andate di tre gradi a sinistra e focalizzate. La signorina, pure lei, colpita da tanta precisione l’ha fatto, ma inutilmente. Il signore, a quel punto ha avuto un attimo, ma solo un attimo, di scoramento e la ha detto: signori’, ma se voi nemmeno vi levate ‘e lent’. La signorina, colta alla sprovvista, ha dato credito all’osservazione, effettivamente poteva essere colpa degli occhiali scuri, così se li è levati. Però niente da fare, non riusciva lo stesso a vedere niente. Così è dovuto intervenire un signore con la videocamera (una bellissima e costosissima Sony, tenuta con malagrazia) che aveva ripreso l’apparizione e sosteneva che se guardavamo nel visore sarebbe stato più facile capire dov’era il crocifisso. Abbiamo guardato nel visore. Ora, sarà per il caldo, per il frastuono, sarà per i clacson assordanti, il vociare diffuso, le grida di giubilo, le preghiere coatte, le benedizioni, le maledizioni, sarà che a pochi metri nel cinema di Curti si proiettava il film Stigmate, io mi sono cominciato a suggestionare e ho creduto di vedere qualcosa. Una linea c’era, forse una crepa dell’intonaco, una macchia di umidità, ma una linea perpendicolare al pavimento c’era. La signorina invece no, continuava a dire: ma voi veramente fate? Fatto sta che alla fine io ho detto che vedevo, anzi che avvistavo, mentre la signorina mi ha guardato male, si è rimessa gli occhiali, e se ne è andata. Per il seguito, si è scoperto che il volto era effettivamente quello di Che Guevara. Siccome gli operai avevano intonacato male la parete dopo una pioggia, per via dell’umidità quel volto dipinto anni prima da un collettivo studentesco è tornato in superficie con i tratti distorti. Mentre del crocifisso non si è più parlato, anche perché il proprietario della casa in via di rifacimento ha oscurato il cancello così che nessuno potesse guardare. Ora, sulla statale Appia all’altezza di Casapulla è rimasto il muro con vaghi tratti di un volto, dei poster che raffigurano l’evento, venduti a diecimila lire (credere non costa niente, si diceva in giro in quei giorni, e oltretutto fa guadagnare qualcuno), parecchi fiori appassiti, il solito incredibile traffico, e qualche segno della croce che qualche automobilista casertano compie velocemente per rendere omaggio all’avvistamento del 30 maggio 2000. Non si sa mai.

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