Come, non ti ricordi? Oggi ho il corso sul lievito madre, te l'avevo detto, gli disse con uno sbrigativo abbraccio per riprendere subito dopo a prepararsi.
Tanto tu vedi la partita, no? L'arte tutta femminile di rivoltare la frittata, pensò lui.
Era l'ennesimo fine settimana che lei mancava per qualche corso, o di sabato o di domenica. Li aveva frequentati tutti, dall'antiginnastica al nordic walking, dalla biodanza all'alchimia della trasformazione.
Adesso, una volta terminato l'ambito del corpo e della psiche, si era attestata sul settore bio-gastronomico, sempre nel fine settimana.
Ma lui ormai la sospettava inesorabilmente. Questa volta era deciso ad andare fino in fondo per capire se li frequentasse davvero, questi corsi. Insomma l'avrebbe seguita.
L'utilitaria della donna procedeva agilmente sulla tangenziale, verso le colline che cingevano a sud la città. Lui la seguiva a distanza, facilitato dal colore dell'auto di lei, un metallizzato pastello molto particolare che aveva richiesto mesi per la consegna, e che anche per questo non veniva scelto quasi mai. Un vezzo che adesso le si ritorceva contro, rendendola facilmente individuabile.
Aveva proprio fatto bene a seguirla, pensava regolando la sintonia della radio, quando dopo una curva l'auto scomparve alla sua vista. Il panico durò qualche centinaio di metri, quando scorse al di sotto della tangenziale lo strano colore incolonnato in una rampa, quella dell'uscita che portava dritta alle colline. Le sue guance non poterono trattenersi dal sorridere.
La villa aveva un ampio parcheggio. Ci era arrivato aspettando qualche minuto, dopo aver visto in lontananza l'auto color pastello mettere la freccia ed imboccare il lungo viale costeggiato da alberi secolari, ed ora aveva parcheggiato il più lontano possibile, per non farsi vedere. Lei comunque doveva essere già entrata.
Era indeciso sul da farsi. Aspettare, sicuramente, ma poi?
Gli venne in aiuto l'auto che dopo un po' entrò nel parcheggio. Ne scese una coppia. La osservò attentamente. C'era qualcosa che stonava, che non lo convinceva. Si dirigevano verso la villa abbracciati, ridacchiando, come due persone uscite un po' alticce da una cena. E poi le scarpe di lei, con quei tacchi così fini, così alti, con qualcosa di metallico che a tratti rifletteva il sole del mattino, gli dovettero sembrare inappropriate per un corso sulla lievitazione naturale.
Per cui, fattosi coraggio, entrò nell'atrio della villa. I velluti e i rasi erano eleganti ma forse più adatti ad un locale notturno, mentre gli affreschi in stile pompeiano mostravano chiaramente cosa di biologico si svolgesse tra quelle mura.
Maschietto solo? Una voce interruppe i suoi pensieri. Oggi è fortunato, ci sono parecchie femminucce non accompagnate. Se è la prima volta... seguirono una serie di indicazioni che lui svolse diligentemente, al termine delle quali entrò in un vasto salone, con il volto celato da una mascherina nera, più ampia di quelle di Carnevale, ma non al punto di interferire con la respirazione.
Per il resto, era completamente nudo. Fortuna che quella mattina aveva fatto la doccia, e si era tagliato per bene le unghie dei piedi. Ma ciò non bastava a dargli tranquillità: rimaneva il problema del proprio pene, o meglio della sua grandezza.
Non avendo mai frequentato una spiaggia naturista e non essendo un grande sportivo, non era abituato a mostrarsi senza veli di fronte ad altri uomini. Oltretutto era figlio unico e non aveva mai visto suo padre farsi il bagno, perciò mancandogli completamente il termine di paragone, era arrivato all'età adulta supponendo di non avere granché in mezzo alle gambe, convinzione supportata anche dal relativo scarso entusiasmo della sua unica partner sessuale, la moglie.
Perciò entrando nel vasto salone era invaso da un misto di timore, di vergogna, di inadeguatezza che quasi sovrastavano la rabbia per la scoperta del luogo frequentato dall'unica donna della sua vita.
Questo mix di sentimenti si traduceva in una strana camminata trasversale, quasi non si volesse mai mostrare frontalmente, cosa peraltro impossibile essendo il salone tondo, mischiata all'esigenza di guardare invece attentamente le persone per riconoscere lei.
In più per avanzare evitando di coprirsi il pube con le mani, cambiava di continuo direzione, col risultato di sembrare un goffo danzatore di una non meglio precisata danza caraibica, che imponesse di non guardare mai dove si mettono i piedi.
