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Una giornata performativa

 

 


 

 

Sabato 21 aprile 2012 la mia giornata è cominciata presto. Appuntamento all'1 con la performer Manuela Centrone in zona Pompidou. Manuela mi aspetta nel negozio Leroy Merlin con un vaso bianco grande quasi quanto lei.

«A cosa ti serve?» le domando.

«Non ti voglio anticipare niente» risponde «infrangerei la magia».

Mi chiede se posso darle una mano a portare il trolley e mi presenta due artisti: Savio Debernardis, performer anche lui, e Charles Heranval, artista plastico.

Arriviamo all'Aftersquat 59° in Rue de Rivoli e c'è un letto piazzato all'entrata. L'esposizione ha per tema il letto e c'è davvero di tutto: dipinti raffiguranti letti o parti del corpo che hanno a che fare con l'idea di letto, fotografie di letti, composizioni di parole che giocano con il termine letto. Charles Heranval ha ideato una tela a scacchi rosa e bianchi in cui sono cucite lettere che compongono una poesia, quindi il letto sia attraverso le parole che mediante visualizzazione.

L'Aftersquat è costruito in modo singolare: da una parte l'esposizione e dall'altra diversi piani di atelier con tutte le opere, ogni piano utilizzato da un artista diverso. Saliamo lungo le scale a chiocciola degli atelier e aiuto Manuela a riempire il vaso di dieci litri d'acqua.

Quando torniamo nella sala dell'esposizione le performance sono già cominciate. Ci spostiamo fuori perché c'è un bel sole e Manuela comincia a sistemare i materiali ma prima che possa avere inizio la sua performance il tempo si guasta e la pioggia ci ricaccia all'interno.

Vanitas di Manuela Centrone è una performance essenziale, minimale. Tutto quel che c'è in scena è un telo impermeabile, un nastro adesivo, un vaso bianco pieno d'acqua, un bastone e venti chili di gesso.

Lei è scalza. Costruisce una bandiera con del telo, il nastro adesivo e il bastone. Un ragazzo l'aiuta a tagliare il nastro adesivo. Manuela man mano che la performance incalza entra in una specie di trance, i suoi occhi guardano lontano, i suoi piedi scalzi ondeggiano con movimenti lenti. Il gesso si disperde nel vaso creando un polverone, sembra una pozione magica in ebollizione e lei appare come una strega che coinvolge tutti in questo rituale di passaggio.

Intinge la bandiera nella pozione e la tira fuori completamente bianca. Le gocce di gesso cadono sul telo e sui suoi piedi componendo dei giochi plastici belli da fotografare nel dettaglio. L'artista fa ruotare la bandiera tra le mani e percorre in cerchio diversi giri attorno al vaso, mentre il gesso si solidifica lei ondeggia trasfigurando in un'opera che va gustata con gli occhi.

A volte sbagliamo nel chiederci il significato delle performance e delle opere d'arte in generale. La comprensione razionale preclude la possibilità di metabolizzare l'opera mediante intuizione.

Ora la performer ondeggia avanti e indietro con la bandiera tra le mani, il gesso sempre più solido diventa tutt'uno con il telo della bandiera e parte del manico. Lei sembra una statua, ma una statua che si muove. Questi movimenti che compie somigliano a piccoli passi di danza, è un ondeggiare un avanzare e rientrare, fa ruotare la bandiera tra le mani. Il silenzio è totale, gli sguardi sospesi. C'è chi si aspetta uno schizzo di quella pozione di acqua e gesso, chi invece se ne sta come ipnotizzato a fissare quei movimenti che sembrano appartenere a una regione dell'inconscio.

È una visione più che una storia, un quadro vivente. Con la differenza che mentre un dipinto è una rappresentazione della realtà, la performance ne è una presentazione diretta. Al posto di dipingere un quadro la performer ha presentato un'immagine di se stessa, un'immagine che non ha nulla a che fare con le azioni quotidiane. Un'immagine che si presenta alla vista come un colpo d'occhio e per questo sarà ricordata  nello spazio e nel tempo.

