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Documentari: Ghosts of America

 

 

"Ogni famiglia ha i suoi fantasmi": inizia così il documentario firmato dal regista Mike Palmieri e dal fotografo Donal Mosher, intitolato "October Country". Siamo nella provincia di New York e qui le stagioni si susseguono una dopo l'altra senza troppe differenze: l'estate è uguale all'inverno, la primavera  è come l'autunno. Non succede mai niente di nuovo, nessuna novità, tutto sembra ripetersi all'infinito, senza distinzione tra passato e futuro. Persino la vita delle persone è sempre la stessa. La famiglia di Donal abita qui da intere generazioni, e da molto tempo i suoi componenti devono fare i conti con il proprio passato, con scelte difficili, con errori che si ripetono, con ricordi che pesano sul cuore come un macigno. L'unica notte in cui le quattro generazioni dei Mosher hanno il coraggio di sfidare i fantasmi del proprio passato è la notte di Halloween, quella in cui i morti si mescolano ai vivi, il passato si fonde con l'oscurità e le paura lascia il posto al coraggio. Eccola la famiglia media americana: niente "american dream", né storie di successo. In un anno di vita, da un Halloween all'altro, emergono segreti, dolori e un passato che si vorrebbero dimenticare. Come la guerra in Vietnam, quella sporca guerra che il patriarca Don ha vissuto sulla sua pelle e che lo ha trasformato in un uomo rabbioso. Impossibile dimenticare chi si è amato nel corso della vita: e le donne della famiglia Mosher lo sanno bene. Tutte, giovani e meno giovani, sembrano contaminate dalla stessa maledizione: si innamorano sempre di uomini sbagliati, violenti, che le lasciano e le riprendono senza un perché. Nessuna sembra sfuggire a questo anatema, e nessuno, neppure la zia strega, che di notte se ne va per i cimiteri a fare strani riti magici, può spezzare la maledizione. O forse nessuna di loro ha il coraggio di farlo.  E' più semplice ripetere gli errori dei nostri antenati che cercare di cambiare. Forse ci riuscirà Desi, che a soli undici anni ha già un'intelligenza superiore alla media: passa le sue giornate davanti ai videogames e a commentare con grande saggezza le disavventure della sua famiglia. Lei è ancora convinta di farcela, di sfuggire al passato, agli errori di zie, cugini e sorelle. Ma quando i fantasmi busseranno alla sua porta dovrà avere molto coraggio.

La fiction: Scrivere per ridere

 


 

La sit-com, abbreviazione di situation comedy, è quel genere di fiction televisiva brillante, della durata di 25 minuti circa, che è talmente popolare nelle televisioni di tutto il mondo da costituire un elemento portante di ogni programmazione televisiva. Negli Stati Uniti essa è uno dei piatti forti della programmazione, le sue star sono famosissime e strapagate. In tal senso da una parte appare opportuno prendere in esame il rapporto tra comicità ed euforia, che non è più possibile dare per scontato; dall'altra quello tra testo comico e realtà, visto nel contesto di altri generi televisivi dominanti - non solo nella cultura americana - finzionali e non.

Cosa che fanno Fabio Morici e Dario Gulli nel libro "La SitCom. Come ideare e scrivere una serie televisiva di successo" nel quale analizzano, in modo agile e sintetico, il genere che, come emerge dalle interessanti analisi presentate, si costituisce sempre più come specchio della società con personaggi e situazioni nelle quali il pubblico si identifica facilmente. In particolare, sono la vita familiare, insieme con la relazione amicale e il luogo di lavoro, a rappresentare l'ambito di interesse privilegiato della sit com. La scansione narrativa seriale ha riconfigurato le circostanze di fruizione e le grammatiche della rappresentazione, influenzando profondamente i repertori televisivi e cinematografici degli ultimi cinquant'anni. E se nella serialità si cristallizza quella che Omar Calabrese definisce "l'estetica della ripetizione", questo scarto rende le serie televisive dei "segmenti" perfettamente inseriti nell'era digitale, format tipicamente postmoderni che, ancora più dei film, riflettono l'attuale frammentazione del sistema mediatico come arriva dalla lettura intensa ed appassionata che fanno gli autori del saggio.

Nell'analisi del testo si possono individuare tre sezioni ben definite: una prima relativa alla creazione della sit com, la seconda focalizzata sulle tecniche della scrittura e la terza che prova ad indagare le modalità lavorative seriali specifiche degli Usa e dell'Italia. La sit com, come raccontano in modo esauriente gli autori, è caratterizzata da azioni molto concentrate, da sequenze brevi sottolineate da stacchi musicali, montaggio rapido, dialoghi sintetici e brillanti proprio perché alla sua base c'è la logica della micro narrazione del quotidiano. Elementi necessari per creare questa narrazione sono il concept, la struttura narrativa e le biografie dei personaggi principali. In particolare, gli autori sottolineano la centralità della costruzione dei personaggi nella sit com che devono apparire forti, accattivanti e ironici. Utilizzando numerosi esempi di serie televisive (come Friends, Will & Grace, Happy days) emerge come, attraverso i personaggi, lo spettatore vive le proprie emozioni, si diverte, si commuove, in loro riconosce se stesso, le proprie debolezze. Ogni personaggio ha un flusso di comicità che deve essere relazionato alle storie, che lo deve far trovare in situazioni divertenti.

Il corpo centrale del testo individua, poi, le regole del gioco della comicità affrontando le tecniche della scrittura comica predisponendo la cassetta degli attrezzi. Non spiega il perché, ma documenta il come, descrivendo come si fa e non prescrivendo come si deve fare. In modo completo ed esauriente, gli autori riconoscono al comico il suo essere gioco linguistico, per dirla con Wittingestein. Una sit com deve avere essenzialmente una struttura circolare: le cose finiscono sempre più o meno nello stesso punto in cui erano cominciate. Un ruolo centrale lo assumono, secondo i due autori, i dialoghi che indirizzano le azioni, fanno emergere in superficie i comportamenti specifici e la psicologia di ogni personaggio. Pertanto, secondo gli autori utilizzando le tecniche della scrittura è possibile redarre testi comici in grado di "parlare la stessa lingua" del pubblico a cui ci si rivolge. Così come gli autori indicano e analizzano i numerosi  principi fondamentali a cui ispirarsi: "la legge degli opposti comici", la "la gag ricorrente", "il pesce fuor d'acqua" o "il foreshadow". Scrivere una sit com, pertanto, non è questione di magia, di ispirazione o personalità. È una tecnica basata su conoscenze e metodi che possono essere appresi e mixati con talento e passione.

Il libro si conclude con un'idea di sit com intersistiziale dal titolo "Oblò" scritta da Fabio Morici. Questa si svolge in una lavanderia a gettoni frequentata essenzialmente da studenti universitari. La sit com è di breve durata (8 minuti) per potersi adattare anche ai più moderni media (internet e cellulari) e riproduce un tipo di format maggiormente prodotto in Italia (si pensi a Camera Café, Love bugs, Piloti).

