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Per caso, o per suggestione inconscia, mi sono trovato a vedere, nel giro della stessa settimana, tre film a tema vagamente affine. Come un quadro che rivela il suo significato soltanto quando viene apposta l'ultima pennellata, ho poi scoperto che di lì a qualche giorno ci sarebbe stata la ricorrenza del ‘Giorno della Memoria', istituito dieci anni fa anche in Italia, come in tutta Europa, per ricordare l'entrata delle truppe sovietiche nel campo di concentramento tedesco di Auschwitz-Birkenau, in Polonia (il 27 gennaio 1945).
Il film di De Sica del '72 con Dominique Sanda, Lino Capolicchio, Fabio Testi e Romolo Valli
Del tema della discriminazione nei confronti degli Ebrei trattava un romanzo di Giorgio Bassani del 1962 ‘Il Giardino dei Finzi-Contini', da cui Vittorio De Sica ha tratto nel 1970 una pellicola premiata con l'Oscar per il miglior film straniero.
È stato certamente un caso che la proiezione del primo film - ‘Il Giardino dei Finzi Contini', di De Sica - programmato insieme ad un gruppo di cinefili alcuni mesi fa, quasi coincidesse con la giornata della memoria. Era stato selezionato infatti, questo film insieme ad alcuni altri, per delle proiezioni in una Libreria ospitale, al fine di approfondire i complessi rapporti tra le opere letterarie e i film che ne sono tratti [Cfr. "Visioni": http://forumcinema.blog.tiscali.it ].
Vi si racconta - attraverso la rievocazione di un amore giovanile - l'escalation della discriminazione nei confronti degli Ebrei che culmina nel varo delle leggi razziali (1938) e quindi nella deportazione in massa, tra il 1940 e il 1943. Il libro e il film si riferiscono agli eventi di Ferrara, ma fatti analoghi accadevano in tutta Italia.

‘L'uomo che verrà', il film di Giorgio Diritti premiato al Festival internazionale del Film di Roma 2009: Marc'Aurelio d'Oro del pubblico al miglior film e Gran Premio della Giuria Marc'Aurelio d'Argento.
L'altra coincidenza è stato l'arrivo nelle sale, proprio in questi giorni, di un film molto atteso: l'opera seconda di Giorgio Diritti. ‘L'uomo che verrà'.
Infine, sull'onda emotiva di questo film, ho voluto/dovuto vedere una pellicola di qualche anno fa, affine per periodo storico e per il tema trattato, che avevo tralasciato alla sua uscita - non vado mai volentieri a vedere film sulla guerra -: ‘Miracolo a S. Anna', di Spike Lee.
Avevamo conosciuto e apprezzato Giorgio Diritti al suo film di esordio nel lungometraggio: ‘Il vento fa il suo giro' (2005); caso anomalo di cinema indipendente venuto a conoscenza del grande pubblico per effetto di un passaparola tra appassionati. La storia - recitata in occitano, francese e italiano, con sottotitoli - racconta dell'arrivo di uno straniero, della sua famiglia e del suo gregge in una piccola comunità montana dell'Alta Valle Maira, in provincia di Cuneo; del suo iniziale inserimento e della successiva esclusione.
La piccola storia conchiusa - quasi una parabola sulla diversità -, l'uso del dialetto e una splendida fotografia della montagna, sono i punti di forza del film.
Nel suo secondo film ‘L'uomo che verrà', Giorgio Diritti torna tra la gente della sua terra natale. Braccianti che parlano un bolognese antico, quasi estinto, e che hanno volti (attori professionisti e non) su cui sono incisi i segni della fatica e le pieghe del tempo. Il dialetto usato nel film è, oltre che una scelta di realismo, un modo per entrare nell'anima del luogo, far sentire il salto del tempo; la distanza di un mondo in cui il rapporto con le parole è diverso, così come il modo di sentire e di agire.

Una scena del film: interno stalla; gli uomini e le donne chiacchierano e intrecciano cesti alla fioca luce delle lampade a vento. I bambini ascoltano
Non è facile fare film sulla guerra; [vedi su "O": ‘Lebanon' del 25.10.09] l'esito è noto e le immagini creano un orrore ‘anamnestico', un rigetto che richiama tutti gli altri strazi già visti in precedenza. Tanto più delicata, a maggior ragione, dovrà essere l'opera del regista - il suo sguardo, la sua pietas - ai fini del risultato finale; dell'emozione che passa allo spettatore.
C'è la ‘Storia' e poi ci sono le storie. In film di questo tipo può essere ancora più interessante del solito seguire il modo in cui si connettono, si allacciano e si disgiungono, per arrivare di nuovo, come dopo una lunga corsa affannosa, a sovrapporsi nel finale. Come si legge nei titoli di coda del film: "I personaggi del film sono immaginari, i fatti rappresentati sono reali".
Si tratta di una ricostruzione dei fatti avvenuti in località Monte Sole, una trentina di chilometri a sud di Bologna a fine estate - inizio autunno del 1944: l'impatto della ‘grande guerra' su una piccola comunità rurale, che ha già i suoi problemi di sopravvivenza: la povertà, il freddo, il terreno difficile da coltivare, il mal sopportato controllo da parte del regime fascista.
La storia del film inizia alcuni mesi prima, nell'inverno del '43.
È un racconto dal basso, dalla parte della gente dei campi, di cui sono evidenti, nell'accurata ricostruzione ambientale, gli aspetti della vita quotidiana, i gesti lenti e sapienti, gli oggetti di uso comune. Inquadrature, luci e poesia dell'immagine di cui già il regista - affiancato dallo stesso Roberto Cimatti alla fotografia - aveva dato prova nel suo film precedente. L'altro aspetto di rilievo è il dialetto, con la sua musicalità intrinseca - anche qui sottotitolato -: una scelta di stile e un'ulteriore pennellata di verismo alle immagini.

La sapienza antica dei gesti in un'ambientazione contadina estremamente accurata (da sin. le attrici Maya Sansa, Laura Pizzirani e Alba Rohrwacher). Le foto di scena sono di Cosimo Fiore
Nell'ambito di questa piccola comunità, il personaggio dal cui punto di vista la storia è raccontata è quello di Martina (l'intensissima esordiente, Greta Zuccheri Montanari), una bambina di otto anni che ha perso la parola da quando un fratellino di pochi mesi le è morto tra le braccia. Adesso la mamma Lena (Maya Sansa) aspetta un altro figlio, il papà (Claudio Casadio) non pensa che a lavorare e la vita sembra riprendere... Ma arriva la guerra.
I tedeschi all'inizio appaiono gentili; vanno a comprare i prodotti dai contadini e li pagano; ma la minaccia incombe. Il racconto è cadenzato nei nove mesi dell'attesa del bambino ‘che verrà'; le stagioni e i colori della natura si susseguono, tra i piccoli eventi di cui è fatta la vita della comunità rurale. Martina fa le sue esperienze e sta a guardare - di lato, sempre un po' discosta - gli eventi che succedono nel mondo dei grandi. Anche i tedeschi, che fa fatica a comprendere: "...Io non so perché sono venuti e non sono rimasti a casa loro, con i loro bambini".

Due fotogrammi dal film; la fotografia e le scene sono rispettivamente di Roberto Cimatti e di Giancarlo Basili
Intanto nei boschi circostanti si è costituito, quasi spontaneamente, un gruppo di resistenti armati - parenti e amici della stessa gente della zona - che comincia a compiere isolate uccisioni tra gli invasori; azioni di disturbo che il comando tedesco vuole eliminare. Specialmente adesso - nell'estate-autunno del '44 - che l'andamento della guerra sta cambiando.

