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Il senso di Hiroshige per la natura. Il Giappone sognato


Dopo tanti viaggi reali è il momento di parlare di un viaggio solo immaginato; che anzi intenzionalmente si preferisce mantenere nel limbo del possibile, senza andare ‘a vedere con gli occhi'; ma denso di fascino anch'esso, seppur di diversa grana e natura.

Forse anche perché si ha paura - in un mondo dove tutto cambia così in fretta - di trovare il paese di Sophie Coppola in ‘Lost in translation', o dei film di Takeshi Kitano, invece del mondo incantato di Kurosawa; e aprire gli occhi sulla realtà non è sempre un esercizio che fa bene al cuore. Qualcosa è bene che rimanga, da sognare; per quella evanescente ma solida motivazione espressa dal Bardo: "We are such stuff
as dreams are made on"

Un viaggio immaginario... Che poi è stato il modo di viaggiare di Salgari e di Van Gogh (ma non di Paul Gaugin che andò e ritornò, a vedere, vivere e infine a morire nell'isola dei suoi sogni).

L'estremo Oriente è stato più volte citato, su queste pagine:

- per i suoi giardini (convenzionali e  zen), la fioritura dei ciliegi (sakura) [Vedi su "O": Passeggiate per i giardini del mondo
del 13.05.07]

-  per le scorrerie dei cercatori di piante, che con le loro spedizioni hanno arricchito i giardini botanici dell'Occidente [Vedi su "O": Piante e uomini in viaggio (terza parte)
del 28.10.07]

- per la sensibilità del cinema giapponese nel rappresentare la natura e i colori dell'autunno: [Vedi su "O": Autunno: le piante e i colori (parte seconda)
 del 18.11.07]

- per lo sguardo applicato a descrivere la natura, nelle opere artistiche provenienti da quel paese [Vedi su "O": Metafore vegetali
del 21.12.08]

 

C'è allora il motivo in più, per riproporre l'argomento?

L'occasione è l'allestimento, a Roma, di una mostra dell'opera di Utagawa Hiroshige (1797-1858), uno dei principali esponenti della corrente dell'ukiyo-e, insieme a Katsushika Hokusai (1760 - 1849), Kitagawa Utamaro (1753 - 1806) e vari altri.

Uno dei modi per passare da un mondo all'altro, al semplice costo del biglietto di ingresso...

 

 

Locandina della Mostra "Hiroshige. Il maestro della natura", alla Fondazione Roma Museo, Via del Corso 137: fino al 7 giugno 2009

 

Già conoscevamo l'ukiyo-e, un genere di stampa giapponese con blocchi di legno, che raffigura in genere quartieri di piacere, soggetti teatrali e anche paesaggi. Tale movimento artistico si è affermato in Giappone tra il XVII e il XX secolo con il massimo sviluppo intorno alla metà dell''800, che si può tradurre come - ‘immagini' (e) del ‘mondo fluttuante' (ukiyo) - ‘immagini del mondo fluttuante'.

Opere generate con una tecnica e organizzazione complesse, che includevano, oltre l'artista, l'incisore su legno, l'opera dell'inchiostratore, con ripetuti passaggi positivo/negativo su varie matrici per i vari colori e sfumature di essi e, non ultimo, l'editore, che forniva il supporto economico all'intera operazione.

Una produzione che ebbe notevole successo al suo tempo; ma è anche il segno di un modo diverso di intendere e fruire l'opera d'arte: stampe tirate in numerose copie, rispetto al dipinto unico e irrepetibile dell'arte occidentale.

Si tratta peraltro di opere ormai acquisite nella nostra cultura, come la celebre ‘Grande onda' di Hokusai.

 

 

A sin. ‘Sotto l'onda, al largo di Kanagawa', dalla serie ‘Trentasei vedute del monte Fuji, di Hokusai (1830, circa); a fianco ‘Saruga, il mare di Satta' dalle ‘Trentasei vedute del monte Fuji' di Hiroshige (1858)

 

In entrambe le opere sopra riportate è presente sullo sfondo il monte Fuji, luogo simbolico e sacro dell'immaginario giapponese, su cui torneremo...

Nelle due immagini si possono rilevare elementi di una differente rappresentazione della natura: in Hiroshige la natura e il paesaggio permangono sereni, anche al variare degli elementi compositivi (la neve di sera, la pioggia, lo stesso mare agitato); Hokusai è per i contrasti, ‘drammatizza' maggiormente la composizione: già la schiuma della sua ‘onda' è minacciosa, ‘a ghermire'.

