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«La letteratura, come tutta l'arte, è la confessione che la vita non basta.» Fernando Pessoa (1888 - 1935)
Nella scrittura, a volte, i pensieri e l'intreccio si dipanano a partire da una singola immagine iniziale che, per misteriose assonanze, si è impressa e isolata tra tante altre possibili; di qui si va avanti per successive associazioni ed elisioni.
L'immagine responsabile - potremmo chiamarla ‘innesco' - stavolta proviene da un film. Molto amato...

Locandina italiana de 'Il castello errante di Howl' (Hauru no ugoku shiro), film di Hayao Miyazaki del 2004, tratto dal romanzo di Diana Wynne Jones: ‘Howl's Moving Castle' (1986) - ‘Il Castello Magico di Howl'; Kappa Edizioni, 2002
Tra i protagonisti del film, insieme a bizzarri personaggi e geniali invenzioni - il demone del fuoco Calcifer, lo spaventapasseri Rapa, la metamorfosi della Strega delle Lande Desolate, il vecchio cane Heenan, che neanche riesce ad abbaiare - va annoverato proprio il castello errante, la cui porta dall'interno si apre su luoghi fantastici e misteriosi, di volta in volta diversi. Si apre la porta e ci si trova nella ‘città delle Lande' o in ‘città imperiale' o ancora in ‘città di mare'.
Questi ed altri ariosi - o orridi - paesaggi si aprono dietro una porta: del castello di Howl e della nostra mente. Basta aprirla!

Particolare del ‘castello errante', geniale anche come invenzione visiva, tra l'arca di Noè e la dimora di Baba Yaga - la capanna che si muove su zampe di gallina - delle favole russe
Particolari da ‘Il castello errante di Howl' con alcuni dei suoi personaggi.
Deve anche aver agito - l'immagine fascinosa della porta che fa accedere ad un altro mondo - su un ricordo ancora più antico; di quando ero un indefesso lettore di libri della cosiddetta ‘fantascienza' (sf, o science fiction)...
Robert A. Heinlein (1907 - 1988) è stato un autore di culto della ‘fs degli anni d'oro' (quella degli anni '50, per intenderci); i suoi libri hanno esplorato diverse possibilità della scrittura fantastica e creato generi letterari. Titoli come ‘Straniero in terra straniera' - Stranger in a stranger land (1961) e ‘La luna è una severa maestra' -The Moon is a Harsh Mistress (1966). In un altro dei suoi libri precorre i temi dell'ibernazione artificiale e dei viaggi nel tempo...

‘La porta sull'estate'. Copertina di Karel Thole del romanzo di Robert Heinlein [The dooor into summer (1957), Urania; Mondadori Ed. 1958 e 1968 (ristampa)]
Proprio all'inizio della storia troviamo il protagonista e il suo gatto Pete che sono andati ad abitare in una vecchia e grande casa di campagna nel Connecticut, abbastanza spartana.
Solo che sono freddi gli inverni nel Connecticut...
"Uno svantaggio erano le undici porte che si aprivano nella casa. Dodici anzi, se contiamo quella di Pete. (...)
(...) Fin da quando era un micio tutto pelo e ronron, Pete aveva elaborato una filosofia molto semplice: io dovevo occuparmi della casa, dei viveri e del tempo, lui pensava a tutto il resto. Mi riteneva in particolar modo responsabile delle condizioni atmosferiche. Gli inverni nel Connecticut vanno bene per le cartoline natalizie, e durante l'inverno Pete provava regolarmente a uscire dalla sua porticina, e regolarmente si rifiutava di andare fuori a causa della sgradevole cosa bianca che c'era all'esterno. Allora veniva da me, per pregarmi di aprire una porta normale, convinto che almeno una di esse si aprisse su una bella giornata estiva. Così, tutte le volte io dovevo fare il giro delle undici porte e aprirle in modo che si persuadesse che anche fuori di quelle era inverno. A ogni porta il suo disprezzo per la mia inettitudine aumentava, accresciuto dalla delusione.
Usciva, finalmente, ma stava fuori il tempo necessario a far calare la pressione idraulica. Quando tornava, il ghiaccio rappreso intorno alle zampe risuonava sul pavimento di legno, come se calzasse minuscoli zoccoli, e Pete mi lanciava occhiate di fuoco, rifiutandosi di fare le fusa finché non riusciva a leccare via tutto. Dopo di che mi perdonava, fino alla prossima volta.
Con tutto questo non rinunciava mai alla sua ricerca di una porta che si aprisse sull'estate."
Che poi... Il fascino dell'accesso ad un altro mondo, attraverso ‘una porta' - soglia o passaggio che si voglia intendere - è una nota ricorrente in numerose opere e una costante, si può dire, dell'immaginazione umana, non solo felina. Basti pensare a Lewis Carroll e al suo ‘Alice's Adventures in Wonderland' (1865)
Ancora, ci sono delle porte per accedere ad un altro mondo in ‘Cronache di Narnia' [The Chronicles of Narnia, una serie di sette romanzi fantasy per ragazzi scritti da C. S. Lewis (1898 - 1963)] e ne ‘La storia infinita', di Michael Ende [V. su "O": Storie dentro altre storie del 02.03.08]
Porta, nel senso di attraversare una soglia; entrare in un altro universo sensoriale.
Non è un caso che l'accesso a un giardino spesso sia stato paragonato ad una soglia per entrare in un mondo separato di stati d'animo ed emozioni, un'apertura ad altre sensazioni e alla bellezza [V. anche Ruth Ammann ne ‘Il giardino come spazio interiore'; su "O": Libri di piante e fiori (seconda parte) del 7.06.09].

