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Libri di piante e fiori (prima parte)

 

A quanto mi hanno raccontato, il ramo paterno della mia famiglia è stato legato alla terra per generazioni. Contadini e  vignaioli; coltivavano la vite e facevano il vino. Da quando i monasteri avevano smesso di essere autonomi per le loro necessità, era la mia famiglia, per lunga tradizione, a rifornire di vino la vicina Abbazia di Montecassino.

Rammento bene un rubicondo monaco del monastero - Fra' Pietro, si chiamava - che al tempo della vendemmia si trasferiva nella casa della nonna per il tempo che era necessario, e presiedeva a tutte le fasi della complessa operazione.

Da dove sia nato il mio interesse per le piante non mi è ben chiaro; forse dall'esserci stato sempre in mezzo. Ragazzino di campagna; elementari in una scuola locale: ‘sede disagiata' per la maestra, ma una pacchia per noi piccoli, che abbinavamo - come si dice - casa, giochi e lavoro, in un continuo di avventure che la scuola non interrompeva, anzi...

Solo alle medie il salto in città, che distava poco più di tre chilometri, ma già era un altro mondo. Poi il liceo, e all'epoca le piante erano l'ultimo dei miei pensieri, frastornato tra novità e ormoni...

La grande città - Roma, per gli studi universitari - fu uno shock. Alla vita in città, per chi è nato e vissuto in campagna, manca sempre una dimensione. Ci si adatta, più o meno ‘contro natura'; se ne apprezzano i vantaggi, ma alla prima occasione si cerca di fuggirne. Forse è stato in quel periodo che si sono inseriti i libri (di piante e fiori): a riempire un vuoto. Ma prima o poi si ritorna alle radici. A me è successo nel '79, con l'acquisto e successiva ristrutturazione di un casale in campagna, lontano da Roma ma non troppo: zona ‘Castelli'.

Evidentemente, viverci in mezzo, alle piante, non è sufficiente a sviluppare ‘la passione'. Mi proverò a definirla meglio...

I contadini hanno con la natura un rapporto empatico, in parte ‘magico'; la conoscono e la temono. I loro nemici sono i temporali, le grandinate, le gelate tardive, i lunghi periodi senza pioggia. Coloro che vivono dei prodotti dei campi hanno con la natura un rapporto per forza di cose inquinato, se devono trarne un utile. Poi ci sono gli esteti curiosi, gli intellettuali di ritorno, gli stessi pensionati, curatori di certi campicelli ordinati di periferia, affascinanti da esplorare, perché in essi si condensa l'esperienza di una vita... Già qui siamo più dalle parti di quella che definirei ‘passione'... [v. su "O": I giardini di marzo...del 04.03.07]

 

Quando è capitato a me, di tornare alla campagna, non ero solo.

Non mi riferisco a persone e affetti, ma ad un'altra presenza, più discreta e continua: i libri, sono stati i compagni fedeli di quegli anni. Sono stati con me nei primi lavori, nella sistemazione del giardino, nella (ri)scoperta del mondo delle piante; mi hanno accompagnato nei viaggi... In molti modi hanno cambiato il mio modo di vedere le cose.

Li cercavo con fervore di collezionista, per un'immagine, una suggestione che mi avevano attratto. E' difficile che qualcuno di essi mi lasciasse senza darmi un'idea in più, una prospettiva che prima non avevo. Mi riferisco, per limitare il campo, solo ai libri sul tema che stiamo trattando: quelli di fiori e piante...

 

 

‘Pollice verde' di Ippolito Pizzetti, edito da Rizzoli; manuali BUR (1982)

 

Ippolito Pizzetti (1926 - 2007) l'ho conosciuto negli anni '80... Andai a prenderlo nella sua bella casa dalle parti di Corso Francia - con il famoso terrazzo di cui sempre scriveva - per accompagnarlo a Villa Ramazzini. Con alcuni amici volevamo coinvolgerlo in un progetto per ripristinare l'architettura originaria del giardino di quella villa storica; ma questa è un'altra storia...

Di lui ricordo la gentilezza e la disponibilità, oltre all'estrema competenza. L'avevo apprezzato nelle brevi note della rubrica settimanale: "Pollice verde" che teneva su un periodico. Quando le raccolse tutte insieme, in un libro dal titolo omonimo, corsi a comprarlo.