 

 

La natura secondo Hiroshige: ‘Ciliegi in piena fioritura a Arashiyama'. L'incanto della fioritura dei ciliegi attrae non solo i visitatori venuti apposta, ma anche la gente del luogo e uno dei due taglialegna che spingono la zattera di tronchi sul fiume: quello con la casacca rossa alza la testa per guardare la pioggia di petali rosa

 

  

La natura secondo Hiroshige: ‘La luna vista attraverso le foglie d'acero' dalla serie ‘Ventotto vedute della luna'. Recita la poesia allegata: "Non sopporto che le foglie d'autunno / cadano sul verde muschio / né che il gelido vento di sera / avvolga il cielo"

 

Ukiyo. A parte l'idea e il fascino delle parole - ‘il mondo fluttuante' - che galleggiano e si sciolgono in bocca e sommamente intrigano la nostra sensibilità occidentale, attratta dall'inconsueto e dall'esotico, il movimento artistico fu rivoluzionario per l'epoca, rompendo con la severa tradizione del medioevo nipponico e coincise con la cauta e riluttante apertura ai commerci con l'Occidente (apertura ‘forzata del porto di Edo, attuale  Tokyo, alle navi occidentali, nel 1853).

A quel tempo un movimento giovanile, impetuoso fiorì nelle città di Edo (oggi Tokyo), Osaka e Kyoto: espressione della borghesia mercantile e celebrazione della gioia di vivere e dell'effimero. Non a caso la parola ‘ukiyo' é anche un'allusione ironica al termine assonante ‘mondo della sofferenza' di matrice buddista. Vi si associavano una  trasgressione ai valori militari e feudali, una resa alle seduzioni di un nuovo modo di vivere, la coscienza profonda della transitorietà della vita e delle cose...

L'ukiyo-e raffigurò inizialmente scene di vita nei quartieri del piacere di Edo, cortigiane e personaggi del teatro ‘No'; solo in seguito giunse a rappresentare i paesaggi, dopo il grande successo delle "Trentasei vedute del Monte Fuji" di Hokusai (iniziate nel 1829 e completate intorno al 1833-'34). Tale interesse andava di pari passo con l'affermarsi di migliorate condizioni economiche, con la borghesia che riscopriva il piacere dei viaggi e le stampe, come cartoline, da portare come ricordo.

 

  

Hiroshige: ‘Fiori e piante delle quattro stagioni'. Il ruscello divide le piante della primavera e dell'estate (in Giappone!): il ciliegio, la licnide, le camelie e le peonie, da quelle dell'autunno e dell'inverno: i garofani, le ortensie, l'achillea, i crisantemi e l'acero

 

Hokusai (prima) e Hiroshige, seppur con espressioni e temperamento diversi raffigurarono la natura secondo il modo di sentire tipicamente giapponese derivato dallo Shintoismo, infiltrato dal sentimento del "divino" immanente in ogni pianta, animale o elemento del paesaggio. Insieme, l'apprezzamento dell´effimera gioia di contemplare un momento di bellezza nella sua interezza, vissuto come unico, irrepetibile.

Nelle stampe, il paesaggio e insieme gli alberi, gli animali e le figure umane, testimoniano una concezione religiosa unitaria dell'uomo e della natura; è la tradizione più profonda del Giappone, mirante a conservare l'uomo in perfetto equilibrio e rapporto con l'universo di cui è parte, non padrone.

 

 

La natura rappresentata da Hiroshige: ‘Convolvoli', ‘Peonie rosse' e  ‘Canarino selvatico su un palo in uno stagno con iris'

 

In aperta competizione, forse solo commerciale, con Hokusai, Hiroshige produsse trentasei ed altre trentasei vedute del Monte Fuji, addirittura con lo stesso titolo. Al link:

http://www.hiroshige.org.uk/hiroshige/36_views_fuji_1858/fuji_1858.htm

 

  

Hiroshige: ‘Soshu. La spiaggia di Shishirinohama a Kamakura' (1855). Interamente stampata in blu (v. sotto), che fa risaltare il biancore delle onde, delle vele e del monte Fuji, illuminati da una luna fuori campo

 

L'introduzione (dal 1829) del blu di Prussia, nuovo pigmento sintetico importato dall'Olanda, nell'inchiostratura delle stampe ukiyo-e, rappresentò un definito vantaggio - e fornì un fascino aggiuntivo - rispetto ai precedenti colori ricavati da essenze vegetali, che si degradavano col passare del tempo e viravano verso una tonalità brunastra.