La locandina di un recente film d'animazione, in stop motion (v. in seguito): ‘Coraline e la porta magica' (2008) - titolo originale ‘Coraline', del regista Henry Selick; dal romanzo di Neil Gaiman ‘Coraline' (2002) pubblicato in Italia da Mondadori nel 2004
Altre immagini da ‘Coraline'. La scoperta e l'esplorazione della porta magica e (a fianco) il giardino, stento e maltenuto nel mondo reale, fantasmagorico e brulicante di vita e colori nel mondo parallelo
Nel racconto (e nel film) Coraline è una bambina annoiata dalla vita che conduce con i suoi genitori, sempre distratti da altre cose e con poco tempo da dedicare a lei. Essi, guardacaso, sono così occupati perché stanno preparando un ‘catalogo di giardinaggio', ma odiano perder tempo con le piante e sporcarsi le mani con la terra (!). Nel suo girovagare per la vecchia casa dove la famiglia si è da poco trasferita, Coraline scopre una porta per un mondo fantastico, speculare al suo - un'altra mamma e un altro papà con dei bottoni al posto degli occhi - dove tutte le sue richieste di attenzione possono essere esaudite; forse anche troppo...

Altri elementi del mistero da ‘Coraline e la porta magica'. Notare che quella che sembra la luna è in realtà un bottone!
Breve diversione cinefila. ‘Coraline', recente successo mondiale del cinema del fantastico, è un film d'animazione in ‘stop motion' - una tecnica che prevede l'impiego della tecnica classica del cartone animato, di fotografare delle immagini in rapida successione con la variazione di un minimo particolare, per dare l'illusione del movimento. Tale tecnica può essere applicata a materiali del più vario genere (a due dimensioni, come nei disegni animati, o a tre dimensioni); in questo caso a pupazzi di plastilina.
Gran cultore di questo tipo di animazione è il regista Tim Burton, rispettivamente ispiratore e regista di due lungometraggi animati in ‘stop motion': ‘Nightmare Before Christma's (1993) e ‘La sposa cadavere' (2005). Il regista di ‘Coraline' è Henry Selick, lo stesso di Nightmare Before Christmas, ideato e prodotto da Tim Burton.
Ancora connessioni: il libro da cui il film è tratto, ‘Coraline' è di Neil Gaiman, uno scrittore inglese che con questa storia in forma di ‘novel' ha vinto il premio Hugo 2003 della fantascienza (in questo caso intesa come ‘fantasy').
Si può seguire allora lungo un filo continuo una strada tra la fantasia, il cinema, il genere ‘fantasy', la letteratura. Ma la realtà? Forse che la ricerca di una porta sull'estate rimane confinata al mondo della fantasia?
La copertina del libro di Michael Cunningham The Hours, 1998; Premio Pulitzer e l'edizione italiana (Bompiani, 2001) nella traduzione di Ivan Cotroneo
E' di qualche anno fa un libro - ed il film che da esso è stato tratto - che attraverso la storia di tre donne di epoche diverse, ma comunque a noi vicine, racconta gli aspetti impercettibili dell'esistenza, i misteri che si nascondono dietro il paravento della realtà; l'infinita complessità della vita più vera, che è quella dei pensieri.
Il libro ha ovviamente più sfaccettature e dimensioni rispetto al film, concentrato sui volti e sulle atmosfere. In entrambi sono presenti una sottile nostalgia e il senso del tempo che passa...
Il fascino di certi libri é appunto quello di indurre un certo grado di tranfert con i personaggi e fare nostra la ricerca di cui leggiamo...

