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L'ultimo sopravvissuto di Claudio Panzavolta
Con le spalle appoggiate alla vetrina che dava sulla strada, Marcello stava osservando da diversi minuti il cestino ai piedi del letto. Sembrava un cono gelato andato a male, con l'intreccio di asticelle come cialda increspata, e gli stropicciati fazzolettini di carta che vi spumeggiavano sopra come panna montata inacidita. Tra le pieghe dei moccichini, le lacrime di Rita avevano ormai smesso di brillare. Se ne era andata per sempre, e quelle lacrime di carta erano tutto ciò che di lei gli rimaneva da contemplare, segnali di un nuovo abbandono e del ritorno a una solitudine fin troppo familiare.
Il sole era calato da poco. Era triste. Distolse lo sguardo dal cilindro di rifiuti e si buttò sul letto, per poi rialzarsi subito dopo e inondare la stanza del suono dolce e allucinogeno di Femme Fatale dei Velvet Underground. Non riusciva a non pensare a Rita, con i segni di lei ancora ammonticchiati dentro quel canestro di vimini. Alzò il volume dello stereo, rivivendo i suoi occhi da testuggine e quel suo respiro che sapeva di miele. Raccolse il cestino tra le mani, per poi capovolgerlo a terra con un gesto rapido, come se fosse uno di quegli stampi che si usano in cucina. Quando ne sollevò il bordo da terra, il budino di spazzatura si afflosciò sul pavimento. Con quell'immondizia ci si poteva fondare una nuova branca della storiografia. Una storia post-moderna: ricostruire gli ultimi giorni vissuti da due amanti, attraverso i loro rifiuti.
La spuma di moccichini nascondeva ricordi ancora più amari. Appiccicati sotto di essi, c'erano tre profilattici usati. Senza pensare, Marcello si ritrovò carponi, ad annusarli. Emanavano ancora l'odore fresco e terrigno dell'intimità di lei. Poco più in là, un assorbente usato, che Rita aveva arrotolato su se stesso appena due giorni prima. Emanava un cattivo odore, come di un cane morto annegato. Marcello si ricordò dei consigli di alcuni antichi, che a chi desiderava disinnamorarsi della propria amata suggerivano di immaginarla sporca, sudata, maleodorante, e di annusarle la vagina durante il periodo mestruale, per provarne disgusto e sostituire così all'amore il disprezzo. Ma a Marcello quell'odore ripugnante non dava la nausea, gli ricordava anzi la serena quotidianità di quei pochi giorni condivisi con lei.
Sotto l'assorbente, c'era il depliant della rassegna su Clint Eastwood della quale avevano assistito alla proiezione di Un mondo perfetto. Quando Marcello le aveva proposto di andare a stare da lui, lei si era limitata a baciarlo con un sorriso, stringendogli forte la mano. Campeggiando al centro del depliant mezzo stropicciato sul pavimento, da dietro gli occhiali da sole a specchio, la faccia deformata di Clint lo guardava aspramente per ricordargli che ora, dieci giorni dopo, era di nuovo solo. «Un mondo perfetto, amico...», sembravano dirgli i suoi occhi.
Appallottolate in piccole sfere arricciate verde smeraldo, c'erano anche le carte delle caramelle che lei era solita sciogliere in bocca prima di fare l'amore, proprio un attimo prima di attorcigliare la morbida lingua intorno alla sua. Baci di menta che, mescolati alla sua saliva alcolica, avevano il gusto di un mojito lasciato bruciare al sole.
Tutti quei dieci giorni ora erano lì, sotto i suoi occhi, sparpagliati in un isolotto di rifiuti. I fazzolettini, i profilattici usati, l'assorbente rigonfio di sangue, il depliant di Clint Eastwood, le carte delle caramelle, e poi la cenere degli incensi e ingombranti resti di plastica e carta straccia. Voleva, doveva dimenticarla. Tentò nuovamente di aggrapparsi ai consigli di quegli antichi dei quali stava trattando all'interno del suo corso di storia moderna su "Erasmo, De Certeau e la nascita della modernità in Occidente". Se la immaginò con i denti neri di carie e le gengive infiammate, con due grumi di sangue rappreso al posto degli occhi, con il corpo ricoperto di ciglia nere e pungenti, pelata e con l'alito di chemioterapia, con un abnorme pene penzolante tra le gambe, costellata di ascessi putrescenti, con un sorriso di scherno sulle labbra. Bassa, grassa, brutta... Era tutto inutile. Anche trasfigurando Rita in quel bestiario di brutture, Marcello non riusciva a nausearsi. Credeva nella saggezza degli antichi, ma non questa volta.