Di Ippolito Pizzetti si è già parlato su queste pagine [v. su "O": Notizie dai giardini - Giardini veri e sognati
del 02.04.07] per un approccio - si può dire - ‘umanistico' ad essi e per considerarli una ‘chiave', una delle vie di ‘accesso al mondo'.

Pizzetti aveva ben chiaro che il giardinaggio è al contempo un'avventura della fantasia e dell'intelletto; un territorio di frontiera tra la tecnica e la poesia. Sapeva quanta parte della bellezza di un giardino è dovuta, oltre che all'intuizione iniziale, alla paziente operosità, alla lenta acquisizione dell'esperienza, all'incessante impegno della ragione.

Negli anni successivi Pizzetti è stato, oltre che autore di una famosa "Garzantina" (‘Fiori e Giardino'; 1998), anche curatore de "L'Ornitorinco", una ‘Collana di libri sulla natura', per la Rizzoli, preziosi e ormai introvabili. Se ne presenta un florilegio su queste pagine (v. in seguito).

 

 

Vita Sackwille-West (1892- 1962) era una ‘romantica donna inglese' coniugata con il diplomatico Harold Nicolson, amica di Virginia Woolf e con lei  appartenente al circolo Bloomsbury.

Vita e il marito, negli anni tra le due guerre mondiali diedero inizio, con l'acquisizione del castello di Sissinghurst nel Kent, alla realizzazione di uno dei più rinomati giardini in ‘stile inglese' [v. su "O": Passeggiate per i giardini del mondodel 13.05.07], applicando molte delle intuizioni della famosa ‘garden designer' inglese Gertrude Jekyll (1843 - 1932)

 

In questo libro - titolo originale ‘Garden book' (1968) - sono  state raccolte le note settimanali di giardinaggio di Vita Sackville-West sull'Observer. L'edizione italiana è del 1975. Emblematico il sottotitolo (di pugno di Pizzetti, direi): ‘Coltivare un giardino come si coltiva la vita'.

 

Scrive Pizzetti nella sua presentazione, in seconda di copertina:

"In your garden': nel vostro giardino - si chiamava la sua rubrica settimanale, di cui questo libro è una antologia. Non come si fa o si cura un giardino; non il giardino come entità astratta, ma cosa accade nel vostro giardino. Che è molto diverso. Il giardino diventa qui un'esperienza, dove il ritmo delle stagioni, il mutare dei colori e delle forme, la resistenza delle singole piante introdotte, i tentativi, le invenzioni, le fantasie repentine e le disillusioni, sono annotate giorno per giorno. E quando il giardino è concepito - dalla Sackville West come da chiunque lo consideri non uno scacciapensieri o un hobby, ma un fatto della vita - chi ne vuol parlare non ha altra soluzione, come hanno fatto sia l'Autrice che Gertrude Jeckyl o tutti i grandi maestri del giardinaggio, che parlare del proprio giardino... (...) ...Il riferimento al vostro giardino non è un controsenso; vuol dire: tutto quello che posso insegnarvi è il modo di vivere questa esperienza, ammesso che siate disposti ad accettarla come tale; la disposizione ad un rapporto con il mondo delle piante..."

 

All'inizio della frequentazione con il mondo delle piante, una conoscenza di base è fondamentale. L'esplorazione del microcosmo del proprio giardino, così come lo sguardo attento al vasto mondo vegetale tutt'intorno, pongono una quantità di interrogativi, di urgenza ineludibile per il vero appassionato.

Un manuale fondamentale per questo scopo, diventato ‘di culto' tra gli adepti, e concepito al fine di identificare con esattezza - per approssimazioni successive - la pianta che si sta cercando, è il seguente:

 

 

‘Che fiore è?', di Dietmar Aichele. Titolo originale ‘Was blüht denn da?' (1965/1979). Un libro prezioso, anche grazie ai chiarissimi disegni di Marianne Golte-Bechtle. Collana ‘L'ornitorinco', Rizzoli (1980)

 

L'identificazione procede a partire dalla caratteristica più appariscente delle piante - cioè il colore del fiore - raggruppandole in pagine con il taglio di diverso colore. Ogni sezione è ulteriormente suddivisa in tabelle, in considerazione del luogo di reperimento (es. giardini, orti, prati, macerie, pascoli, scarpate ferroviarie e così via). Infine, all'interno delle tabelle, una ulteriore suddivisione è fatta in base alla forma del fiore (per il numero di petali: quattro, cinque o più, a simmetria radiata (come il garofano), a simmetria bilaterale (come la bocca di leone o le orchidee), con piccoli simboli a indicarne la forma. Insomma una divertente caccia al tesoro, compensata dai ‘preziosi' nomi della pianta (il nome comune e quello scientifico, della classificazione di Linneo). Essi permetteranno di accedere al favoloso mondo delle informazioni sulla pianta - famiglia genere, specie - agli scambi tra appassionati, alle ricerche e ai confronti con altre specie...

