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... L'infinito è per se solo da noi incomprensibile, come arco gl'invisibili; or pensate quel che saranno congiunti insieme... (Galileo Galilei)
Quattro secoli fa Galileo Galilei, annoiato di guardare dentro le case dei vicini, punta più in alto e fa il guardone intergalattico. A quei tempi nessuno avrebbe potuto prevedere la straordinaria evoluzione della nostra capacità di scrutare sotto la gonna del Cosmo. Ma, si sa, ai guardoni non basta mai e sono andati oltre. Si sono inventati il radiotelescopio, una sorta di telefono che serve a chiamare il Cosmo per fare sesso a distanza anni luce. Dice che non c'è niente di più eccitante che farsi svelare il segreto dell'Universo.
In occasione della celebrazione di quel rivoluzionario gesto Galileiano, il 2009 è stato l'Anno Internazionale dell'Astronomia. L'Azienda Speciale Palaexpo, l'Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, l'Istituto Nazionale di Astrofisica e l'Agenzia Spaziale Italiana presentano al Palazzo delle Esposizioni di Roma la mostra Astri e particelle - le parole dell'universo, aperta fino a San Valentino 2010, che svela a noi antichi cultori del sesso terreno quello che si sa del sesso interstellare.
Impari così a sostituire bacino con neutrino, amplesso con lampi gamma, orgasmo con big bang. Ma alla fine dei giochi capisci che il problema è sempre lo stesso: anche per le Stelle la cosa che conta è la grandezza. Infatti per avere rapporti completi con il Cosmo devi avere almeno un ipercono a quattro dimensioni.
Finché i nuovi scienziati non troveranno la soluzione a questo dilemma dobbiamo tutti accontentarci di flirtare a distanza con il Cosmo. E tuttalpiù, grazie a tecno-osservatori che orbitano intorno alla Terra, guardare un po' più da vicino l'affascinante profondità del buco nero.
12 dicembre 2009. Palalottomatica di Roma sold out per i Deep Purple.
Leggo la carta d'identità:
Gruppo rock britannico nato nel 1968. Tra i più influenti dei gruppi rock di sempre.
Ian Gillan - voce - 64 anni.
Steve Morse - chitarra - 55 anni.
Roger Glover - basso - 64 anni.
Ian Paice - batteria - 61 anni.
Don Airey - tastiere - 61 anni.
I Vecchi Deep Purple (305 anni in toto) suonano col sorriso che a confronto i gruppi di oggi appaiono depressi. Forse perché hanno trasformato la rabbia, che muove il Profondo Viola del rocker, in veterana saggezza capace di insegnare che avere uno scopo è importante: desiderare di avere successo, di essere ricco, o semplicemente di essere il gruppo più rumoroso del mondo. A prescindere da quale sia, la meta dirige il comportamento e dà all'individuo una ragione per le cose che fa, e in genere lo rende felice. (Ronald Shone - Creative Visualization - 1984).
Oppure ci stanno fregando tutti e non sono così saggi, ma semplicemente si ricaricano gli anni e la verve con gli strilli felici del loro pubblico, come fanno i Mostri e Co di Disney, così da suonare altri 40 anni e vendere altri 100 milioni di dischi nel mondo.
E anche a Roma approfittano per ricaricarsi le pile grazie a un palalottomatica pieno come un alveare, che minimo minimo per l'affetto gli dà altri 15 anni di vita. E per ringraziare, i vecchi DP, alla fine hanno regalato tutto quello che potevano: musica da delirio, plettri, pezzi di strumenti e dentiere.
Razzismo. Argomento di inquietante attualità eppure mai abbastanza sviscerato. Nel mare dei luoghi comuni in cui annaspa l'informazione "ufficiale", di fronte ad affermazioni generiche secondo cui gli italiani sono "brava gente e niente affatto razzisti", torna utile un "Rapporto sul razzismo in Italia" pubblicato da Manifestolibri.
Il volume è stato esposto nello stand del Manifesto durante la recente edizione della fiera "Più libri, più liberi". Il lavoro è stato curato da Grazia Naletto, all'interno si trovano contributi firmati da vari autori.