Perciò gli capitò più volte di sentire sotto le estremità qualcosa di appiccicoso, di molliccio, ma tralasciò di fare ulteriori analisi. Adesso era più importante trovare lei, tutto il resto passava in secondo piano, anche lo schifo della roba che pestava.
Mentre avanzava in questo strano modo verso il centro del salone, gli giungeva alle narici un odore dolciastro, variegato, dovuto di sicuro a un nebulizzatore per ambienti, che comunque non riusciva a coprire i profumi personali e gli inevitabili aromi corporei derivanti dalle attività che lì dentro si svolgevano.
La prima cosa sulla quale soffermò lo sguardo fu un sedere rotondo che sembrava dargli il benvenuto al centro di un divano. Riconobbe la donna scesa dall'auto prima di lui perché aveva tenuto i tacchi.
Intorno a lei, delle alabarde di carne dagli indaffarati proprietari acuivano impietosamente il suo complesso di inferiorità.
Non si soffermò più di tanto a guardare gli incastri dei corpi, era troppo preso dal cercare di trovare la moglie per fare altre valutazioni. Una cosa però non gli sfuggì: alcuni gruppi erano composti esclusivamente da persone con fisici molto curati, atletici, e i loro movimenti erano un po' meccanici, ripetitivi, quasi fossero l'esecuzione di un esercizio in palestra.
Laddove invece si era un po' più carenti sul piano del glamour, e affioravano più pancette e rotondità, si suppliva con un'ampia partecipazione emotiva e sonora, nonché con una maggiore fantasia. Nel frattempo, sarà stato il senso di libertà dato dalla mancanza degli slip, forse una sorta di ricambio d'aria, di ossigenazione, ma anche le sue misure cominciavano a sembrargli più accettabili, consentendogli di sentirsi meno intimorito, e di soffermarsi a osservare ancora più attentamente.
Qualche situazione lo avrebbe pure intrigato, qualche mano gli fece cenno di avvicinarsi, qualcuna addirittura cercò di afferrarlo per farlo unire a loro, ma inutilmente. Lui non poteva. Doveva trovarla per coglierla sul fatto, e allora sì che gliele avrebbe cantate.
Ormai aveva esaminato quasi tutti i gruppi, gli mancavano solo due salette un po' più buie, in fondo, dove i grovigli sembravano più intricati.
Entrò nella prima quando ormai sul suo corpo gli effetti fisici di ciò che vedeva cominciavano a essere evidenti, con relativo attutirsi dei suoi complessi.
Al centro del gruppo, che si muoveva a tratti lentamente, a tratti più veloce, ma sempre all'unisono come una gigantesca ameba, scorse ciò che cercava.
Osservò come fosse curioso il fatto che un corpo conosciuto, consueto e familiare anche nelle proprie inevitabili imperfezioni, gli apparisse in quel contesto un po' straniero, più attraente, più armonioso, addirittura più sodo. Sicuramente doveva essere la novità della situazione, la magia di quella scarsa luce, di quel vedo non vedo tra un corpo e l'altro in movimento.
Lei poi, cosa che non faceva quasi mai, aveva sciolto i capelli, che non erano più intrappolati in quella rigida coda da istitutrice tedesca, come la definiva lui, e il movimento delle ciocche, che assecondava quello generale del gruppo, le conferiva un fascino che lui non le conosceva.
Si gettò allora nella mischia come un cavaliere medioevale disarcionato dal suo destriero e costretto al combattimento a terra. Eroicamente schivò gli astuti fendenti di perigliose spade nemiche, sia di mori che di normanni, tenne a bada draghi dalle lingue infuocate e mitologiche creature alate.
Con la sua contenuta durlindana salvò e onorò, sia pure non in esclusiva, gentili damigelle di ogni lignaggio, alcune delle quali gli consentirono grate di abbeverarsi alle loro fonti per riprendere nuovo vigore, o gliene tolsero ristorandosi a loro volta. Conobbe luoghi esotici, territori per lui inesplorati, dai profumi speziati e stranianti.
E più proseguiva, più si smarriva in lui l'ardore primigenio di arrivare al termine, a ciò che inizialmente era il vero palio di questa singolar tenzone, quello di essere stabilmente vicino all'orecchio della sua agognata quanto svergognata dama, per dirgliene quattro.
E ciò avvenne, dopo un lasso di tempo che qualche arcano incantesimo non gli consentì di definire.
A quel punto, catapultato ai giorni nostri, sarà stata la stanchezza dovuta alla marcia di avvicinamento, o l'intensità delle avventure vissute, ma gran parte della sua ira gli sembrò essere sbollita, per cui non poté far altro che deporle nel padiglione auricolare un sarcastico, beffardo, poco più che sussurrato: "Il lievito madre... il lievito madre, eh?".