La locandina del film che dal libro è stato tratto (2002), diretto dal regista inglese Stephen Daldry e interpretato da Meryl Streep, Julianne Moore e Nicole Kidman (premiata con l'Oscar come miglior attrice protagonista)
Lo stato d'animo che più possiamo condividere si ritrova nelle pagine finali, che spiegano anche il titolo: ‘Le Ore':
"... Viviamo le nostre vite, facciamo qualunque cosa e poi dormiamo - è così semplice e ordinario. [.......] ..C'è solo questo come consolazione: un'ora qui o lì, quando le nostre vite sembrano, contro ogni probabilità e aspettativa, aprirsi completamente e darci tutto quello che abbiamo immaginato..."
A questo punto del libro abbiamo già ben conosciuto i pensieri, le speranze e le vite delle tre donne - Virginia Woolf, Clarissa Waugh e Laura Brown, legate tra loro da un labile filo -; i loro momenti privilegiati.
Ecco per esempio ‘le ore' di Clarissa Waugh:
"...L'estate dei suoi diciott'anni: sembrava poter accadere qualsiasi cosa, proprio qualsiasi cosa...(...) ...Ciò che rimane limpido nella sua mente, più di tre decenni dopo, è un bacio al tramonto su uno spiazzo d'erba
morta e una passeggiata intorno a uno stagno, mentre le zanzare ronzavano nell'aria che si scuriva. C'era ancora quella singolare perfezione, ed è perfetto in parte perché sembrava, all'epoca, promettere così chiaramente altro. Ora lei sa. Quello era il momento, proprio allora."
E ancora più avanti:
"..Clarissa credeva allora e crede oggi che, in un certo senso, la duna di Wellfleet la accompagnerà per sempre. Qualunque cosa accada, avrà sempre quello. Sarà sempre stata su quella duna in estate. Sarà sempre stata giovane e fisicamente indistruttibile..."
Qual'è allora, per ciascuno di noi, l'ora cui ci fa piacere tornare? Qual'è il luogo, il tempo dove la nostra mente si posa e riposa?
Singolari espressioni della ricerca di ‘una porta sull'estate' sono due luoghi, la cui essenza solo di recente ho collegato a questi pensieri; ma molti altri ciascuno potrà richiamare alla mente, a partire dalla propria esperienza...
Uno è la casa (e il giardino) di Axel Munthe (1857 -1949) a Capri - mitica isola del sole per gli abitanti del Nord freddo e buio - di cui si racconterà in un altro momento... Si aspetterà il prossimo febbraio per farlo, in occasione della fioritura di una essenza endemica di Capri: la Lithodora rosmarinifolia [V. su "O": Piante rare e preziose (seconda parte) del 21.07.08]...
L'altra è un luogo-rifugio, ricco di suggestioni e di echi letterari, che si trova - nel mondo reale - in un'isola delle nostre parti. Una punta sul mare dove un mio amico ha messo insieme, negli anni - con le pietre del posto e legni raccolti tra gli scogli - una piccola casa e un giardino aperto sul mare: una inconsueta visione della vita insieme ad una antologia en plein air dei suoi scrittori preferiti.
L'ha chiamata - se si può dare un nome ad una casa come ad uno stato d'animo - ‘Jangada de pedra', per un sua passione per la lingua e la cultura portoghese: ‘Zattera di pietra'.

