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Belle/Belli con le piante. La ricchezza della Terra

 

"Mi sento intriso di un´intelligibilità profonda, dentro la quale

 i secoli e gli spazi riecheggiano, comunicando tra loro

 con un linguaggio finalmente comune"

[Claude Lévi-Strauss (1908 - 1° Nov. 2009) in: Tristes tropiques (1955)]

 

Già prima delle maschere di carnevale o della moda di Halloween, i ragazzini di una volta avevano una vera predilezione per i mascheramenti, anche se molto alla buona e facili da realizzare: polveri di vario tipo per il viso e vecchi vestiti dismessi.

Si andava di casa in casa - accuratamente mascherati e travestiti - con uno spiedino di legno su cui i vicini visitati infilavano una salsiccia ...altro che dolcetto!

Non sembrava mai troppo presto per affrancarsi dalle cure delle mamme - che pure ci prendevano molto gusto - e cominciare a mascherarsi da soli. Poi si andava a periodi. Quando ci prendeva la fissa delle mascherate, il rito si ripeteva ad ogni sabato sera, e la tipica esagerazione dei ragazzini portava a proporre personaggi sempre più strabilianti. Si faceva, in quei tempi autarchici - si era in campagna -, un grande uso di carbone, farina e, nella stagione giusta, del succo dei gelsi rossi, che si prestavano a sanguinolente messe in scena di gusto grand-Guignol; conseguenti svenimenti delle mamme più impressionabili, che poi ci rincorrevano con lo scopettone.

Era un tempo mitico e naïf, ben poco influenzato da mode esterne, televisive o cinematografiche, e per questo ricordato con una certa affettuosa nostalgia, oltre che (quasi) una prova antropologica della tendenza archetipa dell'uomo al mascheramento; l'esperienza in proprio di un comportamento comune, come una ‘struttura' antropologica, andata poi a ricercare, in altri tempi, in etnie diverse.

 

Il gelso esiste in due varietà Morus nigra (nella  foto) e Morus alba, con frutti bianchi o appena rosati - Fam. Moraceae.

 

Le piante erano coltivate estesamente nel secolo scorso per l'allevamento del baco da seta, che si nutriva delle foglie. Molte case contadine hanno mantenuto la consuetudine di avere un gelso sull'aia. La varietà a frutti scuri ha un succo color porpora, delizia dei bambini che ci si impiastricciano le mani e il volto, e tutto il resto.

 

Per quanto è possibile arguire da rilievi etno-antropologici, popoli diversi usavano mascherarsi e modificare in vario modo il loro corpo, generalmente in relazione a rituali; per la caccia, la danza, in corso di cerimonie tribali, oltre che - non meno importante - per fini estetici. Un ruolo importante in queste pratiche hanno sempre avuto i colori.

La capacità di estrarre e manipolare i colori ha accompagnato l'uomo fin dagli albori delle civiltà e al pari del commercio delle spezie, molte relazioni tra i popoli furono propiziate dagli scambi di sostanze e tessuti colorati. Basti pensare alle fortune commerciali dei Fenici, inventori - verso la metà del XV sec. a.C. - di un processo di colorazione delle stoffe con una sostanza color porpora, estratta dai molluschi (v. in seguito).

 

Sono stato sempre curioso su quanto di comune, in modi diversi, gli esseri umani esprimono nei loro riti.

"...Comprendere l´altro, è possibile. Il diverso non è estraneo in senso assoluto. In lui è sempre possibile individuare un ‘inconscio strutturale' non molto dissimile dal nostro". E' la lezione di Claude Lévi-Strauss - scomparso proprio in questi giorni, ultracentenario - che abbiamo fatta nostra più di quanto ci rendiamo conto, se ciascuno immagina di averle sempre pensate in modo autonomo, certe cose, tanto ne siamo stati permeati. Claude Lévi-Strauss ha fatto dell'antropologia "uno dei grandi saperi del Novecento, come Freud fece con la psicanalisi. Non solo una disciplina specialistica. Ma un nuovo modo di vedere l'uomo. Di guardare se stessi nello specchio dell'altro. Si tratta di una impostazione che cambierà per sempre la prospettiva dell'indagine sociale, una prospettiva dalla quale non si potrà più tornare indietro" [Marino Niola; 2009].

