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Papavero da oppio. Una pianta e un fiore tra le pagine della storia (terza parte)

 

Leggi qui la prima parte

Leggi qui la seconda parte

 

Il consumo di sostanze oppiacee ha dunque radici storiche ed altre più recenti; tra queste ultime, due scoperte legate all'accelerazione del progresso tecnologico, dai primi dell'Ottocento in avanti.

E' del 1805 l'isolamento della ‘morfina' come principio attivo narcotico-analgesico dell'oppio, ad opera di un giovane farmacista di Paderborn (Westfalia), Friedrich Wilhelm Adam Sertürner, che prosegue e porta a compimento studi a lui precedenti (gli affinamenti della tecnica da parte del farmacista parigino Louis Charles Derosne (1803) e di Armand Seguin (1804), chimico dell'armata di Napoleone, allievo di Lavoisier).

Altri eventi ‘tecnologici' contribuiscono a sviluppare un certo tipo di consumo degli oppiacei, a creare ‘una moda', nonché - ultimo, ma non meno importante - a dare un impulso fondamentale alle nuove tecniche di anestesia. Sono l'invenzione dell'ago cavo (hollow needle, 1844) da parte dell'irlandese Francis Rynd e la messa a punto quasi contemporanea (1853) - da parte del medico scozzese Alexander Wood e del francese Charles Pravaz - di una siringa collegata all'ago, per la somministrazione ipodermica e poi endovenosa dei farmaci. Per uno scherzo del destino, è proprio la moglie del dr. Wood la prima vittima accertata di una overdose di morfina iniettata (per via sottocutanea).

Non ci si pensa spesso, ma l'idea di una somministrazione ‘parenterale' dei farmaci - dal greco ‘parà', accanto, al di fuori, e ‘énteron', intestino; cioè per una via diversa da quella orale/intestinale - è relativamente recente e presuppone una attrezzatura, seppur semplice.

 

Una delle prime ampolle di morfina e un kit da iniezione del 1885


Ma altre cose interessanti accadono, in questo scorcio del XIX secolo... Nasce il concetto stesso di ‘industria farmaceutica'. All'inizio sono semplici botteghe artigianali, come quella di Heinrich Emanuel Merck, proprietario dell'antica Engel-Apotheke, ‘Farmacia dell'Angelo', di Darmstadt, che a partire dal 1827 comincia a produrre dall'oppio grezzo, la morfina (Morphium). Seguono altri piccoli laboratori, nati per la produzione di coloranti per l'industria tessile, che sull'onda dell'interesse scientifico e del profitto si espandono a diventare piccole industrie chimiche per la preparazione di farmaci. Alcune di esse hanno mantenuto il loro nome fino ai giorni nostri: Hoechst, Basf, Geigy, Sandoz, Ciba, Hofmann-La Roche; l'italiana Carlo Erba e le ‘americane' Smith-Kline e Parke-Davis (Detroit, 1866). Della Bayer parleremo più avanti, perché, dal 1898, sarà la prima a produrre industrialmente l'eroina.

È sempre di questo periodo l'isolamento del principio attivo contenuto nelle foglie di una pianta  - la Erythroxylum coca, Fam. Erythroxylaceae - usata in origine dagli indigeni del Perù e della Bolivia per accrescere la potenza fisica e resistere alla fame e alla sete. Nel 1860 Albert Nieman, un chimico di Göttingen, riesce ad isolare l'alcaloide principale delle foglie di coca: la cocaina [sarà l'argomento di una prossima monografia su "O"].

 

Così come i preparati a base di morfina (laudano) anche le ‘gocce' di cocaina erano pubblicizzate e di libera vendita come anestetico locale per il mal di denti. Dalla facilità di accesso ad un farmaco, all'uso improprio, il passo è breve

 

Si è detto che l'uso di preparati dell'oppio non aveva, al tempo, connotazioni negative, tanto che William Osler (1849 - 1919), uno dei padri della medicina moderna, definisce la morfina "The God's own remedy", ‘La medicina che Dio usa per sé'. Ovviamente si riferisce all'uso ‘medico', antidolorifico del farmaco, ma l'uso voluttuario è parimenti diffuso, in particolare tra gli intellettuali e le persone di ceto medio-alto, addirittura tra militari e uomini di stato.

La ‘moda' della morfina ‘per iniezione' si va estendendo a tutta l'Europa e poi agli Stati Uniti.

Tra gli intellettuali troviamo noti ‘sperimentatori' come Guy de Maupassant (1850-1893) che oltre alla morfina prende di tutto, dalla cocaina all'etere, dalla cannabis all'assenzio, ma anche illustri filosofi come Herbert Spencer (1820-1903), il grande neurologo Jean-Martin Charcot (1825-1893), scrittori insospettabili, come Jules Verne (1828-1905), Anton Cechov (1860-1904) e Hans Christian Andersen (1805-1875), il musicista ufficiale del regime tedesco, Richard Wagner (1813-1883) e lo stesso ‘cancelliere di ferro' del secondo Reich, Otto von Bismarck (1815-1898); teste coronate come l'imperatore Massimiliano del Messico, il re di Danimarca, l'arciduca Rodolfo d'Asburgo; addirittura il generale Georges Boulanger (1837-1891), ministro della guerra francese della terza Repubblica, che non ha  remore ad iniettarsi morfina in pubblico. Molti approdano alla morfina per sedare dolori di varia origine, e poi, per la natura stessa del farmaco, ne rimangono dipendenti.

