Giuseppe Pontiggia – Nati due volte (Mondadori)

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Con Nati due volte Giuseppe Pontiggia ha scritto un romanzo che permette a chi ne parla di non risparmiare aggettivi: forte, limpido, asciutto e denso, rigoroso e lirico, duro e intenso.

Con Nati due volte Giuseppe Pontiggia ha scritto un romanzo che permette a chi ne parla di non risparmiare aggettivi: forte, limpido, asciutto e denso, rigoroso e lirico, duro e intenso. Ma allo stesso tempo leggero e talvolta ironico, quasi comico. Intendiamoci, comicità inattesa, del tipo di quella provocata da una caduta che ci sembra buffa – e del resto anche di questo si riflette nella narrazione. Dire che racconta l’avventura di un padre e di un figlio disabile non basta, anche se l’handicap è presente in tutte le pagine del libro, come fosse l’assassino in uno di quei gialli che svelano fin dall’inizio chi ha ucciso e raccontano le conseguenze del delitto. In realtà attraverso questa vicenda dice qualcosa di inatteso, talvolta spiazzante, su ciò che accade a tutti noi, giorno dopo giorno. In questa occasione, poi, la prosa di Pontiggia, che appare sempre controllata e priva di “effettacci” retorici o cruenti, quasi raffredda l’intensità drammatica e quotidiana della trama, fino al momento di rivelare inattesi lampi d’emozione.

Abili e disabili

Paolo non ha – per usare un eufemismo temerario – un buon ricordo di un medico del Centro. Continua a detestarlo nella memoria, non solo perché pativa le sue ironie, ma perché era incapace di reagire. E una offesa diventa intollerabile, quando vi aggiungiamo la vergogna della nostra debolezza.
Capivo, dai suoi racconti, che restava paralizzato, come un insetto trafitto dal pungiglione di un ragno al centro della tela. A me era successo da giovane, durante il servizio militare, con un sottufficiale incolto quanto astuto, pusillanime quanto beffardo. Mai sarei riuscito a convincerlo del mio valore. E’ una lotta disperata quella che ingaggiamo con chi ce lo nega. Quanto più ci accaniamo, tanto più l’altro, intuendolo, ce lo negherà. E forse proprio lui vogliamo convincere, perché incarna il nemico invincibile, quello che coviamo dentro di noi.
Paolo non sapeva rispondere ai suoi sarcasmi, quando veniva accusato, ad esempio, di preferire l’Oratorio al Centro.
“Ma era vero!” gli dico pacatamente, cercando di indurlo alla obiettività (in realtà ci piace, quando abbiamo ragione, esasperare gli altri, figli o genitori compresi).
“No!” esclama lui irruento. “Non faceva che prendermi in giro!”
Lo guardo incredulo. Lui esagera, con quel gusto della iperbole che sa come mi diverte:
“Era un delinquente! Tu devi fargliela pagare!”
“Ma scherzi o fai sul serio?” gli chiedo.
Non so se coltivi la maturità del gioco o la immaturità di una vendetta differita.
Lui mi guarda a sua volta, per capire se scherzo o faccio sul serio.
“Tutte e due le cose” risponde.
E’ sempre questa la sua scelta divinatoria, infantile e sapiente, sottile e semplice. Ha capito che la consistenza dei contrari è l’accesso alla conoscenza e anche alla convivenza.
“Insomma, ti prendeva un po’ in giro, che male c’è?”
“No, era perfido.”
Rimane serio finché mi vede sorridere.
“Era piccolo anche di testa” aggiunge, ingordo.
Ogni colpo messo a segno deve essere per lui una conquista.
“Adesso esageri” dico. “Era un buon medico.”
“No!” risponde, con violenza euforica. “Era un nano!”
“Ma questo che cosa c’entra?” gli chiedo. “Adesso ti attacchi ai difetti fisici. Proprio tu fai queste discriminazioni?”
Mi guarda disorientato. Poi allarga le braccia, con quell’aria deprecatoria che assume in certi momenti:
“Ma andiamo!” esclama. “E’ normale!”
Spazzatura
Ha parlato alla assemblea degli studenti. L’ho saputo da una collega, amica di un insegnante in quell’Istituto.
“E come è andata?” chiedo, apparentemente tranquillo.
“Bene!” mi risponde lei, altrettanto tranquilla. “Ha detto le sue ragioni.”
“Non sai che cosa ha detto?” le chiedo.
“Non lo so con precisione” mi ha risposto. “Però il nocciolo del suo discorso era questo. 0 ci facciamo trattare da persone mature o ci facciamo trattare da bambini.”
Riconosco la struttura binaria delle sue argomentazioni.
Alla sera gli dico:
“So che hai parlato alla assemblea.”
“Si” mi risponde.
“E come è andata?”
“Tutto bene.”
E una sua formula laconica quanto esauriente.
“Problemi con la voce?”
“C’era il microfono.”
“Ma” gli dico fissandolo negli occhi, per vincere l’esitazione, “con tutti i problemi che hai nel parlare, non hai avuto paura?”
Mi guarda soddisfatto che glielo abbia chiesto.
“Sai” mi risponde lentamente, l’aria complice ed esperta. In questi momenti è irresistibile. “Ho pensato: i casi sono due. 0 mi trattano come spazzatura o mi lasciano parlare.”
“E loro?”
“Mi hanno lasciato parlare.”

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