Lena (Maya Sansa), la mamma di Martina, continua a lavorare durante la gravidanza, come si è sempre usato in campagna. Le ricostruzioni d'epoca e d'ambiente sono molto accurate
Al tempo giusto, il bambino nasce. Proprio negli stessi giorni in cui i tedeschi portano a compimento la loro campagna di rastrellamento nella zona...
Qui i fili della Storia e delle storie si devono ricongiungere, e sarà la piccola Martina a mantenere in vita la speranza, tra tanta distruzione...
Martina: Greta Zuccheri Montanari (Foto di scena di Cosimo Fiore)
Il film non lo dice, ma è un periodo in cui il vento della guerra sta cambiando. Dopo lo sbarco in Sicilia (9-10 luglio 1943) l'Italia è riconquistata dall'esercito anglo-americano che sta risalendo la penisola verso Nord. Il bombardamento di Roma (S. Lorenzo) da parte degli anglo-americani è del 19 luglio del ‘43.
Roma è dichiarata unilateralmente ‘città aperta' nell'agosto del '43 e tale rimarrà per almeno dieci mesi (fino all'arrivo degli anglo-americani nel giugno '44). L'attentato di via Rasella e la rappresaglia delle Fosse Ardeatine sono del 23 e 24 marzo del '44. Lo sbarco di Anzio era avvenuto in un arco di vari giorni alla fine del gennaio '44, ma la via verso la capitale è difesa ad oltranza ai tedeschi e la liberazione di Roma avverrà solo quattro mesi e mezzo più tardi, il 4 giugno del '44.
Nell'estate del '44 i tedeschi, che hanno anche liberato Mussolini e lo hanno posto a capo della cosiddetta ‘Repubblica di Salò', sono attestati sulla cosiddetta ‘linea gotica' (da Massa Carrara a Pesaro; v. sotto). Ancora mantengono il controllo di parte del Centro e del Nord d'Italia, e sono più che mai determinati all'eliminazione di sacche di resistenza nel territorio che occupano. È il periodo in cui vengono effettuate le stragi più efferate contro la popolazione civile, spesso senza un reale intento strategico, di pura rappresaglia per una situazione che cominciava a sfuggire - o era già sfuggita - al loro controllo.
Il 6 giugno del '44 avviene lo sbarco in Normandia.
La strage di S. Anna a Stazzema è del 12 agosto 1944 e causa 560 vittime civili.
Gli eccidi di Monte Sole, ricordati come ‘La strage di Marzabotto', dal maggiore dei comuni colpiti, sono compiuti tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944 e coinvolgono circa 770 persone.

Disposizione delle linee difensive nell'Italia centro settentrionale nel 1944; la ‘linea gotica', tra Firenze e Bologna, taglia l'Italia da Massa Carrara a Pesaro (Da Wikipedia)
La fine della guerra in Europa arriverà solo l'8 maggio del '45, con la resa incondizionata della Germania firmata dal feldmaresciallo Keitel nelle mani del maresciallo Zhukov comandante dell'Armata Rossa, che aveva occupato per prima Berlino (Hilter si era suicidato il 30 aprile del ‘45).
Il giorno della memoria rievoca la data del 27 gennaio 1945, giorno in cui l'Armata Rossa, che attraversava la Polonia in rapido avvicinamento verso Berlino, si era imbattuta nel campo di concentramento di Auschwitz e aveva liberato i pochi prigionieri che i tedeschi vi avevano lasciato, dopo aver distrutto il possibile. Quindi a guerra non ancora finita.
Dello stesso tema - periodo storico e territorio - tratta il film di Spike Lee ‘Miracolo a S. Anna' di qualche anno fa (2008), che si è ritenuto di dover visionare per documentazione e confronto. Si disse a suo tempo che qui in Italia si era dovuto attendere un regista americano per trattare un argomento ancora così vivo e bruciante della nostra storia recente. In realtà l'interesse di Spike Lee è comprensibilmente un altro: quello di illustrare un aspetto poco noto della seconda guerra mondiale come la partecipazione dei soldati di colore, prima relegati alle cucine e ai servizi, alle azioni di combattimento: la 92a Divisione ‘Buffalo Soldiers' dell'esercito americano, interamente composta da militari di colore, che partecipa appunto alle operazioni di sfondamento della ‘linea gotica'. Nel film infatti si raccontano le avventure di quattro soldati americani di colore che si ritrovano tagliati fuori dal resto del loro reparto, in territorio controllato dai tedeschi, e vengono a contatto con la popolazione locale. Con tutto il rispetto per il lavoro del regista americano, per rigore di racconto, storia e immagini non c'è paragone tra i due film. Anche la citazione dell'eccidio di S. Anna a Stazzema è poco più di un episodio in una storia aggrovigliata, con qualche imprecisione che fu duramente criticata al tempo dell'uscita del film nelle sale.

Sopra: locandina del film ‘Miracolo a S. Anna' di Spike Lee (2008). Sotto: i quattro militari americani tra cui Train, ‘il gigante di cioccolata', che tiene la mano sulla spalla di Angelo, il bambino del miracolo
Nei film citati, le storie dei personaggi fanno voli e giravolte, si librano e si posano ancora, prima dell'appuntamento fatidico con la grande Storia; quest'ultimo sì, fisso e ineludibile. Al cinema non occorre, né sarebbe possibile, che le piccole storie si modellino strettamente sulla grande; basta che finiscano insieme e in modo non incoerente. Che si ritrovino un attimo prima, perchè la conclusione scritta a volte su un rigido marmo, tutto includa e abbracci, come questa iscrizione del cimitero di Casaglia...

Targa commemorativa degli eventi, nel cimitero di Casaglia di Monte Sole (Bo). È scritta come un racconto...
"Hitler disse: "Dobbiamo essere crudeli, dobbiamo esserlo con tranquilla coscienza.
Dobbiamo distruggere tecnicamente, scientificamente".
I superstiti della strage raccontano: i giorni 29-30 settembre e 1° ottobre 1944
furono i più terribili, ma la carneficina continuò anche poi.
Appena giorno avevo contato 54 grandi falò di case isolate e a gruppi, bruciare
intorno, vicini e lontani...
...Ci riunimmo tutti sul piazzale della chiesa di Casaglia. Dicemmo che i
nazifascisti venivano per i partigiani e quindi i vecchi, le donne e i bambini
potevano stare in chiesa.
...Buttarono giù la porta. Facevano venire fuori tutti e li picchiavano ridendo
...Il parroco lo uccisero con una raffica sopra l'altare
...Ci condussero tutti al cimitero; dovettero scardinare il cancello con i fucili
...Ci ammucchiarono contro la cappella, tra le lapidi e le croci di legno. Loro
si erano messi negli angoli e si erano inginocchiati per prendere bene la mira
...Aprirono il fuoco e gettarono delle bombe a mano; sparavano basso per colpire i bambini...
Così nel cimitero di Casaglia furono massacrate 195 persone di 28 famiglie fra
le quali 50 bambini.
