Place à l'art performance, 23 marzo 2012, Théâtre de verre
Mi arriva un invito su Facebook, l'evento si chiama: Place à l'art performance, è il 23 marzo 2012 e su Parigi splende un sole mediterraneo.
Esco un po' prima per trovare il posto, si chiama Théâtre de verre, e si trova in una zona in cui non sono mai stata.
Supero un cancello e m'inoltro lungo un viale al cui culmine vedo un tavolo in legno, una decina di ragazzi seduti lì intorno.
Fermo uno di loro per domandare se è qui la performance. Questi mi accoglie con un sorriso e un cenno del capo, mi accompagna dentro, vuole farmi conoscere una persona.
Entro in questa sala, alle pareti quadri fatti con frammenti di specchi, sul soffitto stoffe colorate che rendono l'atmosfera orientale. Il ragazzo che mi ha accompagnata mi presenta l'organizzatrice.
Lei si chiama Manuela Centrone, lavora nel sociale, ha studiato belle arti e arte terapia, organizza performance ed è una performer, si sposta per l'Europa e sta creando una rete di artisti anche molto diversi tra loro interessati a diffondere, ciascuno a suo modo, questa forma d'arte.
Manuela mi dice che il concetto di performance è vasto, sotto questo nome vanno delle attività diverse e in alcuni casi contrastanti tra loro. L'azione performativa è soggettiva, la buona riuscita di una performance dipende da tanti fattori: la disposizione e predisposizione del pubblico, la situazione psicologica del performer in quel momento, il suo modo di concepire, sentire e utilizzare gli oggetti che ha intorno. Lei dice di preferire le performance minimali, concettuali, in cui l'energia che si crea tra pubblico e performer è più importante dell'azione in sé. Ognuno ha il suo modo di agire e concepire la cosa, ciò che conta è il rispetto, dice, perché quando entri in quello stato, ti metti in gioco, non è solo la tua opera in gioco, come può esserlo un quadro o un testo scritto, se un quadro non ti piace puoi gettarlo, non mostrarlo, ma una volta che sei lì e ti doni all'azione performativa non puoi tornare indietro. Per questo, anche quando tu, spettatore, non comprendi a pieno il significato, è importante il rispetto per il lavoro che il performer in quel momento sta compiendo, per il suo donarsi al mondo anima e corpo.
È un'azione rituale, se sei dentro al cerchio la senti, se ne resti escluso non ti avvicinerai al significato ma, non solo, se ne resti escluso sarà la performance stessa a risentirne. L'azione performativa viene fuori dall'insieme, non è come il teatro, non è uno spettacolo con il suo testo e le sue prove, è un esperimento, ogni volta riproposto sotto una forma diversa, è una ricerca. L'atto artistico viene fuori dall'energia che si crea tra il performer, il pubblico e l'azione o non azione che insieme si vive. Per questo considero l'atto performativo, in ogni sua forma, un atto insieme carnale e spirituale, che usa il corpo e lo rende strumento e opera d'arte stessa ma collega l'umano a qualcosa che va oltre, a un cerchio sacro, rituale, del quale ciascuno è parte.
Comprendere una performance non è un qualcosa che possa accadere a livello razionale, per sentirne l'effetto bisogna entrarci dentro e crederci come ci crede in quel momento il performer che ne è il medium. La comprensione passa attraverso livelli sovra razionali, intuitivi, inconsci.
Questa sera Manuela non si esibisce, presenta i vari artisti e fa un breve commento di ciò che vedremo, ma m'invita a seguirla nella sua prossima performance, il 20 aprile .
La prima performance di questa serata si chiama Action Post-Érotique n°1 di AJ Dirtystein.
Una donna nuda con il corpo dipinto di bianco, una maschera bianca, demoniaca, raffigurante il volto di un capro posta tra viso e capelli, una parrucca rossa, rossetto, scarpe rosse con tacco e un cuore rosso che copre, in un gioco di vedo-non vedo, le parti intime. Dietro di lei un video proietta la sua immagine che compie quasi le stesse azioni come fosse un alterego: movimenti lenti, armonici, erotici. Nel video le sue labbra si riempiono di rosso, potrebbe trattarsi di sangue, non lo scopro fin quando la donna fisicamente presente nel teatro inizia a srotolare dall'interno del palato un filo rosso. Vediamo questa doppia immagine dentro e fuori dal video, un filo rosso che fuoriesce dalla bocca della donna e il suo corpo nudo che si contorce nell'atto, il filo sembra non finire mai e solo dopo averlo srotolato tutto comincia a tirare fuori un altro filo dall'interno della vagina.