Nel complesso il testo, corredato da un glossario e un'appendice, legittima la vis comica propria delle sit com, per troppo tempo ritenuta un genere fuori dalle logiche comunicative e spesso considerata un prodotto di serie b nell'industria seriale italiana. In questo testo la comicità si rivela, sempre più, come un'arma con cui i soggetti possono difendersi dalle pressioni esercitate dalla società e dalle istituzioni in essa presenti. E riconosce il ruolo rassicurante proprio del comico e della sua narrazione non più solo forma del divertimento ma arma che permette all'uomo moderno di sfuggire alla vita quotidiana.

Fotografia: Moana sensuale casta diva

 

Ha lo sguardo enigmatico di un ritratto che fissa lo spettatore senza rivelare nulla del proprio animo e la disinvoltura di un corpo esibito nella sua naturale forma. Il viso fiero di chi è consapevole di ciò che fa e lo vuole comunicare e l'espressione altera e distante di una  donna di classe. Negli scatti di Gianfranco Salis in mostra dal 23 gennaio al 27 marzo presso la galleria d'arte Contemporary Concept di Bologna, Moana sembra a pieno titolo un'icona del cinema, lo stesso cinema di cui aveva conosciuto solo poche sequenze ma che aveva sognato quando giovanissima aveva lasciato la sua terra d'origine per trasferirsi nella capitale inseguendo la notorietà. L'esposizione, il cui titolo 'Casta Diva' ricorda l'opera di Vincenzo Bellini, riunisce quindici inediti d'alto profilo estetico e artistico realizzati da Salis, celebre ritrattista di soggetti femminili, che nel corso degli anni Ottanta ha immortalato alcune tra le più belle donne del cinema e della moda tra cui Sofia Loren e Laura Morante.

Lontana dalle tinte accese degli scandali da rotocalco, distante dalle voci di sottofondo che hanno accompagnato la sua turbolenta vita, Moana emerge dalle fotografie nella sua bellezza statuaria, velatamente sensuale ma mai eccessiva. Decine di articoli, opinioni di esperti di costume e migliaia di immagini hanno tentato di tracciare i contorni di una delle più controverse figure femminili degli ultimi decenni, eppure il carisma di Moana Pozzi e la forza di chi ha il coraggio di rendere pubbliche le proprie scelte mai sono state così evidenti come negli scatti che immortalano la casta diva dell'hard immobile, eterna nell'abito rosso fuoco.

Colpito dall'eleganza di Moana, Salis contravvenne alla propria abitudine di non fotografare mai lo stesso soggetto più di una volta realizzando immagini originariamente in bianco e nero, colorate in una seconda fase. Il risultato è un effetto quasi pittorico, una fotografia cristallina, purissima, palpabile. L'oggettività della rappresentazione si arricchisce degli  interventi di tipo artistico, l'originale è un punto di partenza da evolvere come se si trattasse di una bozza per un pittore, in una ricerca continua della tonalità più adatta. Il lavoro di Gianfranco Salis è una forma d'incontro tra la fotografia classica legata all'ottica e un risultato che riesce ancora ad andare oltre il livello raggiunto dal digitale.

La vita di Moana Pozzi arricchita di particolari barocchi, dai volti di coloro con cui ha avuto relazioni vere o presunte agli imbarazzanti ingressi in politica, annega in uno sfondo uniforme e neutro che decontestualizza la Donna e le regala un'immortale eleganza.

Cinema: Amabili resti. Quegli incerti confini tra la terra e il cielo

 

Per i lettori del romanzo le prime pagine sono indimenticabili:

"Mi chiamavo Salmon, come il pesce. Nome di battesimo: Susie. Avevo quattordici anni quando fui uccisa, il 6 dicembre del 1973".

Dopo venti pagine lette con il batticuore, il primo capitolo si chiude così, seccamente: "La fine arrivò comunque".

 

Con questo approccio, sconvolgente fin dalle prime battute, inizia il romanzo di Alice Sebold, uno dei casi editoriali della letteratura mondiale: un milione di copie vendute nel primo mese di pubblicazione negli Stati Uniti (agosto 2002); un successo, per un'opera prima, paragonabile soltanto a ‘Via col vento' (Margaret Mitchell, 1936), di oltre cinquant'anni anni precedente.

 

Due copertine per il libro di Alice Sebold: ‘The lovely bones' (Little, Brown Publisher, 2002); ‘Amabili resti' (Ed. e/o, 2002)

 

L'autrice. Il romanzo è fortemente ancorato ad un episodio della vita di Alice Sebold, che all'età di diciotto anni, al suo primo anno di università a Syracuse (N.Y), fu violentata da uno sconosciuto, che dopo lo stupro le urinò anche addosso. Qualche tempo prima, nello stesso luogo, un'altra ragazza era stata violentata e poi smembrata. Durante la deposizione di Alice alla polizia, un agente le disse che lei era stata ‘fortunata', ad essersela cavata.

Dopo aver lasciato gli studi per qualche tempo, e dopo un periodo di sregolatezze, con alcool e altre droghe, Alice Sebold scrisse nel 1999 un racconto quasi notarile sulla sua brutta avventura: ‘Lucky' (‘fortunata', appunto), che ebbe scarsa risonanza.

‘The lovely bones' è un romanzo del 2002 che consiste nella rielaborazione fantastica della stessa esperienza  e dell'altro episodio di stupro seguito da omicidio.  

A suo tempo per il romanzo, più di recente per il film, si è parlato di opere consolatorie - o furbe; anche questo si è detto. Certo non si può prescindere dalla vicenda personale dell'Autrice. Nasce, in certe situazioni, un bisogno incoercibile di narrare la propria esperienza per liberarsene. Come se si potesse fare un'opera furba dopo aver sostenuto una simile prova! Chi ha provato a rivestire di parole sentimenti sconvolgenti come la perdita, l'odio e il desiderio di vendetta, può dirlo; solo chi ha dovuto diradare la densità del senso di morte che prende dopo eventi del genere può testimoniare...

Perché (anche) a questo serve la scrittura.

 

 

Alice Sebold al tempo della sua partecipazione al Festival delle Letterature (Roma, 2003). Dopo il successo del libro la scrittrice disse, in un'intervista, di aver sentito l'universalità della propria esperienza e l'obbligo di parlare a nome delle tante altre vittime silenti della violenza

 

La storia. ‘Amabili resti' racconta dello stupro e dell'omicidio, da parte di un maniaco, della quattordicenne Susie Salmon, strappata alla sua ridente famiglia, mentre si sta appena aprendo alla vita.

Ma Susie non è veramente morta - andata via, perduta -; non ancora, almeno. Dall'alto del suo personale ‘Cielo', dove si ritrova subito dopo, Susie può seguire le vite e i pensieri delle persone che conosceva, incluso il suo assassino; ma non può interagire direttamente con loro. A volte i membri della sua famiglia riescono a sentire la sua presenza per un tempo brevissimo. Perché molti fili la tengono ancora legata al mondo dei vivi: emozioni positive come l'amore per i suoi cari, negative come l'odio per l'assassino. Da un ‘luogo di mezzo' che non è più questo mondo e non è ancora l'altro mondo, Susie - e il lettore insieme a lei - seguono i cambiamenti violenti, gradualmente più lenti, poi appena percettibili, delle linee della vita di ciascuno degli altri personaggi, a partire dal giorno fatale.

