« Che bello, papà! » alzi un braccio esultante e additi lo striscione arrangiato che hanno steso in fondo al parcheggio del Palacavicchi. « Non vedo l'ora di entrare nella mostra! »
Emetto un sospiro di dolore. Perché in questo momento potevamo stare alle Scuderie del Quirinale per goderci i capolavori di Tintoretto. O di fronte al Palazzo delle Esposizioni dove ci era dato scegliere fra Homo Sapiens e Avanguardia Americana. E invece no. Quella che ci tocca visitare, o meglio, quella che mi obblighi a visitare di sabato mattina è Reptilia Expo, la mostra itinerante di serpenti vivi.

Ci mettiamo in fila per pagare, prima di noi una decina di persone, non c'è ressa. Spero di farti passare con il ridotto ma, ahimè, il limite lo sfori di tre anni, così mi tocca sganciare la tariffa intera, otto euro moltiplicato due. Ti faccio segno di procedere verso l'ingresso ma non ne vuoi sapere, sei rimasta incantata di fronte ai manifesti.

« Papà... » ti avvicini e mi bisbigli in un orecchio. « L'hai visto quel signore? »
Ti riferisci a un tizio che fa avanti e indietro nel vestibolo, la testa fissa sulle punte dei mocassini. Più vecchio di me, qualcosa oltre i cinquant'anni. Forse un po' fuori contesto rispetto ai serpenti, visto che è conciato in giacca e cravatta come se fosse appena uscito dall'ufficio.
« Mbè? »
« Prima l'ho visto che piangeva. »
« Come... »
« Aveva gli occhi rossi e se li stropicciava. »
« Magari è allergico al polline » minimizzo il problema, « anche a me capita i primi mesi dell'anno.»
« No, io dico che piangeva » insisti.
« Allora l'avrà lasciato la moglie, che ne so. »
Arpiono il tuo braccio e ti sospingo con dolcezza verso l'entrata, ogni tanto ti volti e lanci uno sguardo a quell'uomo. Oltrepassato lo sbarramento di controllo un vigilante in uniforme strappa i biglietti e ci fa segno di seguire le frecce. Obbediamo. Dopo un corridoio fiancheggiato da una tenda rossa sfociamo nel locale della mostra. È un ambiente squadrato con queste teche allineate lungo le pareti, a dire il vero mi aspettavo di più, in totale ne adocchio una trentina. Iniziamo il giro.

In effetti c'è di tutto. Boa, pitoni e anaconde, serpenti leone, toro e a naso di porcello. Io cerco di starti dietro mentre salti da un esemplare all'altro senza rispettare l'ordine di marcia. Ora ti sei bloccata di fronte a una grossa gabbia con dentro un oggetto di colore giallastro che più che a un serpente mi fa pensare a una ciambella di salvataggio.

« È il pitone albino » mi fai notare. « Può arrivare a dieci metri di lunghezza e centocinquanta chili di peso. »
Ne sai più tu dei cartelli con le didascalie, una volta eri esperta di squali ora ti sei convertita ai serpenti, mi chiedo con un filo d'ansia dove arriverai seguendo quest'andazzo. Passiamo all'esemplare successivo. La gabbia sembra vuota, poi sgrano gli occhi e mi accorgo che nel groviglio di rami che fanno da ambientazione ce n'è uno, verde e sottile, che termina con una testina di serpente. Si chiama "serpente degli alberi", l'etichetta specifica pure che è velenoso.