 

 

Da "Che fiore è?", due pagine a caso, con i fiori raggruppati per colore. E' parzialmente visibile il ‘taglio' colorato del libro, per facilitare la ricerca ‘a colpo d'occhio'

 

 

Sempre da "Che fiore è?", due pagine a fronte con le indicazioni corrispondenti alle figure

 

Ad un livello di maggiore esperienza con le piante, si situano due libri altrettanto preziosi, con immagini non disegnate, ma fotografate.

É peculiare il modo in cui funziona la memoria fotografica, con le piante. Quando si ha tra le mani un libro di piante è consigliabile sfogliarlo, semplicemente: ‘guardare le figure', anche pensando ad altro. Qualcosa rimane sempre. A distanza di tempo, in altri luoghi e in una diversa situazione, l'immagine ritorna come ricordo. Appena possibile si andrà a scartabellare tra i propri libri - quei pochi che ciascuno avrà eletto a propri ‘libri guida' - per dare a quell'immagine un nome.

 

 

 

Due guide di Oleg Polunin. I titoli originali sono rispettivamente: ‘The concise flower of Europe' (1972) - Ed. italiana Zanichelli, 1974 e ‘Trees and bushes of Europe' (1976) - Zanichelli, 1977

 

Nella mia personale esperienza il passaggio alle infinite seduzioni delle piante esotiche - innescato con i viaggi -  è stato propiziato dai primi libri pubblicati in Italia da Guglielmo Betto (venuto a mancare prematuramente nel 1994), peculiare figura di appassionato preso in prestito da un'altra disciplina: era avvocato e giurista d'impresa. Si è già parlato di Guglielmo Betto su queste pagine [v. su "O": Piante e frutti tropicali in Italiadel 20.10.08].

Come divulgatore della conoscenza dei giardini e di piante insolite egli è stato - ho scoperto poi - un faro per molti. Proprio da queste pagine di "O", trovandomi a prendere contatti per la pubblicazione di alcune foto con altri appassionati, ho incontrato un suo estimatore, nella persona di un grande esperto e coltivatore in Italia di una pianta multiforme e dalle infinite varietà: la passiflora (v. al sito: http://www.passiflora.it)

 

 

‘Le piante insolite' di Guglielmo Betto; Ed. Giorgio Mondadori, 1991. In copertina Allamanda neriifolia, Fam. Apocynaceae

 

Dalle piante insolite a quelle difficili da coltivare nei nostri climi, il passo è stato breve. Le orchidee sono state una passione folgorante, durata alcuni anni, un corso, molti libri e - perfino - l'iscrizione al gruppo romano della società dei coltivatori. Poi, pur restandomi una grande ammirazione per queste piante ho smesso di insistere a volerle coltivare in Italia, in un clima alieno: questo è accaduto dopo averle conosciute meglio e avute per compagne durante una lunga permanenza in un paese tropicale.

In quei climi esse sembrano vivere di niente e le ho viste prosperare così rigogliosamente, aggrappate con le radici nude ai tronchi degli alberi, che non ho più avuto voglia di forzarle in serra, una volta tornato in Italia...

 

 

‘Le Orchidee' di Rebecca Tyson Northen: un ‘classico' intramontabile. Titolo originale americano ‘Home Orchid Growing' (1a ed. 1950). Ed. italiana ‘L'ornitorinco' - Rizzoli (1981)

 

Un'altra avventura con le piante ha riguardato i bonsai. Anche di essi abbiamo già parlato, soprattutto - attraverso un racconto di Theodore Sturgeon - per rispondere a chi pensa che fare bonsai sia una forma di crudeltà verso le piante; è invece piuttosto una interazione, che implica una conoscenza approfondita e uno scambio. Scrive Sturgeon: - "E la scultura più lenta del mondo, e qualche volta non si sa bene che cosa venga scolpito, l'uomo o l'albero". [v. su "O": Le piante e il tempo. del 05.08.07].