Un'altra innovazione tecnica delle stampe fu la occasionale  sovrapposizione alle immagini di un breve componimento poetico, che contribuiva all'atmosfera del quadro.

 

Le ricorrenti immagini del Monte Fuji mi hanno immediatamente riportato - come immagino sia successo alla Mostra a tutti gli appassionati di quel genere letterario negletto che è la science fiction (sf) o fantasy, o letteratura di anticipazione - ad un racconto, non a caso premio Hugo della fantascienza nel 1986: "24 vedute del Monte Fuji, da Hokusai" di Roger Zelanzy, un bell'esempio di letteratura che prende le mosse da un dipinto - o da una serie di dipinti - come altri ce ne sono stati. 

 

 

Hokusai: ‘Il monte Fuji da Owari'; dalla serie '36 vedute del monte Fuji'

 

Il viaggio solitario, a piedi, di una donna, nel Giappone contemporaneo (alla pubblicazione del racconto - Ndr), con i modi e i tempi del viaggio di pellegrini d'altri tempi - "Pellegrini... Mi vengono in mente i vagabondaggi di Matsuo Basho, il quale diceva che noi tutti siamo viaggiatori, in ogni momento della no­stra vita" - Con un incipit enigmatico, che si andrà chiarendo man mano che si prosegue nella lettura, come un paesaggio di nebbie sulle pendici del Monte Fuji: 

 

"...1. Il monte Fuji, da Owari

Kit è vivo, anche se è sepolto non lontano da qui; e io sono morta, anche se osservo le nuvole tinte di rosa dall'ultima luce del giorno, die­tro la montagna lontana, e un albero in primo piano che fornisce il giu­sto contrasto. Il vecchio costruttore di botti è polvere, ora, e così la sua botte, direi. Kit diceva di amarmi e anch'io dicevo di amarlo. Entrambi dicevamo la verità, ma l'amore può essere molte cose. Può essere uno strumento di aggressione o la manifestazione di una malattia.

Il mio nome è Mari. Non so se la mia vita si adatterà perfettamente alle forme che incontrerò in questo pellegrinaggio, né se lo farà la mor­te. Non che la perfezione mi si addica, d'altra parte. E quindi posso co­minciare da qualunque punto: un qualsiasi punto di partenza, come per la circonferenza di quella botte scomparsa, dovrebbe condurre sempre allo stesso punto. (...) Sono venuta per uccidere. Porto la morte nascosta, da gettare contro la vita segreta. Entrambe sono intollerabili: le ho sop­pesate, ma io, Mari, sono qui, e seguo i passi magici. Ogni momento è completo, anche se porta con sé il proprio passato. (...)"

[Titolo originale: "24 Views of Mt. Fuji, by Hokusai" by Roger Zelazny (1985)]

 

La narrazione segue il viaggio/pellegrinaggio che Mari compie attraverso una parte precisa del Giappone, nei luoghi stessi dove furono prese le vedute del monte Fuji, riprodotte in ventiquattro (delle trentasei) tavole di Hokusai.

Il viaggio ha un doppio valore per la donna, conscia del pericolo che il marito rappresenta ed impossibilitata a sfuggire al suo richiamo: da un lato un ritorno sui luoghi in cui è vissuta felice con l'uomo, ormai morto fisicamente; dall'altro un processo di avvicinamento alla nuova entità di Kit, che si è traslato mentalmente nella rete informatica e che la vuole unita a sé.

Ma è anche un viaggio nelle differenze tra le due culture, la occidentale e la orientale; tra le ragioni della tradizione e del nuovo che avanza; tra le pulsioni razionali e quelle emotive.

 

 

Hokusai: ‘Il colle di Inume nella provincia di Kai' [Le '24 vedute del monte Fuji da Hokusai', del romanzo breve di R. Zelazny si possono trovare raccolte nell'ordine, insieme a brevi estratti del testo, al sito: http://www.stmoroky.com/reviews/gallery/hokusai/24views.htm].

 

Così uno scrittore - Roger Zelazny - è stato affascinato dal Giappone.

Ma per tornare ad Hiroshige, una delle sorprese della Mostra é segnalare il profondo fascino che il modo giapponese di rappresentare la natura ha prodotto sulle avanguardie artistiche occidentali: il cosiddetto Japonisme, che influenzò Vincent Van Gogh (1853 - 1890) e il movimento impressionista nella Francia della metà dell'ottocento: Manet, Degas, Monet, Renoir, ma anche Klimt ed altri.