« Non si muove » commento dopo un minuto buono che gli sto appiccicato addosso. « Secondo me c'hanno fregato, dicono che i serpenti sono vivi, invece... »
« È vivo, è vivo » mi bacchetti. « I serpenti sono bravissimi a rimanere immobili. Si mimetizzano per ingannare la preda. Quando arriva la preda vedi come scattano. »
Sto per obiettare qualcosa ma una mano invisibile atterra sulla mia spalla e mi fa girare di scatto.
« Levatevi di mezzo! » tuona una voce.
È il tizio di prima, quello incravattato. Si muove con la rapidità di un cobra, afferra la teca e la solleva, se la porta fino al centro dell'androne, poi con un impulso violento la scaglia sul pavimento. La scatola si rompe, un istante dopo il serpente degli alberi schizza fuori come una freccia. È vivo sul serio. L'uomo non dà il tempo al rettile di fuggire, si china e l'abbranca con entrambe le mani, una vicino alla coda, l'altra che gli schiaccia la testa.
« Fermi tutti! » grida.
Richiamato dal trambusto il vigilante dell'ingresso entra sparato nella sala, quando vede il tizio col serpente in mano inchioda di botto.
« Io mi uccido! » avverte l'uomo.
« Stai calmo, stai calmo » gli intima il custode.
« Io mi uccido qua davanti a tutti » avvicina al collo la testa del serpente, quella linguetta che saetta minacciosa « Se non mi ridanno il lavoro! »
« Quale lavoro? Che vuoi? » il vigilante gli urla contro ma non ha il coraggio di avanzare.
« Tutti che fanno sciopero per l'articolo 18 » prosegue il tizio, disperato. « Io sono dieci anni che lavoro coi contratti a progetto, la partita iva. Mi hanno già licenziato tre volte. E chi l'ha visto mai un sindacalista! Quelli pensano solo a salvare il culo agli amici loro e a me chi mi tutela? »
« Che è l'articolo 18, papà? » mi sussurri in un orecchio.
« Shhh » ti zittisco. « Poi te lo spiego. »
« Quindi o faccio così o non mi sta a sentire nessuno » conclude mister cravatta. « Chiamate chi vi pare, la radio, la televisione... Se non mi riprendono al lavoro, io oggi la faccio finita. Sì, m'ammazzo col serpente! »

Entrano in scena due carabinieri così trafelati che sembra che hanno appena corso la maratona di ostia. Non appena si rendono conto della situazione anche loro inchiodano sul pavimento del Palacavicchi.
« Stia calmo, adesso » lo richiama all'ordine quello coi galloni da maresciallo. « Faccia uscire la gente e ne parliamo. »
« Io non faccio uscire nessuno! » ora punta la testa levigata del rettile verso noi del pubblico pagante.
« Scusa, papà... » mi rifili una leggera gomitata.
« Che c'è? » ribatto spazientito.
« Il serpente degli alberi » mormori con un filo di voce. « Occhei, è velenoso. Ma il suo veleno è in grado di uccidere solo piccole prede. Per l'uomo non rappresenta un pericolo. »
Mi giro di scatto e t'inquadro con gli occhi spiritati.
« Ne sei sicura? »
« E certo. »
Il maresciallo continua a ripetere a mister cravatta di non agitarsi. Senza farmi notare scivolo lungo le teche mischiandomi al resto dei visitatori che attendono senza battere ciglio. Arrivo vicino al carabiniere più giovane che è rimasto in disparte.
« Senta, scusi...»
Quello mi vede e si avvicina.
« Il serpente non è velenoso » gli sussurro. « O meglio, non a tal punto da uccidere quel tizio. »
« Lei lavora qui? »
« No, veramente... mia figlia è esperta sul tema, me l'ha detto lei. »
« Che succede là dietro? » il tipo si volta e m'inquadra con occhi furenti.
Sul locale cala il silenzio cosmico, tutti ci prepariamo al peggio ma succede l'imprevedibile. Il serpente degli alberi sfugge di mano all'insolito terrorista, invece di morderlo gli si attorciglia al collo, un paio di giri e scivola giù per la cravatta, i pantaloni, lo vediamo strisciare per terra alla ricerca di un posto dove nascondersi. Con il rettile fuori gioco, il vigilante e i due carabinieri si scagliano contro l'uomo che attende a braccia alzate, in pochi secondi l'immobilizzano mentre noi ci lanciamo verso l'uscita sull'onda del panico generale.

