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Doctorow e la scrittura creativa

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Ho ritrovato un appunto nei taccuini di Henry James che il 25 gennaio del 1879, in cerca di nuove idee per un romanzo

Ho ritrovato un appunto nei taccuini di Henry James che il 25 gennaio del 1879, in cerca di nuove idee per un romanzo, scriveva: “Qualche tempo fa sono venuto a conoscenza della teoria di Anthony Trollope, secondo la quale si potrebbe educare un ragazzo a diventare romanziere, come per qualsiasi altro mestiere. Egli ha educato – o tentato di educare – il proprio figlio secondo questo principio e il giovane è diventato un allevatore di pecore, in Australia”. L’ironia di James è impareggiabile, e tuttavia questa riscoperta mi ha mosso nuovamente a pormi la questione se l’insegnamento della scrittura sia effettivamente possibile, o auspicabile, o se valga almeno la pena di essere tentato, se davvero il peggio che possa accadere è che l’aspirante scrittore si ritrovi, nel giro di una frase, allevatore di pecore in Australia.

Ne ho parlato con E.L. Doctorow, uno dei più noti romanzieri americani contemporanei, ed ormai una specie di “decano” della scrittura creativa in America, e lui mi ha risposto in modo molto preciso e pacato, ampliando anche il discorso ai problemi generali della cultura americana di oggi. Sembrano lontani i tempi dell’humour nero di William Burroughs che qualche anno fa scriveva: “dopo aver insegnato un corso di Scrittura Creativa i miei poteri creativi ebbero una caduta totale”. L’insegnamento della scrittura è oggi una pratica molto comune negli Stati Uniti ed è, come è noto, parte integrante dei programmi di quasi tutte le università. Fra gli scrittori che insegnano regolarmente si contano, ad esempio, i nomi del premio Nobel Toni Morrison (a Princeton, nel Newjersey), di John Ashbery, Russel Banks, Chinua Achebe, Joseph Olshan, Mona Simpson, ed il fenomeno ha cominciato a diffondersi anche nella vecchia Inghilterra. E.L. Doctorow è uno per così dire della “vecchia guardia”, noto tanto per i suoi romanzi di successo, alcuni dei quali anche diventati film (come Ragtime, diretto da Milos Forman e Billy Bathgate, con Dustin Hoffrnan) ed anche per il suo impegno politico, che ne fa una figura della New York letteraria degli anni sessanta e settanta, con una sua voce, tuttavia, molto distinta.

Come hanno inizio i corsi di creative writing nelle università americane?