Una raccolta articolata che mira ad evidenziare come il razzismo in Italia non sia emergenza ma atteggiamento culturale diffuso e purtroppo ormai accettato. Nel libro si può trovare un capitolo dedicato al quadro normativo ma sono soprattutto gli episodi di cronaca ripercorsi dagli autori - "la strage di Erba" di Paola Andrisani, "L'omicidio Reggiani" di Grazia Naletto, "L'uccisione di Abdul Gruibe" di Giuseppe Faso solo per citarne alcuni - che sottolineano un orrore quotidiano; sebbene intere regioni d'Italia siano attanagliate da una criminalità indigena senza freni e senza pudore, persino in quelle regioni sembra quasi che la minaccia incombente sia portata da chi è diverso, da chi comunque viene sfruttato, eppure, nonostante tutto, additato come pericoloso.
Una società, quella italiana, che non ha vergogna ormai di apparire per quel che è, per i valori che sbandiera in alcune delle sue componenti più "spontanee", come ad esempio i cori negli stadi da parte di gruppi ultràs nei confronti del calciatore Balotelli, campione sì, ma di colore. Chi vuol minimizzare dirà certamente che si tratta di "roba da ragazzi", ma è ormai chiaro a tutti che insofferenza ed ignoranza vanno a braccetto in un Paese che sembra aver smarrito il senso dell'accoglienza, in barba alla sua stessa storia, fatta di emigrazione e sofferenza soprattutto in Europa e negli Stati Uniti.
Il libro edito dal Manifesto non è solo utile per raccogliere dati e non dimenticare che ci si trova dinanzi ad una problematica complessa, che avrò bisogno di uno sforzo comune per essere compresa ed affrontata; l'ultimo capitolo è firmato da Giulia Cortellesi e si intitola "Le aspettative dei figli dell'immigrazione"; in un passaggio si legge: "La vita quotidiana dei giovani di origine straniera ricorda loro la propria "inesauribile differenza" rispetto ai coetanei italiani, le infinite lotte con le burocrazie delle questure o delle poste per la corsa al rinnovo dei permessi di soggiorno, gli atteggiamenti xenofobi causati dal colore della pelle o dalla padronanza non perfetta della lingua italiana, la precarietà abitativa ed economica". Tutto questo è Italia, non una terra lontana. Bisognerebbe rifletterci, almeno ogni tanto.

"Come sopportare in me questo estraneo? Questo estraneo che ero io stesso per me? Come non vederlo? Come non conoscerlo? Come restare per sempre condannato a portarmelo con me, in me, alla vista degli altri e fuori intanto dalla mia?"
Luigi Pirandello, "Uno, nessuno e centomila"
Uno, nessuno e centomila. Secondo Pirandello l'uomo non è unico e la realtà che lo circonda non è oggettiva bensì è il ritratto del punto di vista attraverso il quale viene osservata. Nel romanzo pubblicato nel 1926, quando il protagonista passa dal considerarsi uno per tutti al realizzare finalmente che non è nessuno, poiché assume ruoli ed aspetti diversi in ciascuno degli infiniti rapporti con gli altri, egli non può che impazzire: il rifiuto totale della persona comporta la frantumazione dell'io, che si dissolve completamente e, giocoforza, non senza dolore.
Non è così invece per il personaggio centrale di "Non è una voglia X", spettacolo in programmazione alla Sala Gassman del Teatro dell'Orologio, a Roma, fino al 20 dicembre.
Il testo, che ha ricevuto una segnalazione fuori concorso al premio di scrittura teatrale Fàrà Nume 2008, è stato scritto da Gerolamo Alchieri, che ne è anche regista, e da Roberto Favaroni (fra l'altro allievo in passato della Scuola Omero) ed è stato già rappresentato prima in versione ridotta al Martelive 2008 ed in seguito al Piccolo Teatro Campo d'Arte ed al Circolo degli Artisti.
Lo spettacolo, recitato da Alessandro Catalucci, Giulia Adami ed Alberto Querini, è la storia di Sara che inaspettatamente sparisce con un post-it attaccato al frigorifero, lasciando il compagno Andrea in uno stato di prostrazione profonda. L'uomo, dopo essere stato abbandonato senza alcuna spiegazione, si fa mille domande e non riesce più ad avere un rapporto sincero e diretto con nessuno se non con Dario, il suo fisioterapista. Ma non sa che anche Dario è implicato nella scomparsa di Sara...