 

Claude Lévi-Strauss, giovane studioso ‘sul campo' in una delle sue spedizioni nel Mato Grosso (Amazzonia meridionale) tra il 1935 e il 1938. A fianco, una sua foto recente

 

Molte attività rituali dell'uomo, alcune delle sue tradizioni e il vasto campo della cosmetica, dagli inizi delle civiltà fino ad oggi, si sono spesso incrociate con la botanica e con altre scienze della natura per la preparazione di pigmenti, polveri per il corpo, coloranti e tinture per i più svariati usi. Le sostanze base avevano - in tempi in cui la chimica era ancora un'arte magica - una provenienza soprattutto vegetale (meno spesso minerale), e all'inizio erano i maghi, i guaritori, gli sciamani a possedere le conoscenze per la loro manipolazione. Dalla magia alle religioni il passo è breve; infatti i colori hanno assunto e mantenuto un posto importante nelle tradizioni religiose e nei riti di culture e popoli diversi.

 

Un arcobaleno di colori. Il mondo delle piante fornisce una ricca tipologia di colori per qualunque esigenza di colorazione: della pelle - ma per essa sono più utilizzate sostanze coprenti come i pigmenti, le terre e le ciprie -, dei capi di vestiario, degli oggetti d'uso.

Bisogna innanzitutto distinguere i pigmenti dai coloranti. Sono diversi per l'incapacità di un pigmento a sciogliersi tanto nei comuni solventi come l'acqua, tanto nel substrato da colorare; perciò si parla per essi non di soluzione ma di ‘dispersione'. Un colorante è invece del tutto o in parte solubile in acqua e si lega al substrato da colorare attraverso processi di inclusione o di reazione chimica. Intermedie tra le due categorie sono le lacche, chimicamente sali solubili di coloranti insolubili.

Le polveri e le terre infine sono sostanze coprenti; ma da usare con particolari cautele, per evitare l'‘effetto Goldfinger', dal momento che la copertura di una parte consistente della superficie corporea blocca la traspirazione, con conseguenze che possono essere anche molto pericolose.

 

Una scena del film Agente 007 - Missione Goldfinger'  (1964), terzo film della serie ufficiale di James Bond, con Sean Connery, diretto dal regista Guy Hamilton

 

Nel film la segretaria di Goldfinger (Jill), colpevole di aver esposto il suo capo ad uno smacco da parte di Bond viene punita con la morte, provocata dalla copertura totale del corpo con vernice dorata. L'attrice che la impersonava (Shirley Eaton) poteva girare solo per tempi brevissimi, così truccata.

 

 

Parte vegetativa e tuberi della curcuma Curcuma spp. (diverse specie) - Fam. Zingiberaceae, detto ‘zafferano delle Indie'; ingl. turmeric; singalese caha, che è la stessa denominazione per ‘giallo'. L'uso è soprattutto alimentare

 

L'ingrediente attivo della curcuma - e della specie più usata, la curcuma longa - è la curcumina, di sapore terroso, leggermente amarognolo e piccante; il sapore dilegua rapidamente, mentre il colore giallo è persistente. È utilizzato in tintoria e in chimica.

I rizomi della curcuma vengono bolliti per ore e quindi messi a seccare. Ne residuano dei corpiccioli durissimi, che vengono schiacciati e macinati fino a dare una polvere giallo-arancio. La polvere di curcuma è uno degli ingredienti del masala (miscuglio di spezie) e fornisce il colore giallo intenso caratteristico al curry.

Oltre che come colorante per alimenti (anche a livello industriale), la curcumina ha proprietà antiinfiammatorie, antiossidanti e antitumorali ed è studiata estesamente in medicina per altre sue caratteristiche recentemente identificate.

 

 

L'uso di decorare il corpo in occasione di riti e/o danze rituali è diffuso nelle poche tribù primitive rimaste al mondo. Qui una ricca acconciatura presso un villaggio Papua, Nuova Guinea. Il colorante usato per il giallo è verosimilmente polvere di curcuma

 

Sempre per il giallo, altre piante forniscono sostanze coloranti utilizzate in vari campi, soprattutto nella colorazione delle stoffe.

 

Fiore di Carthamus tinctorius - Fam. Asteraceae, noto con i nomi comuni di cartamo o zafferanone (dall'arabo kurthum, tingere) è uno dei coloranti vegetali più diffusi

 

Dai petali del fiore si estraggono due sostanze coloranti: una gialla, solubile in acqua, e una rossa solubile in alcool, la cartamina, di una tonalità cremisi. Il colore rosso ottenuto dalla pianta viene utilizzato principalmente nelle preparazioni di cosmetici e anche per uso alimentare.