Della famiglia di Susie, innanzitutto:

il padre Jack, fortemente legato a lei, in vita;

la madre Abigail;

la sorella minore Lindsay;

il fratellino Buckley (insieme al padre, il più sensitivo);

la nonna Lynn;

il cane Holiday;

ma anche - nel cerchio immediatamente più esterno - Ray, il ragazzo di origine indiana che Susie non è riuscita a baciare;

la madre di Ray, la saggia e affascinante Ruana (una figura che non si ritrova nel film);

Ruth, l'amica sconosciuta, dalla sensibilità fuori dal comune;

e infine il sig. Harvey, il bieco assassino.

Tutte queste linee di vita, che prima Susie stringe fortemente a sé e poi pian piano allenta, fino a lasciarle andare del tutto.

 

Quel che rende notevole il romanzo, dal punto di vista della tecnica narrativa, è un'idea semplice come l'uovo di Colombo: utilizzare, nel racconto, una prima persona che è al contempo un "narratore onnisciente" e anche uno dei personaggi, anzi il personaggio principale: Susie stessa che dall'alto del ‘suo' cielo segue le vicende umane con partecipazione non disgiunta da un certo necessario distacco. Si assommano così i vantaggi di una narrazione introspettiva, tipici della prima persona narrante, con la conoscenza dei pensieri e della vita degli altri personaggi, come pure quella del mondo in generale, che è del narratore onnisciente.

Quindi ‘io narrante in prima persona', ‘narratore onnisciente' e ‘personaggio principale' coincidono; anche se a una lettura attenta sembra che la narratrice si identifichi piuttosto con un altro personaggio, esterno alla stretta cerchia familiare, nel ruolo di osservatrice e tutore; esattamente nella persona di Ruth. Ruth Connors, la ragazza con cui Susie non aveva mai parlato in vita, che ha il dono dello shining (la ‘scintillanza' di Stephen King e di Kubrick): un ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

 

Il film di Peter Jackson è del 2009. Il regista, di origine neozelandese (classe 1961), dalla ricca filmografia, è noto per il successo della trilogia del ‘Signore degli anelli'

 

Il film. Non è molto frequentata in letteratura e neanche nelle storie del cinema, la narrazione condotta da un personaggio defunto. È evidente come tale artificio costituisca l'esasperazione massima della finzione, all'interno di opere che sono già pura invenzione e rappresentazione fantastica.

Sono perciò abbastanza memorabili i pochi esempi del genere:

 

Rashōmon è un film del 1950 diretto da Akira Kurosawa. Leone d'Oro alla 16a Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia (1951); premio Oscar come miglior film straniero (1953).

 

Viale del Tramonto (Sunset Boulevard) è un film del 1955 diretto da Billy Wilder, con Gloria Swanson, William Holden ed Erich von Stroheim

 

 

American Beauty è un film del 1999 diretto da Sam Mendes, con Kevin Spacey e Annette Bening, vincitore di cinque premi Oscar

 

Questi film così diversi hanno in comune l'impiego dello stesso espediente narrativo: il personaggio - o la sua voce ‘disincarnata'- che racconta la propria versione dei fatti, da un ‘al di là' immaginario. Ha un'autorità, questa voce, superiore alle altre, per essere fuori dalla mischia del quotidiano, ogni passione spenta. Una voce che può essere anche poetica e appassionata, come in questo ‘Amabili resti', trasposizione filmica particolarmente fedele - quasi simbiotica, pur nella differenza del mezzo espressivo - dell'opera letteraria.

 

La giovane Soarsie Ronan (data di nascita 1994) è impressionante per l'intensità della sua interpretazione del ruolo di Susie. Altrettanto apprezzabile la prova di Stanley Tucci nel ruolo dell'assassinio (nomination come miglior attore non protagonista al 67° ‘Golden Globe Award', anticamera dei premi ‘Oscar')

 

Il film - come anche il romanzo - non inizia con il famoso incipit che tutti ricordano - sarà la sorpresa della seconda lettura - ma con una immagine di Susie bambina, affascinata da un pinguino in una boccia di vetro; di quelle con la neve che cade rigirando la palla. Susie da piccola è addolorata per il destino del pinguino, che secondo lei deve sentirsi solo, a vivere lì dentro. Il papà la rassicura: il pinguino non è triste. È  prigioniero di un mondo perfetto. Ma alla piccola Susie - e anche ai lettori - il dubbio rimane...

Poi c'è l'aggancio con la vicenda, alternativamente agita su due piani: quello della voce narrante che rievoca, e i fatti della vita reale di una ragazzina americana di quattordici anni, negli anni '70.

Il film scorre duro e sognante, come è la storia del libro. Il regista Peter Jackson - insieme alla sua sceneggiatrice preferita, nonché moglie: Frances (Fran) Walsh - vi riversa tutta la capacità visionaria del suo mondo, come era anticipata in uno dei suoi primi film (‘Creature del cielo', Heavenly creatures, del 1994), e completamente dispiegata nella trilogia de ‘Il Signore degli Anelli' (2002, 2003, 2004). Nella rappresentazione del ‘Cielo' di Susie sono largamente impiegate le creazioni della WETA Digital - l'azienda che Jackson ha costituito in Nuova Zelanda (il nome ‘weta' deriva da un insetto locale, una specie di grillo salterino e spinoso) - che ha curato la post-produzione di questo film come quella di Avatar di Cameron.

Molte delle critiche che il film si è attirato nascono in realtà dalla storia proposta dal romanzo, e dalla rappresentazione del ‘Cielo' di Susie, definito zuccheroso o ‘new Age'; troppo simile al Paradiso, o troppo diverso da esso. Vagano nel ‘Cielo' del film immagini della vita terrena, simboli di un mondo dovuto abbandonare troppo presto. Servono a creare un collegamento tra i due mondi, navi in bottiglia e fari di luce, isole di ghiaccio con la forma dei ciondoli della catenina di Susie, boccioli di fiori che sono vivi per una stagione brevissima, il tempo del ricordo, e presto sfioriti...  Lega e amplifica l'atmosfera incantata la colonna sonora di Brian Eno, qui alla prova di una ambient music per il Paradiso.