La nostra pietà per loro significhi che tutti gli uomini e le donne sappiano
vigilare perché mai più il nazifascismo risorga

Possiamo chiamare ancora fatalità o destino il prezzo della vita di un uomo quando viene sacrificata per il troppo lavoro? Cos'altro deve accadere per farci capire che non c'è niente di più importante della vita di una persona? Domande e dubbi che evidenziano l'emergenza sociale di un fenomeno che necessità di presa di coscienza e responsabilità. Ed è giusto affrontare un tema così scottante e drammaticamente attuale come quello delle morti bianche. È senza dubbio corretto denunciare uomini senza scrupoli che "giocano" con la vita di altri uomini ignorandone i più elementari diritti. È necessario diffondere una cultura della protezione e il rispetto, prima di ogni altra cosa, della vita.
E la narrazione seriale televisiva, non quella sognante, immaginifica, che permette una fuga completa dalla realtà, ma la fiction che sa immergersi sempre più nel tessuto quotidiano più scabroso, bruciante può, al giorno d'oggi, trattare tematiche di elevato contenuto sociale coniugandole all'intrattenimento. Cosa che ha fatto la miniserie "Gli ultimi del Paradiso", scritta da Giancarlo De Cataldo, Luciano Manuzzi e Monica Zapelli, diretta dallo stesso Manuzzi, interpretata da Massimo Ghini, Elena Sofia Ricci, Ninetto Davoli, Diane Fleri, Francesco Salvi, Caterina Vertova, andata in onda domenica e lunedì scorso su Rai Uno.
La fiction narra la vicenda di Mario, un camionista, che assiste inerme all'incidente di un collega-amico, che finisce in coma mentre fa un lavoro che non potrebbe fare. Superando la paura di mettersi contro il titolare della ditta, decide di denunciare, ma il padrone dopo il risarcimento fa fallire la ditta e trasferisce l'attività all'estero lasciando tutti senza lavoro. I colleghi-amici, dopo un momento di sconforto decidono di unirsi in una nuova attività, una pompa di benzina chiamata 'Paradiso'.
Due le interessanti riflessioni emerse sulla fiction. Da un lato Aldo Grasso ha evidenziato il carattere essenzialmente didascalico e pedagogico della narrazione. Come afferma il critico: « attraverso una storia esemplare si cerca di rendere edotto lo spettatore su alcuni temi sociali di grande rilevanza, con intento edificante (non artistico). Per questo i padroni sono cattivi e gli operai buoni, il mondo è diviso fra vittime e carnefici. Non manca poi una buona dose di moralismo e di prevedibilità: nella trama secondaria, quella che dovrebbe dare sostanza drammaturgica alle "morti bianche", Mario (Ghini) concupisce la moglie del suo miglior amico, nel frattempo paralizzato. Da quel momento scatta il senso di colpa che lo porta al sacrificio estremo, all'espiazione del peccato».
Dall'altro Adriano Sofri, su Repubblica, va oltre la semplice critica del prodotto audiovisivo e riprendendo il film "Rocco e suoi fratelli" di Lucchino Visconti prova a riconoscere a questa miniserie l'intensità, la forza documentaria e insieme artistica propria del film viscontiano. Addirittura la considera un prodotto "coraggioso". Non edificante. Non sterile nella contrapposizione tra buoni e cattivi, ma amaro e commovente. Narra, dice ancora Sofri: « di com'è il lavoro nel 2010, cinquant'anni dopo i giovani lucani in bianco e nero (protagonisti delle migrazioni dal sud al nord del Paese) che andavano a spalare la neve milanese e a cercarsi la fortuna in una palestra di pugilato. Com'è il lavoro sui camion omerici e lustri; com'è il carico o lo scarico in uno scalo marittimo o nell'edilizia; come decide un piccolo funzionario di banca di farti fallire e perdere la casa che hai ipotecato; come si sceglie fra un viaggio a portare merce losca e il trasporto in bicicletta di cassette di frutta a domicilio, a salario dimezzato e la fortuna di qualche mancia». Un film popolare, nel senso più elevato del termine.
Ritengo che per quanto in alcuni passaggi la miniserie utilizzi luoghi comuni, effetti plateali che sembrano servire solo a catturare in modo superficiale lo spettatore, nel complesso si assiste ad una storia «rubata» alla quotidianità, storia di camionisti e di viaggi nella notte su strade che non hanno mai fine, biografie di imprenditori, di padroni e mezzi padroni, di appalti senza regole. Di problemi quotidiani. Vicende che non ti scivolano addosso ma coinvolgono lo spettatore, fino alle piccole cose, la preoccupazione dei debiti, le scommesse sul futuro.
Una fiction che da voce ed espressività al sociale, riaffermando, ancora una volta, la sua capacità di porsi come sistema narrativo centrale del tempo presente e, dunque, di dare ordine e senso al flusso caotico degli eventi. Una narrativa che muove dalle storie di vita delle persone più semplici per costruirsi come racconto sull'etica della responsabilità affrontando una piccola realtà lavorativa, le scelte che si fanno e dimostrando come spesso è la fretta, la "corsa senza regole", alla base delle morti sul lavoro. Un romanzo sull'Italia che da nome e cognome ai 1.120 morti del 2008 (Rapporto Inail) altrimenti solo numeri su una lista nera o notizie in breve nei telegiornali che rapidamente vengono dimenticati. Una finzione che insegue il romanzo della vita per descriverlo, rielaborarlo e condurlo nella riflessione critica e meditativa del lettore televisivo. Insomma, un grande romanzo popolare. Per non dimenticare. Per non far vincere l'oblio.
E così anche il musical è finito tra le trame narrative delle serie tv. Dopo dottori, preti, investigatori e casalinghe disperate la fiction diventa corale, nel senso più letterale del termine. Stiamo parlando di "Glee" (in italiano allegro, gioioso) nuovo prodotto della Fox che ha debuttato giovedì scorso su Fox Italia. La serie, creata da Ryan Murphy, lo stesso di Nip/Tuck e Popular, è diventata in poco tempo un vero e proprio fenomeno sia televisivo che musicale. Partita con due sole puntate, la talent- series ha da subito ottenuto elevati ascolti negli Stati Uniti fino ad arrivare agli otto milioni (la maggior parte nella ricca fascia 18-34 anni).
Ambientata in un campus americano, protagonista della storia è un professore di spagnolo idealista e creativo animato dalla volontà di mettere insieme un gruppo di giovani per far rinascere il club universitario di canto e partecipare alle gare regionali di coro (così come accade in America). Prende vita, in tal modo, il glee club formato da secchioni/nerds, solitamente dimenticati e sbeffeggiati, giovani felici e perdenti, insoddisfatti della loro vita ma con uno straordinario talento vocale, la loro "arma" contro i pregiudizi della società. Il loro show choir, caratterizzato da una coreografia che accompagna l'esibizione canora, contagia puntualmente l'intera Università e fa da colonna sonora a storie di amori, amicizia e persino a partite di football americano. Si pensi che uno dei video più visti sul Web nelle ultime 24 ore è stato estratto proprio da Glee e ha per protagonista un'intera squadra di football alle prese con la coreografia di Single Ladies (Put a Ring On It), il tormentone di Beyoncé Knowles. Una serie che ha la sua forza sorprendente nella costruzione dei personaggi; sempre sopra le righe, originali e sorprendenti . E così abbiamo Rachel, talentuosa ed egocentrica cantante spesso vittima degli atti bullismo delle Cheerios, le cheerleader; Kurt (Chris Colfer), tanto bravo quanto attento ai dettagli della moda; Artie (Kevin McHale), chitarrista costretto da quando era piccolo sulla sedia a rotelle. Del club fanno parte anche Mercedes Jones, interpretata da Amber Riley, cantante con manie di divismo, Kurt Hummel, interpretato da Chris Colfer, gay dichiarato con la voce da soprano; Tina Cohen-Chang (Jenna Ushkowitz) studentessa di origine asiatica punk e balbuziente.