La porta di accesso alla casa, dalla parte del mare. Bassi cespuglietti di critmo (v. in seguito) tra i primi scalini
E' Fernando Pessoa il genio del luogo e la passione del mio amico, insieme ad altri numi tutelari, campioni della letteratura del viaggio e dell'inquietudine.
E ‘jangada de pedra' è uno di quei luoghi al limitare tra due mondi, dove si fa sottile la distanza tra i pensieri e la realtà. Da non sapere più - appena te ne allontani - se esiste davvero o l'hai solo sognato. Per questo prendiamo delle foto: una specie di prova.

Vegetazione della costa, sul fronte mare. Dall'alto in basso: fichi d'India (Opuntia ficus-indica - Fam. Cactaceae); infiorescenze di carota selvatica (Daucus carota - Fam. Ombrellifere); critmo o finocchio marino (Chritmum maritimum - Ombrellifere)
Il critmo marittimo è conosciuto bene da queste parti. Se lo si assaggia, si trova che unisce il gusto del salato al sapore del finocchio selvatico; lo usano anche per sottoceti e per guarnizione a piatti di pesce. E' anche un profumo che diffonde per l'aria, se ci si passa in mezzo o si sfiora con le mani...
"Alba / di critmi / di mosto / di voci. / Qui il vento / tocca il mare. / Arriva da lontano, / nella terra della memoria..."
[da un piccolo componimento del proprietario della casa]

Limonium o statice reticolata (Fam. Plumbaginaceae): piccola (e poco appariscente) pianta dei terreni aridi e rocciosi, Da poco sfiorita, in questa stagione. Nella foto inferiore è più evidente la sua struttura ramificata
Sono due luoghi diversi di giorni e di notte.
Di giorno questa parte dell'isola la conosciamo bene; è stata già presentata su queste pagine, in una diversa stagione [ V. su "O": Tempo di vendemmia, del 16.09.07]. E' mare che sbatte contro gli scogli e stridii di gabbiani.
Di notte la magia è diversa: il silenzio sul mare e le luci del faro che sbiadiscono ad ogni successivo baluginare, mentre l'alba si appresta a prender possesso del mondo.

L'ultimo tratto del percorso che porta all'abitazione: una scala, come la maggior parte dei manufatti della casa, costituita di legni recuperati dal mare.
Sullo scalino si può leggere: "L'arte è la confessione che la vita non basta" (F. Pessoa). E un altro pezzo di legno porta impressa la scritta (sempre da Pessoa): "Scrivere è necessario. Vivere non è necessario".

Una cappelletta tra i fichi d'india e il finocchio marino. In lontananza uno scorcio del mare e la punta rocciosa del faro
Mare verde e blu visto dall'alto della casa. In primo piano le infiorescenze - secche in questa stagione - dell'elicriso (helichrysum italicum). Nell'immagine in alto sono anche visibili da sin. verso dx. dei fichi d'india, una varietà locale di ginestra (genista ephedroides) e carpobrotus edulis
Cereus (Fam. Cactaceae). Il fiore, notturno, dura una sola notte ed è molto profumato. A destra nella foto, i particolari ingranditi dei fiori: quello reduce dalla notte e quello che si prepara a fiorire

L'esterno della casa e la punta di Capo Bianco. Le pergole sono costituite di vite da vino (Vitis vinifera) e di vite canadese (Parthenocissus quinquefolia)

Una diversa inquadratura nella stessa direzione della foto precedente. Sono visibili diverse succulente in vaso, tra cui (di fronte) tre esemplari del ‘cactus a palla' (Echinocactus grusonii)

Altre immagini e iscrizioni murarie della casa
Le piastrelle di Pessoa sono un ricordo di Lisbona. I tre schizzi che raffigurano l'artista sono ripresi dalle immagini in grande scala che decorano le pareti della metropolitana.
La scritta in alto a destra (che si trova all'esterno della casa) riporta delle parole della Yourcenar in ‘Memorie di Adriano'.
La scritta parzialmente nascosta dalla finestra è ripresa da Francisco Coloane. ‘Torniamo al mare': "Ho sentito già nel ventre di mia madre il palpito sensuale dell'oceano e son cresciuto ascoltandolo incessantemente sotto il cuscino della casa dell'infanzia"