Un problema aggiuntivo, con la morfina, nasce dalla scarsa igiene con cui sono praticate le iniezioni; la soluzione viene preparata al momento, da una polvere sciolta in acqua, e iniettata con siringhe conservate in piccole sacche: successivamente riutilizzate, al di fuori di ogni concetto di sterilità. Il risultato può essere tragico, e anche un medico abbastanza noto, al tempo - Ernest Chambard, autore di ‘Les morphinomanes. Étude Clinique, Médico-légale et Thérapeutique' (1893) - morirà di tetano dopo essersi praticato un'iniezione di morfina.

Le guerre che si svolgono nello stesso periodo contribuiscono a diffondere enormemente l'uso della morfina. Sono la guerra di Crimea (1854-5), la guerra di secessione americana (1861-65), la guerra austro-prussiana (1866) che prelude all'unificazione tedesca e il conflitto franco-prussiano (1870-71). Gli ufficiali medici somministrano con liberalità la morfina, non soltanto come anestetico per le operazioni, ma anche per dare sollievo ad altri mali fisici e per fronteggiare la sofferenza psichica dovuta alla tensione dei combattimenti. Il risultato è che migliaia di militari diventano dipendenti dalla morfina e la sindrome da dipendenza viene considerata quasi una malattia professionale: ‘la malattia del soldato'.

Il successo della morfina per iniezione come rimedio per le patologie organiche, ma anche per il disagio psichico, ha tempo di svilupparsi a dismisura prima che le prime voci d'allarme si levino ad avvertirne i rischi. L'alcaloide dell'oppio che doveva servire, secondo teorie mediche accreditate nella seconda metà dell'Ottocento, a sconfiggere la piaga dell'alcolismo, diventa esso stesso un problema sociale.

Sta di fatto che agli albori del  XX secolo in Europa, ma ben presto anche negli Stati Uniti, l'uso e l'abuso di varie sostanze si affermano come caratteristiche precipue dei tempi moderni, spartendosi il campo l'alcool - mai tramontato - e la moda più raffinata dell'assenzio, le sostanze oppioidi tra cui soprattutto la morfina e, come consumi emergenti, la cocaina e la cannabis.

 


La pianta dell'assenzio (Artemisia absinthium - Fam. Asteraceae) dal cui distillato, aromatico e molto amaro, si ottiene il liquore di assenzio, la fée verte, la fata verde. A fianco un manifesto che ironizza sulla sua messa al bando (Svizzera, 1910)

 

L'assenzio è un distillato ad alta gradazione alcolica all'aroma di anice derivato da varie erbe tra cui soprattutto l'assenzio maggiore (Artemisia absinthium - Fam. Asteraceae), dal quale prende il nome, ma anche dai semi di altre piante: dell'anice verde e del finocchio (Pimpinella anisum, Foeniculum vulgare - Fam. Apiaceae), dell'anice stellato (Illicium verum - Fam. Illiciaceae ), e varie altre.

Sull'assenzio fioriscono leggende, largamente fittizie, che lo descrivono come una bevanda maledetta, con i suoi rituali - il bicchiere con l'indicazione di livello, la zolletta di zucchero, il cucchiaio - per l'uso che se ne fa nei circoli intellettuali della metà dell'Ottocento; tanto da coniare il termine absinthisme, ‘absintismo' ad indicare la relativa intossicazione acuta e cronica. Responsabilità che la bevanda non ha, perché le sue componenti in olii essenziali - il tujone dell'artemisia, l'anetolo e il fenitolo, rispettivamente dell'anice verde e del finocchio sono pericolosi solo in quantità elevate, mai raggiunte nel distillato preparato per il consumo. Quindi la pericolosità dell'assenzio deriva dalla sua componente alcolica e i sintomi sono quelli dell'alcolismo acuto e cronico.

 

Il lascito del XIX secolo al secolo successivo, dal punto di vista delle sostanze di potenziale abuso, è già gravoso, ma il peggio deve ancora arrivare...

La comparsa dell'eroina.

Nel 1874 un ricercatore e chimico londinese di nome Charles Romley Alder Wright, combinando la morfina con vari acidi si trova a sintetizzarne una forma acetilata: la di-acetil-morfina. Ma i farmacologi incaricati di sperimentarne gli effetti sugli animali non si accorgono delle sue potenzialità e il farmaco viene abbandonato.

Passano poco più di vent'anni e nel 1897 un chimico della casa farmaceutica tedesca Bayer - Felix Hoffmann - rimette mano al processo di acetilazione. È lo stesso chimico che solo due settimane prima, nello stesso laboratorio e con un analogo processo, ha ottenuto dall'acido salicilico l'acido acetil-salicilico, il più grande successo della chimica farmaceutica, commercializzato con il nome di Aspirin. Con il derivato morfinico il successo non è minore.

 


Il flacone e l'etichetta originali delle prime confezioni di eroina immesse sul mercato dalla Bayer


Battezzata con l'immaginifico nome di Heroin e messa in commercio con le indicazioni di ‘analgesico e sedativo per la tosse', ha risonanza mondiale ed un successo incondizionato tra la classe medica che ne esalta i pregi sottovalutandone al contempo i rischi.

Viene infatti proposta come preparato antitosse, a basso dosaggio e per via orale, sottolineandone il miglior margine terapeutico rispetto alla codeina; addirittura è considerata un presidio utile a trattare la dipendenza dalla morfina!