Gli aspetti che si imposero alla sensibilità degli artisti occidentali furono alcuni elementi compositivi, soprattutto l'evidenza di una figura in primo piano che cattura alla visione dell'osservatore, e ne convoglia poi l'attenzione verso la scena in secondo piano; la quasi assenza di chiaroscuro, l'estrema leggerezza del tratto.

Ma l'influsso del Japonisme determinò anche negli impressionisti una maggiore sensibilità agli aspetti del dipingere ‘en plein air' e alle variazioni che le stagioni e la luce delle diverse ore del giorno producono su uno stesso soggetto (come nelle numerose versioni della Cattedrale di Rouen o delle ‘Ninfee' di Claude Monet)

 

Secondo molti critici dell'arte ‘le Japonisme' fu in gran parte una moda e come tale mitizzato e sopravvalutato.

Van Gogh sopra tutti ne fu affascinato, e quando riuscì a procurarsi delle stampe di Hiroshige si mise a riprodurle per esercizio; scrive infatti Van Gogh da Arles, al fratello Theo: - "Qui mi sento in Giappone; invidio ai giapponesi l'estrema nettezza che tutto ha di loro; compongono una figura con pochi tratti essenziali, con la stessa semplicità con cui uno si abbottona un gilet" - E ancora: "Le Japonais dessine vite, très vite, comme un éclair, c'est que ses nerfs son plus fins, son sentiment plus simple" - "...la vraie religion que nous enseignent ces Japonais si simples et qui vivent dans la nature comme si eux mêmes étaient des fleurs". 

Critici a parte, sembra improbabile che una persona come Van Gogh, con la sua sensibilità esasperata, arrivi ad avere parole di tale ammirazione e ad impiegare il suo tempo su delle stampe giapponesi se non perché ha intuito in quelle rappresentazioni qualcosa di potente, una contiguità con l'essenza delle cose; la stessa verità oltre l'apparenza, che lui stesso va ricercando.

 

 

Hiroshige: ‘Giardino di susini a Kameido' della serie ‘Cento vedute di luoghi celebri di Edo' (1857). Una caratteristica ‘inquadratura' con i rami in primo piano e il giardino e le figure umane sullo sfondo

 

  

Vincent Van Gogh: ‘Le prunier en fleurs (d'après Hiroshige)', 1887 - Olio su tela; Van Gogh Museum, Amsterdam

 

 

Hiroshige: ‘Acquazzone ad Atake', dalla serie: ‘Cento vedute di luoghi celebri di Edo' (1857). Una delle sue vedute più famose, dove si conferma maestro dell''effetto pioggia'

 

 

Vincent Van Gogh: ‘Un pont sous la pluie (d'après Hiroshige)' (1887) - Olio su tela; Van Gogh Museum, Amsterdam

 

Per assoluta contiguità con il tema trattato non si può non ricordare un film del regista giapponese Akira Kurosawa (1910 - 1998), autore di capolavori come ‘Rashomon' (1950), ‘I sette samurai' (1954), ‘Dersu Uzala' (1975), ‘Ran' (1985), per citarne solo alcuni.

Kurosawa diresse nel 1990, in età già avanzata, il suo 29° film: ‘Sogni' (Yume), con il sostegno economico, attoriale e di effetti speciali dei suoi estimatori americani; praticamente il gotha di Hollywood: Steven Spielberg, George Lucas, Francis F. Coppola e Martin Scorsese. Degli otto episodi che compongono il film alcuni sono memorabili: ma vorremmo limitarci solo a due di essi...

 

  

La locandina del film ‘Sogni' di Akira Kurosawa (1990). Il bambino in mezzo al prato fiorito del manifesto del film è andato a chiedere scusa alle volpi, che hanno la loro casa ai piedi dell'arcobaleno.

 

 

Akira Kurosawa, in episodi diversi dello stesso film, evoca le volpi di Hiroshige (v. in seguito) e i corvi nel campo di grano di Van Gogh. Qui, e in altri casi, è evidente come non si possano comprendere appieno le opere degli artisti, il senso del cinema di culture lontane, senza tener conto degli influssi sulla loro formazione dei miti e leggende della loro terra, delle opere pittoriche; l'immaginario visivo delle stampe dell'ukiyo-e, nel caso degli artisti giapponesi.

 

Il primo episodio del film, ‘Raggi di sole nella pioggia', si richiama ad un'antica tradizione popolare. Quando piove col sole, in Giappone si dice che c'è ‘Kitsune no Yomeiri' - il Matrimonio della Volpe; cioè da qualche parte si stanno celebrando le nozze tra due volpi. Se veder piovere col sole è qualcosa di magico, che porta fortuna, non così assistere alla cerimonia nuziale delle Kitsune, che è considerato motivo di sventura.