La performance è ciò verso cui tutte le arti oggi tendono: l'artista che si rende opera d'arte di se stesso.

Seguo Manuela a casa sua dove mi offre delle crepe fatte con la pasta madre. Inizio a curiosare nel suo mondo e le faccio alcune domande.

«Ma questa pasta madre» le chiedo «che cos'è? La usi per le tue performance?»

Manuela: «Sì, la userò per alcune performance ma si può usare anche per cucinare. La pasta madre non puoi comprarla, è un materiale che va tramandato di generazione in generazione, infatti mi è stata regalata da una persona. Il fatto è che la devi lavorare ogni tre giorni aggiungendo farina e acqua perché altrimenti muore. Ci sono dei microrganismi dentro che fermentano come un lievito naturale e se non la lavori non fermenta più. Ogni volta togli 35 grammi e li impasti. Crea condivisione perché dovendola lavorare così spesso va a finire che fai il pane, fai le crepe e inviti la gente a casa per mangiare insieme. Quindi già questa è una cosa un po' magica».

«Farai delle performance con questa pasta madre? Le hai già fatte?»

Manuela: «Non ne ho ancora fatte ma penso che le farò, non so come evolverà».

«Da quanto tempo fai performance? Come mai ti sei avvicinata alle arti performative?»

Manuela: «Ho iniziato nel 2008. Ho fatto studi di arte, comunque provengo dalla pittura, poi dopo l'Accademia ho ideato delle performance per presentare i miei lavori, solitamente lì concettualizzi un'idea ma non la realizzi, al massimo fai installazioni, all'Università vogliono vedere più il progetto, il processo. Ma un giorno avevo un corso in cui ci avevano chiesto di pensare a esporre in un'altra maniera un'opera: ho iniziato lavorando con un vestito. Poi ho frequentato dei workshop e così ho iniziato a definire il mio discorso performativo. La performance ti permette di dire cose che le altre arti magari non ti permettono. La pittura ti permette di esprimere qualcosa, la scultura altro, la performance altro ancora. La mia performance di oggi, Vanitas, in pittura forse sarebbe stata una natura morta. Arrivi alla performance perché a un certo punto senti la necessità di passare attraverso il corpo».

«Cambia il rapporto con il corpo quando inizi a fare performance?»

Manuela: «Durante una performance io non mi vedo, c'è però un rapporto con il corpo, molti mi dicono che ho una coscienza del corpo o che si nota che ho fatto danza, però in quel momento io invece cerco la spontaneità, non sono per niente teatrale, cioè sono io con i materiali lavorati in maniera autentica. Anche gli imprevisti fanno parte del gioco, oggi per esempio, lo scotch non si rompeva e un ragazzo mi ha aiutata, sono belli anche questi momenti che si creano, qualsiasi cosa può accadere».

«Quanto influisce il pubblico e il tipo di pubblico che c'è sull'andamento di una performance?»

Manuela: «Eh, molto. Il pubblico non può stare là, fermo, cioè anche se sta fermo in realtà è coinvolto. A seconda del pubblico, dell'energia che si crea tra il pubblico e il performer decidi se è il caso o meno di fare qualcosa. Ad esempio io porto sempre più materiali e valuto sul momento cosa è il caso di usare e cosa no. Durante una performance di Savio, in cui c'era una tavola imbandita di cibo, due tizi sono arrivati, si sono seduti e hanno cominciato a mangiare dai piatti».

«E tu, Savio cos'hai fatto?»