Di fianco alla classica narrazione, la serie rispolvera in ogni puntata classici di cantanti famosi (dai Journey, con il loro classico Don't stop believin', prima hit della serie, a Madonna, passando per Rihanna) dando vita a mini musical, mettendo in download su iTunes brani che, in America, hanno raggiunto la vetta delle classifiche di vendita.
Quindi, non solo le classiche dinamiche scolastiche che si dimenano fra canti e balli alla ricerca del talento migliore, ma una vera e propria officina-laboratorio di musical dal grande valore artistico e umano. Una serie che si inserisce in quel percorso narrativo di critica ed autocritica delle molteplici accademie del successo andando ad esasperare, in particolar modo, gli aspetti più comici ed isterici. Come ha dichiarato l'ideatore Murphy: "tutto è così oscuro e triste nel mondo oggi. E' per questo che American Idol funziona. Per chi guarda è una fuga. E lo stesso discorso vale per Glee. Non c'è niente di simile in onda, è un genere totalmente diverso da tutto quello che abbiamo visto finora".
"Glee" rappresenta un ottimo esempio di satira intelligente in quanto, attraverso uno stile narrativo poco rassicurante e del tutto irriverente, prende in giro la tv, i suoi meccanismi più perversi come l'ossessione di trasformare il diverso in celebrità. Una tv che, seguendo il filone cinematografico di High School Musical, riesce a fare autocritica irridendo gli stereotipi americani, ridotti a macchiettistici peccati di una nazione frivola, che educa alla popolarità e al successo piuttosto che alla sostanza, che pone a fondamento della piramide sociale un riconoscimento che è quantitativo e spesso illusorio e dove si crede che l'anonimato sia più grave della povertà.
Una scrittura fresca, spumeggiante, a tratti comica e farsesca, che rende questa serie fuori dalle righe e dagli schemi tradizionali della tv, e che permette di riconoscere ed affinare un'arma indispensabile per affrontare la vita: l'ironia.
Come da una bara e un messaggio in una bottiglia buttata a mare, nasce un romanzo
Il primo topos narrativo del romanzo Ignazia di Enzo Di Pasquale (Fazi 2009) è una bara che da una nave viene sbarcata a Marettimo. Raccontare la storia racchiusa nella bara è il progetto del romanzo. Narrare la storia di una persona e di ciò che ha fatto in vita per cui è degna d'essere raccontata, rispettando il tempo ristretto di un funerale e i limiti di spazio concessi da una cassa da morto, impone una specifica struttura al romanzo.
L'unità di tempo e luogo vuole una narrazione lineare che l'autore articola in due parti. Una prima parte che va da pag. 9 a pag.190 costituisce, per così dire, il pianterreno dell'intera costruzione. Una seconda parte che va da pag. 121 a pag . 228, è il primo piano.
La storia di Ignazia, la protagonista, ruota tra suo padre e sua madre, il suo amico Luca il tonnaroto, due preti, alcuni bambini e pescatori di Marettimo,un impiegato comunale e un maestro di scuola elementare .
Il filo conduttore dell'azione è insegnare ai bambini di un'isola che si muove nel Canale di Sicilia, a leggere e scrivere anche con mezzi rudimentali.
Il contesto fisico è Marettimo con il mare Mediterraneo.
Nel primo capitolo c'è una cassa da morto piena che mentre è scaricata da una nave cade in mare, viene ripescata e depositata nell'isola di Marettimo.
Un funerale segue nel secondo capitolo. E fin qui, la morte reale e il mare la fanno da padroni perché tra gli isolani e il mare esisteva una'interconnessione e intercomunicabilità reciproca tale che, anche quando morivano, il mare si infiltrava nei segreti delle bare. Tanto che, per agevolare questo "sublime scambio fra la vita e la morte... prima della sepoltura, qualche stretto parente del defunto praticava dei fori abusivi nella cassa". In tal modo il ciclo-vita morte si concludeva lasciando come traccia solo un labile ricordo tra gli ancora vivi.
Questa la spiegazione del significato della morte per gli abitanti di Marettimo.
Anche per Ignazia defunta sarebbe stato così. La gente l'avrebbe ricordata per la sua bontà. Troppo poco per la storia di quella morta nella bara.
La vicenda umana di Ignazia racchiusa nella cassa, era stata troppo ricca di frutti per farla defluire anonima dai quattro buchi che qualcuno avrebbe praticato sulla sua bara prima della sepoltura. Non si poteva lasciare mischiata e indefinita insieme alle due parole di quel benevolo ricordo. Andava raccontata. E la voce narrante comincia partendo dalla nascita della bambina Ignazia. Fatto vero e reale. Tutto il contrario della morte. E inizia così il gioco vita morte che impregna tutto il racconto. L'idea che permea il romanzo è un incontro-scontro tra la morte e la vita come in una sorta di gioco a rimpiattino tra un maschio e una femmina.
La posta in gioco varia con il procedere della narrazione e l'evolversi delle situazioni nelle quali i personaggi si trovano impegnati.
Nel quarto capitolo il gioco tra la vita e la morte si fa serrato tra Giuseppe e Rosa,il padre e la madre della bambina e diventa azione che fa muovere il narrato. Tra loro la posta è Ignazina, la figlia bambina. Per il bene della bambina, l'uomo da raiss di equipaggi marittimi e marito padrone della donna, si americanizza in Joseph Tuna non più pescatore con fiuto per i pesci. Si perde a New York confuso dal profumo dei dollari. La donna rimasta a casa per accudire la figlia,da vedova azzurra diventa vedova in nero. Qui, per un momento, vince la distruzione dei sentimenti del padre e della madre della morta contenuta nella bara. Sfascio psicologico mortale, cui si contrappone un mutamento psicologico, morale e anche fisico dei protagonisti.
Ma la vita semplice si fa strada e compare nella voglia della bambina che vuole studiare. Ignazina, mostrando un suo caparbio desiderio di imparare a leggere e scrivere, si fa personaggio vivo e destinato a crescere facendo da contrasto prepotente con tutto ciò che la circonda.
La particolarità dei quattro fori sulla bara rende interessante il tema narrativo abbastanza inusuale. I fori, per un verso, funzionano da metonimia che fa avanzare la storia di Ignazia fino alla conclusione e, per l'altro verso, incidono sulla posizione del narratore e sulla struttura del romanzo.
La struttura del romanzo, si capisce facendo attenzione alle righe 18-24 di pag.10. Compare un personaggio così descritto: "una sola persona si teneva in disparte, acchiocciolato su un fusto... appariva esile, racchiusa in una tristezza che suscitava profonda commozione..."
Chi è ? Un nuovo personaggio oppure la voce narrante?
A primo giudizio sembra uno che sta nel romanzo ma non nella storia narrata. Questa è tutta racchiusa nella bara. Quindi non può essere che il narratore che osserva ciò che sta succedendo intorno a lui.
L'io narrante si azzarda ad entrare per un attimo nella bara con la fantasia, ma di fatto rimane fuori della storia che narra in terza persona. E, allora, che bisogno c'è di sottoporre all'attenzione del lettore la voce narrante come personaggio ?
Sì, ce n'è bisogno. Questa posizione del narratore serve per giustificare il fatto che, nel corso della narrazione, entrerà nella storia anche lui. Succede infatti in un secondo momento. Da pagina 191 in poi.