L'opera, che non è un semplice triangolo, parla di sentimenti, del significato del dolore e del senso dell'amore, che dev'essere innanzitutto verso se stessi, perché, se prima di darsi non ci si accetta e non ci si piace, amare un altro diventa impossibile. Ma per volersi bene bisogna conoscersi e allora: "io chi sono?", si chiede il protagonista, "cosa mi definisce?". È questo il dramma universale dell'adolescente, che soffre, sbaglia, è goffo e rabbioso perché si sta costruendo. E nessuno ha mai detto che l'impresa sia facile.
Bene, quello che fa di noi quello che siamo sono i nostri desideri, innanzitutto ciò che sentiamo e vogliamo essere, a partire dal sesso cui abbiamo coscienza di appartenere. Solo cercando noi stessi, realizzando la nostra identità, possiamo aspirare ad essere felici. Perché l'importante non è chi ci attrae né come ci vedono e preferirebbero gli occhi del mondo: l'essenziale muove da chi ci piace essere. Alla faccia della frantumazione dell'io.

È uscito nelle librerie «L'âge d'or della fiction televisiva contemporanea: il caso 24», scritto da Francesca Negri, dottoranda di ricerca in Studi teatrali e cinematografici presso l'Università degli Studi di Bologna.
Il volume indaga i motivi della popolarità delle serie televisive statunitensi, eleggendo 24 a caso emblematico. Secondo l'autrice negli ultimi decenni i palinsesti televisivi, italiani quanto esteri, sono stati completamente invasi da un numero considerevole di fiction seriali, in maggioranza di provenienza statunitense. Serie come Lost, House o Desperate Housewives hanno riscontrato un eccezionale successo di pubblico e di critica, dando vita a fenomeni di culto diffusi a livello internazionale. Il motivo di tale consenso è da imputarsi alla lunga tradizione di eccellenza che gli Stati Uniti possiedono nelle forme del racconto popolare, in grado di intercettare, rielaborando in forme e contenuti ogni volta diversi, lo «spirito del proprio tempo». Nello specifico, il saggio si focalizza sulla serie 24 da considerare ed esaminare sulla base di tre elementi: l'importanza rivestita, a partire dalla sigla, dell'esibizione costante delle nuove tecnologie; il ruolo della violenza e della tortura, anch'esse mostrate ma soprattutto giustificate da vicende proprie di un mondo certo funzionale ma comunque molto vicino a quello "reale"; e sulla figura del protagonista, l'agente federale Jack Bauer, in cui si iscrivono molteplici caratteristiche sia di gender che di genre che fanno di questa serie un particolare tipo di techno soap (McPherson 2007).
Il nome della serie, nello specifico, sta ad indicare le ventiquattro ore che costituiscono il tempo coperto da ogni stagione. A livello teorico gli eventi avvengono in tempo reale con un orologio digitale che ci comunica dell'ora in cui si conclude l'azione prima della pausa e di quella in cui si ritorna a vivere e condividere le vicende che, nel frattempo, hanno continuato il loro corso. Nel volume, poi, la serie 24 viene presa in esame sia per la specificità delle forme di rappresentazione a cui ricorre, che per la qualità dell'intreccio narrativo, sua prerogativa peculiare.
Ad esempio, nel primo caso, la rappresentazione che ci viene offerta in maggior misura riguarda ciò che si muove dietro le quinte, ciò che rimane segreto e nascosto. Così come il rapporto con i media e la manipolazione delle notizie sono tra le isotopie tematiche e figurative ricorrenti nella serie. Guardandola noi siamo consapevoli e ci aspettiamo che una qualche forma di violenza brutale accada ed è questa consapevolezza è proprio parte della nostra competenza di spettatori modello. Proprio la violenza in 24 è costruita come una necessità, come un dovere non piacevole, ma inevitabile. L'essere testimoni di crudeltà enormi a livello finzionale porta lo spettatore ad individuarne le necessità e la legittimità. Probabilmente 24 affascina perché non va sempre tutto bene, mostrando fino a che punto una decisione sia necessaria per stabilire una misura eccezionale e la sua appropriatezza, ma anche lo spazio che si apre per la sua distorsione e per il suo abuso.