Prima di tutto facciamo una breve storia: penso che in America gli scrittori hanno cominciato ad essere ammessi nell’Accademia in numero considerevole dopo la seconda guerra mondiale, i poeti, specialmente. Era un periodo di interesse crescente per le letture pubbliche, grazie soprattutto alla grande personalità di Robert Frost, Dylan Thomas, W.H. Auden e altri, che fecero diventare le letture di poesia un evento abbastanza popolare. Le letture venivano fatte spesso nelle università. Dopo la guerra i giovani poeti hanno poi continuato sulla strada già tracciata. Molti di loro hanno intrapreso la carriera universitaria per mantenersi alla scrittura, ed una volta che si sono ritrovati nelle università come insegnanti hanno costruito fra di loro una specie di sistema di supporto reciproco… andavano l’uno nell’università dell’altro a leggere le proprie poesie. C’erano proprio dei circuiti, ci sono ancora, nel Nord-Ovest, nel Midwest, le università Ivy League… I poeti insegnanti si invitano a vicenda nei loro campus. C’è voluto un po’ di tempo perché i romanzieri, o gli scrittori di fiction in genere, entrassero anche loro in questo sistema, forse anche perché ne avevano fatto a meno per molto tempo, senza grandi problemi. Gli scrittori di narrativa non hanno mai avuto dei rapporti “comunitari” di questo tipo. E per lungo tempo non hanno pensato di aver bisogno del supporto che le università davano ai poeti. I loro libri venivano letti. E loro si aspettavano che venissero comprati. In ogni modo, quando i programmi di scrittura veri e propri furono istituiti, generalmente dai poeti nei dipartimenti di Inglese, si cominciò a sentire il bisogno dei narratori, e così piano piano anche gli scrittori di fiction entrarono nelle università. Ora mi sembra che, in quel modo inconsapevole e un po’ avventato con cui gli organismi sociali si preparano per qualcosa che non è ancora avvenuto, come in una specie di profezia, i programmi di scrittura, ormai diffusi in tutta la nazione, siano stati escogitati dall’organismo socio-culturale americano in previsione di un crescente analfabetismo, dell’inondazione televisiva, e del potere quasi totalitario del cinema e dei media in generale, e degli effetti distruttivi di tutto ciò sulla parola scritta in questo paese.
Le cifre approssimative indicano che il 20 per cento degli americani sono illetterati, e il 20 per cento di 250 milioni fa 50 milioni, che è un bel po’ di analfabetismo. Credo che al di là dei bisogni pratici individuali dei poeti, il rapporto fra la scrittura, gli scrittori, e le università sia stato incoraggiato dalla struttura sociale in previsione di un tempo in cui la parola dovrà essere custodita, curata e protetta. Non è che un’ipotesi, naturalmente. Ed il sistema che è stato creato, ovviamente, non è privo di difetti. Nel peggiore dei casi ha prodotto una specie di sottocultura di scrittori insegnanti… i giovani scrittori si laureano nelle università, escono, e immediatamente trovano lavoro come insegnanti nelle università, e insegnano a nuovi aspiranti scrittori come diventare scrittori-insegnanti. E’ un circolo vizioso. Purtroppo, in generale, la scrittura prodotta nelle università è spesso fiacca, o timida, e qualche volta un po’ troppo “preziosa”. Certo, ci sono degli ottimi scrittori che si sono formati in questi programmi, ma parlando in generale la gran parte dei giovani scrittori, anche se tecnicamente bravissimi, non hanno una grande esperienza del mondo al di fuori delle università. Nel passato molti narratori venivano dal giornalismo e dal reportage, Dreiser o Hemingway, per esempio. Quando hanno cominciato, non erano degli scrittori così raffinati, così tecnicamente impeccabili come i giovani scrittori di oggi, e tuttavia credevano nella “occasione” del racconto e nelle sue possibilità. Scrivevano con l’urgenza e la passione di rendere quello che avevano visto e sentito “sul campo”, come i reporter. Questa passione per i fatti forse manca oggi ai giovani scrittori delle università, che non hanno la stessa innocente fiducia nell’autorità della finzione e della parola scritta.

Ma oltre ai problemi dell’istituzione di per sé, mi chiedevo cosa accade nella lezione vera e propria, cosa si insegna in classe, come è possibile davvero insegnare la scrittura creativa…

Cosa significa insegnare la scrittura? Analizziamo questa domanda.
Ovviamente non si può instillare il talento, non si può accendere una scintilla dove non c’è nessuna scintilla; l’insegnante non può funzionare come il cervello, il cuore o il fegato di uno scrittore… Quello che puoi fare è mostrare ai giovani scrittori cosa già hanno, dargli un senso di come appaiono come scrittori, dove si collocano nella scrittura, che tipo di essere hanno in quanto scrittori. E puoi dirgli anche cosa non hanno, e ciò di cui hanno bisogno, puoi insegnargli di cosa hanno bisogno. Si può insegnare la struttura narrativa, la necessità della tensione, come mantenere la tensione nel lavoro… Puoi mostrargli dove sono autoindulgenti, mostrargli dove il loro racconto non tiene e la scrittura contraddice le sue stesse premesse… Puoi cercare di insegnargli ad essere onesti, puoi insegnargli il senso di una vocazione, o infondergli il coraggio per assumere su di sé una vocazione… Puoi fare tutte queste cose… non per tutti, ma per quelli che vedi che non sono troppo difensivi nel rispondere al modello di scrittura, e di “intelligenza” della scrittura, che tu gli stai offrendo, che tu esemplifichi o cerchi di esemplificare. Ora, questo significa insegnare la scrittura? Non lo so. Forse è soltanto editing. Non sono sicuro. Forse è qualcosa di più. Questi corsi hanno anche un’altra importante funzione. Gli Stati Uniti sono un paese enorme, tutto è molto disperso, e quindi non esistono il caffè o il club letterario. In questo paese, noi non abbiamo un posto dove dire: “ecco, lì vanno gli scrittori”. Siamo troppo dispersi, troppo separati. Per questa ragione i corsi di scrittura diventano un po’ l’equivalente dei caffè.
Le persone sanno dove andare per incontrare altri scrittori, leggere il loro lavoro ed essere letti, discutere – e sono a conoscenza che qualunque cosa faranno si incontreranno con i loro simili.
Allora questa è una funzione importante, perché quando in un laboratorio di dieci, dodici studenti uno presenta il suo lavoro, quella è già una forma di pubblicazione. Ci si legge con attenzione e ci si commenta, come fra colleghi, incoraggiandosi a vicenda, ma anche allo stesso tempo in competizione l’uno con l’altro.