Tale non comune posizione dell'io narrante, risolve il problema dell'autore che voleva raccontare insieme alla storia di Donna Ignazia anche una sua personale esperienza di vita senza cadere nell'autobiografismo. Ma gli impone di farlo capire sin dall'incipit e di intervenire sulla struttura del romanzo come ha fatto.
Nella struttura del romanzo e dei singoli capitoli, vi è coerenza sia per quanto riguarda l'antefatto (ad esempio la partenza del raiss di cui al capitolo terzo), sia nel contesto generale che abbraccia l'agire dei personaggi.
Il sistema dei personaggi e lo svolgersi dell'azione con una successione ben calibrata dei conflitti in una cornice spazio temporale precisa, assicurano la leggibilità della storia raccontata.
Le nervature che danno sostanza alla narrazione e ne preservano la compattezza, sono i rapporti della protagonista con gli altri personaggi, con l'ambiente e con il tempo vissuto
Da notare che per quanto concerne Rosa e Giuseppe, i genitori di Ignazia, vi è unità di tempo (inizi del '900), con spazio sfalsato su due livelli, senza il ricorso a analessi. C'è Marettimo, unico posto possibile per una Donna Rosa morta dentro; e New York per J.Tuna indaffarato tra bordelli e bische.
Tempo e spazio, invece, sono strettamente uniti per la bambina Ignazia che nel cimitero, luogo della morte, trova il tempo e la forza di imparare a leggere. La scintilla della sua vita vera. E poi dentro i confini di Marettimo, il posto fuori dal mondo del raiss Giuseppe, spunta un angolo ristretto: la chiesa.
L'autore lo utilizza per mostrare che quello non era il posto per "una vita di merda" come pensava Joseph Tuna.
La relazione tra il personaggio Ignazia e l'ambiente fisico e sociale è molto stretta ed è ben marcata dalle sue azioni che si susseguono nel tempo.
Dapprima. ad esempio, lo scontro tra il padre e la madre, con la figlia Ignazia come posta. Poi la ragazza che si svincola dai genitori e acquista la sua libertà imparando a leggere e scrivere avendo per abecedario una lapide mortuaria e come quaderno la sabbia sulla riva del mare. Sono i primi fondamentali passi di un personaggio che cresce e diventa protagonista della narrazione.
Il narratore sottolinea quella crescita usando le parole Ignazina, Ignazia, Donna Ignazia proprio per evidenziare lo sviluppo morale, oltreché fisico, del personaggio protagonista.
Azioni e Colpi di scena sono ben marcati specialmente nei primi capitoli.
Nella narrazione della vicenda tra donna Rosa e il rais, c'è un anticlimax allorchè la donna dice: "Quannu una persona mori dintra lu cori, non può resuscitari", e poi il climax finale, nel colpo di scena costituito dal cambio di cognome del raiss che lo fa sentire rinato americano libero.
Ma la vicenda principale, è quella che riguarda la crescita passo passo di Ignazina da lattante a quando imparò a scrivere la prima parola, divenne la segretaria del parroco e, alla fine, scelse di studiare. Quella scelta è il colpo di scena fondamentale del capitolo e che manderà avanti la narrazione successiva. I diversi cambiamenti della vicenda umana che vivono i personaggi della storia, si susseguono, poi,capitolo dopo capitolo e sono bene evidenziati .
La stessa tecnica è usata per gli altri personaggi tutti ben definiti e perciò credibili nel loro contesto.
Particolarmente marcata è la credibilità di Luca il tonnaroto amico del cuore di Ignazia.
Sembrano anche ben riusciti sia i rappresentanti del potere religioso, due preti, che i rappresentanti del potere civile, un impiegato comunale e un maestro di scuola elementare (l'autore voce narrante).
Colpo da maestro mostrarci Ignazina bambina che riesce a scuotere dal suo torpore il parroco Don Lorenzo quando gli mette in mano due libriccini: uno con la copertina porpora e uno con la copertina nera. Sono gli strumenti del potere ricevuti dalle mani di una innocente fanciulla.
E quel Don Lorenzo che, finalmente, si sente anche lui un uomo che comanda per davvero in paese. Peccato che la prima idea a venirgli in testa sia solo quella che finalmente ha lo strumento per castigare, iscrivendoli nel libriccino nero, quei marettimari che si comportavano, secondo lui, come se vivessero in un posto ove era facile essere poligami e vivere un tempo di eterna cuccagna.
Il rapporto tra l'impiegato comunale e la giovinetta Ignazia povera e bisognosa d'aiuto pubblico è solo un fuggevole balenio di una certa arroganza del potere che affligge il Mezzogiorno italiano. La vergine ragazza Ignazia sfugge al suo destino di preda sessuale di un piccolo prepotente solo per l'intervento dell'amico Luca il tonnaroto e scopre che l'amore è un dono.
L'autore non si sofferma troppo sulla relazione distorta intercorsa tra la ragazza e l'impiegato comunale. Ma proprio l'avarizia degli aggettivi e delle descrizioni dei particolari del fatto, la dice lunga su quella piaga sociale che impone alla gente sacrifici d'ogni genere.
Il susseguirsi dei conflitti tra i personaggi e tra loro e l'ambiente, è costruito sempre come gioco a rimpiattino tra la vita e la morte che dà movimento alla storia a tutto vantaggio della complessiva leggibilità. Il testo è leggibile con interesse sempre crescente pagina dopo pagina.
La seconda parte (da pag. 191 a pag. 228 ) riserva alcune sorprese. L'Io narrante entra nella storia in prima persona e compare un nuovo topos narrativo: il messaggio nella bottiglia.
Il CAMBIAMENTO conclusivo della narrazione è dato dal momento in cui il maestro di scuola istruito e colto accetta il testimone da Donna Ignazia e prosegue ad insegnare anche con i mezzi semplici e primordiali da lei usati (il messaggio nella bottiglia varato in mare e la risposta giunta anch'essa in una bottiglia dal mare).
Il linguaggio spesso evocativo è coerente con l'ambiente e con il momento storico. A volte l'autore sembra divertirsi a cesellare le parole. Dopo il primo capitolo spariscono i diminuitivi, gli aggettivi si diradano e la lettura si fa sempre più piacevole.
Look raffinato, ergonomica semplicità ed un nome che è simbolo del Sogno Americano. Un suono inconfondibile che si propagava in garage di periferia o passava tra le dita magiche di Keith Richards, note che facevano vibrare nightclub e chiese scrivendo a caratteri cubitali la storia del rock. Veicolo di trasmissione di emozioni in musica che giganti come Dylan e Knopfler stringevano su e giù da un palco,il mito Fender è molto di più.
L'esposizione Love me Fender (allestita presso il Museo della Musica di Bologna fino al 31 gennaio e curata da Luca Beatrice) utilizza i molteplici linguaggi della contemporaneità per esplorare l'immaginario connesso alla Fender Musical Instruments Corporation: la nota casa di produzione di chitarre, bassi e amplificatori musicali nata nel 1946 per opera di Leo Fender. L'innegabile genio del fondatore, all'anagrafe Clarence Leonidas Fender, si manifestò quando l'onda del rock'n'roll fece vibrare il suo negozio di riparazioni e ricambi elettronici lungo Spadra Ave, a Fullerton (California). L'uomo che produsse la prima chitarra elettrica in serie (Telecaster) e introdusse il basso realizzato su ampia scala ha infatti cambiato il concetto di musica popolare, rendendo accessibili pezzi ritenuti prima di allora oggetti inafferrabili. Dalle piccole sale di registrazione alle tournèe mondiali, Fender ha posto il suo nome su leggendari amplificatori e realizzato strumenti dalle linee vincenti come la Jaguar (1962) e la Mustang(1964) divenendo un'icona del XX secolo.