Allo stereo, la calda voce di Nico aveva ceduto a quella di Lou Reed. Guidato dal ritmo ipnotico e cantilenante di Venus in Furs, Marcello raccolse in grembo quei segni di lei. Spalancò la vetrina. Si sedette a piedi nudi sulle fredde mattonelle del terrazzo, accanto al bidone delle foglie. I rametti gli solleticavano le orecchie. Gettò la collezione di rifiuti nel secchio di metallo. Intorno a lui, le miriadi di piante rendevano quel terrazzo una specie di foresta in miniatura.
Alcuni istanti dopo, il coperchio sbeccato copriva i rifiuti in fiamme in fondo al bidone. Calcò l'accendino dentro la tasca dei pantaloni. Dalla sottile mezzaluna che aveva lasciato come sfiatatoio, saliva un fumo denso, di un grigio caldo e avvolgente. Spandeva l'odore acre dell'assorbente, delle carte di caramelle e dei profilattici bruciati, e quello del sangue, che il calore della fiamma rendeva simile a quello emanato da una fetta di carne lasciata scottare a poco a poco.
Rimase seduto accanto al bidone di latta, con gli occhi piantati sulla strada, in attesa che quell'olocausto di ricordi avesse fine. Accucciato in mezzo alla foresta di piante, con gli occhi persi nell'asfalto e il cordone di fumo che si levava voluttuoso tra le foglie carnose del ficus, visto dalla strada Marcello sembrava un indigeno occupato nella preparazione di una cena a base di selvaggina. Quando il fumo dei ricordi ebbe cessato la sua ascesa verso l'oblio, Marcello scoperchiò il bidone. Un mucchietto nerastro di cenere e indistinguibili brandelli di materia era ammonticchiato sul fondo. Si levò in piedi, trascinandosi in cucina con il bidone dal fondo bollente in una mano. Con un cucchiaio raccolse in un bicchiere le ceneri fumanti, lasciando sul fondo del secchio una pappa nera e appiccicosa, che travasò nel sacco teso sotto il lavello.
Aprì il rubinetto. Riempì il bicchiere di un'acqua tiepida e bianca, fino all'orlo. Fissò la cenere disfarsi in fumi acquatici simili a meduse. Mescolò il tutto fino a farne un liquido grigio e uniforme. Un succo di cenere che bevve tutto d'un fiato, respirando subito dopo per ricacciare indietro la nausea furibonda che gli saliva dalla bocca dello stomaco. Rimase in piedi, immobile. Le mani aggrappate al rubinetto. Adesso Rita era parte di lui. Le lacrime che aveva pianto prima di andarsene. Il suo sangue. Il liquido della sua intimità. Erano in lui.
Svuotato il canestro di vimini, nella casa non restavano altri segni della presenza di lei. Aveva pulito bene. Ci aveva impiegato tutta la giornata per cancellare le tracce del suo breve passaggio. E i sopravvissuti del cestino, ora, giacevano nel suo stomaco, pronti per essere assorbiti dalla sua carne. Se ne era cibato con un rito selvaggio, e forse ora pensare a lei sarebbe stato meno doloroso. Poco più che pensare a se stesso.
Quando si mise a letto, il canestro di vimini era di nuovo al suo posto. Del rito serale, restava soltanto il tiepido odore di bruciato che aleggiava leggero nella stanza. Al buio, sistemandosi il cuscino sotto il viso, Marcello avvertì qualcosa sfiorargli la guancia. Sulle prime, non vi prestò attenzione. Quando però la cosa cominciò a ripetersi ogni volta che cambiava posizione, allora accese la luce del comodino. Ad accarezzargli la guancia, era un capello di Rita. Lungo. Sottile. Castano. Quell'unico superstite se ne stava sensualmente disteso sulla stoffa bianca e sgualcita del cuscino, per accarezzarlo.
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Sabrina di Giuseppe Maresca
Il percorso era quello del mitico Rally di Montecarlo. Tra i partecipanti c'era gente molto più esperta, ma lui non era lì per fare esperienza: sapeva di poter realizzare un tempo da record ed era sicuro di potercela fare. Doveva solamente dominare l'emozione all'avvio e poi tutto sarebbe andato a posto.
- Sinistra 5 lunga
- Destra 6, 100
- 100 metri dosso dritto
- Tornante sinistro largo
La voce del navigatore gli anticipava forma e distanza delle curve. Le mani stringevano forte il volante, incrociandosi nelle curve più strette. Le dita danzavano sui pulsanti del cambio. Concentrazione e velocità di reazione era tutto ciò che serviva. L'adrenalina era a mille.