Per ciò che riguarda il secondo aspetto, al di là della costruzione narrativa tipica del thriller e del cop drama, la serie può anche essere letta come una versione moderna di un melodramma maschile, e, quindi, come una rilettura di una crisi contemporanea della mascolinità e della separatezza tra pubblico e privato. La scelta del terrorismo come soggetto del serial è sicuramente più funzionale alla scansione ritmica del racconto. Si vuole creare tensione, angoscia, paura. Si vuole lasciare lo spettatore senza fiato. Una narrazione in cui prevale la cosiddetta "etica dell'emergenza". Il sonoro è martellante e scandito. L'inesorabile scorrere del tempo rende palpabile l'angoscia. L'interruzione momentanea dell'azione rafforza, anziché diminuire, la tensione.
Non si deve dimenticare che, dopo l'11 settembre, terrorismo e paura sono divenute un'ottima matrice narrativa mentre si preferisce eliminare alcuni dei dettagli che fanno di una narrazione qualcosa di ben fatto ed equilibrato e ci si dimentica degli effetti di realtà: nel plot narrativo, infatti, non ci sono le azioni più superflue e banali così come quelle più scontate. In questa serie l'eccesso sostituisce la realtà trovandosi di fronte una normalità eccentrica. Una serie che affascina e seduce, pertanto, proprio per il suo aspetto melodrammatico che la rende realmente eccessiva chiamando il pubblico a partecipare alla costruzione di una nuova cittadinanza televisiva, oramai non più sconvolta dall'etica dell'eccesso, dalla paura e dalla violenza necessaria.
E' stato il principale rovello dell'uomo fin da quando è comparso sulla Terra. Ha permeato miti e leggende. In ordine decrescente di sacralità è stato alla base delle religioni che - beate loro e felici i loro seguaci - hanno risolto ‘definitivamente' il problema: sebbene ciascuna a modo suo! Se ne sono occupate le filosofie e le produzioni letterarie di ogni tempo e cultura. Buon ultimo se ne è appropriato il cinema, che ha proposto un caleidoscopio rutilante di variazioni sul tema.
Parliamo, ovviamente, del senso della vita. Un tema tanto alto e coinvolgente, forse, da non poterne parlare seriamente. Infatti...
La lista dei film che ne hanno trattato sarebbe troppo lunga, così ci limitiamo a quelli che più ci hanno coinvolto; con svolgimenti e registri quanto mai vari: drammatici, come ne ‘Il posto delle fragole' di I. Bergman (1957); comici e irridenti, come ‘Il senso della vita' dei Monty Python (1983); leggeri, nel film di Marc Forster (2006) ‘Vero come la Finzione'; metaforici e surreali, in ‘You the living', 2007, di Roy Andersson; sarcastici e corrosivi come in quest'ultimo film dei fratelli Coen: ‘A serious man' (2009).

Il film ci precipita fin dal suo inizio - un siparietto alla Isaac B. Singer ambientato in uno stetl della Russia dell'ottocento e usato come prologo - nel cupo della cultura ebraica, dei suoi riti, delle sue tradizioni.
Il tema apparente del film sembra riguardare i modi in cui la parola di Hashem si manifesta all'uomo (secondo la religione ebraica il nome del signore non va mai nominato, per cui HaShem (il Nome)]
Trasferita quindi la scena nell'America del 1967 - l'epoca in cui i due Coen erano loro stessi ragazzi - vediamo come Hashem mette alla prova la pazienza di un uomo qualunque - Larry Gopnick, novello Giobbe - buon praticante della sua religione e probo membro della comunità.
Il buon Larry vive in una linda casetta americana a schiera, col giardino intorno; ha una moglie, due figli, un fratello strampalato e nullafacente in casa, e fa il professore di matematica e fisica in un liceo, in attesa di promozione. All'improvviso, senza una ragione che lui possa comprendere, cominciano ad accadergli una sequela di disavventure, di fronte alle quali è completamente sprovveduto. Il giardino gli è insidiato da un vicino guerrafondaio, ma sarebbe il meno... La moglie gli notifica che si è innamorata di un amico comune e gli chiede un gett (un divorzio rituale) per risposarsi con l'amante, che a sua volta, da buon amico, cerca di consolarlo; con risultati esilaranti...