 

 

Dei vari libri sui bonsai, ciascuno riesce a dare un'idea, una originale soluzione per un problema che si è avuto durante la coltivazione. Questo, di Harry Tomlinson, De Agostini (1991) ne è un bell'esempio 

 

Anche la stagione dei bonsai ebbe termine. In modo brusco. Li regalai tutti ad un amico fidato, perché partivo per una lunga permanenza all'estero, ed essi hanno bisogno di cure assidue.

 

 

Tyler Whittle: ‘I cacciatori di piante' (Rizzoli 1980). Titolo inglese: ‘The plant hunters' (1970). La coniugazione di passione e avventura in un libro che si legge come un romanzo

 

Viaggiano, gli uomini e le piante [v. su "O": Piante e uomini in viaggio (terza parte)
in tre parti, dell'1 - 22 e 28.10.2007].

Viaggiano i semi, con il vento, con gli uccelli e le correnti; viaggiano le piante insieme agli uomini, per i motivi più diversi. Viaggiano gli uomini con navi aerei e poi... Con i ricordi e con i sogni.

 

Libri di piante e fiori.1 (continua)

Fiori di vetro


Villa Torlonia, a Roma, non è lontano dal luogo dove lavoro e neanche da dove abito, eppure negli ultimi anni ci vado molto di rado; peccato, perché è uno spazio aperto e gioioso - a due passi dal Policlinico, noto luogo di dolore - e ricco di perle che uno non immaginerebbe mai.

Tempo fa ci andavo più spesso; tanto spesso che i custodi cominciavano a guardarmi con sospetto... Ma guidavo piccoli gruppi dal comportamento irreprensibile e dopo un po' si sono rilassati. Mi riconoscevano e salutavano, anche; ma qualche curiosità deve essergli restata...

Il complesso di Villa Torlonia è stato acquisito dal Comune di Roma nel 1978, dopo essere stato nel passato, oltre che proprietà dei Torlonia, anche (negli anni venti) la residenza ufficiale di Benito Mussolini. Ora è stato in parte restaurato, ma grandi lavori sono tuttora in corso.

Nel 1997 è stato completato il restauro della ‘Capanna Svizzera', denominata successivamente ‘Casina delle Civette' al cui interno è aperta al pubblico una ricca raccolta di vetrate artistiche - anch'esse restaurate, secondo i disegni originali - che adornavano gli interni della costruzione negli anni del maggior fasto.

Ma cosa era accaduto, in quegli anni, da portarmi così spesso a fare da ‘cicerone' a piccoli gruppi di amici, in visita alla Casina delle Civette?

 

 

Una immagine recente della ‘Casina delle Civette'. Già dall'esterno si possono vedere le vetrate che ne adornano porte e finestre; ma esse saranno apprezzate al meglio guardando dall'interno verso l'esterno

 

Quello delle vetrate è stato il gioco appassionante di un periodo della mia vita, disseminata di molte passioni.

La storia - al solito - è cominciata per caso: un'amica segnata dal ricordo di un'infanzia in Polonia, dove un mitico zio lavorava il vetro - faceva gran belle lampade liberty - e lei, bambina, lo stava a guardare incantata. Passano gli anni, i ricordi riaffiorano e lei decide di imparare seriamente la tecnica. Trova facile sponda in me, notoriamente attratto dai grandi entusiasmi, e cominciamo... Sfasati di un anno, in modo tale che lei è sempre stata la mia maestra. Esploriamo in successione le varie tecniche del lavoro vetratistico: la legatura a piombo, il ‘tiffany', il collage; poi lei approda all'empireo della vetrofusione e mi lascia indietro di molte lunghezze. Ma, pur a quelle alte temperature - la fusione del vetro avviene intorno agli 820 °C - restiamo grandi amici!

 

Ormai da cultori della materia, torniamo più e più volte alla Casina delle Civette e ci accompagniamo gli amici; perché il luogo costituisce, con la sua mostra permanente di bozzetti e vetrate, la interessante testimonianza di un periodo della recente storia dell'arte. Quella tendenza artistica che si affermò negli anni tra il 1890 e il 1910 con il nome di Art Nouveau. Per averne un'idea basti pensare alle decorazioni della Metropolitana di Parigi, inaugurata appunto in quel periodo.