La mostra presenta una ricca selezione di lavori inediti di più di venti artisti, tra cui Marco Lodola, Bugo, Laurina Paperina, Andy, Pablo Echaurren, Daniele Galliano e Nicola Bolla. Il marchio Fender viene percepito come identità collettiva, stile di vita riprodotto attraverso le diverse forme di creazione: dalla pittura alla scultura, dal disegno alla fotografia, pezzi di un mosaico multidisciplinare giocato sulle interconnessioni tra arte e musica, in un continuo gioco di specchi.
Le chitarre dunque diventano spazi liberi da riempire con colori e figure ora astratte ora prese in prestito da mondi apparentemente lontani come dimostrano le Fender che esplicitano due dei miti americani, quello dei motori con un pezzo firmato Harley-Davidson e quello connesso all'immagine della pin-up. Strumenti reali decorati con graffiti tipici della 'street art' si affiancano a copie, realizzazioni plastiche di chitarre esplose rivestite di materiali non convenzionali come il chewing-gum o gli strass.
Sotto lo sguardo di epoche che rivivono attraverso la fitta rete di citazioni e riferimenti, Love me Fender, in bilico tra arte e musica, traccia i contorni di un sogno lontano che ha il sapore degli anni Cinquanta e l'aspetto luminoso dei divi d'oltreoceano. Immortale come una canzone di Elvis.
William Eugene Smith sarebbe potuto morire ricco e felice: durante la Seconda Guerra Mondiale era il fotografo di punta di Life, aveva una moglie, 4 figli e una bella casa in un sobborgo vicino a New York. Ma Smith decise di morire solo, povero e dimenticato da tutti. Infelice? Non si sa. Sicuramente a questo straordinario talento della fotografia mancava qualcosa: era incapace di seguire le regole. Quelle maledette regole che lo fecero licenziare a soli 18 anni dal Newsweek. Il direttore gli aveva lasciato carta bianca, con un'unica eccezione: poteva usare solo un tipo di macchina fotografica, ma Smith, testardo, era convinto che una fotocamera piccola fosse più adatta. Morale della favola? Il Newsweek si ritrovò con delle splendide foto e con un talento in meno. Ma a Smith in fondo non interessavano né i soldi né la fama: voleva solo catturare la realtà. Così partiva e andava ovunque ci fossero guerre, bombe, morti e feriti. Life gli pagava a peso d'oro le foto dal Pacifico: i capi sapevano di avere a che fare con un genio, perciò gli lasciavano la massima libertà. Ma si sa i geni, soprattutto quelli ribelli, non sanno apprezzare quello che hanno: così un bel giorno, nel 1957, Smith fece i bagagli, lasciò la moglie, i 4 figli e la bella casa nel sobborgo. Si trasferì al quarto piano di uno squallido palazzo a Sixth Avenue a New York. Abbandonò la civiltà per occuparsi unicamente delle sue due grandi passioni: la fotografia e il jazz. Doveva essere solo una crisi passeggera, una pausa di riflessione. A volte, si sa, gli artisti sono strani. Invece Smith rimase in quell' appartamento fatiscente fino al giorno della sua morte, nel 1978. Lo lasciò solo un paio di volte per realizzare due servizi sul manicomio di Haiti e su Minamata. E la cosa straordinaria è che riusciva a fare delle fotografie meravigliose senza muoversi da casa sua, dal suo piccolo appartamento pieno di droga, alcool e qualche amico svitato fissato col jazz. Si sedeva vicino alla finestra e da lì catturava tutto ciò che vedeva. Aveva girato il mondo per anni, aveva fatto l'autostop per arrivare a Okinawa, impresso nella storia il bombardamento di Tokyo ma adesso il suo progetto più ambizioso era vedere oltre l'apparenza, fotografare la città così come si presentava, senza pensarci su troppo. In fondo affacciandosi da una finestra del quarto piano di un qualunque appartamento della Sixth Avenue, chiunque avrebbe visto un'insegna luminosa, un poliziotto che camminava, un bambino che giocava. Ma Smith era capace di vedere tutte queste cose come solo un grande artista può fare: nella loro semplicità. Alla sua morte tutto il materiale venne trasportato all'Università di Pittsburgh: foto, stampe, film, nastri, incisioni di jazz fatte all'una di notte insieme ai suoi amici musicisti del piano di sotto. Un piccolo tesoro fu sepolto negli archivi di un'università, finchè nel 1997 un giornalista incaricato di fare un pezzo sugli anni bui di Smith, non lo ritrovò. Il mondo scoprì un genio dimenticato, delle foto straordinarie e dei brani inediti di Thelonius Monk e Sonny Rollins, i vicini di casa che facevano musica nel piccolo appartamento. Così nel 2009 è stato pubblicato "The Jazz Loft Project": la folle storia di un uomo che voleva fotografare il mondo da una finestra, ascoltando dell'ottimo jazz
È stato il "padre" di tutti gli scandali italiani. Ha coinvolto banche, presidenti del Consiglio, ministri. Ed è accaduto cent'anni prima di Tangentopoli. Uno scandalo che, tra il 1890 e il '95, scosse dalle fondamenta il neonato Stato italiano e che adesso viene raccontato in una fiction in due puntate in onda su Rai Uno.
Lo scandalo della Banca Romana esplose nel nostro Paese precisamente nel 1893. Un evento che ebbe come conseguenza una vera e propria catastrofe politica e finanziaria e che comportò, anche da parte dell'opinione pubblica internazionale, una critica alla morale e ai costumi della classe dirigente di quel periodo. Una crisi determinata da una serie di irregolarità e collusioni con la politica che vide la Banca Romana emettere banconote oltre i limiti prefissati. Per quel terremoto politico-finanziario andò in carcere il governatore della Banca Bernardo Tanlongo, interpretato nella fiction da Lando Buzzanca. Una storia di corruzione politica e di crisi finanziaria che si presta perfettamente a un parallelo con l'Italia dei tempi attuali, terra di scandali e corruzioni, oltre che economiche anche morali; che offre una lettura sorprendentemente attuale che senza dubbio potrà stimolare e sedurre il pubblico televisivo.
Protagonista ed osservatore della vicenda è Mattia (Beppe Fiorello), un giovane della provincia siciliana, che si trasferisce a Roma, con il sogno di diventare un giornalista di successo e convinto che con la penna si possa cambiare il mondo conservando la propria integrità. Ma ben presto dovrà ricredersi. Prova infatti a farsi spazio in un contesto difficile, lo stesso che lo respinge per le sue umili origini, e si invaghisce di una giovane e sofisticata artista, Renata (Andrea Osvart), legata all'editore del giornale per cui fa il cronista. Servendosi dei favori dell'editore stesso, riesce a entrare a far parte di quel mondo tanto sognato, ma finisce per ritrovarsi coinvolto in una sotterranea rete di corruzione e compromessi che coinvolge politici, imprenditori, l'intera Banca Romana e perfino il giornale per il quale lavora.
La fiction, prodotta da Albatross Entertainment, è diretta da Stefano Reali. La sceneggiatura è stata scritta da Laura Ippoliti, Andrea Purgatori e lo stesso Stefano Reali.
La miniserie sembra in grado di offrire un vasto affresco storico che punta i riflettori sul primo sconvolgente caso di corruzione, il primo grande losco intreccio tra potere politico, finanziario e mediatico, in cui furono coinvolti protagonisti come Crispi, Di Rudinì e Giovanni Giolitti.