Savio: «Mi sono divertito, anche se non era quello il senso che io volevo dare alla mia performance. Il senso della mia performance era quello di mangiare tutto il cibo: era tutta una riflessione sul caos, su come l'uomo cerca di sfuggire al caos e invece poi ne resta vittima, non si può sfuggire al caos perché è una forza cosmica e non si può annullare. Il cibo per me è una manifestazione di questa forza: pensa alla differenza tra la preparazione tutta bella, perfetta e poi il momento del consumo in cui questa perfezione, questo ordine, viene distrutto, è una forma di distruzione. Per questo io dovevo mangiare tutto e poi, dopo, rotolarmi per terra per seguire questo caos al quale non ci si può sottrarre. E allora sono arrivati questi due tipi, uno dei due era il direttore dei performer e l'altra, una performer, che è arrivata e ha cominciato a fare una sua performance. Io avevo sistemato un dolce a spina di pesce, lei è arrivata e ha cominciato a costruire qualcosa con questo dolce e poi ha mangiato una banana, poi del pane e l'ha sputato, diciamo che non aveva compreso il senso della mia performance, lei l'ha interpretata più come un far diventare questo cibo materiale plastico da modellare».

«Comunque hai provocato qualcosa, no?»

Savio: «Sì, certo, di questo sono stato contento. Comunque alla fine si è creato un botta e risposta tra me e questa performer».

«Una domanda per entrambi: è più importante l'azione performativa o il concetto?»

Savio: «Per me il concetto. Calcola che io ho fatto anche teatro ma per me la performance non ha a che fare con il teatro. La performance è l'interpretazione di un concetto, va oltre l'azione».

Manuela: «Per me è il contrario, io non ho mai fatto teatro ma, come ti ho detto, provengo dalle arti visive, per me la performance ha a che fare con l'inconscio, non tanto con un concetto. Io parto da un'immagine e metto in scena quest'immagine come se la dipingessi però invece di dipingerla la vivo attraverso il corpo, la metto in scena ma non in modo teatrale. Sono come immagini di sogni. Al massimo il concetto lo trovano gli altri, i critici d'arte, il pubblico. Io metto a disposizione quest'immagine, non sempre conosco il concetto, vivo più che altro una necessità di mostrare agli altri queste immagini che provengono dall'inconscio».

Alcuni dicono che l'arte performativa sia iniziata con John Cage, altri con Duchamp, altri pensano che sia stato il movimento futurista, con l'estetizzazione dell'esistenza nella sua totalità, ad aprire il campo a questo tipo di arte. Altri ancora considerano il teatro surrealista di Antonin Artaud, con l'idea di teatro integrale e il concetto di corpo senza organi, personificazione stessa del concetto di performance. C'è chi fa riferimento al movimento Dada o agli happening. Qualcun altro dice che prima di Marina Abramovic non si possa parlare di performance.

Il punto è che tutto converge verso questo orizzonte, che sia un movimento interiore o una volontà di bellezza estrema, che sia una teatralità del quotidiano o una spettacolarizzazione del'esistenza, che sia la personificazione di un quadro o lo stesso indossare dei vestiti che hanno un particolare significato per l'artista e per il resto del mondo, c'è un punto di convergenza radicale in ciò che l'arte oggi è. S'infrangono i confini tra mondo della vita e mondo dell'arte, tra sogno e realtà, tra essere e apparire. La trasfigurazione avviene mediante presenza. L'arte ha smesso di essere rappresentativa, è diventata presentazione. Ciò fa riflettere sull'aura tragica che circonda il mondo e che mediante i diversi linguaggi degli artisti emerge con una potenza catartica.

Se la pittura, la scultura, la letteratura, il teatro, il cinema rappresentano una realtà, la loro trasformazione postmoderna non rappresenta più. Non pone più drammi, questioni, né cerca le soluzioni. Presenta in modo diretto, d'impatto, un'essenza che a questo punto coincide con l'esistenza stessa del performer, con il gioco di apparenze che egli crea. In questo senso contiene un'aura tragica, là dove non c'è questione, né soluzione ma solo presenza.