"Che hai, non ti senti bene?" disse la donna appena aperta la porta di casa. Il marito l'aspettava lì, nudo, sul divano, illuminato dal triangolo di luce proveniente dall'uscio leggermente aperto.
Lei non poté aggiungere altro, perché per tutta risposta l'uomo la stava già cingendo, dopo aver chiuso la porta con un piede e, portandola all'interno dell'appartamento, la faceva indietreggiare finché non l'ebbe pressata tra il proprio corpo e il tavolo della sala da pranzo.
La sua lingua già la frugava in ogni punto della bocca, con una bramosia assetata che sembrava non placarsi. Ora le sue mani, dopo averle slacciato con decisione ma senza violenza camicetta e reggiseno, le avevano sciolto i capelli e le stavano sollevando la gonna, mentre il suo corpo continuava a spingerla fino a che non fu costretta quasi a sdraiarsi sul tavolo. Si tolse da sola quello che poteva mentre lui continuava, continuava, con una energia e una dedizione che non le aveva mai mostrato.
Non l'avevano mai fatto così, neppure da fidanzati. Nel trambusto erano caduti dal tavolo un vaso di fiori, un portacenere e altre cose, forse delle riviste che erano lì appoggiate. Resisteva solo la borsa di lei, in bilico su di un angolo, scossa dalle spinte e dalle vibrazioni dei corpi che a onde si avvicinavano e allontanavano con energia, facendo muovere il tavolo.
Quando la borsa cadde, il tonfo sordo fu coperto dall'ansimare ritmico dei due, troppo presi per accorgersi che dal suo interno era fuoriuscito un barattolo col coperchio forse chiuso male, perché sul tappeto si stava spargendo una sorta di impasto, come una pasta di pane però un poco più fluida, picchiettata di granelli integrali: il lievito madre.
La signora Bonaria sta richiudendo il sacchetto rosso gonfio di tarocchi mangiati agli angoli, amuleti corrosi dal tempo e tazzine da caffè. Lo fa con precisione, stendendo con il palmo le carte più stropicciate, quelle irrigidite dall'umido quando si secca.
Caterina sta seduta sul letto e stende il collo come una tartaruga così può guardarla meglio, intanto si gratta la gamba, quella di sinistra, che ha preso a formicolare. La pelle è coperta da calze nere e pesanti, tagliate per metà da una gonna a fiori. Le ginocchia chiuse a incrocio.
La signora Bonaria indossa la stessa tunica da quando il marito se n'è andato appresso alla guerra. Le maniche afflosciate e nere le coprono in abbondanza le braccia sottili quanto fili per stendere. Le mani sbucano fuori come strumenti del mestiere aggrinziti dal tempo. I capelli sono raccolti indietro, nascosti sotto un velo corvino che puzza di brace e naftalina.
- Ci siete già da un'ora, tzia Bonà, e non succede nulla.
Caterina è impaziente. Stringe la mano secca della sorella che giace sul letto. Emilia. Tutta distesa per lungo, con le braccia incrociate sul grembo e gli acini del rosario intrecciati attorno alle dita. Di tutte le sorelle lei è la più piccola, quella nata durante la festa delle Grazie mentre la mamma serviva sebadas dentro sacchetti di carta dura. Tutti le volevano bene e tutti le strizzavano le guance con le dita chiuse a pinza.
- Non ti spazientire. Sto aspettando un segno. Dice la signora Bonaria con la voce impigliata nella gola.
- Sembra già morta. Povera Emilia mia. E accarezza la fronte della sorella malata.
La signora Bonaria ha chiuso gli occhi. Le palpebre livide e rugose vibrano un poco, mentre con le braccia disegna dei cerchi immaginari sopra il corpo di Emilia. Tutt'attorno si sente un odore rancido di pecora bollita e pecorino stagionato.
- Soffre di malamore tua sorella. La signora Bonaria apre gli occhi di scatto, quasi abbia paura di cancellare con la lentezza quella visione.
- Un uomo che prima la voleva, adesso non la vuole più. Conclude serrando le labbra vuote, da vecchia.
- È una fattura?
La signora Bonaria annuisce.
- Che devo fare tzia? Si può cancellare? Chiede Caterina con lo sguardo da fessa.
- La fattura si cancella eliminando l'oggetto che l'ha provocata.
Bonaria si alza dalla sedia in legno e paglia e si avvicina al corpo di Emilia, disteso sotto una coperta di lana grezza. Due angoli che toccano terra. Allunga un braccio verso il suo collo sbiancato e tira su la collana che le penzola dentro le virgole che stanno nel mezzo, dove i seni si sfiorano appena. Il ciondolo è un cuore bruno, grande quanto una noce.
- Questa è il problema.
- Dite che il problema è la catena tzia?
- Questa viene dal continente. Per cancellare la fattura dovete tornare là.