I corsi cominciano con la presentazione di un racconto da parte degli allievi?

Si, e poi si lavora induttivamente su quello che è stato prodotto, e tutti leggono i testi prima della lezione. Qualche volta io vedo qualcosa in un racconto per cui suggerisco allo scrittore di leggere un particolare autore. Cerco di suggerire una possibile relazione, mostrare come un problema caratteristico dello studente è stato risolto da uno scrittore precedente.

Ho avuto l’impressione che molti degli scrittori che insegnano in questi corsi spingano i giovani autori a lavorare molto sulla propria interiorità, e a produrre, di conseguenza, testi che sono più autobiografici che storici, o critici, o politici, in relazione alla realtà… Insomma, troppo autobiografismo e poca obiettività…

E’ possibile. Qualche anno fa scrissi un saggio su questo argomento, che si chiamava The Beliefs of Writers, “quello in cui credono gli scrittori”. Lì parlo dell’eccessivo personalismo della scrittura contemporanea, di come prende dal mondo molto meno di quanto facesse in precedenza. Naturalmente ci sono eccezioni, ma parlando più in generale è vero, la letteratura si è chiusa in casa, ha chiuso la porta e tirato le tende… come se fuori non ci fossero più strade, autostrade, e così via. Ci sono segni che questo sta cambiando, ma più o meno le cose stanno ancora così. Naturalmente ci sono molte ragioni, non si può imputare tutto al sistema universitario. C’è l’incursione dei media, e probabilmente, nella nostra società, ancora la paura del disastro nucleare… Con tutti i loro difetti i corsi di scrittura sono tutto quello che abbiamo oggi a disposizione. Questi corsi e qualche aiuto economico pubblico e privato dovrebbero sostenere e incoraggiare il giovane scrittore o la giovane scrittrice fino alla pubblicazione.

Quanti studenti sta seguendo in questo momento?

Ho una classe con undici studenti.

Le capita di avere a volte gli stessi studenti per più corsi?

Può succedere. Insegno solo ogni semestre un corso di questo tipo che dura circa tre o quattro mesi. Di tanto in tanto insegno anche un corso che si chiama The Craft of Fiction, come ad esempio in questo semestre. In classe leggiamo letteratura, ma come scrittori, e nel corso del tempo ho cambiato varie volte il programma delle letture. Alcuni anni fa, ad esempio, il corso si chiamava “Primi Romanzi” e ho scelto alcuni romanzi di esordio di ottimi narratori che hanno scritto, in genere, un brutto primo libro. E’ stato molto istruttivo. Ha rotto quel muro di apprensione che hanno in genere gli studenti all’idea di scrivere un romanzo. E poi c’è naturalmente il corso che insegno quest’anno e che si chiama Tbe Fevered Imagination, “L’Immaginazione Febbrile”. L’Immaginazione Febbrile è un sistema di conoscenza che alcuni grandi scrittori eccessivi” hanno avuto a loro disposizione. Nel corso leggiamo Céline, Burroughs, ma anche, ovviamente, Kafka, Poe, Kleist e Dante. So che è un po’ inusuale leggere Dante, un gruppo di scrittori di romanzi che legge Dante. E’ invece piuttosto impressionante, da un punto di vista narrativo… l’Inferno. Mi dispiace che non possano leggerlo in originale, ma è per dargli un’idea, per infiammarli un poco…

E loro si infiammano?

Il grado di disperazione di alcuni di questi scrittori li spaventa a volte un poco, e questo va bene.

E’ contagioso per gli studenti?

Sì, sono rimasti molto colpiti dal Processo e da Metamorfosi, molto turbati… Questo è dunque quello che facciamo in classe, ed io in genere sconsiglio di leggere i critici o le introduzioni. Non voglio avere a che fare con tutto l’apparato, ma solo con i testi. E non voglio che loro mi parlino nel gergo degli studenti di letteratura. Voglio che leggano e parlino dei libri come scrittori, non come critici… Nessuna questione di principio, naturalmente, ma questo è un po’ il fine dello mio corso.

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