Vanitas, appunto. Dov'è il limite tra sogno e veglia, tra immaginario e reale, tra apparenza ed essenza? La linea si sgretola. Il mondo esplode. Il mio inconscio sono io e posso indossarlo, presentarlo, viverlo e farlo vivere anche agli altri. C'è in questa tendenza radicale dell'arte un ritorno al tribale, una sorta di esperienza rituale, una sacralità che non è più appannaggio di un credo religioso ma che coincide con l'aspetto onirico dell'esistenza, sul quale ogni razionalizzazione risulta vana. La richiesta è quella di chiudere gli occhi e sognare, o sognare a occhi aperti, varcare la linea di confine, gettarsi nel vuoto con un balzo. La forza dell'intuizione batte la sicurezza della critica. Non c'è analisi, né critica in questo nuovo modo di essere ma un grande cerchio sacro in cui si può entrare o restare esclusi.

Dopo la terza crepe saluto Manuela, Savio e la pasta madre e mi avvio verso casa con una serie di immagini oniriche in mente. Chissà se un giorno anch'io farò una performance.

 

 

 

Quella notte in prigione a Parigi

 

Vermi. Vermi? Vermi. Insetti. Bastardi. Carogne. E questa volta non sto parlando degli esseri umani. Sono stata invasa. Da diversi giorni sul mio copriletto rosso allo scoccare della mezzanotte camminano insetti immondi: una via di mezzo tra mosche, formiche e scarafaggi, hanno delle alette trasparenti e delle zampe che sembrano peli di scarafaggio. Io adoro Burroughs e Kafka ma non vorrei mai trovarmi in nessuna delle loro situazioni.

 

 


 

 

La prima volta che ne ho scorto un paio ho urlato. La seconda li ho schiacciati. La terza li ho sognati. La quarta li ho sentiti camminare sul mio corpo nudo e penetrare nei miei orifizi. La quinta volta ho telefonato al mio ragazzo urlando e lui mi ha consigliato di andare a comprare una trappola per formiche. Ci siamo dibattuti parecchio su come dire trappola per formiche: place pour les fourmies? Maison pour les fourmies? Maison suona molto: scusi vorrei una maison in stile coloniale. È per lei e la sua famiglia? No, per le mie formiche, che non sono formiche, sono mostri famelici usciti fuori dall'inferno.

La mia casa parigina è un portale per l'inferno.

Scusi mi dà una trappola per zombie? Scusi? Sì. Vorrei un'acchiapparitornanti. Cosa? Non ce l'ha? Vada a farsi fottere. Spero che le crescano piante rampicanti nel deretano e che brulichino di scarafaggi.

 

 


 

 

Tornata a casa piazzo la trappola per formiche. Loro non sono formiche. Perciò non muoiono. Telefono a mia madre in lacrime e lei dice di aspirare i mostri. Prendo l'aspirapolvere, la stacco dalla base e inizio a inglobare al suo interno tutti quei bastardi.

C'è qualcosa di peggio dell'umano: l'immondo.

Vado a bere un bicchiere d'acqua e a lavarmi i denti prima di dormire, torno sul letto e trovo due cazzo di vermi. Attacco l'aspirapolvere, li risucchio, li spiaccico nei fazzoletti, li ammazzo, li brucio con l'accendino. Vado ancora in bagno per infilarmi il pigiama, torno in stanza e  ne trovo dieci, venti, trenta. Cadono dal soffitto, si arrampicano sulle lenzuola, camminano sul mio cazzo di cuscino. Sono brutti, sporchi, neri, con queste schifose alette che poi perdono e lasciano tra le mie lenzuola. Sono venuti direttamente dall'inferno. Dio, perché vuoi punirmi? Quanti uomini mi mandano le macumbe perché non gliel'ho data, Dio, perdonami, ti prego, so che sono stata un'infame bastarda, ma, ti prego, perdonami, io cerco solo di avere rispetto di me stessa, ora, in passato mi sono fatta fin troppo mangiare dagli uomini. Ma Dio risponde che è arrivato il momento per me di farmi mangiare dai vermi. Troppe volte hai paragonato gli esseri umani a dei vermi, dice, e adesso ti tocca farti divorare dai vermi, chissà se poi comprenderai la differenza tra le due specie.

 

 


 

 

Dio ha il mio volto e mi sorride nello specchio. Sta cercando di uccidermi. Da sempre.