Il cartamo era conosciuto già nell'antichità; gli antichi Egizi, lo utilizzavano per tingere le bende delle mummie. In tempi recenti i coloranti vegetali gialli, piuttosto labili, sono stati soppiantati per molti usi dai coloranti chimici.

 

 

Pianta e fiori di Anthemis: Anthemis tinctoria o ‘camomilla dei tintori' - Fam. Asteraceae (Compositae)

 

Il fiore giallo dell'Anthemis è ricco di pigmenti appartenenti al gruppo dei flavonoidi; produce una colorazione giallo-dorata abbastanza persistente, tuttora distinguibile negli antichi tappeti dell'Anatolia, per i quali era impiegata.

 

Pianta comune la ginestra minore (Genista tinctoria, Fam. Fabaceae)

 

Molto impiegata fin dal Medioevo soprattutto in Francia, nella colorazione di lana, seta e cotone. Un impiego della  pianta è per ottenere il colore verde (giallo + blu), grazie a bagni successivi con Isatis tinctoria (guado, v. in seguito). Ne sono testimonianza i luminosi e solidi verdi dell'arazzo di Bayeux (Bassa Normandia, Francia), uno dei tessuti medioevali meglio conservati d'Europa.

 

L'uso di decorare le mani, i piedi e le unghie con l'henné è diffuso in Africa e anche in Oriente. Il colorante deriva dalle foglie e dai rami essiccati e macinati di un arbusto non molto appariscente, la Lawsonia inermis, Fam. Lythraceae

 

La tonalità del colore può variare se della pianta sono utilizzate prevalentemente le foglie, che danno un colore marrone, oppure i rami, con una prevalenza del rosso. Il colorante è anche usato per la tintura dei capelli; in Oriente anche da parte dei maschi (capelli e barbe). Oltre alle finalità estetiche l'impiego di decorazioni fatte con l'henné ha un significato religioso e scaramantico di antica tradizione; tracce del colorante sono state trovate anche sulle mummie egizie. 

 

Bixa orellana - Fam. Bixaceae, è un piccolo arbusto originario del sud America, ma diffuso in tutti i climi tropicali.

 

Dai semi di questa pianta si ricava l'annatto, colorante naturale (E160b), che si

impiega, per ottenere tonalità dal giallo al giallo-rosso, in una quantità di prodotti

alimentari di uso corrente, oltre che come cosmetico

 

Nell'antichità il color porpora veniva estratto dal mollusco contenuto in conchiglie del genere Murex; in questa produzione e nei relativi  commerci si erano specializzati i Fenici. Pare che occorresse un numero enorme di conchiglie per ottenere pochi di grammi di colore, per cui all'epoca la porpora era una sostanza preziosa. Da due varietà di conchiglie si ricavavano dei succhi di colore turchino e di colore rosso chiaro, dalla cui mescolanza si otteneva la gamma di tutti i colori intermedi; il più richiesto per la tintura dei tessuti era il colore viola.

Le porpora veniva utilizzata soprattutto per tingere i tessuti (capi d'abbigliamento, tendaggi) ma presto divenne un simbolo di potere, come i drappi rossi dei senatori romani e le tuniche interamente di questo colore dell'imperatore; significato rituale che la porpora mantenne anche nell'impero bizantino.

Nei secoli successivi al declino della civiltà fenicia, il colorante rosso fu ricavato dalla robbia.

 

  

La robbia (o garanza), Rubia tintoria - Fam. Rubiaceae, è tra le più importanti piante tintorie

 

E' una pianta erbacea dalle cui radici si estrae il principio colorante, noto come alizarina. Ha trovato largo impiego come sostanza colorante, in sostituzione della porpora. È anche usata come componente di miscele di colori, specie nell'arte della miniature, con una notevole fortuna nei secoli XV e XVI e nei paesi fiamminghi.

 

Un altro colorante rosso è il kermes (in persiano al-qirmiz), che si ricava dalla cocciniglia, un insetto parassita delle piante; i termini ‘cremisi' e ‘carminio' derivano appunto dal nome persiano. La stessa provenienza ha il colorante usato per produrre l'alkermes (Alchermes o rosolio di Firenze), liquore dolce e aromatico dal caratteristico colore rosso brillante.