« Papà, secondo te che gli faranno a quel signore? » me lo domandi nel parcheggio, mentre andiamo a recuperare la macchina dopo aver reso ai carabinieri la nostra testimonianza e firmato il verbale.
« Boh » stringo le spalle.
« Glielo ridanno il lavoro? »
« Visto quello che ha combinato, ho paura di no. »
« Poverino. »
« Un po' lo capisco » sospiro. « Anch'io ho sempre lavorato per aziende piccole, con meno di quindici persone. L'articolo 18 protegge dal licenziamento chi lavora nelle società più grosse, gli altri no. C'è un sacco di gente che sta messa come lui e non li tutela nessuno. »
« Ma che possono licenziare pure te? »
« Certo. Da un giorno all'altro. E nessuno aprirebbe bocca. Non ci sarebbero manifestazioni, proteste. Niente di niente. »
Non aggiungi una sillaba ma i tuoi pensieri li posso indovinare, stai immaginando me fra qualche anno. Che entro con la casacca aziendale nella mostra itinerante degli insetti tropicali e minaccio di uccidermi sequestrando una vedova nera.
« Tu comunque stai tranquilla » il mio braccio ti avvolge come le spire di un boa constrictor. « Mi fa impressione toccare il tuo cane. Figuriamoci i serpenti. »
« Papà, lo sai Carlotta che ha fatto? »
Mi poni la domanda appena fuori dal cinema, ruoto su me stesso a trecentosessanta gradi cercando di ricordare dove ho parcheggiato la macchina.
« Chi è Carlotta? »
« Una mia compagna di classe. »
Mica l'ho capito quante siete in classe, ogni volta me ne sforni una nuova.
« Sai, twitter, no? Praticamente. Lei la mattina prima di uscire e la sera prima di andare a dormire posta sempre un messaggio su quello che sta facendo il suo cane. »
« Mmm... » mi sforzo per non vomitare.
« Ci stanno un sacco di persone che la seguono. Non vedono l'ora di leggere il prossimo tweet per sapere che ha combinato il cane. »
« Non ci posso credere. »
« Sì, sì » confermi tutta eccitata. « Pure gente delle altre classi. Non solo le medie, eh, anche del liceo. »
« Me la togli una curiosità? »
« Eh. »
« Come va a scuola questa Carlotta? »
« Beh, praticamente » ci pensi su qualche istante, « al primo quadrimestre in pagella ha preso tutti tre e quattro. E sette in condotta. Mi sa che quest'anno la bocciano. »
« Ecco appunto. Una che passa le giornate pensando a quali notizie sul suo cane mettere su twitter dimmi dove lo trova il tempo per studiare. »
Scrolli le spalle, non lo sai nemmeno tu.
« Mi fa venire in mente un articolo che ho letto l'altro giorno. Un tizio, in Inghilterra. Certe cose pensavo che capitassero solo a scuola tua, invece. Questo ha studiato a Oxford, sant'iddio. »
« Che ha fatto? »
« Dal giorno in cui ricorre l'inizio della seconda guerra mondiale fa il riassunto quotidiano degli avvenimenti bellici. »

Aggrotti la fronte.
« Praticamente » non ci posso credere, ora dico praticamente pure io. « Lui ha iniziato dal 31 agosto dell'anno scorso, facendo finta che fosse il 31 agosto del 1939, cioè quando è cominciata la guerra. Da allora, ogni giorno, pubblica venti, trenta messaggi come se la guerra avvenisse in diretta. »
« E quanto ci metterà per finirla tutta? »
« Considera che la seconda guerra mondiale è durata fino al 1945. Significa che ‘sto pazzoide andrà avanti a postare messaggi per altri cinque anni. »
« Io già mi sarei stufata. »

« Finora ha scritto più di duemila tweet e ha un pubblico di quasi trecentomila persone che gli vanno dietro tipo cagnolini. Gli hanno dedicato articoli sui giornali, è apparso in televisione. Già pensano di tradurre il suo twitter in altre lingue. Anche in italiano, figurati, quando si tratta di stronzate siamo i primi ad abboccare. »
« Dai, esagerato. »
« Quel tizio è tale e quale all'amica tua, come si chiama, Carlotta. Al college sicuro che faceva schifo, la laurea in storia l'avrà presa di straforo, anzi, secondo me l'hanno cacciato da Oxford a calci di dietro. Non sapeva che fare per darsi un tono e s'è inventato ‘sta boiata. Si chiama Alwyn Collinson, ha ventiquattro anni. Scommetto che c'ha la faccia da nerd, uno di quei tipi cicciottelli senza un pelo sul viso e i capelli bombati con la riga da una parte. »