 

Soarsie Ronan in un'altra scena del film. La giovane attrice si era fatta conoscere in ‘Espiazione' (‘Atonement'), un film del 2007 di Joe Wright, tratto da un romanzo di Ian McEwan

 

Del romanzo si disse, al tempo dello straordinario successo alla sua pubblicazione nel 2002, che fosse la risposta emotiva del paese all'indomani dell'11 settembre. Critica alquanto riduttiva per un tema - quello del distacco, specie dopo una morte violenta - che appare invece del tutto universale. Può sorprendere che la rappresentazione di un luogo intermedio, molto simile al ‘Cielo' di Susie, si ritrovi anche nella tradizione buddhista. Si è già trattato l'argomento su queste pagine, a proposito delle cerimonie legate al trapasso, in altre culture. Se ne riporta uno stralcio, perché di stretta analogia con il tema che il romanzo e il film propongono: "Le anime uscite dal corpo sono spaventate e indecise, come quando ci si trova in una terra sconosciuta. Esse tendono a tornare nella loro casa, tra le persone e le cose cui sono abituate. Vanno incoraggiate perciò a prendere atto del cambiamento e della loro nuova dimensione, e a lasciare la casa. (...) Esse non sono legate troppo al corpo; sono gli affetti a trattenerle, gli oggetti e il luogo che meglio avevano conosciuto in vita." [V. su "O": Le piante del commiato e della memoria (seconda parte)
 del 09.09.07].

 

La vicenda di ‘Amabili resti' è stata anche considerata un messaggio per le persone che si trovano ad affrontare il dolore di una perdita incolmabile. Perché tra i tanti modi di avvicinarsi ad un libro, c'è anche quello del lettore in stato di bisogno, alla ricerca di qualsiasi appiglio, cui la lettura viene consigliata come una forma di terapia dopo un lutto.

Vero è che, per tutti, dimenticare è necessario. Nella vicenda narrata, colui che con maggior forza persevera nel ricordo e nel dolore, è il padre Jack; il personaggio più avvinto a Susie, che non si dà pace per non esserci stato quando sua figlia aveva bisogno di lui e si carica del compito di vendicarla. La parabola dell'autodistruzione del padre è lucidamente descritta; l'intensità e la persistenza del suo dolore nel tempo, mettono a rischio la sopravvivenza sua e dell'intera famiglia. Susie dovrà andarsene davvero, per liberare il padre.

I lettori che hanno cercato nel libro una soluzione, o un metodo per affrontare il loro personale problema con il dolore, non ne hanno tratto gran giovamento. Perché anche se la storia viene raccontata nell'arco di  anni, si legge però in un paio di giorni; il libro racconta soltanto, del tempo che passa; ma esso non trascorre davvero!

È necessario dimenticare; si ha quasi l'obbligo di farlo. Ma per questo, il tempo deve passare; il dolore sedimentare giorno dopo giorno. Alla fine di questa fase - che per ciascuno prende un tempo diverso - il dolore della perdita viene ‘elaborato'.

E' questa la storia di Susie: una presenza che è passata attraverso la vita ed è andata via. Di cui resterà il ricordo, non il dolore.

Musica: Chi vuol essere Fabri Fibra in tv?

 

 


 

Giovedì 18 Febbraio alle ore 21.00 su Mtv ha avuto inizio la nuova trasmissione condotta da Fabri Fibra "in Italia", dall'omonima canzone ormai famosissima. Si tratta di un format di 5 puntate settimanali nelle quali il rapper viaggerà per lo Stivale tentando di raccontare, attraverso il suo punto di vista, come si vive oggi nel nostro Paese. Nella prima puntata Fabri Fibra ha voluto presentare, attraverso il racconto di due ragazze di vent'anni, le differenti realtà che caratterizzano l'universo rom della capitale. Il taglio dei dialoghi è prettamente giovanile nel classico stile di mtv ne esce fuori però un interessante spaccato di vita romana nel quale si delineano i profili delle due ragazze entrambe rom ma con diversi stili di vita. Una è slava si chiama Malena e vive nel campo del Travertino, una trentina di persone e tutte imparentate in condizioni molto dignitose, vicino al centro della capitale. L'altra è rumena si chiama Codruza vive nel campo di Salone, enorme quasi 1000 persone in situazioni di igiene al limite della vivibilità, a 20 km da Roma. Tradizioni diverse, caratteri diversi,  Codruza salda con i piedi per terra determinata e con un lavoro fisso,  Malena più spensierata con una visione della vita molto più simile alle sue coetanee italiane. Codruza sogna di prendere la patente, di vivere con i propri soldi in maniera normale e uscire dal suo campo, Malena sogna la televisione, la visibilità i bei vestiti, e per ora cerca lavoro andando a sbattere sia contro la diffidenza verso la sua etnia sia contro la sua poca determinazione. La vita di due giovani che affrontano i loro problemi e tentano di realizzarsi in Italia. E' questo quello che Fibra vuole raccontare in una trasmissione dedicata alle nuove generazioni e alle opportunità che il nostro paese gli offre. 

 

 




 