 

 

Le Chemin de Fer Métropolitain de Paris', ben presto abbreviato in ‘Métro', fu realizzato in occasione degli imponenti lavori pubblici collegati con l'Esposizione Universale tenutasi in città nel 1900 (v. in seguito)

 

Durante le nostre visite, spinti dalla necessità di dare risposte alle curiosità degli amici, abbiamo dovuto approfondire le nostre conoscenze sulla storia delle vetrate e sul loro impiego nei secoli passati.

Per quali ragioni profonde l'uomo ha cominciato ad impiegare le vetrate, nelle sue chiese? E perché tanti fiori e frutti?

Ne abbiamo già parlato su queste pagine. Sembra che in stati alterati di coscienza - tipicamente sotto l'influsso di droghe allucinogene come la mescalina, ma anche in varie altre situazioni - si abbiano visioni di oggetti colorati illuminati dall'interno; così sono rappresentati nei dipinti di Hieronymus Bosch [Vedi su "O": Piante e frutti perduti, ritrovati, fantasticati
del 07.12.08]. Queste ‘visioni' sono anche associate a stati carenziali, al digiuno prolungato, a stati di malattia e di sepsi. Tutte condizioni frequenti nei ‘secoli bui' e riportate dai mistici nei loro scritti; descritte magistralmente nell'esperienza di Huxley con la mescalina e quindi confermate da ricercatori e scienziati. [vedi su "O": Piante tossiche, medicamentose, allucinogene (terza parte)
 del 08.07.07].

 

I primi vetri colorati trasparenti utilizzati per le finestre delle chiese risalgono a prima dell'anno mille e l'arte si diffonde nei secoli successivi; ecco così le vetrate delle cattedrali gotiche, che fanno piovere luce e colori dall'alto, come mezzo del dialogo dell'uomo con il divino. 

Già nel XII°- XIII° secolo, in Francia, le vetrate delle cattedrali sono note per la bellezza e ricchezza dei loro colori e la città di Chartres, nel nord-ovest della Francia, diventa il centro più importante dell'arte vetraria. Bisogna entrarci, in una cattedrale gotica, con l'attenzione specifica alla luce che vi entra attraverso le vetrate colorate: si può vedere allora come esse scompongano la luce; come la moltiplichino in mille sfumature posandosi sugli oggetti. Bisogna guardare ancora a come cambia la luce in relazione all'ora del giorno e alle condizioni atmosferiche, perché le vetrate lavorano con la luce, che le rende movimentate, quasi vive. La cattedrale di Chartres è quella che contiene i maggiori esempi di vetrate risalenti al XIII secolo, dal colore blu inimitabile, ottenuto colorando la pasta di vetro con l'ossido di cobalto: nel loro complesso esse coprono una superficie di 2600 m² (!).

La cattedrale gotica  - è stato detto  - è come uno strumento musicale, un'armonia complessa in cui le forme si fondono con la luce e il suono (ovvero il canto) per elevare l'uomo verso Dio.

 

 

Le vetrate della cattedrale di Notre-Dame de Chartres (a 95 Km a sud-ovest di Parigi), in uno dei più perfetti e meglio conservati edifici gotici al mondo.

 

Ma di lì a poco si sarebbero affermate le istanze dei fondamentalismi religiosi, che per voce dei monaci - cistercensi prima e francescani successivamente - dichiararono disturbante e blasfema tutta quella ricchezza visiva.

Non deve quindi stupire se nel XVIII° sec. la fabbricazione del vetro e l'arte dell'impiombatura fossero talmente cadute nell'oblio che solo rari artigiani e mastri vetrai erano ancora in grado di padroneggiare queste tecniche.

Ma di nuovo in Francia quest'arte riprese a fiorire, e di là si diffuse in Inghilterra e in Germania; ancora una volta le vetrate colorate presero a ornare non solo le cattedrali, ma anche case private: le residenze dei grossi commercianti e della nobiltà, per l'alto costo del materiale.

Particolare fortuna e diffusione ebbe questa antica arte europea negli Stati Uniti: sono del 1874 le famose vetrate dellla Holy Church di Brooklyn, la grande cattedrale di New York.

Inoltre con l'invenzione del vetro colorato opalescente, fatto nel 1880 proprio da Tiffany si cominciarono a creare delle vetrate particolarmente originali inserite in vari contesti architettonici e si realizzarono i famosi paralumi, con la tecnica detta appunto ‘Tiffany'.