« Che ci trovi di sbagliato? » obietti. « Magari si diverte a fare questa cosa. »
« Non è con lui che me la prendo » sospiro mestamente. « È che non sopporto la mania di ridurre la comunicazione umana a messaggi di 140 battute. La seconda guerra mondiale fino a prova contraria si dovrebbe studiare sui libri. Altrimenti diventa come leggere gli annunci mortuari. Non ci sono riusciti i bignami a distruggere la cultura, ora twitter... » ti vedo con la faccia stralunata. « Lo sai cos'è un bignami, no? »
« Un pasticcino giapponese? »
« Vabbè, lasciamo perdere. »
« Però scusa » alzi un indice ribelle. « C'era quel poeta, come si chiamava.... » schiocchi le dita, non ti viene. « Quello che ha scritto m'illumino d'immenso. »
« Giuseppe Ungaretti » aumento la dimensione del sospiro.
« Lui è diventato famoso perché ha composto quella poesia là. Solo due parole. »
« Sì, ma il suo era un genere particolare, non è che dal giorno dopo trecentomila poeti sono diventati ermetici. E poi una cosa è la poesia, un'altra i trattati di storia. »
« Scusa tanto. »
« C'è una cifra di gente che oramai comunica solo attraverso gli sms dei cellulari. Amputando le parole, massacrando articoli e pronomi. Sulle chat ancora peggio, oramai non si vede più una vocale manco a cercarla col microscopio. E adesso ci si mette pure il nerd su twitter che trasforma la seconda guerra mondiale nella cronaca di una partita di calcio. Più si riducono le parole, più si riduce la cultura. È un problema allucinante, capisci? Un giorno ci sveglieremo e senza rendercene conto inizieremo a parlare a monosillabi. »
Mi dici di sì, quasi per obbligo familiare.
« Tu comunque stai tranquillo » butti là un sorriso. « A me di quello che fa il cane di Carlotta non me ne può fregare di meno. »
« Brava, continua così » circondo le tue spalle con un braccio e ti sospingo verso il parcheggio.


Dopo un po' che camminiamo torni a rivolgermi la parola.
« Twatwà » cinguetti giuliva, « m'è twenutwa twame, ci tweendiamo un tweealato? »
« Twee twiti? » mica ho capito.
« Se twi tweetiamo un twetwato...» alzi il volume.
« Tweet? » niente, ho i timpani in sciopero generale.
« Tweeeeet tweet twe-tweeet!!! » ti alteri un po'.
Mi arrendo e ti rispondo di twì, qualunque cosa sia.
« Papà, ma era bravo questo Lucio Dalla? » sei rimasta incantata di fronte alla lettera D del settore musica italiana.
Giro le spalle e ti raggiungo.
« Beh » sfoglio i cd incasellati nello scaffale. « Considera che è dagli anni '60 che macina canzoni. Tu pensa a quelle che ascolti tu. Katy Perry, Justin Bieber. Questi gnoccoloni durano al massimo un paio di primavere e poi finiscono nel dimenticatoio. »
« Gnoccolone ci sarai tu » mi additi con un indice velenoso.
« Uno come Dalla che resiste mezzo secolo, sempre a livelli da paura, io dico che bisognerebbe esporlo nei musei. »
« Delle sue canzoni non ne conosco manco una. »
« Sei troppo giovane. »
« Rachele il giorno che è morto ha scritto addio Lucio sul suo profilo di facebook. E sotto ha pubblicato un video di lui mentre cantava. »

« Rachele la tua compagna di banco? »
« Sì. »
« Quindi lo conosceva. »
« Mah » aggrotti la fronte. « Le ho chiesto se a casa aveva qualche cd. »
« E lei? »
« Nemmeno uno. »
« Allora perché ha pubblicato quel messaggio? »
« Dice che ha sentito la notizia alla radio. E che voleva essere la prima a postarlo su facebook. Infatti dopo di lei anche le altre hanno fatto la stessa cosa. Tutte a scrivere messaggi. Lucio di qua, Lucio di là. A mettere video. »
« E tu? »
« Boh, papà » t'infastidisci. « Un altro po' non sapevo manco chi era. »

La mia testa dice di no abbacchiata.
« È che con facebook, twitter... » medito con tristezza, « siamo diventati tutti un po' coccodrilli. »
Mi osservi stralunata.
« Sai come funziona il coccodrillo, no? » cerco di arginare l'alluvione di parole che risale su dalle zone basse. « Lui prima mangia le sue prede. Poi ci piange sopra. »
« Ah già. »
« Finché si tratta dei giornalisti, io lo ammetto. Loro per ogni persona famosa, nel caso dovesse morire, hanno già un articolo pronto. In gergo si chiamano proprio così, coccodrilli. »
« Ma dai » sorridi.
« Altrimenti come farebbero a pubblicare un pezzo due secondi dopo che uno è morto. Più la notizia esce prima, più copie vendono. Dietro c'è una logica commerciale. »
« Su facebook però non si vende un cavolo » lanci l'obiezione. « Che bisogno c'è di arrivare per primi? »
« Vuoi sapere chi sono stati i primi in assoluto a comunicare la notizia della morte di Lucio Dalla? » ti concedo qualche secondo accademico, poi mi rispondo da solo. « I frati della basilica di San Francesco di Assisi. Su twitter. Ventitre minuti prima dei lanci d'agenzia. Ti rendi conto? »
No, non ti rendi conto.
« Le amiche tue in vita loro sicuro che non hanno mai sentito mezza canzone di Lucio, eppure stavano là che sbrodolavano messaggi funebri. Anche un sacco di gente che conosco io. Fino al giorno prima Lucio Dalla non se l'erano mai filato, tutto d'un botto sembrava che gli fosse morto il cane. »
« Magari gli dispiaceva sul serio. »
« Dal giorno dopo già se l'erano scordato e hanno ricominciato a scrivere le solite boiate. No. Io se dovesse scomparire una persona che mi sta a cuore, l'ultima cosa che farei è mettere un messaggio su facebook. »
« Perché? »
« Il dolore è una questione privata. Se lo sbatti in vetrina diventa un'altra cosa. Diventa esibizionismo. »