Nel 2010, oltre a questa nuova esperienza da conduttore, il rapper ha anche in progetto il suo nuovo album "Controcultura" in uscita a Settembre e che dovrebbe concentrarsi proprio sull'immobilismo che caratterizza l'Italia. Emblematica a proposito la scritta che Fibra ha posto sulla copertina del cd "Fate i nonni non i capi, il mio futuro lo stanno decidendo persone che il futuro non lo vedranno", criticando il fatto che l'Italia sia un paese in mano ad una generazione che non rappresenta il futuro ma continua a rappresentare il passato e dove i giovani non riescono a ottenere i giusti spazi per esprimere le loro idee e le loro potenzialità. In molte interviste a cui è stato sottoposto Fibra ha sempre spinto i ragazzi a credere nei propri progetti e a percorrere la propria strada senza lasciarsi influenzare da falsi miti o da genitori troppo invadenti. Molte delle sue frasi si inseriscono anche all'interno di dibattiti particolarmente caldi oggi come quello sui "bamboccioni" o sulla cocaina per esempio. Quando, nel 2008, era stato invitato alla trasmissione "il senso della vita" di Paolo Bonolis, Fibra dichiarava: "la famiglia è importante come nucleo ma è anche dannosa, bisognerebbe capire prima quand'è il momento di andarsene e in Italia è difficilissimo farlo", un consiglio per i ragazzi a uscire di casa e a maturare più in fretta diventando i protagonisti della propria vita e, magari, della vita del paese. Un altro tema di cui parla spesso è quello delle droghe e della cocaina in particolare, sostanza dalla quale è stato fortemente dipendente fino ad arrivare a passare un giorno in coma, "la cocaina è il dramma principale dell'Italia, la usano tutti è dappertutto e soprattutto nel mondo dello spettacolo, moltissima gente me la offre in camerino prima dei concerti - racconta Fibra a "le invasioni barbariche" di Daria Bignardi - è una sostanza che ti distrugge, se cominci a usarla a 16 anni arrivi a vent'anni che non provi sensazioni, non vivi le relazioni, non hai erezioni, il problema è che di tutto ciò non ci si rende conto e questo perché chi se ne deve occupare è ancora fermo allo spinello". L'ipocrisia del mondo dello spettacolo e i falsi miti che genera, la dipendenza dalla droga, la vanità del successo, sono i principali temi che Fibra ha affrontato con i suoi ultimi album da quando a 30 anni suonati,  nel 2006 con "Tradimento", primo album prodotto dalla Universal, conquista il disco d'oro (riconoscimento che otterrà anche con i due successivi album) diventando un artista famoso e, di conseguenza, un personaggio pubblico. Prima comunque ci sono 10 anni passati nella scena musicale underground,  anni nei quali produce tre cd e si impone come protagonista del rap italiano, caratterizzandosi sempre per uno stile diretto, ironico e provocatorio ma allo stesso tempo fortemente introspettivo, esprimendo un disagio sociale in cui si rispecchiano molti giovani che faticano a trovare una strada da percorrere o qualcosa in cui credere. Ora i suoi dischi vendono tantissimo e lui gode di grande successo, molti lo criticano per aver cambiato stile ed essersi venduto alla musica commerciale, lui risponde che è semplicemente cambiato lui e con lui è cambiata anche la sua musica, "mica sono uno stereo che trasmette sempre le stesse cose, tutti cambiamo non posso essere lo stesso di 10 anni fa'", in merito alla commercializzazione dice:" Chiunque vorrebbe essere al mio posto, chiunque fa musica". La grande visibilità a cui è sottoposto ora lo porta anche ad aver maggiori responsabilità verso il suo pubblico e carica di significato ogni parola che scrive in un suo testo, questo dovrebbe prevedere una maturazione artistica non da poco. Per esempio nel dvd che ha voluto affiancare al suo ultimo album "Chi vuole essere Fabri Fibra?", è forte la denuncia all'idealizzazione che si fa del suo personaggio. Dice di rendersi conto del pericolo di essere preso come un Dio o un Supereroe dalle migliaia di ragazzini che vanno ai suoi concerti e vuole spingere chi lo segue ad aprire gli occhi su di lui e sulla realtà, perché quello che si vede è solo spettacolo e intrattenimento ma poi "vanno tutti a casa, a pensare a che cazzo faranno il giorno dopo". Il messaggio è rivolto a chi vuole intraprendere la carriera artistica solo per la fama e il successo e non per una naturale propensione e per la voglia di farlo. "Io vedo diciassettenni che fanno le prime canzoni - dice nel suo dvd - e pretendono già di andare in televisione, se il tuo scopo è di arrivare in televisione per giustificare il fatto che nella vita non fai un cazzo, puoi presentarti come rapper ma in realtà sei una figurina".  Secondo Fibra non è il successo a cambiarti la vita ma fare quello che vuoi. "La gente crede che lo spettacolo sia qualcosa di migliore, di speciale, perché gli fa talmente schifo la vita di tutti i giorni che preferisce sperare ci sia qualcosa di meglio".      

Più volte Fibra ha affermato che il successo non lo ha cambiato ma ha cambiato il modo in cui la gente si relaziona con lui ora che è famoso, lui però è rimasto lo stesso e continua a vedere le cose per quelle che sono senza filtri e senza facili entusiasmi. Un occhio lucido sulla realtà e la capacità di mettere sempre in dubbio ciò che gli si presenta davanti, una voce fuori dal coro insomma ma che il coro non disdegna affatto. E' per questo motivo che molte trasmissioni lo hanno invitato come ospite, e che ora gli viene data la possibilità di condurre un programma su mtv,  perché ci si rende conto che ha qualcosa di nuovo da dire e che ha un grosso seguito a cui dirlo, "un personaggio di spessore" come lo ha definito Paolo Bonolis, "un genio incompreso" a detta di Daria Bignardi.

Dire quello che si pensa a così tanta gente non è cosa da poco, Fabri Fibra per ora si sta meritando questa occasione raccontando la vita in Italia per quella che è, vedremo quanto durerà perché basta poco per cadere nel dimenticatoio  e Fibra sembra saperlo bene.

 

La Fiction: "Pantere" alla riscossa: Cougar Town

 



 

Cosa succede quando una donna quarantenne, sposata, con un figlio si trova ad un certo punto sola, abbandonata e senza punti di riferimento? Può perdersi e cadere in depressione oppure riprendere la vita in mano e decidere pienamente (e disperatamente) di vivere la propria età. Ed è quello che accade a Jules Cobb, interpretata da Courtney Cox, protagonista della nuova comedy dell'ABC "Cougar Town". Dopo essersi separata dai suoi "Friends" e aver interpretato il ruolo drammatico e gelido di Lucy Spiller nello sfortunato "Dirt", Courtney Cox ritorna alla commedia in un ruolo sexy, provocante, ironico, un po' svaporato in cui si esprime anche tutta la sua sensualità e riesce a centrare l'obiettivo, tanto da aver ottenuto una nomination ai Golden Globes.

La serie, creata da Bill Lawrence e Kevin Biegel, è prodotta da Coquette Productions, in collaborazione con ABC Studios. Le riprese si svolgono nei Culver Studios di Culver City, California. La messa in onda dell'episodio pilota ha raggiunto 11,28 milioni di telespettatori. Il titolo della serie prende origine dalle cosiddette Cougar (Puma); dalle donne, che superati i quarant'anni, continuano a frequentare ragazzi molto più giovani, sui vent'anni circa, proponendosi come donne forti e perfettamente in controllo delle loro vite. Un vero e proprio stile di vita, simbolo di libertà e indipendenza.

Jules, appunto, è una splendida quarantenne che si trova nuovamente single dopo aver passato la maggior parte della sua vita accanto al marito Bobby (Brian Van Holt, S.W.A.T.) ed al figlio Travis (Dan Byrd, Cinderella Story), con il quale tuttora vive. E così decide che la dieta non basta, che all'alcol non si può dire di no. Ma soprattutto bisogna rimettersi in gioco, recuperare tutto il tempo perduto accettando gli inviti di uomini più giovani e frequentando locali di tendenza. Nella sua ricerca, s'imbatterà così in personaggi singolari, ma anche in possibili nuovi amori, da cui stava cercando di stare alla larga.

A sostenere il suo nuovo stile di vita troviamo la collega Laurie Keller (Busy Philipps), giovane e disinibita frequentatrice della vita notturna che la incoraggia a uscire e divertirsi. Nel cast anche Christa Miller (Scrubs, CSI:Miami), migliore amica di Jules che ci diverte con tutti i luoghi comuni sul matrimonio e gli "effetti collaterali" di una lunga vita insieme e Josh Hopkins (Private Practice) il bel vicino di casa, divorziato anche lui, che non ha trovato alcuna difficoltà a rivestire di nuovo i panni di single.

Però, a differenza di quel che accade alle trentenni di Sex and the City, qui non contano i tacchi, non servono le grandi marche e gli uomini non si collezionano in attesa che arrivi quello giusto, ma ogni incontro è semplicemente un modo per stare bene e soddisfare le proprie frustrazioni o, in ultimo, per  vendicarsi. Sembra che la narrativa televisiva attuale abbia trovato nuova linfa creativa nel declinare in vari modi il pianeta donna: come è il caso di Eastwick (dall'8 febbraio su Mya) e di The good wife (con Julianna Margulies, in primavera sulla Rai) che raccontano storie di donne che ricominciano da zero, o ancora il "classico" Desperate housewives, alla sesta stagione, che celebra chi dà un taglio al passato. Donne che sono lontane dallo stile e dalla figura della Mrs. Robinson de "Il Laureato" che sembra comunque aver aperto la strada ad un atteggiamento ironico e disincantato sul mondo degli uomini e delle relazioni sentimentali. Come ha dichiarato la Cox: «Se un ragazzo dimostra il proprio interesse ci fa sentire ancora più attraenti». Di sicuro attraenti, ma non più sicure.