Si tratta invece - ma si scoprirà solo più tardi - di un farmaco ben più potente della morfina, con una enorme capacità di indurre dipendenza e con caratteristiche del tutto particolari in seguito alla somministrazione endovenosa. È per questa via infatti che si ottiene l'effetto più intenso - denominato successivamente ‘flash' -, descritto come un'esperienza orgasmica: una sensazione improvvisa e acuta (si instaura in 7 - 8 secondi) di euforia, benessere e calore. Con l'iniezione intramuscolare si ha una comparsa più lenta dell'euforia (dai 5 agli 8 minuti), mentre con l'eroina fumata o ‘sniffata', l'apice dell'effetto viene raggiunto di solito in 10 - 15 minuti.  

Nonostante la variabile intensità degli effetti in relazione alla modalità di impiego, è accertato che l'eroina provoca dipendenza per tutte le vie di assunzione. In una classifica di pericolosità delle varie droghe, stilata di recente dalla rivista medica The Lancet  (marzo 2007), l´eroina occupa il primo posto.

 

Una regolamentazione che impone un certo grado di controllo, almeno sulle importazione e le prescrizioni mediche delle sostanze oppiacee, giunge nel 1914 ad opera dell'Harrison Narcotic Act con cui gli Stati Uniti si adeguano alle conclusioni della Convenzione dell'Aja (1912). La Bayer cessa ufficialmente la produzione del farmaco nel 1913, in seguito alle numerose segnalazioni di dipendenza e di overdose. Ma intorno al 1930 si verifica una riespansione dell'uso di eroina ad uso ricreativo, per il sorgere di numerose fabbriche clandestine.

 


Una figura dalle lezioni informative sulle droghe d'abuso agli studenti delle Scuole Medie Superiori. Centro AntiVeleni (CAV) dell'Università di Roma ‘Sapienza' (anni 2004 e segg.; grafica di Claudia Ricci)

 

 

Cenni di tossicologia delle sostanze oppiacee. Tutte le sostanze oppiacee - in particolare l'oppio puro - hanno come effetto quello di provocare una piacevole sensazione di euforia e di benessere, distacco dalla realtà e una ridotta sensibilità al dolore, all'ansia ed allo stress. Agiscono sul sistema nervoso centrale utilizzando gli stessi recettori delle ‘endorfine' - sostanze oppioidi endogene prodotte naturalmente nel nostro organismo (v. più avanti) - e con meccanismi del tutto simili.

Gli effetti del sovradosaggio di oppioidi (overdose) consistono in sintomi principali - pericolosi per la vita - come alterazione dello stato di coscienza (con sopore, torpore, fino al coma); inoltre depressione respiratoria e cardiocircolatoria. Il disturbo della funzione respiratoria è specifico delle sostanze oppiacee e consiste nella perdita dell'automatismo del respiro, cioè rallentamento della frequenza degli atti respiratori fino all'apnea.

Ci sono inoltre sintomi accessori; quelli più conosciuti sono: miosi (riduzione estrema del diametro pupillare: ‘pupilla a capocchia di spillo), ritenzione urinaria, stitichezza. Una depressione della ‘libido' è costantemente associata all'uso degli oppiacei.

 

Al consumo delle sostanze oppiacee, come a quello di molti farmaci e di altre ‘droghe', sono associati alcuni fenomeni - ‘Tolleranza', ‘Dipendenza' (fisica/psichica), ‘Astinenza' e ‘Craving' - che vanno conosciuti meglio.

 


Prontuario di Tossicologia d'Urgenza - Ed. SEU (Società Editrice Universo), pp. 224; 2007. Un'attività collaterale dello stesso Autore di questo articolo su "O"; contiene elementi di base e principi di trattamento delle intossicazioni acute. Ad uso del medico pratico e dei cultori della materia

 

La tolleranza è un fenomeno generale che si stabilisce per molti farmaci a causa della maggiore efficienza dei processi metabolici di rimozione. Ne consegue la progressiva riduzione degli effetti, per cui il fruitore abituale è spinto ad aumentare la dose (o la frequenza della somministrazione) per mantenere gli stessi risultati. Quella che viene chiamata comunemente assuefazione.

La dipendenza fisica consiste nella necessità assoluta di assumere una sostanza dal momento in cui, a causa di una brusca sospensione, la sua assenza determina nell'organismo uno stato di malessere fisico-psichico - non simulato, ma reale e quantificabile - detto ‘crisi di astinenza'. La dipendenza può anche essere psichica e manifestarsi con sensazioni di instabilità e insicurezza che rendono difficile il distacco completo del consumatore dalla sostanza d'abuso. La dipendenza fisica e psichica, inducono nel soggetto il ‘craving', un termine inglese entrato nell'uso comune, che indica il desiderio ossessivo: una ricerca compulsiva e incessante della ‘dose' che stravolge l'esistenza del soggetto, provocando disagi personali e familiari, nonché sociali.

Gli oppiodi determinano tolleranza, dipendenza fisica e psichica, astinenza e craving - in sequenza e in grado elevato - che si instaurano precocemente nell'uso della droga.