Mi fai segno che non ci arrivi.
« Alla fine » chi sono io per giudicare che idee passano per la testa alla gente quando muore qualcuno, però questo sassolino qui non ci riesco proprio a tenermelo nella scarpa, « non scrivi più una frase per rendere omaggio a una persona. Lo fai solo per beccare più mi piace possibili. Lucio Dalla è una scusa. Un modo per buttare là frasi un po' patetiche e ricevere in cambio una medaglia. Così siamo tutti contenti e la morte la teniamo un metro più in là, a distanza di sicurezza. »
Non sai cosa ribattere.
« Ufficialmente scrivi che sei triste, ti dispiace, ciao amico, addio » lo so, tesoro, quando parto alla carica non mi abbatti nemmeno a colpi di fucile. « Sotto sotto però vuoi dire un'altra cosa. Vuoi dire: meglio a lui che a me. Capisci? »
« Veramente no, papà » ti arrendi.

Rimaniamo tutt'e due in silenzio, cullati dal clamore di sottofondo in cui galleggia il mediastore.
« Vabbè, non fa niente » liscio la tua guancia con una carezza. Mi rimetto in cammino verso la scala mobile ma un metro dopo ci ripenso. « Che per caso vuoi comprarti il cd di Lucio Dalla? »
« No, no » ti ritrai scandalizzata, gli occhi pieni di sincerità tredicenne. « Io preferisco Justin Bieber. »
Entro in camera tua alle diciannove in punto. Ti sorprendo sbracata sul letto che smanetti con qualche ds, psp o simili. Poco distante dai tuoi piedi, sul mobiletto con le rotelle, la televisione è accesa nonostante tu non te la fili. Mi ci vuole una frazione di secondo per riconoscere il programma che va in onda.
« Ma che ti vedi il Grande Fratello? » sbotto, nel frattempo lo stomaco comincia a ribollire.
« Eh » rispondi bonaria senza sganciarti dal giochetto.
« È un programma per subnormali. Non mi va che lo vedi. »
« Mica lo vedo » le tue dita seguitano a battere compulsive sui tasti della console. « Solo quando litigano mi piace. Si riempiono di parolacce. »
« Potresti leggere un libro, ogni tanto » più che un suggerimento, te l'imploro in ginocchio.
« Non mi va. »
Quando avevo l'età tua già mi ero sparato la trilogia galattica di Isaac Asimov. Ti credo, l'unico videogioco che esisteva sul mercato era il tennis, quell'accrocco che si collegava alla tv, coi giocatori-rettangoli che scorrevano in verticale e la palletta che quando la colpivi faceva il rumore del sonar.
« Almeno lo sai perché si chiama Grande Fratello? »
Neghi con la testa.
« Il Grande Fratello era un personaggio di un romanzo di George Orwell. »
« Chi, quello della Fattoria degli Animali? »
« Sì » mi riconsolo che almeno questo lo sai. « Il libro si chiamava 1984. Parlava di una società futuribile dove la gente veniva controllata da mattina a sera. Praticamente dentro le case mettevano degli schermi-telecamere che riprendevano tutto quello che facevano. »
« Come quelli nella casa. »

« Certe volte mi chiedo come fanno... » per un attimo lasci perdere la console e ti rilassi sul cuscino.
« Chi? »
« ... quelli del Grande Fratello. A vivere tutto il giorno con una telecamera puntata addosso. »
Mi sparo una bella risata.
« Che ti credi che per noi è diverso? » la butto là.
I tuoi occhi m'inquadrano perplessi.
« Sulla testa c'abbiamo una flotta di satelliti artificiali che stanno in orbita apposta per registrarci. Qualsiasi porcata succede, che ne so, un ghiacciaio che si crepa, l'Etna che lancia segnali di fumo, loro un secondo dopo lo sanno. Pensa a Google Earth. Tu ogni tanto lo usi, no? »
« Ci ho visto anche casa mia. »
« Appunto. »