Una fiction di formazione, un tentativo di bildungsroman si potrebbe dire, che vuole raccontare cosa accade ad un giovane cresciuto con determinati valori quando viene in contatto con un mondo in cui sembra lecita qualunque scappatoia, perché si accorge che "tanto fanno tutti così"; se tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole. Ma, al tempo stesso, una fiction della memoria che intende rispettare le indicazioni manzoniane proprie del romanzo storico: i protagonisti sono personaggi di fantasia, ma sono immessi in una vicenda realmente accaduta, con riferimenti, date, e luoghi autentici, ripresi da documenti storici e dagli atti originali del vero processo della Banca Romana, trascritti dall'Archivio di Stato. Come ha dichiarato Beppe Fiorello: «Ho scelto di recitare ne "Lo Scandalo della Banca Romana" perché è una di quelle miniserie Rai capaci di raccontare una storia importante. Il punto di vista é quello di un uomo comune che ambisce a fare bene il mestiere di giornalista dicendo la verità su di un certo malaffare politico-economico che sembra essere costume ancora esistente e fortemente radicato nel nostro paese (si pensi agli scandali finanziari degli ultimi anni: Cirio, Parmalat ed altri ancora)». Come ha detto Andrea Purgatori, che ha firmato la sceneggiatura: «Lo scandalo della Banca Romana è il paradigma di un modo malato di intendere il rapporto tra politica, finanza e informazione». E il produttore Alessandro Jacchia: «Il progetto nasce da un'urgenza civile: raccontare il passato, mettendo in luce le simmetrie con il nostro presente, nel tentativo di non commettere gli stessi errori».
Ma la narrazione non si muove esclusivamente sul terreno della denuncia e degli scandali, ma si punta l'attenzione sul valore dell'etica per chi opera nell'informazione; su cosa s'intende per onestà intellettuale. Ancora una volta la fiction riesce, raccontando il passato, ad attualizzarsi, a parlare del mondo d'oggi, di quella rischiosa vicinanza tra banche, politici, corruzione, malaffare, ambiguità e malcostume tutto a discapito dei piccoli risparmiatori e del popolo onesto e lavoratore. E sembra tornare alla mente la famosa frase pronunciata da Tancredi ne Il Gattopardo: "Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi!".
ATTENZIONE SPOILER! Non leggere se non si vuole sapere anticipazioni sulle prossime previsioni del tempo e/o rimorchiare ragazze!
Flint è un inventore. Cerca di sorprendere le ragazze del paese con le sue creazioni:
TV deambulante, pomata per la ricrescita di capelli, traduttore di pensiero per animali, ratti-uccelli.
Ogni invenzione è un guaio e nessuna gliela dà.
Flint per farsi bello pensa in grandissimo. Trova la soluzione a ogni crisi economica scoprendo il modo per far piovere qualunque cibo dal cielo. L'invenzione funziona e Flint diventa un dio. Alle ragazze piace l'uomo potente. Alla fine Flint si apparecchia con una bionda affamata.
Dopo aver visto al cinema Piovono polpette (in 3D naturalmente) il meteo della prossima settimana sarà prevedibilmente così:
Lunedì: Cielo coperto di mousse. Da metà giornata rovesci temporaleschi di nutella. Ricotta oltre i 400-600 metri.
Martedì: In mattinata pioggia di sughi romani (matriciana, carbonara, gricia). A seguire perturbazione di purè.
Mercoledì: Sereno, temperature stabili, vento di porchetta.
Giovedì: Nuvolosità diffusa, precipitazioni di gnocchi.
Venerdì: Pesce.
Sabato: Trippa.
Domenica: Transito vortice ciclonico di spaghetti la cui traiettoria risulterà incerta. Caduta polpette. Segue peperonata.

Può anche darsi che il calcio sia l'oppio dei popoli, ma in fondo chi ce lo dice che gli effetti del narcotico siano tutti per forza negativi?
Parafrasando Marx, l'uomo medio, se maniaco del pallone, dalle imprese dei propri idoli ottiene sollievo, consolazione e riscatto, quasi le avesse compiute lui stesso. Certamente il discorso vale anche a rovescio e in caso di sconfitta ci si arrabbia e abbatte un po', ma vuoi mettere l'esaltazione di vincere un derby e sentirsi il re della città per chi al massimo in vita sua ha azzeccato un ambo sulla ruota di Genova? Non sarà la panacea, ma di certo il calcio aiuta.
È più o meno quel che accade, nell'ultimo film di Ken Loach (Il mio amico Eric), ad Eric Bishop (interpretato da un intenso Steve Evets), impiegato delle poste inglesi vittima della depressione più nera, padre di due figli con i quali vive da estraneo e perduto nel rimpianto di aver lasciato il suo unico grande amore, la prima moglie Lily.
L'unica cosa che riesce a destare Eric dal negativismo esistenziale è l'indomita e vitale passione per il calcio, l'amore per il suo Manchester United e per l'idolo di una pratica decennale sugli spalti, quel genio-monello di Eric Cantona, che, anche se per momenti transitori, lo distrae da un quotidiano sempre più angusto. È proprio il suo omonimo calciatore che, in una stramba veste a metà strada tra angelo custode e counselor, gli fornirà la giusta motivazione e una chiave di lettura della vita di cui Eric aveva un assoluto bisogno e che lo aiuterà a rimettersi in piedi.
Ken Loach, regista britannico figlio di operai, Palma d'oro al Festival di Cannes 2006 con Il vento accarezza l'erba, ha dedicato tutta la sua opera cinematografica alla descrizione delle condizioni di vita della classe operaia e non si smentisce neppure nel'ultima pellicola, rivelatasi una gradevole ed originale variazione in chiave leggera sul tema prediletto.
Quanto al nostro amico Eric Cantona, lo straordinario ed eccentrico calciatore, brillantemente riciclatosi come attore, con l'ultimo e fortunato film ancora proiettato in qualche sala, debutta a teatro. Dal prossimo 26 gennaio l'ex nazionale francese e stella del Manchester United calcherà infatti la scena al teatro Marigny-Popesco di Parigi. Il 43enne, già idolo dell'Old Trafford, reciterà in Face au paradis, una pièce di Nathalie Saugeon, diretto dalla moglie Rachida Brakni, quindici anni dopo l'esordio sul grande schermo nel film Le bonheur est dans le pré. Insomma, nonostante il campione abbia da tempo appeso gli scarpini al chiodo, gli amici di Eric hanno di che consolarsi. Per noi italiani, invece, dopo la pausa natalizia, le squadre sono già tornate in campo. E quest'anno ci va di lusso che c'è pure il mondiale. Fra strascichi della crisi, disoccupazione in aumento e precariato infinito, chissà che un po' di surrogato dell'oppio non riesca a confortare anche noi.
Troppo è stato detto o scritto in merito ai mondi virtuali, esistenze illusorie che proliferano su canali web vendendo false identità a ciascun utente. Grazie alle accurate tecnologie che sfiorano la verosimiglianza, l'inganno è ancora più sottile: gli interni riprodotti nei minimi dettagli da alcuni programmi come 'The Sims' sono perfette copie delle nostre case e le ambientazioni fantascientifiche lo specchio degli ancestrali desideri che cova ogni uomo. Attraverso la completa eliminazione dei confini-spazio temporali, chiunque acceda a universi immaginari può calpestare terre sconosciute provando lo stesso brivido dei primi esploratori, può esprimere una vena creativa che lo scorrere della quotidianità soffoca, può abolire le regole di convivenza e di rispetto.