Per il fenomeno della tolleranza, in seguito all'uso continuativo degli oppiacei si verifica dopo qualche tempo la diminuzione o scomparsa di alcuni degli effetti caratteristici. I primi a ridursi sono gli effetti collaterali sgradevoli della nausea e del vomito, ma anche la depressione respiratoria tende ad attenuarsi. Non si sviluppa mai invece una completa tolleranza agli effetti degli oppioidi sulla pupilla (miosi), sull'intestino (stitichezza) e sulla libido (impotenza).
Mentre la tolleranza si sviluppa ben presto per gli effetti analgesici ed euforici. La meravigliosa sensazione di benessere" che le persone ‘addicted' provano nei primi tempi, scompare con l'uso ripetuto; la si può rinnovare per qualche tempo con l'aumento delle dosi, ma inevitabilmente tende a ridursi. Il rapido aumento delle dosi che spesso travolge il soggetto dipendente - soprattutto da eroina - rappresenta il vano tentativo di ritrovare la beatitudine delle prime esperienze. Sono tipici della dipendenza all'ultimo stadio la compulsività dell'uso, la priorità della sostanza rispetto a qualunque altro valore e un deterioramento globale dei comportamenti: esistenze esclusivamente dedicate a procacciarsi e a consumare ‘la droga'. La trappola dell'eroina è proprio questa: la riduzione delle sensazioni più piacevoli insieme alla necessità di continuarne l'uso per evitare malessere e sofferenza.

 


I comportamenti compulsivi di cui si parla nel testo sono acutamente rappresentati, con una vena surreale e grottesca, nel film ‘Trainspotting' di Danny Boyle del 1996, dal romanzo omonimo di Irvine Welsh (1993)


Opera dello stesso regista (al tempo quasi esordiente) premio Oscar con il recente ‘The millionaire' (2008). Il titolo - letteralmente ‘identificare i treni' - va inteso in senso metaforico: ‘stare a guardare i treni che passano'

Dice uno dei personaggi del film (Renton: Ewan McGregor) a proposito dell'eroina: "Prendete l'orgasmo più bello che avete provato. Moltiplicatelo per mille. Neanche allora ci sarete vicini!".

 

Fino ai primi anni '70, il meccanismo d'azione delle sostanze oppiacee - tra cui la morfina e l'eroina - era del tutto sconosciuto. Sono del 1973 gli studi che dimostrano la presenza di siti di legame (o recettori) per tali sostanze nel cervello; risultava tuttavia inspiegabile la presenza, nel corpo umano, di strutture specificamente predisposte per delle sostanze somministrate dall'esterno.

Il mistero è chiarito intorno alla metà degli anni '70, più o meno contemporaneamente da diversi gruppi di ricercatori, con l'identificazione di un fattore endogeno simil-oppioide che viene chiamato encefalina (da encefalo); poco dopo, sono isolate altre due classi di peptidi oppioidi endogeni, le dinorfine e le endorfine. Quest'ultimo termine ‘endorphin' deriva dall'abbreviazione di ‘endogenous morphine' per indicare una sostanza simile alla morfina (che non è un peptide) prodotta naturalmente dal corpo umano. Studi più recenti (2004 - 2006) dimostrano che diversi tessuti animali e umani sono in grado di produrre la morfina stessa. In definitiva si può dire che gli oppioidi endogeni agiscono in tre modi: come neuro-trasmettitori, come modulatori della trasmissione dell'impulso nervoso e come neuro-ormoni.

Con il meccanismo recettoriale si spiegano anche gli effetti delle sostanze ‘agoniste' (naturali, o sintetiche come il metadone) simili alla morfina, e di quelle ‘antagoniste' come il naloxone (Narcan®), capaci di antagonizzarne gli effetti spiazzando l'oppioide dal recettore.

Anche il meccanismo della crisi di astinenza appare più comprensibile. In termini semplificati: l'assunzione abituale di eroina determina una progressiva riduzione delle sostanze endogene attive sui meccanismi cerebrali di percezione del dolore; e anche la perdita di gran parte dei recettori per queste sostanze. È l'improvvisa interruzione dell'apporto di oppioide dall'esterno, associata alla riduzione delle endorfine e dei recettori, a determinare lo stato di estremo malessere, tipico della crisi d'astinenza. Quest'ultima comincia a manifestarsi già poche ore dopo l'ultima assunzione e raggiunge il massimo di intensità in uno-due giorni.

I sintomi consistono in agitazione, insonnia, dolori diffusi, tremori e sudore freddo; inoltre nausea, vomito, diarrea e crampi addominali, e sono tanto più intensi quanto più prolungato è stato il consumo di eroina. Tipicamente la pupilla è dilatata e si manifestano brividi e ‘pelle d'oca' (da cui ‘cold turkey', tacchino freddo). La crisi di astinenza scompare dopo l'assunzione di una nuova dose o, nel caso in cui l'astinenza prosegua, nel giro di 3-7 giorni. A differenza della crisi da astinenza alcoolica, nota come ‘delirium tremens', l'astinenza da oppiacei, benché estremamente sgradevole e dolorosa, non mette in pericolo di vita.

 

Ancora una figura dalle lezioni del CAV ai giovani delle Scuole Medie Superiori (grafica di Claudia Ricci)


In questa immagine come nella precedente della stessa serie (‘dei polli') è sottolineato - senza peraltro parlarne in modo esplicito - il carattere influenzabile delle fragili personalità giovanili, sopraffatte da un mercato di potenza di gran lunga superiore alle loro possibilità di difesa. Perché, se l'uso di sostanze psicoattive ha accompagnato la storia dell'umanità fin dai suoi albori - in tutte le civiltà e in tutti i tempi - è pur vero che nel passato l'uso era di tipo mistico-religioso e faceva parte di un percorso iniziatico, o di conoscenza, compiuto sotto la guida di un esperto (‘saggio', guru, ‘sciamano'). Ben altro accade oggi, per spinte di vario tipo ad un uso puramente edonistico e sotto l'influsso delle mode, spesso manipolate dalle ragioni del profitto e controllate dalle menti scaltre e senza scrupoli che gestiscono il traffico internazionale delle droghe.