Negli Stati Uniti la serie è stata accusata di essere ricca di stereotipi. Assolutamente vero. È anche infarcita di luoghi comuni e i personaggi sono abbastanza netti e senza molte sfumature. Tutto ciò influisce negativamente? Assolutamente no, anzi. Perché Cougar Town è scritta benissimo, ogni puntata conserva il ritmo e seduce. Non ci si trova in presenza di una comicità flash, istantanea, ma pensata, di stampo più classico e riflessivo. Si pensi che i momenti migliori sono quelli corali, dove più personaggi si trovano alle prese con situazioni imbarazzanti e divertenti intoppi.

E così provando a recuperare emozioni lontane e dimenticate, Cougar Town mette in scena, con tanta ironia e sarcasmo, una originale tendenza sessuale e sentimentale giocando ancora una volta sulle diversità e i contrasti tra uomo e donna, e sulla distanza tra i sogni femminili e la realtà poco rassicurante. E, soprattutto, mostra donne in grado di prendersi in giro e ridere di sé.

Libri: Lady Oscar e la bambina che non esisteva

 

Siba Shakib con un tratto di penna leggero e in compagnia di Samira ritorna tra i popoli, le tradizioni e la cultura delle sue origini. Samira, protagonista della storia vera "La bambina che non esisteva", nasce in un piccolo villaggio sulle montagne dell'Hindu Kush in Afganistan e vive all'ombra di leggi e consuetudini che troppo spesso celano storie di violenza e sopraffazione. È un paese quello di Samira dove "Un uomo è un vero uomo quando ha una moglie, una moglie che gli darà subito un maschio, seguito da tanti altri". Nascere femmina in quei luoghi è un disonore per la madre, per il padre e per il neonato. Daria, la madre di Samira, vive come una vergogna, come una macchia indelebile, una colpa  l'aver messo al mondo una figlia femmina. Nessuno al villaggio deve sapere che il Comandante è diventato padre di una figlia femmina e  che le piccole manine di quella bimba hanno intenerito anche lui. Non c'è posto per una bambina in un paese dove la guerra irrompe prepotente e si trascina dietro qualunque cosa e dove il primogenito del Comandante deve essere un maschio per poterne ereditare il prestigio e il comando. Per questo lo stesso giorno della sua nascita Samira viene chiamata Samir e viene cresciuta ed educata seguendo modelli maschili. Samira come Samir impara a cavalcare, a pescare, ad andare a caccia, a sparare e a lottare come un vero uomo e suo padre, il Comandante, diventa il suo idolo. A Samira piace anche poter andare al villaggio da sola, poter andare a scuola e poter sputare in compagnia degli altri uomini. Tutte cose queste che le sarebbero severamente vietate se al villaggio sapessero che lei è femmina. Samir come Samira non esiste per nessuno. Ma arriva il giorno in cui "Samira tace. Tace perché ha scoperto una cosa che non aveva mai visto bene. Quella cosa che penzola tra le cosce del bambino, ha una forma allungata, con una goccia d'acqua sulla punta, il bambino lo prende in mano, lo tira come se volesse strapparlo, non lo strappa... Quel gesto dà a Samira il tempo di guardare quel coso più da vicino... assomiglia a un dito". La verità non le viene raccontata ma le si presenta  davanti agli occhi in tutta la sua nudità.  

I fatti e le vicende che si susseguono incalzanti nell'opera di Siba Shakib sono  crudelmente duri dal lato della dialettica uomo-donna e Samira capisce che in Afganistan "nemmeno gli uomini sono liberi. Se lo fossero non avrebbero bisogno di prendersi la libertà delle donne". La prova più dura e difficile che Samira deve affrontare è quella dell'amore che poteva diventare l'unica via di fuga nella rivendicazione di una identità completamente e finalmente al femminile ma "Samira  resta Samir... Bashir continua a chiamare Samira Samir. Samira continua ad andare a caccia, a vendere pesce carne e pollame". Nel nostro mondo, plasmato sulla certezza dell'esistenza di una teoria universale dell'uguaglianza, il viaggio di Samira diventa quasi surreale e meno duro se durante la lettura ci si riappropria di vecchi ricordi e attraverso un gioco di traslazioni e sovrapposizioni la storia viene spostata indietro nel tempo. Siamo nell'anno 1982 e una delle TV private italiane trasmetteva il cartone animato o manga divenuto anime Lady Oscar, nato con genialità e grande amore per la storia, in particolare per la figura della regina francese Maria Antonietta, dalla fantasia dell'autrice giapponese Riyoko Ikeda. Lady Oscar nasce in Giappone, in una terra e in una età dove nell'immaginario collettivo occidentale la donna è incarnata dalla trilogia moglie, madre e geisha, ma lei facendo dimenticare le sue origini ha la capacità di proiettare il pubblico in una atmosfera di corte settecentesca diventando presto in Italia l'eroina di grandi e bambini. Le tappe della sua storia sono scandite, per le stesse motivazioni originarie, come quelle di Samira da modelli educativi maschili, da un vissuto completamente al maschile e  ancora una volta l'amore sarebbe potuto essere la sua via di fuga.  Ed ecco che la finzione anticipa e collima perfettamente con la realtà. Lady Oscar incontra Samira nella stanza dei ricordi e nel riscrivere un unico racconto che scorre identico sul piano delle identità negate e mai riscattate ci fa pensare a Samira come a una piccola grande donna eroina della sua terra e della sua storia.

La fiction: "Modern family" la docu-fiction per le "nuove" famiglie

 

 



In questa rubrica abbiamo già affrontato più volte la capacità propria della fiction di raccontare le nuove forme di convivenza e di solitudine volgendo lo sguardo a quelle che sono le famiglie non convenzionali, contemporanee, postmoderne. In tal senso, un affresco divertente, innovativo e "allargato" della famiglia arriva dagli Stati Uniti ed ha debuttato venerdì scorso su Fox Italia. Si tratta di Modern family, "una grande (onesta, gay, multi culturale, tradizionale) famiglia felice", la serie americana prodotta da Fox Television Studios e creata da Christopher Lloyd e Steven Levitan, è andata in onda nel settembre 2009 dall'Abc.

 

L'American Film Institute ha segnalato Modern Family tra le migliori dieci serie del 2009; la prima stagione, poi, ha ottenuto una nomination ai Golden Globe 2010 come ‘miglior serie comedy' e  la puntata pilota è stata seguita da 13 milioni di spettatori.