- Questo basta?
- Sulla nave dovete buttare la catena in mare. Emilia la deve lanciare dietro le sue spalle. Il male deve tornare da dove è venuto. Stanca morta sono, me ne torno a casa. La signora Bonaria schiaccia la schiena indietro e butta fuori ciuffi di fiato.
- Aspettate che vi do il pane Carasau.
Caterina si alza e prende il pane da sopra la madia. Lo ha fasciato stretto stretto dentro un panno di cotone inumidito. Rossana, pensa poi in un guizzo, Rossana Congiu. La fidanzata storica di Giovanni, l'uomo che a Emilia aveva rubato il cuore. È stata lei di certo a farle la fattura, riflette Caterina con il pane piatto in mano.
- Ecco, questo è per voi e per Totore.
La signora Bonaria sta già davanti la porta. La schiena ricurva e gli occhi pitturati di un liquido opaco, tipo cataratta. Arraffa il suo compenso stringendo forte, dalle fessure delle dita esce fuori il panno bianco. Ringrazia stirando le labbra in un sorriso, e se ne va.
Emilia non parla, ma i suoi occhi sono ora socchiusi, due fessure color mora più profonde dell'abisso in cui cadranno il suo cuore umano e quello di legno.
Caterina ha lo sguardo che cola di rimproveri muti. Se solo Emilia l'avesse ascoltata.
E quel Giovanni che pareva così innamorato cosa credeva di dimostrare con quel cuore sbeccato? Voleva forse sposarsela, Emilia?
Tutto bene andrà Emilia, tutto bene, ripete Caterina mentre affannata prepara la valigia a fiori. Spazzola, abiti, un po' di cibo, qualche soldo, degli orecchini. Sembra debba partire per un'eternità. Eppure quel suo modo agitato di metter la roba dentro, arruffata senza logica assieme alle altre, sembra uno sfogo di rabbia concentrato male. Nelle cose in cui, forse, quella che serve è la calma della riflessione.
Rifletti Cate, rifletti senza agitarti.
Caterina si avvicina al letto di Emilia.
- Te la ricordi questa? Una spazzola d'osso pende rigida sopra la fronte della malata.
- Sempre te la usavi. Per spazzolarti i capelli prima di farti le tue storie. Ma quanto sei stata sciocca ad accettare i suoi inviti eh? Te lo avevo detto io che non c'era da fidarsi. E poi scusa: perché hai accettato la collana? In cosa speravi? Che ti sposasse?
E una risata debole esce fuori. Mischiata alle parole.
Caterina sta in piedi vicino al letto. Gli occhi calati in basso ad aspettare che Emilia le parli, che risponda alle sue provocazioni.
- Allora? Insiste.
- Hai capito cosa ho detto? Perché quel giorno non sei venuta da me a raccontarmi quello che stava succedendo?
L'ultima domanda esce fuori con il botto, un'esplosione di rancore dentro la bocca. Caterina trema.
Il respiro si è fatto faticoso, di rabbia. Che poi la cattiveria di Rossana Congiu la conoscevano tutti, giù in paese. Quella è strana, dicevano le vecchiette appollaiate sulle sedie messe appena fuori le loro porte di casa.
E chissà che Giovanni non fosse d'accordo, riflette Caterina, chissà se non è stato un piano organizzato proprio con Rossana Congiu, non appena Giovanni si è reso conto che in realtà non l'amava affatto, quella giovane Emilia. E lei stupida stupida stupida che ci è cascata con tutta la gonna. Lei stupida che si metteva un po' di rosso sulle guance, lei stupida che stava sveglia tutta la notte a preparare le meringhe come pegni d'affetto e devozione, lei stupida stupida stupida. Emilia cara.
- Devo levarti la catena, dice poi, così la metto in valigia e non rischiamo di perderla.
Caterina lascia cadere il suo seno abbondante sul petto della sorella, sollevato quanto basta per formare una pozza d'ombra sul letto. Stringe gli occhi per centrare con precisione l'apertura della catena, così piccola e dura che solo al terzo tentativo riesce nell'impresa.
Emilia ruota la testa prima a destra poi a sinistra, prima lenta poi veloce. Poi schiude le labbra e impasta qualche parola.
- Oddio Caterì....che peso che m'hai tolto...
Caterina la guarda mentre la catena le ciondola tra le dita, e quel cuore di legno taglia l'aria compiendo oscillazioni lente, quasi ipnotiche.
- Che dici Emì?
Ma Emilia è già caduta di nuovo, sprofondata dentro il letto, affannando i respiri di chi stringe a stenti il filo della vita.
- Emilia? Emilia rispondi per favore.