Il figlio adolescente, invece di prepararsi al bar mitzvah (il rito del passaggio alla maturità) e imparare le litanie della liturgia ebraica, si sballa di fumo e ascolta di preferenza i Jefferson Airplane. La figlia giovinetta è perennemente scontenta e gli ruba i soldi per rifarsi il naso; il fratello elabora balzane teorie con cui partecipa a giochi d'azzardo e si mette nei guai con la legge. Sul lavoro non va meglio. Gli studenti non riescono a seguirlo nelle sue lezioni - non a caso il professor Gopnik viene mostrato nel corso di una sua dimostrazione alla lavagna del principio di indeterminazione di Heisenberg (!); quello che in termini ultrasemplificati ad uso popolare si può tradurre che al mondo nulla è certo! E ancora... Il suo passaggio in ruolo appare problematico, e uno studente coreano prima tenta di corromperlo e poi lo ricatta.

Insomma, il povero Larry si trova da un giorno all'altro sfrattato di casa, a vivere in un motel insieme al fratello; dilapida i suoi risparmi in avvocati e consulenze, ha un incidente stradale e aspetta con ansia il responso di certi esami medici...
Ma la varietà delle sue frustrazioni è infinita ed in questo i Coen sono maestri: meccanismi comici ad orologeria e umorismo nero, sotterraneo ma esplosivo.

Ma torniamo al senso della vita.
Il buon Larry davvero comincia a pensare che Hashem gli voglia comunicare qualcosa e su consiglio di diverse persone si risolve alfine a parlare con i ministri del suo culto, i rabbini; addirittura con tre di loro, di saggezza e autorità crescenti.
Mille storie si sono scritte su pellegrini che affrontano difficoltà di ogni tipo, scalano montagne e rischiano la vita per raggiungere un vecchio eremita su una montagna inaccessibile e chiedergli: - O tu, il più Saggio degli uomini... Tu che hai a lungo ponderato... Dimmi, qual è il senso della vita?
Qui l'inventiva dei Coen attinge a vette di comicità e sarcasmo ineffabili. E fornisce un significato unitario a tanti dei loro film. Dal ‘drugo' de ‘Il grande Lebowsky', agli inetti malviventi di ‘Fargo', al barbiere abulico de ‘L'uomo che non c'era', e agli altri che abbiamo amato/odiato in tutti questi anni... Tutti personaggi coinvolti in una immane vacuità di senso, in cui i poveretti si barcamenano alla meno peggio. Con l'irritante sospetto che la storia messa in scena possa essere quella di tutti.
Poi, nel film dell'uomo serio, per Larry il vento cambia e tutto sembra avviarsi verso un lieto fine di riconciliazione. Ma chi può dirlo? È possibile che il vento cambi ancora... E che vento stavolta!
Post scriptum
Ammetto che ‘noi di Omero' siamo più sensibili di altri a questi temi.
Nel maggio scorso abbiamo sentito Javier Argüello parlare di ‘realtà' come di un fatto che si presta a molteplici ipotesi in fisica, e nessuna definitiva; di come la letteratura fantastica possa essere una modalità di approccio a questa entità inafferrabile.
Si accennò in quella occasione alla ‘teoria delle stringhe' (Nambu, Nielsen e Susskind, 1970), e alla ‘teoria degli universi multipli' (Many Worlds Interpretation, MWI), formulata dal fisico Hugh Everett III (1957) come spiegazione ultima alla meccanica quantistica.
Ma i cultori della letteratura fantastica avevano già familiarità con queste idee da Jorge L. Borges [‘Il giardino dei sentieri che si biforcano' in ‘Finzioni' (Ficciones, 1944); i lettori di ‘fantascienza' ne conoscevano altri aspetti dalla frequentazione di Clifford D. Simak (il suo ‘City' è del 1952).
Un tema interessante, quello se la fantasia non precorra di gran lunga la scienza e la realtà stessa, ma non è questo che ci interessa adesso.