L'originalità della serie non consiste tanto nella tematica (comunque interessante) quanto nella struttura narrativa che adotta e che mette in atto. Infatti, questa è impostata come una sorta di finto documentario, il cosiddetto mockumentary; uno dei generi cinematografici più amati ma complessi da realizzare. Si tratta, in pratica, di un falso documentario, girato con attori e tutte le finzioni del cinema normale, e sembra però un documentario con tutti i crismi. Uno degli esempi più celebri è Zelig di Woody Allen, mockumentario, appunto, che documenta il caso storico di un uomo capace di trasformarsi a seconda di chi si trova davanti. E così, tutti i personaggi di questa serie decidono di narrare le proprie esistenze ad una troupe intenta a realizzare un docu-reality, che segue sei genitori più cinque figli, un totale di tre nuclei familiari per tutti i gusti, tra quella tradizionale, quella gay e quella mista.

Protagonista della serie è il bizzarro clan dei Pritchett formato da tre distinti gruppi familiari che finiscono per diventare un'unica grande famiglia. Il patriarca della famiglia è il sessantenne Jay (Ed O'Neill), di recente convolato a seconde nozze con una moglie più giovane e straniera, la colombiana Gloria Delgado (Sofia Vergara). Anche la donna è già stata sposata e dal primo matrimonio è nato Manny (Rico Rodriguez), che vive insieme a lei e al patrigno. Ma Jay aveva avuto due figli dal suo primo matrimonio, e anch'essi con le loro famiglie rappresentano possibili declinazioni del concetto stesso di famiglia moderna. Se da un lato, infatti, ci si trova davanti alla classica famiglia regolare, quando ci si imbatte nella figlia Claire (Julie Bowen), che è una casalinga con marito (Phil - interpretato da Ty Burrell) e prole, dall'altro ci si ritrova nel bel mezzo di una famiglia omosessuale, dove il figlio gay di Jay, Mitchell (Jesse Tyler Ferguson), vive insieme al suo compagno Cameron (Eric Stonestreet) e alla bambina vietnamita che hanno adottato insieme.

La serie vanta diverse partecipazioni prestigiose: Edward Norton, nella parte del bassista di un gruppo ingaggiato per il compleanno del marito di Claire; Chazz Palminteri ("I soliti sospetti", "Terapia e pallottole"); Benjamin Bratt ("Traffic" e "Miss Detective"); Elisabeth Banks ("Spiderman", "Law & Order"), che interpreta il personaggio di Sal e Minnie Driver (premio Oscar come migliore attrice non protagonista in "Will Hunting - Genio ribelle").

La storia di Modern Family è quella, appunto, di una famiglia "moderna", o meglio di un castello ingovernabile di tutte le tipologie di famiglie strane e incrociate: una coppia gay, un secondo matrimonio con famiglia "allargata" dai figli di lui e di lei, che in questo caso hanno molti anni di differenza, e la "classica" famiglia lui-lei- e i bambini con la casa che sembra un campo di battaglia e la vita stressante organizzata tramite l'autorevole lavagna degli impegni sul frigo (strumento utile per programmare ogni appuntamento della vita familiare quotidiana).

Lo stile narrativo che caratterizza la fiction risulta in grado di evidenziare, con ironia e sarcasmo, le contraddizioni e le debolezze dei protagonisti e della società contemporanea. Una scrittura ricca di irresistibili frecciate e situazioni al limite del paradosso soprattutto per i personaggi costretti a confrontarsi quotidianamente con pregiudizi, competizioni, raggiungimento di obiettivi scolastici, lavorativi e, soprattutto, familiari.

La serie, pertanto, riesce a raccontare in modo semplice come la famiglia si sia evoluta nel corso degli anni, mostrandoci personaggi tra loro differenti ma capaci di aiutarsi nel momento del bisogno. Una famiglia, allora, può essere allargata, con tanti figli, ristretta, semplicemente "di fatto", eppure non sono questi attributi che la definiscono tale ma la capacità di tutti di andare oltre le diversità e i contrasti.

E così Modern Family, con un linguaggio innovativo, spiazzante, ironico e  cinico, ci restituisce una rappresentazione intensa ed attuale delle famiglie contemporanee raccontandone, con fine realismo, i problemi, le speranze, le aspettative più comuni.

Fiction: La rivoluzione silenziosa: "C'era una volta la cittā dei matti..."

 

C'era una volta un uomo che decise di mettere in pratica l'articolo 3 della nostra Costituzione che dice essenzialmente questo: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Quest'uomo si chiamava Franco Basaglia e quella che realizzò fu una vera e propria rivoluzione. Il suo antieroismo è stato il più potente motore di cambiamento della nostra storia recente: se ne renderà conto il pubblico di Raiuno quando assisterà alla messa in onda della fiction "C'era una volta la città dei matti...", domenica e lunedì in prima serata, che narra di donne e uomini uniti dalla sofferenza e dalla totale assenza di dignità.

La miniserie, diretta da Marco Turco e prodotta dalla "Ciao Ragazzi" di Claudia Mori, è interpretata da Fabrizio Gifuni nel ruolo dello psichiatra ribelle che, per primo, ebbe il coraggio di mettere in discussione l'istituzione dei manicomi. Un uomo carismatico, ironico, sempre sorridente, uno spirito arguto che spiazzava l'interlocutore formatosi attraverso le letture di Sartre. Aveva la giocosa irresponsabilità del bambino e dell'artista, che poteva apparire egocentrismo, data la forte personalità.

La realtà che si trova di fronte Basaglia è terrificante. E con la moglie Franca Ongaro, donna coraggiosa che diventerà in seguito parlamentare, decide di cambiare quel mondo, caratterizzato da sevizie e torture.  Esistevano le cosiddette "Città dei matti", con tutto il loro carico di orrori: letti di contenzione, camicie di forza, celle d'isolamento, elettroshock punitivi, infermieri-carcerieri e malati-carcerati, rapporti sadici fra medici e pazienti. Non luoghi di cura, ma di segregazione. Occultamento e cronicizzazione di quello "scandalo" sociale che è sempre stata la malattia mentale. In tutto il mondo occidentale, nessuno aveva mai messo in discussione il manicomio oppure osato sfidare frontalmente il potere degli psichiatri. E, per la prima volta, si prova a lavorare sul bisogno di normalità e umanità dei pazienti. Si organizzano le assemblee di reparto e quelle plenarie. Si aprono spazi di aggregazione sociale, cade la separazione coatta fra uomini e donne. Fino ad arrivare alla "Legge 180/78", detta anche "Legge Basaglia", che introdusse un'importante revisione organizzativa dei manicomi e promosse notevoli trasformazioni nei trattamenti psichiatrici sul territorio.

Una delle sequenze più emozionanti della miniserie è quando una folla di medici, infermieri e pazienti abbattendo le reti intorno all'ospedale psichiatrico di Gorizia corrono all'esterno al grido "siamo liberi". Una scena dal sapore di verità che attraversa le voci e i dialoghi, le immagini e i colori.  