 

 

Le vetrate della Holy Church, in Brooklyn (New York), opera del maestro Louis Confort Tiffany,

 

E siamo a tempi più recenti, quando l'arte vetraria si inserisce a pieno titolo nella corrente dell'Art Nouveau, che rappresenta la novità di maggior richiamo dell'Esposizione di Parigi del 1900. Essa si diffonde localmente con nomi diversi come Stile Liberty (dal nome dei magazzini inglesi di Arthur Lasenby Liberty di Londra, specializzati nella importazione e vendita oggetti esotici), Modernismo o Stile floreale in Italia. Il mondo della natura, i fiori, e l'ispirazione all'arte giapponese delle stampe ukiyo-e ne costituiscono un carattere centrale [Vedi su "O": Il senso di Hiroshige per la natura. Il Giappone sognato
del 19.04.09].

 

Gli esponenti di rilievo dello stile floreale applicato alla vetratistica, a Roma in particolare, sono Duilio Cambellotti, Cesare Picchiarini, Paolo Paschetto, Umberto Bottazzi e il Laboratorio di vetrate artistiche di Giulio Cesare Giuliani. Un gruppo di artisti multiformi; ‘artigiani' nel senso rinascimentale del termine.... Tutti presenti, con alcune loro opere, alla esposizione della Casina delle Civette.

 

 

La ‘Casina' fu denominata ‘delle Civette per la ricorrenza di questo motivo ornamentale - qui una vetrata realizzata su un bozzetto di Duilio Cambellotti - voluto dall'erede Torlonia, il principe Giovanni, che vi introdusse anche altri motivi esoterici

 

  

‘Foglie e tralci con uva': una vetrata restaurata da quella originale del Laboratorio di Cesare Picchiarini (‘Mastro Picchio') su bozzetto di Cambellotti

 

"La vetrata, questa diletta ancella della luce, e del vetro leggiadra figlia, nel mondo materiato potrebbe essere paragonata ad un fuoco fatuo, atto a ricoverare le sue luminosità negli ambienti dove apparisce" - ebbe a scrivere Cesare Picchiarini (1871 - 1943) sul modo di intendere il suo lavoro.

 

 

Restauro delle vetrate originali ‘Rose, nastri e farfalle' realizzate dal Laboratorio Picchiarini su bozzetti di Paolo Paschetto

 

  

La vetrata ‘Rondini', restaurata sull'originale del Laboratorio Picchiarini. I voli di rondini sono un altro dei motivi ricorrenti delle vetrate della ‘Casina'

 

  

Ritorna il motivo ‘Rose e farfalle'. E' evidente, qui come altrove, la caratteristica delle vetrate di prendere vita e ‘giocare' con la luce esterna

 

  

Vista dall'alto della scala di uscita dalla ‘Casina delle Civette', con le vetrate delle quattro stagioni. Di grande effetto ‘teatrale' l'inserimento tra le travi del soffitto di voli di migratori   

 

 

La stessa scalinata dell'uscita vista dal basso

 

Durante le visite, quando parlavamo - metaforicamente - di fiori di vetro, sempre qualcuno ricordava che ne aveva già sentito parlare... Ma le piante di vetro ci sono davvero?

Ma no!

‘Pianta di vetro' è il nome comune con cui è indicata l'impatiens (Impatiens walleriana, I. balsamina, I. noli-me-tangere e molte altre specie - Fam. Balsaminaceae); la pianticella deve la sua denominazione alla consistenza traslucida dello stelo ricco di acqua.

 

 

Alcune varietà della comune Impatiens, conosciuta con numerose denominazioni popolari: ‘pianta di vetro', ‘Carolina', ‘Lisetta', ‘spose', ‘begli uomini'

 

 

  

Un altro dei nomi con cui è indicata questa pianta  - Impatiens noli-me-tangere - deriva dalla curiosa particolarità della capsula di aprirsi al minimo tocco, a maturazione, per diffondere i semi

 

Da non confondere la pianta di vetro - pur in un campo affine - con la pianta della ‘porcellana' (Portulaca spp.: Portulaca oleracea. P. grandiflora e altre). Tra le varietà spontanee la P. oleracea è la più diffusa; le sue foglioline carnose sono anche commestibili in insalate estive.