 

Christiane F. - Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (‘Christiane F. - Wir Kinder vom Bahnhof Zoo'): del 1981 diretto da Uli Edel. Un film fondamentale ed estremamente coinvolgente sui comportamenti giovanili in relazione all'abuso di eroina


Tratto dal romanzo omonimo, il film si ispira alla vera storia di Christiane Vera Felscherinow basata sulle interviste con lei, effettuate nel 1978, in carcere, da due giornalisti; al tempo del processo per spaccio e consumo di ‘droghe' in cui la giovane era testimone e imputata. Il film ebbe un'eco mediatica molto maggiore del libro e contribuì a far conoscere le piaghe della tossicodipendenza e della prostituzione negli adolescenti.

Il film è dedicato ai tre amici di Christiane che morirono di overdose in quegli anni "...e agli altri cui mancarono la forza e la fortuna per sopravvivere". Partecipazione e colonna sonora di David Bowie. 

 

 

Solo rosso (foto di P. Azzena. Da http://www.fotocommunity.it)

 

Siamo giunti - con la storia delle sostanze oppiacee - alla soglia delle grandi guerre che segneranno il XX secolo. Anche il papavero va alla guerra: i fiori rossi che coprivano i campi di battaglia delle Fiandre nel 1918, diventeranno il simbolo di un imperituro ricordo; l'eroina - insieme alla cocaina -  accompagnerà i piloti della II Guerra Mondiale quando andranno a seminare morte sulle città inermi.

La vicenda del papavero - paradiso e inferno - richiede ancora tempo e storie per essere raccontata tutta.

 

[Papavero da oppio. Una pianta e un fiore tra le pagine della storia. 3 (continua)]

Papavero da oppio. Una pianta e un fiore tra le pagine della storia (seconda parte)

 

Leggi qui la prima parte

 

"La ‘Sudder Opium Company' che i veterani della compagnia chiamavano affettuosamente ‘Ghazeepore Carcanna' era uno stabilimento enorme. Copriva una superficie di quarantacinque acri e si estendeva su due aree attigue, ciascuna con diversi cortili, serbatoi dell'acqua e capannoni con il tetto di lamiera. Come i grandiosi forti medievali sul Gange, la fabbrica era situata in modo da avere facile accesso al fiume, e tuttavia abbastanza in alto da sottrarsi alle inondazioni stagionali. Ma la Carcanna, diversamente dai forti di Chunar e Buxar, invasi dalla vegetazione e sostanzialmente abbandonati, era tutt'altro che una pittoresca rovina: le torrette ospitavano squadre di sentinelle e i parapetti erano sorvegliati da un gran numero di peoni e burkundaz armati"

 

Inizia così la descrizione del principale stabilimento di produzione dell'oppio, "uno dei più preziosi gioielli della corona della regina Vittoria" - vicino alla città di Ghazipur, a un'ottantina di chilometri da Benares, esteso per circa 18 ettari sulle rive del Gange - in un libro di Amitav Ghosh; la prima parte di una trilogia dedicata alla nascita dell'India moderna. Il romanzo si svolge a partire dal 1938 e ha come sfondo storico gli avvenimenti che precedono la ‘Guerra dell'Oppio' contro la Cina e le migrazioni dall'India verso le coste dell'Africa; è anche un'accurata ricostruzione storico-sociologica e un recupero alla memoria di un lessico e di conoscenze sul punto di essere perdute.

 

 

Le copertine del libro di Amitav Ghosh ‘Sea of poppies' (John Murray Publ.) - ‘Mare di papaveri' (Neri Pozza Ed., 543 pp.; 2008)

 

"Sembrava che nei dintorni dello stabilimento aleggiasse in permanenza un miasma letargico. Le scimmie della zona, per esempio (...) a differenza delle loro consimili, non schiamazzavano, non si azzuffavano né derubavano i passanti; quando scendevano dagli alberi era per lappare avidamente le fogne a cielo aperto della fabbrica; dopo essersi saziate risalivano tra i rami, da dove fissavano intontite il Gange e le sue correnti. (...) Lungo i ghat intorno alla Carcanna si ammucchiavano i cocci di migliaia di giare, i panciuti recipienti di terracotta in cui l'oppio grezzo veniva portato alla fabbrica. Era convinzione diffusa che i pesci abboccassero più facilmente all'amo dopo aver mordicchiato i cocci, di conseguenza l'argine era sempre affollato di pescatori".

 

Le mani segnate dalla fatica di un'anziana incidono con un coltellino a tre lame una capsula di papavero da cui fuoriesce un lattice bianco. Sotto, nella stessa foto, una capsula da cui il lattice è già stato raschiato

 

 

Il lattice bianco, per ossidazione spontanea all'aria diventa prima giallo-arancio, poi rosso bruno, poi marrone scuro. Le sfere o i panetti di oppio che ne derivano, alla fine di un elaborato processo sono di color bruno scuro, quasi neri

 

Le incisioni si fanno in genere nel pomeriggio, perché la temperatura più fresca della sera rallenta l'addensamento del lattice e quindi aumenta la resa di ogni capsula.