Nel video la donna compie la medesima azione ma con delle scarpette di danza rosse ai piedi. I suoi piedi in punta danzano mentre questo sangue immaginario esce dalle labbra e dalla vagina. Solo dopo diversi minuti la donna in carne e ossa abbandona le scarpe con il tacco per utilizzare le stesse del suo alterego sullo schermo. Piccoli passi sulle punte si trasformano in movimenti ampi, frenetici, una danza tormentata, sanguinante, in cui perdersi fino a farsi male. La performer comincia a girare su se stessa a un ritmo sempre più veloce finché non cade esausta e si trascina in ginocchio fuori dalla scena.
L'azione mostra il legame tra il suo desiderio, il suo istinto e la sua carne, lei danza dall'estasi all'orrore per tentare di uscire dal proprio sviluppo carnale. I suoi movimenti creano un flusso che va dall'eros all'interiorità psichica. È una performance viscerale dove l'erotismo del corpo femminile attraversa il desiderio di onirismo e feticismo. È ispirata alla novella Scarpette rosse di Andersen, intravedo anche un velato riferimento a Marina Abramovic, a cui credo sia impossibile non ispirarsi per la forza emotiva delle sue performance, la sfida ai limiti del corpo, a un livello che sfiora l'ascetismo, in questo caso pensavo a Freeing the Body del 1975, in cui l'artista avvolge il capo in una sciarpa nera e danza per otto ore fino a perdere le forze e cadere incosciente sul pavimento.
La seconda, dal titolo, Follow the white rabbit, è una performance di Ciro Mosella e Rossella Cecili, entrambi provenienti da percorsi teatrali.
Su tutto il palco vengono posizionate delle sveglie, i performer sono al centro del cerchio da esse creato, il pubblico si sistema attorno alle sveglie lasciando libero lo spazio scenico. Per oltre trenta minuti l'uomo e la donna, seduti uno di spalle all'altra, vengono richiamati dallo strillo delle sveglie e si alternano nell'alzarsi per riprogrammarle, per poi tornare nell'immobilità di un non tempo. Ogni volta tentano di fermarlo ma ogni volta il tempo va a riprenderli, dall'immobilità alla frenesia. L'angoscia atavica dell'uomo dinanzi al tempo che scorre inesorabile e irriducibile all'umana volontà è un archetipo antichissimo e sempre vivo.
I performer trascinano il pubblico in questa dimensione altra, angosciante e ironica insieme, in questo corto circuito immobilità-frenesia, corto circuito, circolo vizioso, strada senza uscita, a meno che la catena del tempo non venga infranta dall'evento estremo e finale della morte. Morte che è rappresentata dal suono di una sveglia che prorompe da una cassa acustica, seguito dal boato della musica techno, a questo punto i due performer si alzano in piedi e, liberi dalla catena temporale, oltre la vita, danzano su questo ritmo cadenzato senza ormai ostacoli né impedimenti. La morte come riconquista della vita, la morte che irrompe nella vita, la libera e ne diviene conferma.
La terza, dal titolo H., è un progetto di Stefano Odoardi, interpretato dalla performer Angelique Cavallari.
Una donna di una bellezza manga, molo magra, occhi chiari, grandi, allungati dal trucco scuro, vestita di nero, aderente, fetish, con stivali borchiati, tacco a spillo e zeppa, si posiziona dinanzi a un microfono, un paio di cuffie alle orecchie. Comincia a muoversi, per oltre venti minuti compie dei passi di danza contemporanea nel più completo silenzio, poi si avvicina al microfono e pronuncia delle parole che sembrano essere frutto di libere associazioni di pensieri, come silenzio, acqua, solitudine, infine toglie le cuffie e le poggia sul microfono lasciando la scena. Il pubblico ascolta ciò che proviene da quelle cuffie: sono degli Haiku, da cui lei aveva estrapolato in un primo momento dei movimenti e, in un secondo, delle parole.