 

 

Due varietà di portulaca (Portulaca oleracea. P. grandiflora - Fam. Portulacaceae). Il nome deriva dal latino ‘piccola porta', per la forma a opercolo, come il coperchio di una teiera, che hanno le capsule dei semi

 

Sempre persi nel trip della vetrate, la mia amica e io mandavamo avanti una ricca produzione in proprio; una specie di factory, con l'entusiasmo e il fiorire di idee che tipicamente si associa, ‘statu nascenti', alle imprese che cominciano, all'esplorazione di nuove possibilità di espressione.

 

 

Iris. Una vetrata realizzata con legatura a piombo

 

  

Uno specchio ornato da una cornice a lavorazione ‘Tiffany'; qui fotografato all'esterno a mostrare una fioritura di roselline ‘Banksiae' e le foglie del ‘falso pepe' (Schinus mollis)

 

 

Lo stesso specchio, con un motivo floreale di iris, a fronte con l'originale, fiorito proprio in questa stagione

 

  

Uno specchio con legatura a piombo, retroilluminato dall'elettricità e non dalla luce naturale

 

Ho bei ricordi di quel periodo. Il tempo rallentava fino quasi a fermarsi, mentre ero intento al lavoro delle vetrate; non si sentiva il freddo, né la fame. Dovevano chiamarci più volte per farci smettere...

Poi il piacere dell'ideazione, la sfida di trasformare il progetto nella corrispettiva realizzazione; il mostrarsi le cose gli uni con gli altri.

E ancora... le piccole mostre tra amici, le esposizioni più grandi, la realizzazione di un laboratorio insieme; il confronto con il ‘mercato'.

Infine - come alla fine del ‘ciclo naturale' di una passione - la disaffezione, la stanchezza, la perdita di interesse...

 

Per tornare alle nostre ‘visite guidate', c'era sempre qualcuno del gruppo che cercava i richiami più strani, in riferimento ai fiori di vetro.

Ecco allora il fiore di vetro, dalla sequenza di un bel film di Andrej Tarkovskij, ‘Solaris' (1972), quando una rosa viene immersa nell'azoto liquido e ne viene cristallizzata in una fragile scultura di ghiaccio, o di vetro -  ...poi anche la donna creata dalla fantasia del protagonista e resa reale dall'influsso del pianeta (Solaris, appunto) seguirà la stessa sorte -
E ancora, la descrizione della ‘Foresta di cristallo', dall'omonimo libro di James Ballard (1966): un grande visionario della fantascienza catastrofica, recentemente scomparso. La storia ipotizza che, a causa di una crepa nel tessuto del tempo, una vasta area di foresta africana cristallizzi gradualmente: le foglie e i fiori brillano come gemme; gli stessi uomini che non si mantengono in movimento si trasformano in statue di ghiaccio, incrostate di gemme brillanti e fuse con il terreno circostante. 

"La mia convinzione è che questa foresta illuminata riflette in qualche modo un periodo precedente delle nostre vite, forse un ricordo arcaico che ci portiamo dietro dalla nascita, di qualche paradiso ancestrale..." - ...così Ballard, in risonanza con alcuni dei concetti già espressi sopra.

 

Ho cercato qualche giorno fa, dopo tanto tempo dall'ultima visita, alcune grandi piante di camelie rosse, che ricordavo come una delle attrazioni (non vetrarie) della Villa, residuo della piccola foresta impiantata a partire dal 1939 dall'architetto Giuseppe Jappelli nel progetto di ristrutturazione globale. Purtroppo durante e dopo l'ultima guerra, negli anni  1944 -'47, la Villa e il parco attiguo furono sede del comando anglo-americano. Risale a questo periodo l'abbattimento di almeno trenta alberi di camelie alti oltre tre metri, al fine di consentire movimenti più agevoli ai mezzi militari.   

 

Alla visita dell'altro giorno non ho trovato neanche le due o tre piante sopravvissute alla strage. Scomparse, oppure inglobate nel recinto di qualcuno dei cantieri ancora aperti...

Ma una passeggiata in una villa storica ha tanti motivi di interesse e non lascia mai senza una sorpresa. Questa volta, proprio all'uscita, mi si è parato davanti un albero fiorito di un bel blu, come è inusuale vedere da noi. Non può essere una jacaranda (Jacaranda mimosaefolia - Fam. Bignoniaceae), dalla fioritura molto simile, che fiorirà solo tra qualche mese...

Cosa allora..?

Ecco! Una Paulownia!

 

  

Una maestosa Paulownia tomentosa (Fam. Scrophulariaceae) fotografata all'uscita da Villa Torlonia su via Spallanzani

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