Il belvedere della casa, aperto sul mare, con vista sul faro
La scritta sul tavolo rosso ricorda: "Saggio è colui che si contenta dello spettacolo del mondo".
Le indicazioni sul palo riportano le distanze e i luoghi che il proprietario ha visitato o ha in animo di andare a vedere; dall'alto: Azzorre, Capo Horn, Chiloe, Buenos Aires, Sierra Maestra, Lisboa, Oporto...
In una casa di molte parole - scritte, dipinte, graffite sui muri - una non è mai nominata, anche se sembra pervadere il luogo.
Questa parole è saudade, che si può tradurre come ‘melanconia', o ‘nostalgia', o ‘tristezza per un ricordo felice'; ma non solo... Tanto che Wikipedia, citando un lavoro della BBC, la annovera tra le dieci parole più difficili di tradurre in tutte le lingue del mondo. Può infatti significare una varietà di stati d'animo diversi...
Si può sentire saudade di molte cose:
di qualcuno che non c'è più,
di qualcuno che amiamo, e che è lontano o assente,
di un caro amico,
di qualcuno o qualcosa che non si vede da tanto tempo,
di qualcuno con cui non parliamo da molto tempo,
di un luogo caro (la patria, il proprio paese, la propria casa),
di un cibo,
di situazioni,
di un amore.
Sembra di sentire l'eco di un altro libro molto amato - ‘Ogni cosa è illuminata', di Jonathan Safran Foer; 2001, Ed. Guanda) - dove la bis-bis bisnonna del protagonista conosce seicentotredici tipi di tristezza, tra le quali ‘la Tristezza dello Specchio', ‘la Tristezza degli Uccelli Addomesticati', ‘la Tristezza di esser Tristi davanti a un Genitore', ‘la Tristezza dell'Umorismo', ‘la Tristezza dell'Amore senza Scioglimento'.
Per verità di cronaca, durante le quattro chiacchiere con l'amico a distanza di qualche tempo, questa saudade è parsa un po' diluita con gli anni, nel vento e nell'acqua di mare, mentre segni appena apparenti della casa, tra i libri, nelle sue letture recenti, testimoniano una diversa direzione dei suoi interessi.
Le case, si sa, non sono rigide e immutabili, ma recano impresse le mutevoli emozioni di chi ci vive...
Così in questo posto accecato dal sole di luglio e battuto dai venti di libeccio, si finisce a parlare di scrittori e poeti cantori del mare, e del Mediterraneo crocevia di genti e culture diverse, dei viaggiatori di ogni tempo e paese...
Ripassa domani, realtà...
Basta per oggi, signori!
[F. Pessoa]
Eh... eh... eh..!
[Da Paolo Conte: Novecento (1992)]
Le streghe esistono, eccome! - avrebbero giurato tutti i bambini della mia età e io avrei detto lo stesso a chiunque me lo avesse chiesto. Questo era chiaro ancor prima di leggere (da adulti) Roald Dahl, ed entrare nel mondo di un bambino norvegese, dominato dall'immaginario, e dalle streghe, appunto [Roald Dahl (1916-1990): ‘The witches' (1983) - Le streghe; Salani Ed. 1987].
Una prova incontrovertibile della loro esistenza era, per noi bambini di campagna, la gran quantità di capelli che esse lasciavano in giro, impigliati nelle siepi... E se non son prove queste!

‘Capelli di strega' o ‘barbe di vecchio' (in inglese ‘grandfather's beard' o anche ‘hedge feathers', piume delle siepi), sono molto comuni nelle nostre siepi in autunno. Questi gomitoli di filamenti argentati costituiscono i frutti (acheni) di Clematis vitalba (Fam. Ranuncolaceae)
Il fantastico era una componente essenziale della cultura contadina. Diremmo adesso - da grandi e smaliziati - che anche l'ignoranza vi aveva la sua parte, e non pochi svantaggi; ma guardate la cosa dal punto di vista di un bambino!
Le storie raccontate intorno al camino sono tra quelle che più si imprimono nella memoria; la fantasia galoppa. L'indistinto e l'incomprensibile si inseriscono naturalmente nella visione olistica del mondo, nell'infanzia. I bambini di campagna - di un'epoca pre-televisiva, stiamo parlando - avevano distinte caratteristiche e vari ‘tesori' in più rispetto ai loro coetanei cittadini. Conoscevano le albe e i tramonti e le storie delle volpi che si sposano quando piove col sole. Sapevano cosa c'è alla base degli arcobaleni e come farli in proprio, con le bolle di sapone. Andavano nelle radure dei boschi a cercare i cerchi delle streghe; sapevano attaccare i bottoni per fare gli occhi agli spaventapasseri; inventavano storie sui ricami di ghiaccio disegnati sui vetri... E altre cose ancora...
Due immagini dei ‘cerchi delle streghe' entro cui l'erba è di un diverso colore, come calpestata da sabba notturni. L'altra spiegazione è che il fenomeno sia dovuto al micelio dei funghi che tende a propagarsi attraverso terminazioni periferiche verso l'esterno, mentre al centro la terra rimane arida e impoverita di sostanze nutritive