Caterina va in cucina per prendere un panno imbevuto d'acqua che, in caso la fronte di Emilia continuasse a buttare fuori righi d'acqua o fiumiciattoli d'odore stantio, può tornare utile.
Attraversa il corridoio di mattoni rossi e poi il cortile interno, con un affaccio sul cielo d'inverno. Guarda su e le pare che le nuvole somiglino a dei cappelli storti. Subito prende un panno incastrato sotto il vassoio colmo di amaretti, lo bagna e torna indietro.
Le pare che Emilia sia rimasta nella stessa posizione, e le pare che il suo viso sia diventato più bianco del cielo in certe mattine di nebbia.
Caterina si ferma vicino al bordo del letto, là dove la coperta cade un poco a toccare terra. Ha gli occhi slargati, densi di paura. Il panno umido le cade moscio dalle dita, come un fiore avvizzito.
- Emilia?
Caterina la chiama soffiando fiato che sa di bocca amara.
- Emilia?
Caterina prende uno specchio piccolo e ovale dal comodino, poi lo avvicina alle labbra appena socchiuse della sorella. E attende.
Respira.
E attende.
Respira ti prego.
E attende.
Eccomi qui. Lo studente migliore della scuola, a quanto pare. Bravo al punto da essere scelto per un monologo di quindici minuti su come questo ciclo di studi mi abbia cambiato.
E, magari, pensate che vi dovrei ringraziare per questa magnifica opportunità. Ma mi vedete? Anche voi, laggiù, sprofondati nelle vostre belle poltroncine rosse? Sarò anche lo studente migliore della scuola ma io, qui, sono lo zimbello. Queste gambe secche. Queste braccia filiformi. Gli occhiali. Dicono una sola cosa. Sfigato.
Mi avete detto: "Quindici minuti. Scelta accurata delle parole". E mi avete fatto salire su questo palco di fronte a tutti.
Ma, francamente, mi trovate credibile? Con i miei pantaloni di velluto a coste larghe marroni e questo maglione infeltrito? Ecco, vi dico una cosa: se fossi in voi, guardandomi, penserei : "ma chi è quello sfigato? Andiamo ad infilargli la testa nel cesso!"
A chi mi rivolgo? A voi, manica di stronzi che sedete in platea, lì in mezzo. Voi, che mi tormentate ogni giorno, dal lunedì al venerdì. Con preoccupanti supplementi in quei fine settimana in cui i miei genitori mi costringono ad uscire da casa. Per socializzare. Per stare all'aria aperta. Per farmi degli amici.
Come ve lo spiego - mamma, papà - che uscire da casa per me equivale ad andare in giro con bersaglio sulla schiena e un cartello in fronte con scritto "colpitemi più forte, me lo merito?"
Come ve lo spiego che quando la noia prevale, quando le imprese sportive del tipo facciamo a chi sputa più lontano, smettono di essere un passatempo degno di attenzione, non c'è niente di meglio che prendere di mira me, per sfangare il pomeriggio o rendere più interessante una pallosa mattinata di lezioni.
Vanto un apprendistato pluriennale. Se ai giardinetti, finire a faccia avanti nelle vasche di sabbia veniva archiviata come goffaggine di bambini, quando in prima elementare, il primo giorno di scuola sono schiantato al suolo con un taglio in testa, la presunzione di innocenza ha cominciato a vacillare. Senza che nessuno ancora mi conoscesse, già qualcuno aveva deciso che ero quello a cui si poteva sfilare la sedia da sotto il culo, senza temere reazioni. E io mi ritrovai al pronto soccorso, coi punti di sutura.
E da allora non ho più smesso.
Perché, per essere chiari, ci sono finito davvero con la testa nel cesso. In prima media. A qualcuno doveva pur toccare. E quel qualcuno non poteva che essere il sottoscritto. Stretto in un angolo da tre energumeni dell'ultimo anno. Le braccia, torte dietro la schiena. Trascinato nei bagni del primo piano, in mezzo a due ali di bambini che mischiavano il tifo al sollievo per non essere stati acchiappati al posto mio. In ginocchio davanti alla tazza. Una mano saldamente premuta sulla nuca. La faccia spinta dentro, mentre il bastardo di turno azionava lo sciacquone. Interminabili secondi in cui mi pareva di affogare. Le lacrime. La vergogna. La minaccia di essere pestato come un tamburo se avessi parlato. Il terrore che mi aspettassero tre anni di quell'inferno.
Si dice che i bambini siano crudeli, ma, al confronto, i ragazzini delle medie sono perversi. Mi chiedo: "come saranno i liceali? Satanici? E io, riuscirò a sopravvivere?"
Certe sere, prima di addormentarmi, cerco di immaginare quale sarà il rito di iniziazione che mi aspetterà al liceo. Appeso per le caviglie fuori dalla finestra? In mutande e calzini in mezzo al cortile?