 

Raccolta dell'oppio

 

La mattina dopo il lattice viene raccolto, raschiando delicatamente le singole capsule con una larga spatola a mezzaluna, sulla cui lama man mano si accumula la sostanza rappresa. Ogni capsula fornisce pochi centigrammi di oppio; si stima che siano necessarie circa 72 ore di lavoro per raccogliere 1 Kg di oppio.

 

Donne indiane in un campo di papaveri da oppio

 

"...Era una tenebrosa galleria illuminata solo da piccoli fori nei muri. L'aria era caldissima e fetida come in una cucina chiusa, solo che l'odore non era di olio e di spezie, bensì di oppio liquido misto al tanfo di sudore: esalazioni così acri che dovette tapparsi il naso per non vomitare. Quando si riprese si trovò davanti a una visione impressionante: una moltitudine di torsi scuri senza gambe che giravano e rigiravano, come una tribù di demoni in schiavitù. (...) Quando i suoi occhi si furono abituati alla penombra, scoprì il segreto di quei torsi senza gambe: erano uomini immersi fino alla vita in vasche piene d'oppio, che camminavano in tondo per ammorbidire quella poltiglia. Avevano sguardi vuoti e appannati, eppure continuavano a girare con la lentezza di formiche nel miele, pigiando con passo pesante. Quando non ce la facevano più, si sedevano sul bordo delle vasche agitando la sinistra fanghiglia solo con i piedi. Mai aveva viso esseri umani così simili a spettri, con occhi come braci ardenti nell'oscurità. Sembravano completamente nudi, dato che il perizoma, se pure l'avevano, era così impregnato di droga da confondersi con la pelle".

 

Campo di papaveri da oppio. Il Papaver somniferum è caratterizzato da una capsula più grande e da una maggior emissione di lattice; il colore del fiore non è critico, ai fini della produzione dell'oppio

 

 

Papaveri da oppio di diversi colori, per ibridazione spontanea, contemporaneamente presenti in un campo

 

Nel romanzo di Amitav Ghosh, ad esempio, i papaveri da oppio sono bianchi: "... per chilometri e chilometri, da Benares in su, sembrava che il Gange scorresse tra ghiacciai paralleli, entrambe le sponde infatti erano coperte da una folta distesa di petali bianchi. Era come se la neve delle cime himalayane fosse scesa sulle pianure in attesa della festa di Holi con la sua primaverile profusione di colori".

[Questo brano e i precedenti, sono tratti dal romanzo di Amitav Ghosh, sopracitato]

 

Quello descritto in modo documentato e realistico nel romanzo, è lo stabilimento di punta della Compagnia Inglese delle Indie Orientali (British East India Company) istituita il 31 dicembre 1600 da parte della regina Elisabetta I d'Inghilterra con un atto che accordava ad essa il monopolio del commercio nell'Oceano indiano. La ‘Compagnia', dominata da famiglie di ricchi commercianti scozzesi e inglesi, divenne ben presto potentissima, tanto da sopraffare le consimili organizzazioni olandese e francese nel commercio delle spezie, del thè e della seta. Stabilì avamposti in India e in Cina e gestì in definitiva l'espansione commerciale - che spesso significava la politica tout-court - del Regno Unito nel continente asiatico. Essa segnò profondamente le fortune e l'evoluzione dell'Impero britannico.

"...Dal suo quartier generale di Londra, la sua straordinaria influenza si diffuse a tutti i continenti: la Compagnia presiedette alla creazione dell'India britannica, il cosiddetto Raj, fondò Hong Kong e Singapore, ingaggiò Capitan Kidd per combattere la pirateria, impiantò la coltura del thè in India e in Sri-Lanka, tenne Napoleone prigioniero a Sant'Elena, e si trovò direttamente implicata nel celebre Boston Tea Party che funse da detonatore per la guerra d'indipendenza degli Stati Uniti. [...] ...Verso la metà del XIX secolo, la dominazione della Compagnia si estese sulla maggior parte dell'India, sulla Birmania, su Singapore e Hong Kong; un quinto della popolazione mondiale passò così sotto la sua autorità. La Compagnia inoltre occupò le Filippine e realizzò la conquista di Giava..." [da ‘Wikipedia'].

La Cina e il Giappone rimanevano però refrattari ai tentativi di penetrazione e al commercio. Non solo: il thè di produzione cinese, come pure le sete, venivano fatte pagare a caro prezzo agli occidentali.

 

In Cina la conoscenza del papavero aveva origini antichissime: il suo uso terapeutico è ben documentato, mentre l'uso ricreazionale si sviluppò a partire dalla dinastia Ming (1368-1644), come mezzo adatto a facilitare gli stati meditativi nel taoismo. Questa pratica rimaneva peraltro limitata a gruppi circoscritti e non causava problemi.

Più che l'oppio, in Cina costituiva un problema economico e sociale la diffusione del tabacco, importata dalle compagnie occidentali dal Nuovo Continente. Quando l'imperatore Yung Chiang nel 1729 vietò l'uso del tabacco da fumo, che i cinesi usavano mescolare all'oppio, si iniziò a fumare oppio puro. Il rimedio si dimostrò quindi peggiore del male: il consumo di oppio aumentò tanto che all'inizio dell'800 i fumatori di oppio in Cina erano milioni.