Spaventapasseri delle nostre camagne (spaventacorvi in inglese: scarecrow); a fianco Turnip-head , ‘Testa di rapa', uno dei personaggi inventati da Hayao Miyazaki, per il geniale lungometraggio d'animazione ‘Il castello errante di Howl' (2004) [...ne riparleremo!]
Un arcobaleno in campagna e l'opera di un artista che fotografa le bolle di sapone: Richard Heeks da http://www.flickr.com
Questi delicati merletti di ghiaccio si trovavano sui vetri la mattina al risveglio. Era un epoca in cui di struttura cristallina del ghiaccio non si parlava neanche: la magia è tutt'altra cosa!
Queste meraviglie saranno sconosciute - credo - ai bambini di oggi.
Mancheranno loro le fantasie sui capelli delle streghe e sui loro sabba...
Non avranno per compagni gli spaventapasseri. Forse giocheranno ancora a fare le bolle di sapone, o forse no. E chissà se inventeranno storie sulle pentole piene d'oro alla base dell'arcobaleno e sui ricami di ghiaccio che d'inverno si formano sui vetri delle finestre...
Ma forse tutte queste cose neanche mancheranno loro, se non le hanno mai conosciute; o saranno sostituite da altre...
Ogni infanzia ha le sue meraviglie!

Gomitoli di semi di Clematis vitalba - propriamente detti acheni - che utilizzano la coda piumosa come quella di un aquilone trasportato dal vento e permettono alla pianta di disseminarsi a distanza
Ma torniamo alle clematidi... Il mio interesse nei loro confronti, nato dal ricordo dei grovigli di semi argentati visti da piccolo, ha avuto modo di trasformarsi in stupita ammirazione alcuni anni più avanti, dopo aver conosciuto le varietà di forme e colori di cui sono capaci.

Caratteristiche generali delle clematidi: le capacità avvolgenti del picciolo delle foglie e la forma del fiore (qui una Clematis ‘The President'). I fiori della clematide sono costituiti non da petali, bensì da sepali, ovvero foglie trasformate; solo che i sepali delle clematidi, invece di essere le classiche foglie verdi modificate a formare il calice, assumono le colorazioni e le forme più svariate.
Il fatto è che le clematidi sono piante poco conosciute. Sebbene comunissime, sono circondate da un alone di mistero e guardate con una certa diffidenza da parte degli stessi appassionati di giardini, che pur ammirandone le rigogliose fioriture, sono restii a iniziare una relazione duratura con loro...
Un'avventura, allora, tanto per provare..?
Due cultivar di uno dei primi e più diffusi ‘ibridi a fiore grande' di clematide, Clematis jackmanii, creato dal famoso ibridatore George Jackman che operava in Inghilterra circa a metà dell'800 (in alto la varietà C. jackmanii ‘superba')
Le clematidi [Clematis spp. (species)] comprendono circa 250 specie di piante erbacee, semilegnose o legnose, solitamente rampicanti, a foglie decidue o anche sempreverdi; le foglie sono, spesso, non singole ma composte, con picciolo lungo ed esile avente la caratteristica di avvolgersi in funzione di ancoraggio. Appartengono alla famiglia delle Ranuncolaceae; alla stessa famiglia appartengono i ranuncoli, gli anemoni e le aquilegie, tutte piante contenenti principi attivi potenzialmente tossici.
Praticamente ubiquitarie (Europa, Americhe, Asia) si sono ulteriormente diffuse ed ibridate grazie all'opera dell'uomo; le ultime arrivate hanno fioriture particolarmente vistose e sempre nuove varietà - sono svariate centinaia! - continuano ad essere proposte.
Tre aspetti della Clematis ‘Nelly Moser', un ibrido a fiori grandi molto diffuso, adattabile anche alla coltivazione in vaso
Clematis è una delle denominazioni botaniche più antiche; deriva dal greco klema-atos, che significa viticcio, pianta volubile, simile alla vite; nel 1737 Linneo confermò il nome.
Le clematidi sono, tra le piante da giardino, le rampicanti per eccellenza, più famose nell'Europa continentale e in Inghilterra, in realtà; anche se non sono difficili da acclimatare alle nostre latitudini, con un minimo di attenzione.
Di clematidi hanno scritto diffusamente Vita Sackville West - che molto le amava - e il nostro Ippolito Pizzetti: entrambi ospiti abituali di questa rubrica [ V. su "O": Libri di piante e fiori (prima parte) del 24.05.09].