Un esperimento di una raffinatezza minimale, il corpo che si fa poesia, la poesia che attraverso il corpo viene fuori come espressione di sé nel mondo. Il corpo che abbandona la scena e il microfono che parla per sé, la poesia che parla per il mondo, che si fa mondo e senso, rivelandosi e svelando la vita, nella sua minimale essenza, malinconica e misteriosa.
L'ultima, Zirconiristhme, è una performance di Melodie Duchesne.
Siamo al buio e nel buio filtrano luci blu e viola. Una ragazza è accovacciata, quasi dormiente, s'una pedana di legno, tutt'intorno materiali di officine, scarti industriali, lastre di alluminio, panni bianchi, pentole, scodelle. La performer comincia a muoversi, nel buio il suo corpo è visibile grazie al nastro bianco che ha avvolto attorno e crea un effetto fosforescente, lei si muove trascinando questo nastro bianco e trascinando assieme al nastro alcuni oggetti circostanti che producono rumori di vario genere, i suoi movimenti riportano alla mente atmosfere tribali. Sembra un risveglio, il suo, ipnotizza il pubblico, si avvicina agli oggetti e ne carpisce le potenzialità, fa un concerto con bacchette e pentole, suonate come tamburi o batteria, cammina sugli oggetti producendo un rumore metallico, a volte distruggendoli. Momenti meditativi si alternano a momenti aggressivi e distruttivi, a tratti è silenziosa e attenta come una belva della foresta che ha avvistato una preda e calibra il momento opportuno per azzannarla, a tratti è frenetica, suoni, rumori, voce, lamenti, grida, convergono in un atto di fusione degli elementi in un unico flusso, come il grido della vita che reclama il suo essere vita, insieme, caos, esistenza.
Voce, corpo e oggetti in un flusso unico, dove il richiamo è alla genesi della catastrofe, mutuando il linguaggio dalle danze Buto giapponesi, la performance mira a riportare l'attenzione degli astanti sui recenti avvenimenti di Fukushima e, in senso più ampio, sull'alternanza caos-cosmos, omeostasi ed entropia. La voce irrompe dall'interno del corpo come un lamento e poi come una rivelazione di esistenza e un viaggio oltre il trauma, verso la polisemia del reale che alterna costruzione e distruzione.
Esco dal teatro con gli occhi incollati al cielo, assorta in considerazioni esistenziali, quando mi sento toccare la spalla. Mi volto: riconosco un paio di volti che ho visto prima in scena.
Vieni con noi a bere a Belville? Mi chiede una ragazza. Penso che dovrei tornare a casa a scrivere qualcosa su ciò che ho visto ma l'idea di trascorrere una notte in giro per Paris con gli artisti m'intriga troppo. Così ci allontaniamo dal cancello, andiamo a Belville, tra locali etnici e bar anni '50. Parlo con ciascuno di loro, tra un bicchiere di chardonnais e l'altro.
Ciascuna delle performance di questa serata ha una propria specificità ma l'elemento comune è questa attenzione rituale all'alternanza di luce e tenebre, tra azione e meditazione. Probabilmente la chiave sta in questo cerchio rituale nel quale entrare o restare esclusi, la comprensione non è sempre semplice, ma d'altronde l'esistenza nel suo insieme è forse comprensibile?
Il mondo delle arti performative mette in contatto ciascuno con la propria intimità e insieme con la totalità delle cose esistenti, presentando un eccesso, un'infrazione rispetto alla logica alla quale siamo abituati.
È una richiesta, talvolta una sfida, viversi oltre ciò che ci è dato comprendere per passare alla messa in atto di una comprensione che avviene a un livello più profondo rispetto a ciò che è strettamente razionale, una comprensione che si radica dentro ed esplode fuori in un flusso vitale che ci mette, noi umani, in contatto tra noi e con l'insieme delle cose esistenti.
Torno a casa alle cinque del mattino e non sono così felice da mesi.