Scappo in bagno con il telefono in mano e telefono a mia madre. Tremo. Sono immobile. Piango.

«Mamma fai qualcosa! Ti prego! Non posso muovermi! C'è l'invasione! Io ora esco e cerco un albergo!»

«'Che sei scema? È tardi. Non uscire per nessun motivo al mondo» fa lei «vai di là e scacciali, sono due moscerini».

Io andrei volentieri di là se solo non avessi questo dolore al petto che s'irradia nel braccio sinistro come elettricità. Dico parole sconnesse. Non riesco a parlare. L'inquilino della porta accanto sbatte i pugni contro il muro e grida di fare silenzio. Io piango. Continuo a ripetere la parola aiutatemi in modo ossessivo. Credo di averla ripetuta millequattrocentosei volte. Le ho contate. La telefonata schizofrenica con mia madre dura tre ore. Poi capisco, comprendo ogni cosa. Eureka. Le sbatto il telefono in faccia, la mando a fare in culo, prendo le chiavi ed esco. Passo accanto al letto e vedo un tappeto di cosi neri viscidi e sporchi che salgono, scendono, cadono dal soffitto, lasciano le loro alette di merda sul mio letto. Scappo.

Una volta in strada tiro un sospiro di sollievo. Ora sì che si ragiona. Fa freddo, ho la nausea e sono le tre di notte.

Raggiungo l'albergo più vicino, su Rue Vallette ma è chiuso. Telefono al mio ragazzo, lo sveglio. Lui domani mattina alle 8 ha lezione in una scuola media ma in questo momento non me ne frega niente.

«Perché cazzo di motivo non sei qui con me? cazzo!»

Gli grido cose al telefono e lui cerca di tranquillizzarmi. Entro in un hotel, in lacrime, chiedo se hanno una stanza, dicono di no. Entro in un secondo hotel: tutto pieno. Entro in un terzo, un quarto, un quinto, al sesto hotel tutto pieno dico di avvisare la polizia perché non so stasera che può succedermi. Scorgo nel viso arabo dell'albergatore una nota di sgomento che gli curva, come una piaga, il mento. Guardo meglio: è un verme.

L'albergatore mi dà un libricino dove ci sono tutti gli hotel di Parigi, mi dice di chiamare. Io tremo, esco, ringrazio, sentenzio in barese. Richiamo il mio ragazzo e butto il libretto per terra.

«Non c'è la polizia vicino casa tua?» fa lui.

Eureka bis. Vado dalla polizia.  Loro hanno il dovere di aiutarmi.

«Fammi sapere, amore, non sto tranquillo se non mi dici come va a finire 'sta storia».

Io voglio che lui sia qui adesso.

Arrivo davanti alla centrale di polizia. Vedo attraverso un vetro un uomo al computer. Busso. Niente. Busso due volte. Alla terza bussata si volta e mi dice, distratto, di fare il giro. Sto tre ore ingessata come una pietra e non so dove andare. Poi capisco e faccio il giro dell'isolato. C'è un custode, parlo con lui, gli spiego tutto. Mi sento un'imbecille: la gente va dalla polizia per denunciare furti, scomparse, violenze, omicidi. E io: no, sono stata derubata, confiscata, violentata e uccisa dagli scarafaggi. No, sa, è che io sono un'amante di Burroughs, è per questo, per me loro hanno un progetto panottico di sterminio della razza mestessa.

Lo sbirro impietosito mi fa entrare in centrale, mi dice di chiedere se hanno un posto per farmi dormire lì. Entro. C'è una tizia losca, nera con i capelli corti arancioni, un cadavere di donna, eroinomane, credo, si trascina per la stanza. Ha gli occhi a palla e una vita larga quanto un mio braccio. Sembra una che è stata violentata. Vado a spiegare tutto agli sbirri. Mi dicono di aspettare.

«Ha delle armi?» domanda uno.

Se avessi avuto delle armi, secondo te, sarei scappata via di casa per dei fottuti insetti di merda?