E provo orrore al pensiero che tutto questo debba continuare ancora e ancora. Se guardo al passato non posso fare a meno di pensare che sono e resterò una vittima.
Quando mi avete offerto questi quindici minuti, in un momento di follia, ho perfino pensato che con parole accurate sarei riuscito a convincere tutti voi che da stasera non sarei più stato io lo sfigato del gruppo. Ma, siamo onesti, come potrei ottenere questo risultato? Facendo affidamento sul vostro buon cuore?
E allora ho capito come spenderli, questi quindici minuti.
In questa sala, in questo momento, ci siete tutti. Voi che avete riso mettendomi a faccia in giù nelle pozzanghere. E voi pronti a buttarmi nella fontana del parco in pieno inverno. I vostri genitori, che vi lasciano circolare impunemente, magari incoraggiandovi ad essere strafottenti. E i miei, impermeabili a qualunque richiesta d'aiuto, incapaci di qualunque comprensione.
Ecco, vorrei chiedervi la cortesia di raggiungermi sul palco. Vorrei tributarvi l'onore che meritate.
Così. Non fate i timidi. Salite. Anche voi, giù in fondo. Non nascondetevi. Avete fatto la vostra parte, venite a prendervi il vostro applauso.
L'unico. L'ultimo. Prima che il sipario, calando, vi inghiotta nel buio e vi consegni all'oblio. Prima che il sipario, calato, lasci me, finalmente solo, a godermi quindici minuti di libertà.
Dario sente che Lara ha il fiatone, si è affrettata a rispondere. Le dice che arriva a momenti e si scusa in anticipo del ritardo. Lara sospira, dice: «Siamo qui ad aspettarti, sbrigati».
La cosa che più gli dava la nausea era che al concerto dei Rotting Skulls ce l'aveva portata lui. "Dai hanno fatto anche da gruppo spalla dei Metallica. Spaccano." le aveva detto. Fanculo. L'aveva trovata al bagno del locale durante una pausa che lo succhiava al batterista.
- Allora, che fai, ti sei incantato? - mi disse con quel tono di disprezzo che conoscevo bene. E mi schiaffò in mano il coltellaccio.
Il coniglio penzolava davanti ai miei occhi, appeso all'ultima trave della cantina, davanti alla porta d'entrata. Sarebbe bastato un solo salto per scappare.
- Che fai, ti cachi sotto? Vuoi scappare? È un coniglio, Cristo d'un Dio!
Abbassai lo sguardo, come sempre. Mio padre mi aveva insegnato che bisogna ubbidire ai grandi senza contraddirli. Il nonno specialmente non bisognava contraddirlo mai.
- E guardami in faccia quando ti parlo! - sbraitò mentre mi strappava di mano la lama che avevo stretto troppo. Ora me ne accorgevo dal lungo taglio che cominciava a sanguinare. Bene, il disinfettante era su, in casa. Me la potevo svignare.
- Ma quale disinfettante, non è niente. Vieni al lavatoio, vieniti a sciacquare.
Mi guardai la mano, mi faceva pena. Ma almeno la voce del nonno si era un po' raddolcita.
- Ancora è una femminuccia - disse al coltello, a voce alta. E gliel'avevo già chiesto tante volte, avevo anche detto "per favore", di non chiamarmi così. Gliel'avevo detto che non volevo.
- Senza coglioni sei. Come tuo padre, - borbottò mentre affondava il coltello nella gola del coniglio.
Mi concentrai sull'acqua che mi scorreva sulla ferita per non sentire, per non guardare lo scroscio di sangue che scolava giù nella bacinella, schizzando l'impiantito di cemento già pieno delle stesse macchie.
- È vero o no? - mi stava chiedendo, coi pugni sui fianchi. - Il coniglio che cucina tua nonna, non gli fai sempre il bis? E come credi che lo ammazziamo, a carezze?
Aveva inciso due tagli netti alla base delle zampe e poi con la grossa unghia del pollice aveva svasato la pelle tutto intorno. Bisognava scuoiarlo, strappando quei lembi di pelle giù fino al collo. E stavolta toccava a me per davvero. Urtai contro la bacinella. La bacinella era piena di sangue, piena fino all'orlo. Il sangue ondeggiò, color rubino, brillante là dove una lingua di sole era penetrata da fuori fino a lambire la punta del mio stivale di gomma, sporco di terra e adesso anche di sangue e più grande di me di due numeri. No, non era proprio giornata.
- Adesso basta di fare il bambino piccolo. Stavolta non te la scampi. Quant'è vero Iddio oggi cresci. O non ci muoviamo di qua fino a che non hai spellato tutto questo cazzo di coniglio.