Con puro spirito commerciale, la Compagnia identificò a quel punto nell'oppio l'unico interesse di quel paese poco propenso agli scambi e vi cominciò ad importare enormi quantitativi di oppio di produzione indiana  (prodotto appunto nello stabilimento di Ghazipur, di cui racconta Amitav Ghosh).

Gli sforzi della Cina per mettere fine a questo commercio scatenò la prima guerra dell'oppio fra Cina e Inghilterra (1938), che fu seguita da un'altra, nel 1856. L'esito fu scontato a favore della più grande potenza navale del tempo e la Cina dovette accettare condizioni particolarmente onerose e mutilazioni territoriali.

 

 

Guerre dell'oppio (due distinti conflitti: 1839-1842 e 1856-1860): fregate a vapore munite di cannoni contro sampan di legno

 

È interessante leggere gli eventi mondiali alla luce delle motivazioni commerciali che li hanno determinati. Occasionalmente vi sono implicati aspetti botanici, come le spedizioni esplorative nei nuovi territori che tornavano ricche di nuove specie botaniche, e il commercio dell'oppio. Quest'ultimo fu astutamente usato per scardinare la chiusura e le difese della Cina; una tecnica simile fu impiegata dagli americani contro il Giappone nel 1854: la pretesa resistenza ad esplorazioni scientifiche diede il pretesto per l'occupazione del porto di Edo (poi Tokyo). È lo stesso periodo che abbiamo esplorato sotto il profilo botanico attraverso le avventure dei ‘cacciatori di piante' [v. su "O": Piante e uomini in viaggio (seconda parte)
del 22.10.07] [v. su "O": Piante e uomini in viaggio (terza parte) del 28.10.07].

 

Ma torniamo all'oppio e ai paesi occidentali. 

A differenza dell'ampia diffusione popolare del consumo dei preparati dell'oppio in Oriente - ben documentate nel XVI sec. in Turchia e in Egitto; in Cina, come abbiamo visto, nel XVII sec. - in Occidente il consumo non si era esteso e l'oppio aveva mantenuto per lungo tempo delle applicazioni quasi esclusivamente mediche, peraltro fieramente avversate dalla Chiesa. L'introduzione e l'allargamento del consumo furono - soprattutto in Inghilterra - sponsorizzati da una classe medica entusiasta nonché prima fruitrice delle sue benefiche virtù.

La prima esposizione ‘scientifica' sulla natura e sugli effetti dell'oppio venne fatta nel 1701 dal dottor John Jones nel libro ‘The Mysteries of Opium Reveal'd'.

Thomas Sydenham, un grande medico inglese del seconda metà del Seicento definiva l'oppio "la santa ancora della vita" e ringraziava l'Ente Supremo per aver elargito i prodotti del papavero all'umanità come sollievo: "...nessun altro rimedio è altrettanto potente nello sconfiggere un gran numero di malattie, o addirittura nello sradicarle". Un suo allievo Thomas Dover, elaborava un preparato contro la gotta a base d'oppio, la "Polvere di Dover" che diveniva uno dei farmaci più usati del XVII secolo (esso conteneva, tra altre componenti, anche un estratto di radice di ipecacuanha, dalle proprietà emetiche, con la funzione di dissuadere dall'uso eccessivo).

La diffusione dei preparati dell'oppio in Europa fu inizialmente un fenomeno limitato, che interessò le avanguardie artistiche e intellettuali. Successivamente gli interessi commerciali e l'avvio della produzione industriale di farmaci favorirono la proliferazione di rimedi a base d'oppio; sciroppi, cordiali e polveri dai nomi familiari ed accattivanti, come ‘Sciroppo dolce della signora Winslow', ‘Elisir all'oppio di McMunn', ‘Cordiale Godfrey', e molti altri. Reclamizzati su giornali e riviste, fortemente sostenuti dalla classe medica, i preparati a base d'oppio rappresentavano i prodotti più acquistati nelle farmacie, dove erano di libera vendita.

 

Lo ‘Sciroppo dolce della signora Winslow', contenente laudano, era consigliato per i dolori della dentizione. Questi preparati erano anche largamente usati per ‘tener buoni i bambini' per tempi prolungati (un vero stato soporoso!), agli inizi del lavoro femminile nelle fabbriche

 

Vennero a sovrapporsi, tra il XVIII e il XIX sec. in Europa, ma soprattutto in Inghilterra, gli effetti dell'offerta - preparati di oppio a basso costo prodotti in abbondanza nelle colonie - e della domanda, da parte di una masse popolari sottomesse e impoverite, recentemente inurbate, agli albori di quella che fu poi chiamata ‘prima rivoluzione industriale'.

L'oppio cominciava ad essere usato non più soltanto come analgesico, ma soprattutto - come l'alcool (rispetto al quale era venduto a prezzi di gran lunga inferiori) - a scopo di evasione. Favorita dalle peculiari proprietà farmacologiche dell'oppio - capace di indurre tolleranza e dipendenza nei consumatori e quindi determinare l'obbligo e l'aumento del consumo - l'oppiomania si diffuse presto come una vera piaga sociale, raggiungendo e superando per gravità il fenomeno dell'alcolismo.

Anche se i consumatori abituali erano chiamati ‘mangiatori d'oppio', opium eaters, la diffusione dei preparati di oppio nell'Inghilterra del XVIII e XIX sec. si riferiva comunque a bevande varie a base di oppio; meno di frequente l'oppio era assunto per fumo.