Sempre per il rosso sono state impiegate in passato - ma attualmente abbandonate - altre fonti, come il legno di sapan, una pianta brasiliana (Caesalpina brasiliensis o sapan).

Diffusione locale hanno avuto invece in Oriente - soprattutto in Cina e in Giappone - le lacche, la cui storia è complessa e affascinante. Prove archeologiche del loro impiego, a composizione e in miscele diverse, risalgono ad 8000 anni fa.

 

Fin dall'antichità, per finalità cosmetiche, nelle pitture e per altri usi furono impiegate le terre:

 

 

Terre colorate di Chamarel, un sito famoso delle isole Mauritius

 

L'ocra indica una gamma di colorazioni che vanno dal giallo oro al marrone chiaro; in mineralogia corrispondono a ‘limonite' (ocra gialla) ed ‘ematite' (ocra rossa). Sono contenute nelle cosiddette ‘terre rosse', ricche di ossidi di ferro, usate fin dall'antichità come pigmenti colorati. Particolarmente diffusa, fin dalla preistoria, l'ocra rossa, impiegata nelle pitture rupestri, nella colorazione di statuette e negli antichi arredi funebri, grazie al suo elevato potere coprente. In epoche storiche l'ocra rossa fu ampiamente usata nelle tecniche pittoriche. La famosa ‘sanguigna' è un bastoncino rosso simile ad un gessetto con cui grandi maestri, dal Rinascimento in poi, tracciavano gli schizzi dei loro affreschi; molto usata anche nelle tecniche di xilografia occidentale e orientale.

 

Volto e sguardo ‘passivo e indolente' (K. Blixen) di guerriero di etnia Masai decorato con ocra

 

Etnia a forte rischio di estinzione sono i Masai, appartenenti a tribù nomadi e guerriere distribuite tra Kenia e Tanzania.

"I Masai - scrisse Karen Blixen in ‘La mia Africa' - non sono mai stati schiavi e non lo saranno mai. Non si possono nemmeno mettere in prigione, perché muoiono dopo tre mesi di prigionia; il governo inglese è stato costretto a sostituire questa pena con un'ammenda".

 

 

Modico impiego di terra rossa  per il viso e di un impasto bianco per i capelli (foto di sin.) in donne indiane, associati ad una fantasiosa acconciatura. Si tratta di donne di etnia Bondo in un villaggio  rurale, nelle regioni del sud dell'Orissa (India orientale)

 

Acconciature e coperture del corpo con terre di vari colori durante danze rituali, in indigeni Papua (Nuova Guinea)

 

 

Acconciatura rituale di donna Papua (distretto di Sepik, Nuova Guinea), per una delle feste tradizionali

 

A parte le associazioni di colori usati per il volto, da notare il copricapo-parrucca fatto di capelli umani intrecciati, foglie, fiori e ali di farfalle e piume di uccelli del paradiso.

 

Il colore blu è stato molto ambito in passato come segno di distinzione e di rango ed è tuttora molto usato. Il colorante per gli indumenti deriva sostanzialmente da due fonti vegetali: l'isatis tintoria e l'indigofera tinctoria.

 

Isatis tinctoria altrimenti conosciuta con il termine di guado. Simile alla colza (Brassica napus); entrambe appartengono alla famiglia delle Brassicaceae

 

Il colorante blu si estrae dalle foglie raccolte durante il primo anno di vita. Dopo macerazione e fermentazione in acqua si ottiene una soluzione giallo-verde che agitata e ossidata fa precipitare i fiocchi d'indaco (indigotina). È un colorante molto solido, utilizzabile nella tintura dei tessuti - è stato il colorante dei jeans, all'inizio - ma anche in cosmetica e nelle tecniche pittoriche.

 

Pianta dell'indaco: Indigofera tinctoria - Fam. Fabaceae

 

L'indaco è una sostanza colorante azzurra, molto solida, che si produce a partire dai rami e dalle foglie di una pianta inizialmente coltivata in India (da cui ‘indaco'), Cina e Indonesia, ma poi acclimatata anche da noi. In Europa, per la colorazione blu, si estraeva l'indaco dal guado (Isatis tinctoria), finché Marco Polo non importò il nuovo procedimento dall'Oriente. Il colorante vegetale e' ottenuto per macerazione delle parti della pianta (contenenti indicano) in cisterne d'acqua, con aggiunta di calce o ammoniaca e successiva ossidazione all'aria. L'indaco indiano si è però diffuso in Europa solo dopo il 1500.