La fiction, pur muovendosi su un impianto narrativo essenzialmente didascalico, non perde di vista la sua dinamica drammaturgica: da un lato raccontare di  donne e uomini uniti dalla sofferenza e dal piacere di liberarla, e dall'altro far capire i passaggi cruciali e centrali della storia di Basaglia. Il modo in cui viene estromesso dalla carriera universitaria, il suo rapporto conflittuale con le istituzioni, la fiducia nel «fare», la teoria e la pratica del convincere. Ma anche la politica -Franco Basaglia era un «compagno» oltre che uno scienziato - e l'Italia di allora. Come ha dichiarato Fabrizio Gifuni: «Fare una biografia sarebbe stato riduttivo e avrebbe alimentato un equivoco, che il lavoro fatto da Franco Basaglia possa essere frutto di una sola persona. Ricostruiamo il momento storico e lo spieghiamo bene: quest' uomo straordinario ha portato avanti la sua rivoluzione con l'aiuto di tante persone».

Voce narrante e punto di vista dell'intera vicenda è il personaggio di Margherita, interpretata da Vittoria Puccini. Margherita è realmente vissuta e visse in manicomio la maggior parte dei suoi anni. Figlia di una ragazza madre tormentata dai sensi di colpa per averla avuta senza il sacro vincolo del matrimonio da un soldato americano fu dapprima rinchiusa in un istituto di suore e poi in manicomio perché era una ragazzina ribelle. Ci sono altri personaggi originali nati, comunque, dalle mescolanze di esistenze vere di chi conobbe il manicomio prima dell'arrivo di Basaglia: come Boris, reduce da una guerra terribile che lo ha ridotto al mutismo; Furlan, ex partigiano che si fa rinchiudere in manicomio di sua volontà; e ancora Nives, infermiera che tratta i matti come oggetti perché questo le hanno insegnato.

Protagonisti di questa vicenda epica che però pagheranno un alto prezzo esistenziale e personale: difficoltà economiche, problemi familiari, separazioni segnano le storie di medici e infermieri che hanno deciso di seguire Franco nella sua lotta.

Uomini marginali che abitano un posto scomodo, vite di pazienti istituzionalizzati e triturati, seviziati e torturati, così come prescriveva la pratica terapeutica prima che Laing, Foucault e Basaglia squarciassero il sipario pazientemente tessuto dal potere su queste realtà atroci.

Un'opera necessaria, quindi, quantomeno per la memoria, che permette di ripensare e attualizzare tale figura e la sua straordinaria impresa collettiva.

Future film festival

 

 

Uno sguardo dove le regole dell'umana esistenza sono accessorie. Un viaggio in universi tridimensionali e ambientazioni irreali. La dodicesima edizione del Future Film Festival, svoltosi a Bologna dal 26 al 31 gennaio 2010, si è conclusa con la vittoria del Platinum Grand Prize (premio per i lungometraggi) andato al film belga Panique au Village realizzato da due leader europei nel campo dell'animazione: Stephane Aubier e Vincent Partar.

Il più importante evento italiano dedicato agli effetti speciali ha esplorato temi  tradizionali e innovazioni tecniche. Se la fantascienza a detta dei sociologi nasce dalla necessità di rappresentare i limiti del progresso umano, il Future Film Festival ha ampliato notevolmente il campo d'indagine dimostrando l'esistenza di generi ibridi, contaminazioni e cortocircuiti temporali. Muovendosi tra citazioni di insigni precursori e avanguardie, colossal mondiali e piccole produzioni indipendenti, il programma di quest'anno ha tracciato i contorni di un cinema ormai divenuto mezzo di comunicazione universale, fruibile e apprezzato da immense platee. Il percorso lungi dall'essere una mera riflessione su un genere, si è trasformato in un ritratto dalle molteplici influenze. La stessa immagine ufficiale realizzata da Matteo Capobianco, noto nome nel panorama europeo dei graffiti, è un esempio di arte concepita come punto di intersezione tra esperienze differenti: l'Oggetto Volante Non Identificato partorito dall'immaginazione dell'artista ha infatti la consistenza delle navicelle spaziali dei fumetti ma le evidenti opposizioni cromatiche ricordano alcune tecniche del cubismo orfico dettate da campiture piatte alternate, in contrasto tra loro.

Nonostante l'elevato livello tecnico e tematico dei film in concorso, indiscusso protagonista dell'edizione 2010 è stato il premio Oscar Joe Letteri, Senior Visual Effects Supervisor della Weta Digital specializzato nella creazione di immagini fotorealistiche: dai dinosauri di Jurassic Park a Gollum del Signore degli Anelli fino al recente dettagliatissimo mondo di Pandora per il colossal di James Cameron Avatar. Joe Letteri, rievocando le atmosfere di una giungla lussureggiante e esotica generata unicamente attraverso la computer grafica, ha illustrato le tecniche che la Weta Digital ha utilizzato per raggiungere un livello di tale complessità: la Stochastic Pruning che consente di rendere l'immagine equivalente a quella che si vedrebbe ad occhio nudo e la Spherical Harmonics che usa la matematica per comprimere e manipolare un elevatissimo numero di dati.

Il Future Film Festival, tra tecnologia e richiami alla storia, ha il difficile compito di tracciare i contorni del cinema di un futuro che in un attimo diventa presente. In quest'ottica si spiega la grande attenzione che riserva a precursori del genere, nati decenni prima dell'introduzione del digitale. Di notevole interesse è l'esperienza di Saul Bass, l'inventore della motion graphic a cui il Festival ha dedicato un focus. Grafico, designer, animatore, autore di pubblicità, Bass ha lavorato per oltre sessanta film tra cui Quando la moglie è in vacanza di Billy Wilder, Shining di Kubrick e Psycho di Hitchcock rivoluzionando il modo di comporre i titoli di testa. Le sequenze introduttive realizzate dal genio dei film in miniatura sono infatti una storia nella storia, vicenda complementare al lungometraggio ma non equivalente.

Se la computer grafica con resa fotorealistica descritta da Joe Letteri spalanca una finestra nel mondo digitale dall'elevatissimo livello di dettaglio, ancora oggi i titoli di testa realizzati da Bass per il film Anime sporche di Dmytryck rendono una scena ordinaria un capolavoro assoluto: l'andatura di un gatto nero, accompagnata da una musica che ne ricalca i passi, assume caratteri inquietanti, quasi stranianti. Il felino dal corpo di buio, avanza nella notte mentre l'occhio del cinema osserva ogni movimento, dal lento e elegante ingresso fino alla violenta aggressione da parte di un gatto bianco. Ogni inquadratura è carica di leggera ansia, in un climax che evoca remote e ancestrali paure.

Semplicità figurativa e paesaggio che il digitale rende barocco, carico di particolari. Antiche tecniche ancora da perfezionare e resa lucida di ogni fibra del reale. Pionieristici del passato e Nobel del presente. Il Future Film Festival, nel panorama di un cinema che apre le porte alla dimensione tridimensionale, si interroga sui nodi del genere fantascientifico grazie a viaggi spazio-temporali a bordo di una favolosa macchina del tempo...

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