 

‘Opium tincture', ‘Laudanum (poison)' e una fumeria dell'East End di Londra (da una incisione del 1874). L'assunzione dell'oppio ‘per fumo' era tipica degli immigrati cinesi; ‘i bianchi' che frequentavano le fumerie d'oppio erano considerati con riprovazione

 

L'abitudine di fare uso dell'oppio era largamente diffusa anche tra gli intellettuali e tra i letterati, soprattutto inglesi: Samuel Coleridge, George Byron, Percy Shelley, Walter Scott, John Keats e  Charles Dickens facevano uso, saltuario o continuativo, dell'oppio da fumo e del laudano per curare i mal di capo, l'insonnia, l'ansia. Thomas De Quincey (1785 - 1859) ha dedicato un racconto autobiografico alla sua esperienza di tossicomane:

 

"Gli anni seguenti, però, quando mi tornò più appieno l'entusiasmo, cedetti alla mia naturale inclinazione verso la vita solitaria. A quel tempo, dopo aver preso l'oppio, m'immergevo spesso in tali fantasticherie; [...]

La città di Liverpool rappresentava la terra, coi suoi dolori e le sue tombe, remoti da me, ma tuttavia non invisibili né del tutto dimenticati. Nel suo moto, eterno ma dolce, l'oceano, sul quale covava una calma angelica, rappresentava in certo modo il mio spirito e i pensieri che allora lo cullavano languidamente. Mi sentivo, come per la prima volta, lontano, estraneo ai tumulti della vita: il clamore, la febbre, la lotta eran sospesi; una sosta era concessa alle segrete oppressioni del cuore.... Una specie di giorno festivo, una tregua agli umani travagli. Le speranze, infioranti i sentieri della vita, si fondevano con la pace propria della tomba; i moti del mio intelletto erano instancabili come i cieli, ma tutte le angosce si placavano in una calma alcionia; su tutto regnava una tranquillità, non frutto d'inerzia, ma risultato d'un equilibrio di forze contrarie ed eguali; infinita energia, infinito riposo".

(Thomas De Quincey (1785 - 1859): "Le confessioni di un mangiatore d'oppio")

In piena epoca vittoriana (1856) Thomas de Quincey poté curare senza alcuna difficoltà una nuova edizione delle sue Confessioni, ampliata in alcuni punti, con l'incondizionato appoggio dei suoi stessi editori.

C'è da dire che nella società del tempo l'uso dell'oppio e la stessa oppiomania non erano considerati comportamenti devianti e non erano gravati da alcuna riprovazione morale; il concetto di ‘normalità sociale' era evidentemente molto diverso da quello attuale. I governi sancivano peraltro la piena legittimità delle sostanze oppiacee, il cui commercio alimentavano e da cui traevano vantaggi economici. Infine - per i loro effetti sedativi e contemplativi - esse erano viste come socialmente vantaggiose rispetto agli alcoolici che inducevano spesso comportamenti violenti.

Con l'avvio della rivoluzione industriale - fra il 1760 e il 1830 -, in Inghilterra si registrava una vera e propria esplosione del consumo di oppio, che si estendeva successivamente a tutta l'Europa e agli Stati Uniti. L'uso di tale droga perdeva il carattere limitato che aveva sempre avuto nella storia e dava luogo a situazioni molto simili a quelle che si verificano oggi per l'uso dell'alcool nel nostro paese, con consumatori occasionali e sporadici; individui farmaco-dipendenti, tuttavia socialmente accettati con una vita di relazione nei limiti della normalità; infine piccoli gruppi di tossicomani completamente dipendenti dalla droga, che però non rappresentano un grave pericolo sociale, data la loro scarsa consistenza numerica.

I dati sulla diffusione e il commercio dell'oppio - sia nella Cina dell'Ottocento che nell'Inghilterra agli albori della rivoluzione industriale - sono un esempio eloquente di come sia l'offerta delle droghe a creare la domanda, e non viceversa. Essi dimostrano ancora una volta che il ruolo svolto dai fattori economici e politici sul consumo delle sostanze psicoattive e sulla dipendenza è preponderante rispetto ai fattori di carattere bio-farmacologico.

 

 

Capsule di papaveri da oppio all'alba, fotografate in controluce (foto da Flickr)

 

Di fatto la tossicodipendenza da oppiacei non diventò un vero problema sociale fino agli anni immediatamente successivi al 1860, quando la morfina - in particolare la morfina iniettata - diventò l'oppiaceo preferito.

Solo allora - negli ultimi decenni dell'Ottocento e ancor più agli inizi del Novecento - gli effetti devastanti dell'oppio e dei suoi derivati iniziarono ad essere percepiti in tutta la loro gravità dall'opinione pubblica inglese europea e americana.

Di questo parleremo nella terza e ultima parte sul tema.

 

Notiamo, in via del tutto collaterale, come i papaveri siano, alla pari forse solo con i girasoli -  un soggetto fotografico eccezionale:

 

  

Fiore e boccioli di papaveri dei campi: luci e ombre

 

 

Il fiore di un papavero di campo sporge tra le maglie di una rete metallica

 

 

Nubi nere si vanno addensando su un campo di papaveri (Papaver rhoeas);  ogni riferimento è puramente casuale (foto da Flickr)

 

[Papavero da oppio. Una pianta e un fiore tra le pagine della storia. 2. (continua)]

 

 

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