Sto zitta. Ingoio la rabbia che mi cresce dalle viscere.

«Madame? Vous avez une cigarette?» mi domanda il cadavere.

Le do la sigaretta. Mi chiede di accendergliela. Gliel'accendo. Gli sbirri sentono puzza di fumo e iniziano a urlare. Una sbirra esce fuori dal gabbiotto e dice al cadavere di non rompere i coglioni.

Il cadavere si stende sulla panca dicendo che deve dormire. Si stende con movimenti da eroinomane.

«Madame» mi fa ancora «vous mes pourrais aider?»

Vuole che le slacci un bottone del vestito, le dà fastidio.

«Sei sicura? Non è che poi ti cazziano?» le chiedo.

Fa cenno che è tutto tranquillo. Mi alzo dalla mia panca, metto le dita sulla chiusura lampo del cadavere, sento le ossa della sua schiena, quasi senza pelle, solo ossa. Allento la lampo. Il cadavere si spoglia. Resta con quelle due mammelle strette e aggrinzite di fuori. Sembra un dipinto di Schiele. Mi fa pena. Compassione. Non so nulla di lei ma vorrei poter fare qualcosa. In realtà forse lei non si accorge neanche di soffrire, la disperazione a volte non la senti, quando è troppa, diventa routine, neanche lo sai più di essere disperato. Il cadavere denudato viene sgridato, preso, ammanettato e chiuso da qualche parte. Ne carpisco le grida.

Un uomo mi dice che la stanza per me è pronta. Lo seguo lungo un corridoio. Mi mostra una cella. Grumi di polvere a terra un materasso di plastica gialla lercio buttato dentro un incavo quadrato nel muro che forse loro osano definire panca. Un cesso e una doccia senza porta. Chiudo la porta alle mie spalle. Mi infilo il giubbotto con tanto di cappuccio e mi stendo sul lercio del materasso. Dall'altra stanza provengono grida.

C'è una fessura nella parete verde da cui escono dei fili elettrici, vi scorgo qualcosa di viscido, non oso controllare cosa sia. Ho freddo. Tremo. Non dormo. Parlo al telefono con il mio ragazzo. Non piango. Parlo con lui fino alle sei di mattina. Poi mi addormento. Alle sette mi svegliano. Fuori da quella fessura c'è una creatura nera vermiforme che striscia verso di me. Mi alzo di scatto. Ho freddo, una faccia pallida con occhiaia tipo bucce di mela marcia, i capelli di una fuoriuscita da manicomio, lo sguardo di una serial killer. Esco. Ho freddo. Fisso la gente come se volessi ucciderla. Vado in un bar, ordino un cappuccino che fa schifo e per giunta ho beccato anche l'unico bar parigino che ha anche i croissant che fanno schifo.

Vado in agenzia, quella che gestisce la casa in cui risiedevo fino a ieri, quella che ho gentilmente lasciato ai vermi. Vado in agenzia e dico a quelle due anatroccole idiote che ho bisogno di un'altra sistemazione, che la cosa è diventata grave, che sono passata ieri ma nessuno ha voluto ascoltarmi, era tardi e dovevano chiudere. Dicono che loro non possono fare niente.

«Stanotte ho dormito dalla polizia, e se voi non risolvete il mio problema, loro potranno fare molto» dico.

Aspetto il capo dell'agenzia, nel frattempo riesco a trovare un albergo che ha una stanza libera.

Vado con il capo dell'agenzia a prendere le cose necessarie alla sopravvivenza di stanotte. Lui entra in casa e vede lo schifo di tappeto di vermi sul letto. Trattengo la nausea.

Lui dice che sono formiche. Vuole fare la disinfestazione per le formiche. Quelle non sono formiche, cazzo, non sono così brutte e grosse le formiche.

Torno in albergo. Mi faccio una doccia. Finalmente crollo su un letto pulito. Socchiudo gli occhi, sto per dormire quando sento qualcosa camminarmi lungo la gamba destra.

 

 

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