Agosto 1888: il disagiato e degradato quartiere dell'est end di Londra diventa famoso in tutto il mondo per i delitti efferati compiuti da quello che diventerà l'emblema dei serial killers: Jack Lo Squartatore.
Agosto 2008: nello stesso quartiere della City, a centoventi anni di distanza, un misterioso assassino miete vittime con la stessa modalità, ricreando ogni minimo particolare degli originali crimini di Jack. Ed è proprio sulla base di tale ipotesi, il ritorno di Jack Lo Squartatore, che si fonda la miniserie Tv "White Chapel". Tre episodi da 50 minuti in onda su Fox Crime (canale 114 di Sky) in prima visione assoluta in Italia, tutti i venerdì alle ore 21, a partire dall'8 gennaio.
Sulle tracce del folle emulatore del serial killer troviamo l'ispettore Joseph Chandler (Rupert Penry-Jones), al suo primo ed importante caso di omicidio, Ray Miles (Philip Davis), un detective più competente e vicino alla pensione e infine Edward Buchan (Steve Pemberton), uno dei massimi esperti di Jack lo squartatore, che di mestiere fa la guida turistica, proprio ripercorrendo le strade battute dal killer due secoli fa. Non sono eroi, non sono uccisori del Cattivo per riportare la pace fra le vie di Londra, ma sono uomini pronti a darsi da fare, stimolandosi l'un l'altro per conseguire gli obiettivi prefissati all'inizio della missione.
Rispetto al passato, poi, i tre che compongono la squadra che indaga sui nuovi omicidi, hanno dalla loro moderne tecniche di ricerca come le analisi del DNA, oltre che una schiera infinita di Telecamere di Sorveglianza a Circuito chiuso che sorvegliano come un Grande Fratello l'intera città di Londra. Con dovizia di particolari, seguendo lo stesso "percorso" omicida, mostrando addirittura le stesse idiosincrasie del famigerato Jack, il novello Squartatore rappresenta un "vecchio" avversario che il trio investigativo dovrà scovare.
Al centro della narrazione e in un'atmosfera cinematografica ed elegante, oltre ai delitti, emergono proprio le figure dei tre protagonisti, con il loro humor tipicamente inglese. La serie è stata girata totalmente nel quartiere dell'East End, in particolare nelle ore notturne, con l'obiettivo di rievocare quelle situazioni e quel pathos tipico dell'epoca di Jack lo Squartatore. La struttura narrativa e i dialoghi, realizzati da Ben Court e Caroline Ip, rendono possibile recuperare e ritrovare il senso e l'anima oscura e fantastica di quel tempo. L'interesse maggiore che la sceneggiatura ha suscitato in Marcus Wilson, il produttore della serie, risiede proprio in quella volontà intrinseca e d'interesse di voler risolvere un caso ripercorrendolo e "rivivendolo" in tempi moderni come i nostri, carichi di metodologie investigative e mezzi tecnici in grado di trovare elementi rimasti nell'oscurità dell'ignoto.
Si deve aggiungere, poi, che la figura di Jack lo squartatore è entrata nell'immaginario collettivo essenzialmente perché stato il primo vero serial killer, "perché le sue imprese hanno goduto dell'immensa- per allora- cassa di risonanza fornita dalla stampa quotidiana inglese. Perché, da accorto gestore della sua immagine, ha costruito il suo mito attraverso l'uso sapiente di messaggi inviati alla stampa e alla polizia, imponendo così un soprannome destinato a diventare famoso nella fantasia delle masse, che si stavano affacciando ad una più ampia circolazione delle informazioni, pronte ad entrare nella logica di una cultura condizionata dai media" (C. Bordoni).
Le teorie sulla sua vera identità, inoltre, sono innumerevoli e si susseguono ormai da oltre cento anni. Basandosi su ipotesi più o meno fondate, su tracce più o meno giuste, nel corso degli anni sono spuntati una serie di nomi, che vanno da Montague John Druitt ad Aaron Kosminski, passando per Michael Ostrog e George Chapman, senza dimenticare l'ipotesi Mary Pearcey, la cosiddetta Jill The Ripper. Attualmente lo storico Mei Trow, grazie alle moderne tecniche della polizia forense, è giunto alla conclusione che lo storico assassino di Whitechapel si chiamava Robert Mann ed in realtà era un dipendente dell'obitorio locale.
La miniserie rifiuta, però, l'etichetta della solita serie poliziesca: vantando oltre 8 milioni di telespettatori sulla rete britannica Itv1, per non parlare delle critiche entusiastiche dei quotidiani "The Guardian", "Sun" e "Indipendent", Whitechapel promette, nei 50 minuti di ognuno dei tre episodi, di tener desto e, nel contempo, inquieto lo spettatore grazie alle sue atmosfere immaginifiche da racconto gotico e humour tipicamente english.

Ci sono libri che, ripresi a distanza di tempo, sorprendono per la loro attualità. Le recenti dichiarazioni del collaboratore Gaspare Spatuzza, i documenti annunciati da Ciancimino junior sulla trattativa fra Cosa nostra e Stato hanno riportato l'attenzione sulla "stagione delle bombe" della mafia.
Diario della paura-Da via dei Georgofili la storia di un biennio di sangue è il libro firmato da Silvia Tessitore, edito da Zona nel 2003. Sono passati quasi sette anni, quindi, dalla pubblicazione, eppure la lettura del breve reportage non è noiosa, tutt'altro, ed il motivo è semplice: Silvia parla di stati d'animo che ognuno di noi può aver provato in quel periodo così tragico e misterioso, e che potrebbero ritornare - ma si spera di no - se fossimo investiti da quelle tensioni, da quel sangue di innocenti sparso nelle strade d'Italia.
L'autrice, prima di dedicarsi in modo stabile al mondo dell'editoria, è stata giornalista freelance in Campania, caporedattore di radio Città Futura e Primarete Stereo a Caserta, territorio campano già ai tempi di Silvia difficile e complicato da vivere soprattutto per chi voleva raccontare la realtà, ben prima che Caserta ed i casalesi fossero protagonisti di altre pubblicazioni e di altri fatti di cronaca sulle prime pagine dei giornali. Firenze, per la giornalista, è città adottiva, vissuta intensamente con i parenti più stretti e così quando scoppia la bomba in via dei Georgofili, scatta in lei l'esigenza di sapere, di conoscere, di cercare di capire. L'autrice è onesta con i suoi lettori: non pretende di svelare nuove verità o retroscena, piuttosto intende percorrere la strada che ogni cittadino potrebbe intraprendere dinanzi a quell'orrore, ovvero, porsi delle domande, confrontarsi con chi ha trattato la strage da varie angolazioni, si tratti di un cronista che ha firmato l'inchiesta, come di un parente di una delle vittime. Il libro proponeva, al momento della sua pubblicazione, nomi noti oggi ai più quali i fratelli Graviano e Spatuzza, ed il termine "papello", così comune da qualche mese sulle pagine dei quotidiani. Per questo motivo non è mera operazione nostalgica togliere dallo scaffale e rileggere il Diario di Silvia, oppure andarlo a cercare apposta, per ritrovare la tensione morale di una giornalista che oggi ha scelto di cambiare mestiere e pubblicare libri, di un cittadino che non è rimasto indifferente dinanzi ad un gioco mortale di cui purtroppo, a distanza di anni, si ignorano alcuni passaggi determinanti per una lettura priva di ombre della storia del Paese.