 

 

I Tuareg sono conosciuti in Occidente come ‘gli uomini blu' - per il tradizionale mantello che scopre solo gli occhi e a volte colora la loro pelle

 

I Tuareg sono una popolazione nomade del Sahara, nei luoghi spartiti tra Mali, Niger, Algeria, Libia e altre nazioni. Di religione islamica, sono stati perseguitati e uccisi per secoli, sia dai musulmani che dai cristiani. Malgrado la fierezza del popolo, il mito che li accompagna e una cultura antica e complessa, assediati dalla siccità e dalla modernizzazione, anche i Tuareg sono un popolo in via di estinzione.

 

  

Le donne Tuareg, pur nell'ambito della religione islamica, godono di relativa libertà e vanno a volto scoperto; per esse la cura dei capelli è una vera cerimonia

 

A parte i coloranti, il blu ha una ricca storia come coprente. Sono noti dal mondo antico tre composti messi a punto per ottenere il pigmento blu, che non esiste come tale in natura: il blu egizio, il blu maya e il lapislazzuli.

Il primo è un composto artificiale policristallino il cui componente principale, responsabile del colore, è un tetrasilicato di calcio e rame.

L'uso del blu egizio è documentato già a partire dal III millennio a.C., anche se la sua scoperta - empirica, poi chiarita nei suoi aspetti chimici - probabilmente è ancora più remota.

Il blu maia deriva dall'incorporamento, a temperature di fusione, di un colorante vegetale come l'indaco, in un materiale argilloso.

Il lapislazzuli infine, è una roccia, composto da diversi minerali (lazurite, pirite e calcite), da cui con un complesso procedimento viene prodotto il blu oltremare, un pigmento inorganico di colore blu.

 

Colorazione del viso con sostanze coprenti di pigmento blu, in occasione del rito di iniziazione, in un gruppo di ragazzi del Centro Africa 

 

Sempre tra le polveri coprenti sono i vari tipi di cipria, cosmetico con la funzione di opacizzare la pelle, renderla vellutata e fissare il trucco. È  un composto di caolino, amido di riso e carbonati (di zinco, di bismuto), oltre a coloranti e profumi. La cipria ha avuto origine in Cina, da cui giunse in Europa solo intorno al XV sec., inizialmente come imbiancante per le parrucche. Ha derivato il suo nome da Cipro, l'isola di Venere (...Venere, bellezza, amore: una astuta mossa pubblicitaria ante-litteram).

 

 

La raffinata bellezza di una geisha giapponese, dal volto completamente coperto di una crema bianca spalmata in più strati

 

Geisha significa ‘persona delle arti'. L'appiattimento tutto occidentale della geisha al ruolo di intrattenitrice sessuale è prova del fraintendimento in occidente della cultura giapponese e delle sue antiche tradizioni.

 

Se si pone mente all'universale tendenza dell'uomo a modificare il proprio aspetto, non apparirà (troppo) strano trovare comportamenti simili nelle terre agli antipodi.

Circa 800 anni prima della colonizzazione occidentale giunsero, nella terra che conosciamo ora come Nuova Zelanda - probabilmente in ondate successive intorno al 1000-1300 d.C -, gruppi di navigatori dalla Polinesia; nei secoli successivi essi svilupparono una cultura autonoma da cui è derivata l'attuale identità di popolo maori; attualmente minoranza nel paese, con il 14 % della popolazione, rispetto alla maggioranza di derivazione europea.

 

 

Disegni del volto ed espressioni rituali tipiche della cultura Maori

 

I Maori si tatuano il volto con segni concentrici che partono dall'attaccatura del naso, considerato il centro della mente. Ta moko è denominata nella lingua locale l'arte del tatuaggio. Le decorazioni rituali venivano in passato eseguite con profonde scarificazioni di un colorante ricavato da bruchi bruciati o dalla fuliggine degli alberi della gomma (kauri) e praticate con la punta acuminata delle penne di vari uccelli, da grandi a  molto sottili, per ottenere incisioni a diversa profondità. Le ferite così ottenute davano luogo a cicatrici ipertrofiche permanenti. Attualmente si esegue di solito un normale  tatuaggio, e qualche volta i segni sono soltanto dipinti.

La danza di guerra dei Maori si chiama haka: movimenti improvvisi e minacciosi, scatti delle mani che si battono il corpo; occhi strabuzzati e lingua sporta in fuori con grida terrificanti. È una pantomima volta a spaventare gli avversari.

