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Tommaso Labranca – Neoproletariato, la sconfitta del popolo e il trionfo dell’eleghanzia (Castelvecchi)

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Il proletariato come lo descriveva Marx non esiste più. Adesso c’è il neo-proletariato, una classe trasversale che in questi anni cerca soprattutto una cosa: il plus-cool.

Il proletariato come lo descriveva Marx non esiste più. Adesso c’è il neo-proletariato, una classe trasversale che in questi anni cerca soprattutto una cosa: il plus-cool. E cioè frequentare il più possibile locali alla moda, vivere al di sopra dei propri mezzi e magari arrivare ad attaccare bottone con i vip televisivi (anche i più infimi). Tutto in nome dell’eleghanzia e a danno dell’intellighenzia, con il significante che straccia il significato. E l’inutilità che trionfa. Questo il verdetto del piccolo saggio di Tommaso Labranca (Neoproletariato, Cooper Castelvecchi, pp.124 e.9,00), che ci mostra quali anni viviamo. Ancora e sempre, di merda.

La stronzaggine, nel passaggio da proletariato a neoproletariato, è cresciuta in maniera esponenziale e continua. Non c’è modo, né tempo di aver pietà del prossimo quando è in gioco l’affermazione dei propri valori di eleghanzia. Così a un certo punto l’appropriazione e la contemporanea umiliazione delle abitudini proletarie nelle periferie cittadine non è bastata più e si sono ampliati i propri orizzonti, aprendosi alle cucine etniche, ossia coinvolgendo nel proprio campionario di suggestioni estetiche le cucine di tutto il mondo.

Ci sono i ristoranti etnici, esotici, inusuali, spesso basati sulle cucine di poveracci, etiopi o cingalesi. Ma i neoproletari hanno un debole per quelli giapponesi…Una sera sono stato quasi costretto ad andare a cena in un ristorante che si chiamava Zen, forse perché era uno dei pochi nomi in grado di destare sensazioni nipponiche a persone in possesso di elementi di linguistica neoproletaria, riassumibile nell’espressione “ho fatto inglese alle medie”. Zen non era nefasto come Hiroshima o lugubre come harakiri e aveva un bel sottofondo di new age. Era perfetto insomma per identificare un locale del genere. All’interno c’era un binario metallico che girava trasportando piattini colmi di totani vivi. C’erano le immancabili scritte giapponesi, i giardini zen, i ponticelli. Insomma, c’era la solita paccottiglia esotica che perseguita l’Occidente. Io avevo una grande nostalgia delle mie cene neoproletarie, che si svolgono nella dimensione anacoretica di un goloso risotto surgelato consumato seguendo il mesmerico Willy Montini alle prese con i quadri del maestro Papasso su Telemarket.

E invece dovevo star lì, in un posto pieno di esponenti del neoproletariato più evoluto che sedevano fianco a fianco di modelle americane, e che trovavano nuova forza nell’eleghanzia sprigionata dall’ingollare pezzi di pesce crudo interi, benché fino all’altro ieri avessero biasimato quella stessa abitudine praticata dai pescatori delle nostre belle coste. Nessuno intorno masticava davvero il sushi perché faceva un po’ schifo a tutti, ma nessuno aveva il coraggio di dirlo.

Intanto mi sforzavo di non pensare all’episodio in cui Fantozzi andava al ristorante giapponese con la Silvani, episodio che dimostra quanto diverso sia il rapporto tra proletario e cibo etnico (distanza incolmabile, accettazione supina, infine debacle dichiarata) e del rapporto tra neoproletario e cibo etnico (presunta contaminazione, presunta scelta consapevole, illusione finale di essere diventato parte del melting pot, infine problemi gastrici). Dirottavo la mente su “Il cibo decentrato”, il capitolo de “L’impero dei segni” di Roland Barthes dedicato al sukiyaki. Ma non ci riuscivo…

Prima dell’avvento del neoproletariato cibo era sinonimo di casa. Lo stesso Fantozzi, nella coercizione di tutta una giornata di lavoro noioso, trova unico sollievo nel pensare al menu che lo attende a casa e annunciatogli dalla moglie sin dal mattino. E al suo ritorno grida liberatorio: “Pina, sono pronti gli spaghetti con il tonno? È tutta la giornata che ci penso…”. Come Tigrotto, protagonista di libri francesi per bambini, che in “Tigrotto è in vacanza” rientra da un giro del mondo e sente di essere finalmente tornato nella pace della sua campagna francese solo quando si siede a tavola e “cena tranquillamente davanti al televisore” con degli oeufs sur le plat. Come Marcel Proust che, sotto gli ippocastani di quella stessa campagna francese di Tigrotto, alla tensione e alla tempesta dei sensi provocate dalle lunghe letture di avventure esotiche contrapponeva l’aspettativa domestica e tranquillizzante del “buon pranzo che Françoise stava preparando”.