- Uomo in traiettoria! - L'urlo del navigatore colpì il suo orecchio nello stesso istante in cui la sagoma in movimento fu registrata nel suo campo visivo. Era pronto: le due informazioni confluirono nel suo cervello e furono processate per compatibilità. Coincidevano e il comando di agire fu immediato. Con un tempo di reazione da squalifica strinse la traiettoria, impostando un leggero controsterzo per tenere la macchina in linea. Per un istante i fari illuminarono il viso terrorizzato della ragazza che si era avventurata ad attraversare la strada, poi la macchina sfilò sulla destra, sfiorandone la gonna svolazzante.
Sabrina ha una gonna simile - pensò.
Era un pensiero assurdo, in mezzo alla gara, ma non fu abbastanza pronto a scacciarlo, anzi, lo cullò per qualche secondo. Era una gonna lunga che Sabrina aveva indossato al loro primo appuntamento, e l'aveva anche in quella gita alla necropoli etrusca e per non sporcarla di fango l'aveva tirata su, ben oltre le caviglie, tenendola arricciata sul grembo. Sorrise, per un attimo.
Poi si ricordò che non le aveva telefonato. Non che avesse deciso di non farlo: ci aveva pensato ma non era arrivato a una conclusione. Non c'erano problemi con Sabrina, solo che da un po' il loro rapporto aveva cessato di essere pura allegria, cento per cento improvvisazione. E Sabrina gli aveva detto che era ora che crescesse.
La strada continuava ad arrampicarsi, tornante dopo tornante. La voce del navigatore dettava il ritmo, e la sua risposta era sempre pronta, forse appena un po' automatica. Le indicazioni di gara dicevano che stava recuperando sul battistrada.
Forse un rapporto non può essere solo allegria e improvvisazione. Forse deve essere nutrito, gli si devono dare delle regole, occorre imparare a ragionare un po' in coppia. Forse era questo che Sabrina intendeva, dicendogli che doveva crescere.
Forse.
Giunse al valico e passò il checkpoint senza penalità. Ora la lunga discesa. Ricordava bene il percorso: impegnativo ma senza trabocchetti. Doveva solamente stare attento al pericolo di neve, più avanti, lungo un costone tutto esposto a nord.
Sabrina gli piaceva da morire. Non gli era mai successo così, prima di allora. Pensò che poteva perderla, e non voleva. Avrebbe dovuto telefonarle, ma non era tardi: la avrebbe vista alla fina della gara, e le avrebbe detto, serio serio, che era innamorato di lei. Sabrina l'avrebbe scrutato piegando un po' la testa e aggrottando appena i sopraccigli. Un sorriso tra canzonatorio e scettico l'avrebbe investito, ma sarebbe comunque stato il suo meraviglioso, tenero sorriso.
Affrontò la curva lunga a destra appena un po' troppo veloce, ma non ebbe difficoltà a riprendere la linea ideale anticipando il passaggio dalla terza alla seconda marcia. Il navigatore gli segnalò una serie di tre curve rapide.
- Devi crescere - gli aveva detto Sabrina. Non aveva usato un tono ostile, non stava prendendo le distanze. Era un invito, a entrare nel suo mondo, a costruire insieme il futuro.
- Neve su strada! - questa volta l'urlo del navigatore lo fece quasi sobbalzare. L'informazione visiva gli giunse con un istante di ritardo. Il suo cervello provò a comprimere i tempi di risposta ma quando la sua mano arrivò a toccare il cambio la macchina aveva già cominciato a scivolare su quello strato di nevetta che era rimasta sull'asfalto al riparo del costone nord. Toccò il guard rail perdendo l'assetto, si mise di traverso e rimbalzò violentemente contro la parete della montagna, terminando la sua corsa ruote all'aria.
Restò per qualche minuto immobile. Poi staccò le mani dal volante del videogioco e tirò un lungo sospiro: era fuori. Lasciando la sua postazione vide che la maggioranza dei partecipanti erano ancora al loro posto, concentrati sulla gara più importante dell'anno. Lui era fuori.
Si allontanò lentamente, le mani in tasca. Si sentiva vuoto, inutile. I suoi sedici anni gli sembrarono all'improvviso pochissimi, i progetti per il futuro lontanissimi. Adesso non aveva voglia di chiamare Sabrina. E comunque non avrebbe saputo ritrovare le parole che voleva dirle.