Andò a sbarrare la porta col paletto di ferro. La luce del giornò sgusciò fuori. Io mi guardai intorno, disperato. Cercavo un'idea, un miracolo, una bacchetta magica. Ma non trovando nulla mi rassegnai. Aveva ragione lui, ero proprio come mio padre.
Mi aggrappai con la punta delle dita a un lembo di pelle alzato. Era umido e appiccicoso. Diedi un piccolo strattone ma il lembo mi scivolò subito dai polpastrelli. Il nonno, con gli occhi sbarrati, mi sferrò un ceffone in piena faccia.
- Cosa sei, una femminuccia? Eh? Rispondi, sei una femminuccia?
Io avevo le lacrime inchiodate alle palpebre. Pensai che finché avessi tenuto le dita dei piedi strette non sarebbero cadute giù. Il nonno però mi si piazzò dietro, intrecciò le sue dita con le mie, i suoi palmi sul dorso delle mie mani, e insieme afferrammo quel che andava afferrato.
- Giù! - mi urlò nell'orecchio, mentre la pelle si strappava dalla carne, giù lungo i fasci muscolari delle cosce, lunghi e torniti come i salti che spicca chi non pensa, chi non perde tempo a pensare, e fa.
- Avanti, continua! - mi incitò, con le labbra dure e le braccia conserte.
Contrassi le dita dei piedi fino a farmi male. E l'odore, quell'odore. Presi a tossire, con violenza. Chissà se si poteva morire di troppa tosse, in tal caso di sicuro il nonno sarebbe finito in galera, dove non avrebbe più potuto tormentare nessuno. Forse avrebbe anche pianto di rimorso e al processo tutti gli avrebbero sputato in faccia. Ma alla fine non resistetti e scoppiai a piangere. E aveva un bel dannarsi mio nonno a insultarmi, i miei singhiozzi risuonavano più forti delle sue urla. Piansi e piansi. Mi appesi alle sue braccia chiedendo perdono, sporcandogli il giaccone di moccio e farfugliando a quell'ombra che mi tremolava tra le lacrime. Tu, sì, tu: muori. Adesso, subito, non alla fine.
Nonno si divincolava.
- Staccati, per Dio!
Indietreggiava con me appeso ai suoi polsini, il petto scosso da singhiozzi violenti.
- Staccati ho detto. Staccati! Smetti subito di frignare! Tirati su! Comportati da uomo, femminuccia!
Il movimento mi aveva fatto scivolare più in basso. Lo tenevo avvinghiato alla vita e mi facevo trasportare a peso morto. Si fermò per riprendere fiato.
- Che stai dicendo? Che farfugli?.
Aveva l'affanno e traballava; cercava, scavalcandolo, di sfilarsi il salvagente delle mie braccia da intorno alle cosce. Ma inciampò in qualcosa e finì col culo per terra. Di botto smisi di piangere. Era finito su un mucchio di legna, le gambette scalciavano tra i ciocchi per riprendere possesso del pavimento, i rami schizzavano e rotolavano ovunque. Lo guardai dall'alto in basso. Con una mano si tastava la schiena, con l'altra cercava di tirarsi su. L'eterna sigaretta incollata all'angolo della bocca era finita chissà dove e per di più aveva perso uno dei suoi scarponi. Si lamentava.
- Come ti senti? - gli chiesi dopo un po'.
I suoi occhi azzurri si alzarono su di me.
- Come ti senti? - mi disse, rifacendomi il verso - Secondo te come posso stare, femminuccia?
Mi pulii il naso sul polso senza sapere che fare.
- Aiutami ad alzarmi, - mi ordinò, tendendomi la mano. Ecco, toccava di nuovo a me.
- Perché? - Mi concentrai. - Non ce la fai da solo?
L'odore del sangue non lo sentivo più. Lui mi guardò di sbieco.
- Ti stai rifiutando di aiutarmi, femminuccia?
Cioè, non è che non lo sentissi l'odore del sangue. Ma a quell'odore si sovrapponeva l'umido delle lacrime luccicanti che confondevano la visione del coniglio a testa in giù, mio padre a testa in giù, io a testa in giù, in fondo al tunnel sonoro della voce di mio nonno, con le mosche che ci passeggiavano addosso indisturbate.
- Insomma, non ce la fai? - insistetti.
Su uno dei bulbi oculari del coniglio s'era posata una mosca che girava, girava e girava su se stessa.
Il nonno si sollevò a fatica su un avambraccio.
- Non cercare di fare lo stronzetto che non sei portato. Aiutami ad alzarmi, femminuccia, se no quando mi alzo allora sì che sei nella merda.
Quel bulbo oculare ormai inutile per vedere.
- Piccolo traditore...