Nel mondo del proletariato il cibo deve invece essere qualcosa che porta lontano da casa e i sapori noti fanno fuggire rapidamente dal desco familiare il neoproletario così sofisticato, mondano, cosmopolita. Un’icona del neoproletariato, Max Pezzali (Week End, 1992), è uno dei primi che, al pensiero di dover mangiare “pasta in brodo oppure minestrone, ad andar bene un po’ d’affettato” scappa di casa e va alla ricerca di un tavolo in qualche locale, ma li trova “tutti pieni” della folla di neoproletari gastronomicamente apolidi alla domenica sera e conclude: “noi non abbiam prenotato”…

La prenotazione, ovviamente dopo la selezione all’ingresso, è la limitazione della libertà personale che più fa godere i neoproletari. Entrare anche in una birreria rustica, dove non c’è un solo avventore, ed essere bloccati sulla porta da una ragazza qualunque che dice seccamente: “Avete prenotato?” e poter rispondere “Sì, un tavolo a nome Felicetti” è per i neoproletari un piacere orgasmico inferiore solo al “Guarda che sono in lista” detto con disprezzo in faccia all’inflessibile toro della security, davanti al solito locale per calciatori e vallette. Sono frasi-feticcio tratte dal Grande Dizionario delle Autogratificazioni Urbane che fanno sentire bene chi le pronuncia. È un teatrino della menzogna, ma nell’universo neoproletario la verità non è il fine ultimo della ricerca. Quello che conta è l’essere presenti e accetti nei luoghi stessi. E a questo irrinunciabile Da-sein mondano (esser-ci), il neoproletario aggiunge un Da-essen (mangiar-ci), un Da-tanzen (ballar-ci), un Da-warten (compier-ci un’attesa). Comunque per completare la farsa, la ragazza alla porta controlla la lista (vuota) e accompagna il cliente al tavolo che gli era stato riservato (uno qualunque). Max Pezzali, unico vero genio dei nostri anni neoproletari, aveva capito tutto sin dal 1992 quando appunto cantava: “cena in casa, pizzerie tutte piene / e noi non abbiam prenotato”. Allora ricordo che risi di quel verso: ma chi mai prenota in pizzeria? Me ingenuo.