Più recentemente abbiamo ascoltato con gran piacere Bernard Quiriny (Racconti Carnivori; Edizioni Omero, 2009) a cui invece il mondo serve ben reale, per poterci fantasticare sopra...
Reale o meno che si possa considerare il nostro universo, sulla mancanza di senso sono invece tutti d'accordo...
E i Coen - non da ora - sono nello stesso folto gruppo...
Wellcome to the Coen brothers! Lunga vita a loro!
Gianni Guadalupi, scrittore, traduttore e curatore di molteplici collane, viveva accompagnato dalla voce silenziosa dei libri. Figura di spicco nel mondo dell'editoria, amava definirsi 'viaggiatore sedentario' ma volentieri avrebbe calpestato il suolo di Buenos Aires, città a lungo immaginata sfogliando le pagine di Jean Luis Borges.
La distanza che separa i luoghi tangibili dagli spazi infiniti della fantasia fu da sempre oggetto di indagine per Gianni Guadalupi che vedeva nel testo la sottile linea di confine tra il mondo e la rappresentazione di esso. Qui accanto vedete la copertina del suo The dictionary of Imaginary Places, scritto con Alberto Manguel. In quest'ottica si spiega il grande interesse che egli aveva maturato per il viaggio, termine che nasconde un caleidoscopio di significati, uno dei quali è connesso ai mille universi (uno diverso per ciascun lettore) che un libro ha il potere di creare.
Nell'arco di una vita, egli collezionò testi per un totale di circa dodicimila volumi, raccolti nella Biblioteca "Gianni Guadalupi", la biblioteca del viaggio che riunisce avventure reali o fantastiche sistemata a Bologna nella sede della Fondazione Marilena Ferrari.
A due anni dalla scomparsa, la Fondazione in collaborazione con la Cineteca Di Bologna ha dedicato un'intera giornata, mercoledì 18 novembre, all'instancabile attività di Guadalupi, divenuto per FMR curatore delle collane "Guide Impossibili", "Antichi Stati" e "Signorie e Principati", nei cui volumi, i Paesi del mondo sono rievocati attraverso le storie degli uomini di ieri.
La narrazione delle tappe del 'viaggiatore sedentario' è avvenuta su tre livelli: alla presentazione della Biblioteca da parte di Marilena Ferrari e Gian Luca Farinelli, direttore della Cineteca di Bologna, è seguita la proiezione pomeridiana al cinema Lumière del film "Il viaggio" di Fernando E. Solanas, per giungere alla lettura di brani tratti dalle opere di Guadalupi e da quelle degli scrittori che egli amava.
Si delinea così un profilo di grande spessore, un personaggio dotato della straordinaria abilità di restituire al presente opere dimenticate, un geloso custode del segreto arcano del libro e allo stesso tempo un febbrile creatore di parole nuove, esploratore di mondi non ancora scoperti.
La voce di Guadalupi si arricchisce attraverso le contaminazioni letterarie, sottili trame di immagini ispirate da Jean Luis Borges, Italo Calvino, Giorgio Manganelli, assimilate e trasformate dalla fervida immaginazione dell'autore in nuove terre da descrivere. Come un viaggio che segna l'inizio di un altro viaggio e di un altro ancora...

Tre fratelli e tre modi diversi di affrontare le divisioni politiche negli ultimi mesi del fascismo e della Seconda guerra mondiale. Ettore, militare che combatte con i partigiani, Lucia, che ha aderito alla Repubblica sociale italiana; Francesco, commissario di polizia che ha cercato di starsene in disparte. A raccontare le loro vicende è "Il sangue dei vinti", miniserie in due puntate diretta da Michele Soavi, già presentata al Festival del Cinema di Roma e ora proposta da Rai Uno. La sceneggiatura è di Dardano Sacchetti, Massimo Sebastiani, con la collaborazione dello stesso Soavi.