Sbuffando e scatarrando era riuscito a sollevarsi su un fianco e si guardava attorno in cerca di un appiglio. Con lo sguardo lo cercai anch'io e in questo modo mi accorsi del coltello, abbandonato nella vaschetta di metallo appesa al muro, proprio sopra la sua testa.
- Ti credi che mi serve sul serio il tuo aiuto, femminuccia?
Ora so che quella frase non significava di più di quel che diceva, ma in quel momento per me fu come rispondere a un segnale convenuto: balzai sul coltello prima che ci arrivasse lui, che invece non si mosse, ma poi, invece di scappare, rimasi lì, a saltellare attorno a quel corpo spiaggiato, senza la forza di tirargli un calcio nelle costole mentre ancora non si poteva difendere. Saltellavo come avevo visto fare ai pugili e bisbigliavo, mentre lui si sollevava prima in ginocchio, poi con un piede, poi con l'altro, afferrandosi a una catena che pendeva dal soffitto, io passandomi il coltello da una mano all'altra, lui tirandosi su senza perdermi mai di vista, io soffiandogli Femminuccia Femminuccia Femminuccia, lui meno baldanzoso che mi chiamava "sciocchino", io galvanizzato e terrorizzato che alzavo la voce: Femminuccia Femminuccia Femminuccia, arretrando appena si fu rimesso in piedi, tornando avanti con un salto come lo vidi sbandare, improvvisamente malfermo, gli occhi ridotti a due fessure, intimandomi cupamente di consegnargli il coltello, che mi sarei potuto fare male, e io sempre più elettrizzato Femminuccia Femminuccia Femminuccia vedevo le mosche passeggiargli sulla faccia.
A quel punto spalancò gli occhi. Strinse la bocca. E afferrò il coltello. Io quasi non me ne accorsi. Certo, come avevo potuto pensare di competere con mio nonno. Ma ritirò la mano di scatto e il palmo gli si riempì di sangue. Se lo strinse al petto indietreggiando fino al bancone da lavoro dove erano ammucchiati degli stracci e vi si chinò sopra, definitivamente sconfitto.
- Non è niente, femminuccia, vatti a sciacquare - gli ordinai, con quel tono di disprezzo che conoscevo bene.
Lui non rispose. Rimase a capo chino, con la ferita che gocciolava. Poco dopo cominciò a singhiozzare. Prima sommessamente, poi sempre più forte. Alzava e abbassava le spalle con violenza ... ma non piangeva. Rideva. Mai sentito ridere così, prima. Un uragano, la bocca tutta aperta. Si teneva la pancia con la mano ferita, con l'altra batteva sul tavolo. Io tenevo il coltello stretto in mano, me lo giravo e rigiravo tra le dita. Non l'avevo mai odiato così tanto. Finalmente smise.
- Vieni qui ragazzo - esclamò allora. Mi accorsi subito che il suo tono era cambiato. Non ordinava, mi invitava. Ma io non abbassavo la guardia. Mi parai di fronte a lui a testa alta, dall'altro lato del tavolo, senza più paura.
- Ho deciso di non fartelo più spellare quel coniglio, hai passato la prova - mi comunicò, mentre si esaminava la ferita sotto la debole luce che pioveva da una finestrella. - Accompagnami fuori - aggiunse sorridendo - qua dentro non si vede niente.
Io non mi mossi, di colpo mi era caduta addosso una stanchezza invincibile. La testa mi girava.
- Finalmente ce l'hai fatta ad alzare la cresta, eh, galletto? - sentii che diceva mentre mi guidava verso la porta. Armeggiò con il paletto, ma ci ripensò e lo chiuse di nuovo. - Guardami negli occhi.
In quella penombra sembravano blu, proprio come i miei.
- Io e te siamo uguali - mi alitò in faccia, curvandosi su di me, dall'alto delle sue spalle possenti. - L'hai capito anche tu, vero?
Le gambe mi si fecero molli.
- Siamo uguali - ripetè. E mi porse la sua mano, quella insanguinata. Voleva che gliela stringessi. Io guardai la sua mano e la mia. Avevamo lo stesso taglio, lo stesso sangue. La sua era davanti a me, aperta, io nella mia stringevo ancora il coltello. Confuso, alzai lo sguardo su di lui. Aveva la stessa espressione complice e meravigliosamente folle che avevo notato nella vecchia foto incorniciata, quella con l'uniforme militare. Aspettava.
- Uguali - mormorai, lasciando cadere il coltello. La luce che entrava dalla porta aperta mi accecò per alcuni istanti. Quando tornai a vederci lui era già fuori. - Uguali? - cinguettai volando oltre la porta. Il nonno, che si era già incamminato verso casa, si voltò.
- Sì, sì, uguali - sbuffò - Ma tu sei ancora una femminuccia.