« Comunque i satelliti mica possono spiare dentro le case » chiudi una volta per tutte la ds, psp o quello che è, e mi presti la massima attenzione.
« A parte che esistono tecniche speciali, per esempio coi raggi infrarossi, che permettono ai satelliti di guardare anche sotto terra. Oppure di notte. Comunque, per sapere che combini dentro casa non c'è bisogno del satellite. Ogni volta che scrivi su facebook o messenger, in teoria lo possono leggere tutti. »
« Guarda che è vietato! » ti ribelli.
« Tu che ne sai. Può darsi che nella centrale americana di facebook ci sia uno che viene pagato per controllare tutto quello che pubblichi sul tuo profilo. Messaggi, foto. »
« Ma dai » mi mandi a quel paese con un gesto lapidario.
« Anche i cellulari. Ogni volta che te ne porti dietro uno in pratica stai comunicando a tutti dove ti trovi. Anche quando paghi con le carte di credito. E in macchina, per colpa degli antifurti satellitari. Pensa che nelle automobili vogliono montare le scatole nere come quelle degli aeroplani. Così toglieranno i punti dalla patente pure a chi si scaccola il naso davanti a un semaforo o molla una puzza. »
Ti strappo una risata.
« Se oltre a questo, uno è anche religioso, allora è proprio la fine. »
« Perché? »
« Come perché. Lo dovresti sapere quali sono le caratteristiche di Dio. »
Ci pensi su qualche secondo.
« Unico, infinito, onnipotente, onnisciente... » reciti a pappagallo.
« Ecco, brava » a qualcosa serve farti studiare dalle suore. « Onnisciente lo sai che significa? Che conosce qualsiasi cosa. Passato, presente e futuro. Come ti muovi, Dio sta là che ti registra. Più preciso di un satellite. »
« Meglio che non faccio sega a scuola, allora » ci scherzi su.
« A fregare me o mamma forse ci riesci. Ma finiresti nel film registrato da qualche videocamera. Oppure dentro la foto scattata da un satellite che passa per caso sulla tua testa. Per non parlare di Dio e qualche centinaio di angeli guardoni » poi ci ripenso e ti fisso con occhi severi. « Scusa, ma che sul serio hai fatto sega a scuola? »
« No, no! » ti affretti a negare con tanto di mani avanti.
« Ah » mi tranquillizzo. « Su certe cose è meglio non scherzare. »

« Comunque » recuperi il telecomando da sotto il cuscino. « Io non sono d'accordo. Il Grande Fratello e il mondo nostro secondo me non sono la stessa cosa. »
« Ah sì? »
« Eccerto. Io se mi stufo di guardare il Grande Fratello, gli punto contro il telecomando » punti il telecomando, « spingo il tastino rosso » spingi il tastino rosso, « e il Grande Fratello non esiste più. »
La superficie lucida dello schermo ora riflette soltanto le nostre sagome distorte.
« Vedi? » ti giri e mi guardi soddisfatta. « Questo mondo qua mica lo puoi spegnere... »
Non finisci di pronunciare la frase che va via la luce.
« Oddio, papà! » ti sento trasalire, un attimo dopo le tue braccia mi si avvinghiano addosso peggio dei tentacoli di una piovra.
Vorrei dirti che non è niente ma la voce non esce, insolite scariche di brividi mi rimbalzano giù per la spina dorsale. I secondi trascorrono pesanti come macigni, dopo un tempo che non riesco a valutare il lampadario torna a risplendere sopra i nostri nasi trepidanti.
« Papà » mi fissi con gli stessi occhi languidi del tuo cane. « Chi è stato? »
Mi stringo nelle spalle.
« È stato Dio, vero? »
« L'Enel, mi sa. »
« Io non voglio che spengono pure noi. »
Incredibile, fino a pochi minuti fa ti atteggiavi a una di vent'anni, ora sei retrocessa a quando succhiavi il ciuccio.
« Se vuoi che nessuno ci spenga... » questo si chiama gioco sporco, colpo basso, lo so, ma nei casi estremi il fine giustifica i mezzi, « ... tu giura su Dio che non guarderai più il Grande Fratello. »