Il funzionario di polizia Francesco Dogliani (Michele Placido) ricorda alcuni momenti della sua vita alla fine della seconda guerra mondiale quando lui e la sua famiglia si trovarono coinvolti nelle rivolte partigiane e le nuove istanze della Repubblica di Salò. Con il fratello Ettore (Alessandro Preziosi) nello schieramento partigiano e la sorella Lucia (Alina Nedelea) repubblichina, Francesco non prende parte alla guerra intestina e decide di concentrarsi sul caso di una prostituta uccisa e della sua bambina, unica testimone oculare, data in custodia alla sorella gemella della defunta. Sullo sfondo la storia d'Italia alla fine della Seconda Guerra Mondiale.
La fiction, liberamente tratta dal romanzo di Giampaolo Pansa, è interpretata da Michele Placido, Alessandro Preziosi e Barbora Bobulova ed è stata al centro di numerose polemiche a causa dell'"orribile revisionismo" volendo rappresentare l'equivalente odierno di un combat film, come ha detto l'autore. A voler essere più precisi il lavoro di Soavi dovrebbe essere definito un "film a tema", un esempio di come la Storia può essere manipolata da chi la narra. Dicevamo delle polemiche e delle critiche negative che il film ha ricevuto. Come ha scritto Fabio Ferzetti su "Il Messaggero" ci si trova di fronte ad «un prodotto così scadente, tempestato di buchi di trama, incongruenze di montaggio e leggerezze di recitazione. Una fiction faziosa, grossolana, imbarazzante perfino a destra». Maurizio Porro su "Il Corriere della sera" individua «retorica e falsità che ogni intento e commozione vengono sommerse dallo stile di un prodotto che forse politicamente scontenta tutti e cinematograficamente certo appartiene al terribile cattivo gusto omologato delle biografie teleromanzate, tutte uguali: si chiamano fiction non a caso, fingono di essere cinema». Paolo Mereghetti ("Corriere della sera") ha individuato, poi, in questa narrazione «il patetico, il falso, la tirata retorica, la lacrima e il grido che sanno unicamente di artificio».
In questa occasione non ci troviamo (purtroppo!) a dibattere di storia e finzione, di fictional e factual, ma di qualità e coerenza narrativa. Ho affermato più volte, in questa rubrica, di come il piccolo schermo, in fondo, racconta il nostro passato, selezionando le immagini, attribuendo loro una gerarchia, stabilendo tempi e modalità di lettura. E mentre ravvisiamo nella televisione una fonte primaria di consapevolezza storica, dobbiamo chiederci quale fiction, quale modalità narrativa sia la fonte più adeguata, attendibile e veritiera. No di sicuro quella utilizzata in questa fiction che appare mediocre, ovvia e irreale. Scene come quella della cartina italiana che una sventagliata di mitragliatrice separa in due sono tra le peggiori immaginabili per il grande schermo e tra le più inopportune per il piccolo. La macchina da presa di Soavi si limita a fotografare, sempre pigramente, le vicende dei suoi personaggi e l'unica pensata escogitata per movimentare lo sviluppo degli eventi è stata quella di alternare tra di loro i piani temporali della pellicola. Anche il cast, sulla carta ricco e promettente, dimostra evidenti carenze nella direzione degli attori, soprattutto a causa di dialoghi spesso imbarazzanti. La costruzione del racconto, l'intreccio dei personaggi e la loro caratterizzazione, così come i dialoghi inverosimili, sono mascherate da una trama fitta di salti temporali che nascondono incongruenze narrative e psicologie dissennate.
Siamo consapevoli della difficoltà di conciliare la correttezza e l'accuratezza storiografica con la costruzione di una narrazione avvincente; che per raccontare vicende come questa la tv deve fare storia romanzata, il che, però, non significa tradire la storia. Una fiction, per quanto opera di fantasia, deve garantire una congruità del contesto narrato e non deve in alcun modo essere fuorviante o inesatta. Il pubblico, poi, percepisce l'immagine televisiva come fosse vera dando per certo che la ricostruzione storica sia fedele e precisa. Pur ammettendo che la fiction sia meno interessata a perseguire l'obiettivo della conoscenza analitica e più motivata a raggiungere un coinvolgimento emozionale dello spettatore, non si può giocare con la Storia e le storie; non si può privarla di moralità. Altrimenti ci toccherà lasciare la storia esclusivamente nelle mani degli storici e rinunciare allo straordinario contributo divulgativo del sapere storico che tale genere può dare.