 

Molto complessa è anche la cultura aborigena australiana, una delle poche, nel panorama antropologico, giunta vitale fino ai giorni nostri. Pur nelle sue peculiarità essa ha molto in comune con le culture indigene di tutto il mondo: è animistica, e insegna il rispetto per la creazione.

Secondo la tradizione i canti degli aborigeni australiani rappresentano delle mappe del territorio, a partire da un canto del tempo del sogno (Alcheringa o dreamtime) da parte degli Antenati Creatori che ‘cantarono' e ‘sognarono' il mondo alla vita. Ogni essere da loro creato aveva così un canto e un sogno... [per ‘Le vie dei Canti' e Bruce Chatwin, v. su ‘O": Piante e uomini in viaggio (terza parte)
del 28.10.07].

 

 

Aborigeni australiani con segni dipinti sul volto e sul corpo

 

Al termine delle cerimonie rituali i motivi disegnati sul terreno e sul corpo dei danzatori vengono completamente cancellati; fu forse questo il motivo per cui i primi osservatori non riuscirono ad apprezzare la splendida tradizione dell'arte figurativa degli aborigeni che è restata praticamente sconosciuta fino agli anni Settanta, con una enorme rivalutazione negli anni successivi.

 

Cosmetica. Non solo colori. Già nell'antichità le donne asiatiche e africane usavano il succo delle bacche di Atropa belladonna - Fam. Solanaceae [V. Su "O": Piante tossiche, medicamentose, allucinogene (prima parte) del 10.06.07] - per dilatare le pupille e rendere lo sguardo più affascinante; appunto da questo impiego deriva il nome ‘belladonna'. Attraverso le popolazioni arabe del nord Africa la consuetudine passò in Sicilia. La dilatazione della pupilla ha come effetto collaterale una limitazione visiva, dal momento che viene persa la capacità di accomodazione da parte del muscolo costrittore della pupilla, per l'azione farmacologica dell'atropina.

Sempre per il trucco degli occhi sono stati usati fin da tempi antichissimi il kajal e il kohl. Il kajal è un cosmetico pastoso costituito da grasso animale cui sono addizionati pigmenti neri di diversa origine. Il khol invece è in polvere, anch'esso fatto da pigmenti naturali, mescolati con talco.
Kajal e khol rendono lo sguardo più attraente e misterioso.


Il kajal è stato utilizzato fin dall'antichità dalle donne e uomini egiziani nel trucco degli occhi. In Asia le madri usano il kohl per gli occhi dei propri figli poco dopo la nascita, per scurire le palpebre e impedire che gli occhi siano abbagliati dal sole. In alcuni casi questa prassi si attuava per proteggere dalle malattie gli occhi del bambino; in altri perché era diffusa la credenza che il kohl allontanasse il malocchio (letteralmente: evil eye, l'occhio del male).

 

 

 

Un viaggio tra i colori degli uomini e delle donne - ‘Di quale razza?' ‘Umana!' avrebbe risposto Einstein ad un funzionario portuale - ci è sembrato il modo migliore per onorare la memoria di Claude Lévi-Strauss a poche settimane dalla sua scomparsa.

I tanti colori e le differenze tra le culture che dovrebbero rappresentare una ricchezza per tutta l'umanità, invece continuano ad essere motivo di divisione e di violenza.

Avremmo immaginato, trasportati dall'entusiasmo per i progressi del genere umano in vari campi, che il lascito del grande vecchio ci portasse più avanti rispetto alla comprensione del tutto, a quell'‘intelligibilità profonda' che si citava in epigrafe.

Era una ricchezza. In che momento abbiamo cominciato a considerarla una disgrazia, o un fastidio?

Dobbiamo prendere atto che agli avanzamenti tecnologici non ha corrisposto una contemporanea evoluzione nei campi dell'antropologia, delle scienze sociali, dell'etica. 

La situazione è drammatica, ma non seria, se sono i comici a parlarne; se sono essi a mettere a fuoco, con geniale acutezza, la malattia profonda di questa, che pure chiamiamo civiltà della comunicazione...

 


 

"Se io ho questo nuovo media... La possibilità cioè di veicolare

un numero enorme di informazioni in un microsecondo,

mettiamo caso a un aborigeno dalla parte opposta del pianeta.

Ma il problema è: "Abboriggeno, ma io e te, che cazzo se dovemo di'!"

 

 

[Corrado Guzzanti]

 

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