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Il neoproletariato quando sogna, sogna tre cose che iniziano per f: Fitness. Fashion. Fiction.
La fiction dura un numero limitato di puntate, la soap è quasi infinita. Ma il neoproletariato chiama tutto fiction.
La fiction è monotematica. Anche chi la segue lo è. E anche chi la fa lo è.
La fiction è involuta.
La fiction involve e, infatti, il passaggio da proletariato a neoproletariato è una involuzione.
La fiction è la narrazione del neoproletariato (complemento di argomento).
La fiction è la narrazione del neoproletariato (complemento di possesso).
La fiction è una trasposizione televisiva dei giochi di ruolo ed è noiosa e prevedibile come quelli, e come quelli parla a un pubblico di allucinati.
Come i seguaci dei giochi di ruolo, i neoproletari che seguono le fiction non vedono la realtà direttamente attraverso gli occhi, ma hanno uno sfondamento nel cervello attraverso il quale penetrano in una dimensione parallela fittizia (fittizia ha lo stesso etimo di fiction). In rari momenti di lucidità, quando un sistema cerebrale automatico compara gli abitanti del mondo reale con quelli del mondo parallelo e fittizio, la giovane neoproletaria ha un momento di smarrimento e spesso prova disgusto verso il mondo in cui danzano tutte le consonanti e non solo le F.
La messa in onda della fiction è un momento sacrale, un rito introdotto da un intero palinsesto preparatorio della fiction.
Tutti gli altri programmi presentano anticipazioni di fiction, attori di fiction, aspiranti attori di fiction.
Tutti gli altri programmi sono una specie di passaverdura in cui entra la massa ed escono pochi fortunati che ricadono a caso dentro una delle tante fiction.
La fiction è prevedibile come una commedia dell’arte: i nonni sono caricature dei nonni, i giovani caricature dei giovani, le donne caricature delle donne. Unico avanzamento sono gli omosessuali, che nella fiction ci sono e nella commedia dell’arte no, o almeno non rappresentati direttamente, e che comunque sono caricature degli omosessuali. Ma al neoproletario tutto ciò rassicura.
La fiction è eleghanzia, non è arte popolare. L’arte popolare non esiste più.
La pop art era una finzione: la riproduzione di fumetti e merci piaceva ai critici raffinati, non al popolo, che voleva santi, madonne e paesaggi fatti bene.
Fate un film realista e al neoproletariato non piacerà. Perché il neoproletariato ama la realtà solo quando viene rivestita di eleghanzia e quando si dimentica di essere popolare, come nelle fiction, i cui personaggi sono santi e madonne fatti bene che si muovono in paesaggi fatti bene.
La fiction non è letteratura popolare. I romanzi popolari non esistono più. I romanzi rosa sono letti solo dalle colf filippine, in lingua tagalog. Li trovano nelle edicole di piazza Duomo insieme a giornali stampati su pessima carta con in copertina i divi delle fiction filippine, regolarmente meno aitanti di quelli delle fiction italiane.
L’odio verso i romanzi rosa è espresso ferocemente dalle neoproletarie che seguono la fiction però poi sul tram leggono Allende e Baricco, che non sono popolari.
Perché essere popolo significa essere massa, compatta, unita. Nessuno vuole più esserlo e anche leggendo sul tram esprime la propria unicità.
Nessuno vuole più dirsi del popolo (e negando questa appartenenza si segna il passaggio da proletariato a neoproletariato).
Il sistema industriale produce oggetti di massa, ma li riveste di sogni individualizzanti.
Pur nella sua standardizzazione, la fiction è la macchina individualizzante per eccellenza.
La fiction diffonde la menzogna e fa credere ai neoproletari che vivendo come gli sceneggiatori insegnano potranno porsi al di fuori di quello stesso sistema di cui sono disperatamente ingranaggi.
Ma questo non è mai un movimento univoco. La fiction (ma anche tutti gli altri mezzi di espressione: il cinema e i fotoromanzi, i romanzi epistolari ottocenteschi e la tv) prende e dà in egual misura.
La fiction prende dalla vita la realtà che poi applica, falsata da una recitazione spesso dozzinale, nelle sue storie.
La neoproletaria sogna di essere attrice di fiction e allora tiene sempre il muso un po’ imbronciato e i capelli davanti agli occhi.
Il neoproletario sogna di essere attore di fiction e allora ha sempre la barba di tre giorni e lo sguardo che nasconde un tormento interno.
Il neoproletariato guarda le fiction e poi cerca di vivere in quel modo, con gli stessi “grandi sentimenti” come si fa con “Un posto al sole” come si fa con “Via col vento” o “I dolori del giovane Werther” o nella letteratura devozionale. Una specie di “Imitazione di Cristo” più gradita, più autogratificante, più immediata, più terrena.

(…)

Il neoproletariato cerca di essere come quei protagonisti (di assomigliare loro fisicamente), di unirsi a partner che siano come quei protagonisti.
Sui giornali di programmi televisivi ci sono pagine e pagine di trame delle varie fiction.
Tra una trama e l’altra vi sono pagine di pubblicità.
Le pubblicità riguardano maghi che ti capiscono, apparecchi per il fitness e società che danno prestiti subito a protestati.
I neoproletari telefonano ai maghi per sapere come conquistare il partner che li sta facendo soffrire come in una fiction.
Il mago risponde a 1,32 Euro al minuto e dice che per essere vincenti si deve provare a curare di più il proprio aspetto fisico, come fanno gli attori delle fiction. I neoproletari si danno al fitness e cercano di farsi un corpo che non stonerebbe nudo in una fiction.
Ma prima di spogliarlo quel corpo ormai perfetto va rivestito con gli abiti giusti. Ma le firme costano care così i neoproletari telefonano alle società che danno prestiti subito anche a protestati.
Ormai frutto del Fitness, avvolti in abiti Fashion, i neoproletari per far fronte al debito contratto con la società che dà prestiti devono risparmiare e allora non escono, stanno in casa e ingannano il tempo seguendo le Fiction.
fff… è il suono che fa una gomma quando si sgonfia.

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