Due cultivar di Clematis: ‘The President' a dx e ‘Nelly Moser' al centro della foto. In tutte le clematidi le corolle che attraggono la nostra attenzione non sono costituite di petali, bensì di sepali, cioè foglie trasformate, che assumono le forme e i colori più svariati
Con i loro colori squillanti le clematidi si prestano ad assocazioni ‘ad effetto' con altri fiori. Qui Clematis 'Mrs Cholmondeley' è fotografata insieme a due Dahlia rosse, in una bella monografia di Elisa Severi dedicata alle clematidi [da: http://www.compagniadelgiardinaggio.it/clematis]
Notava Pizzetti [Ippolito Pizzetti in ‘Pollice verde' - Manuali B.U.R.; Rizzoli, 1982] che le clematidi sono le grandi assenti dai giardini italiani, e titolava un suo capitolo: ‘Pregiudizi sulle clematidi'.
Non trovava una spiegazione per tale mancanza, anche se faceva delle ipotesi sulla credenza che le clematidi fossero piante ‘difficili', non adatte ai climi mediterranei e soggette a malattie imprevedibili.
Da allora sono passati quasi trent'anni, e qualcosa è cambiata, ma non molto.

I fiori delicatamente rosati della Clematis montana, capaci di coprire ampie superfici con fioriture impressionanti
Si vedono più di frequente le clematidi nei giardini - questo vale per i ‘guardatori dei giardini degli altri' [V. su "O": Notizie dai giardini - Giardini veri e sognati del 2.04.07] - e lasciano a bocca aperta con le loro fioriture. Queste possono distribuirsi su un arco di tempo molto ampio - da inizio primavera a estate avanzata - dal momento che è possibile disporre di varietà a fioritura precoce, intermedia e tardiva.

Clematis ‘Ville de Lyon' è un ibrido vigoroso di color carminio sfumato. Come le Jackmanii, le clematidi di questo gruppo devono essere potate a febbraio
Il pregiudizio sul carattere ‘non mediterraneo' delle clematidi è anch'esso superato, a condizione di non considerarle al pari delle bouganvillee, ma con l'accortezza di disporle con le radici relativamente al riparo dal sole diretto e di assicurare regolari innaffiature senza ristagni d'acqua. L'aforisma che tutti ricordano: - "Vogliono le radici in ombra e la chioma al sole!" - ha una sua validità.
Clematis tangutica, di provenienza dalla Cina. I fiori, non molto grandi, sono a forma di lanterna, isolati e portati da lunghi peduncoli. Sono seguiti dai frutti: acheni rotondeggianti e piumosi.
Clematis armandii. Anch'essa di provenienza orientale, fioritura precoce e fiori piccoli. Ha la caratteristica di avere foglie persistenti, che non sfogliano d'inverno. Si distinguono una varietà ‘Snow Drift', a fiori bianchi (a sin. nella foto) e la ‘Apple Blossom' dai fiori rosa o bianchi, caratterizzati dal colore più vivace della parte inferiore del fiore
Infine le avversità, i parassiti e le malattie colpiscono le clematidi come tutte le altre piante, con la sola eccezione di una malattia specifica, il disseccamento o ‘mal clematideo' (clematis wilt), di natura fungina - da Ascochyta clematidina e Coniothyrium clematidis - che si diffuse nei vivai e nei giardini alla fine dell''800, all'apice del maggior successo (una moda tutta inglese) delle clematidi. Tale patologia vegetale, pur non avendo ancora un trattamento specifico, è molto meno diffusa di un tempo, grazie ai trattamenti preventivi con antifungini e alle migliorate condizioni di coltivazione. Comunque il male colpisce solo la parte vegetativa delle piante più giovani, che possono esserne colpite dalla sera alla mattina ed assumere all'improvviso un aspetto appassito e cadente, prima di seccare del tutto. Ma con una potatura drastica ed eliminando accuratamente le parti infette, la pianta spesso riprende a vegetare dalla radice, anche a distanza di qualche anno.

Clematis ‘Niobe', di taglia media, di color rosso scuro fino al viola, leggermente fragrante
La potatura. Il consiglio ultra-semplificato di Vita Sackville-West per i suoi lettori [In: ‘Garden Book' (1968) - ‘Del giardino'; ed. L'Ornitorinco; Rizzoli, 1975] sulla potatura delle clematidi, è di potare immediatamente dopo la fioritura le piante che fioriscono precocemente in primavera e all'inizio dell'estate; le varietà che fioriscono più tardi, invece (cioè quelle che fanno i fiori sui getti della stagione in corso), vanno potate all'inizio della primavera.

La Clematis sieboldii, anch'essa di provenienza dalla Cina, è un ibrido del gruppo delle ‘Clematis florida'. Ha fiori doppi, con la corona più interna di colore dal porpora al blu viola
Dove far crescere una clematide. Le clematidi, si è detto, sono delle rampicanti, ovvero sono capaci di sostenersi alle strutture circostanti, grazie alla capacità avvolgente del picciolo delle loro foglie. Bisogna comunque fornir loro qualche tipo di appiglio, per evitare che i sottili tralci si avvolgano su se stessi, risultandone così una minima resistenza al vento; non hanno invece veri e propri organi di aderenza ai muri, come le radichette dell'edera o le ventose dei cissus.
La messa a dimora di una clematide richiede delle valutazioni preventive. Alcune di esse si adattano ai vasi, purché sufficientemente ampi e profondi; altre, come Clematis montana, hanno un notevole sviluppo radicale che le rende più adatte alla sistemazione in piena terra. Vengono
generalmente consigliati un impianto profondo e una pacciamatura superficiale. L'associazione con altre piante è particolarmente apprezzata dal punto di vista estetico, sia che queste piante fungano da supporto che per ottenere degli effetti di colore con i loro fiori; in ogni caso va considerato che le clematidi non gradiscono le competizione con le radici di altre piante e bisognerebbe assicurare uno spazio libero adeguato per lo sviluppo senza interferenze del loro apparato radicale.

Tra gli ibridi più ‘d'effetto', recentemente immessi sul mercato ci sono queste due clematis: la ‘Dr. Ruppert' (in alto) e la ‘Multiblue'
Un'ultima storia ci porta ancora nel mondo delle favole e delle leggende e riguarda l'usignolo, che da sempre è implicato in questioni con le piante [‘L'usignolo e la rosa': V. su "O": Le piante, i frattali e la ricerca della bellezza del 05.10.08 ].
Pare che all'inizio dei tempi anche l'usignolo fosse un uccello diurno.
Poi, una volta, gli accadde di addormentarsi tra i rami di una clematide, che con la sua crescita veloce durante la notte gli imprigionò le zampette con i viticci.
Alla fine - si racconta - l'usignolo riuscì a districarsi, ma si spaventò tanto da non fidarsi più. E da allora passò tutte le notti sveglio - per nostra fortuna e consolazione - a cantare...

Una ragnatela di mattina presto, sottolineata da microscopiche gocce di rugiada
Insieme all'ultima storia, un'ultima meraviglia capace, almeno da un punto di vista concettuale, di ricollegare tutti i fili sparsi di pensieri distanti tra loro: le ragnatele che si trovavano - nelle mattine della mia infanzia - tra i fili d'erba e nelle radure ...Ma bisognava svegliarsi presto, prima che il sole le dissolvesse o che altri le trovassero.
Da bambini la manutenzione della meraviglia era una disciplina impegnativa...