Nel film un bambino, che casualmente ha osservato nella foresta il corteo del Matrimonio delle Volpi, viene aspramente redarguito dalla madre che lo obbliga ad andare a chiedere scusa alle volpi, la cui casa è ‘ai piedi dell'arcobaleno'.

Ma come è possibile che questa storia delle volpi mi sia tornata in mente come uno dei miei ricordi d'infanzia? Lo diceva sempre anche mia madre, quando pioveva con il sole: "Adesso si sposa la volpe..." Misteri dei miti e delle tradizioni popolari!

 

In Giappone la leggenda del santuario di Õji racconta ancora come nella notte di Capodanno tutte le volpi bianche dei dintorni si radunino sotto un olmo bianco. Qui rilasciano con il loro respiro delle fiamme, che vengono interpretate dai contadini come presagi del raccolto del nuovo anno.

 

 

Hiroshige: ‘Fuochi delle volpi nella notte di Capodanno all'olmo bianco di Õji', dalla serie ‘Cento vedute di luoghi celebri di Edo'. L'unica incursione di Hiroshige nel campo del fantastico.

 

Nel quinto episodio ‘Corvi' un giovane pittore giapponese ammira in un museo alcuni celebri quadri di Van Gogh e d'incanto si ritrova in uno di essi, alla ricerca del pittore appena dimesso dal manicomio. Il giovane comincia a cercarlo per i campi e si ritrova a camminare nelle immagini e nei colori dei suoi quadri, finché lo scorge sul sentiero che conduce all'interno di un campo di grano: un Martin Scorsese con la barba, in una sua rara apparizione da attore - Ndr.

 

 

Tre sequenze dal quinto episodio ‘Corvi', in ‘Sogni' di Akira Kurosawa

 

 

Vincent Van Gogh: ‘Champ de blé aux corbeaux' - Campo di grano con corvi. Olio su tela del 1890; uno dei suoi ultimi dipinti, conservato al Van Gogh Museum di Amsterdam. Una strada che non porta da nessuna parte, tra le spighe gialle come illuminate dall'interno, non certo dal cielo cupo

 

Ancora una volta torna il monte Fuji in una recente storia di Amélie Nothomb, giovane e molto prolifica autrice, già con un suo seguito di estimatori e detrattori.

Qui ci interessa per la sua infanzia in Giappone, figlia di un diplomatico belga, con una tata giapponese che le raccontava le leggende del suo popolo.

E in Giappone Amélie ritorna, con alcuni libri come in questo, per raccontare la storia di un amore - lei belga, di lingua francese; lui, Rinri, giovane giapponese che vuole imparare la sua lingua.

Oltre a buffi approcci/bisticci linguistici, illuminanti riguardo alle differenze culturali, racconta la storia di una ascensione ‘in solitario' su una montagna, che inizia in modo gioioso e poco manca che si trasformi in una trappola mortale, per il sopraggiungere di una tempesta di neve.

 

 

Frontespizio del libro di Amélie Nothomb: ‘Né di Eva né di Adamo'.

 

"A un'ora e mezza da Tokyo scesi: in un villaggio in fondo a una vallata da dove cominciava l'ascesa verso il poco noto Komotori Yama. Una montagna di meno di duemila metri che, per una prima escursione da sola sulla neve, mi era parsa un'impresa ragionevole. Sulla cartina la passeggiata prometteva una vista impareggiabile sul monte Fuji, divenuto mio amico.

L'altro mio criterio di scelta fu il nome: Komotori Yama significa ‘La montagna della nuvola e dell'uccello'. (...) Non si dirà mai abbastanza quanto il Giappone sia un paese montagnoso. I due terzi del territorio sono praticamente inabitati per questa ragione. "

 

Dopo essere incappata in una bufera di neve e aver perso l'orientamento, la ragazza ripara in una baita isolata dove trova una stufa accesa. E anche noi facciamo la conoscenza del kotatsu...

 

"All'interno non c'era niente e nessuno. Il pavimento, le pareti e il soffitto erano di legno. Per terra una vecchia coperta nascondeva un kotatsu: sgranai gli occhi alla vista di un lusso del genere e lanciai un grido di gioia e di stupore, scoprendo che la stufa era bollente. Bisanzio!

Il kotatsu rappresenta uno stile di vita, più che una forma di riscaldamento: nelle case tradizionali, un buco quadrato occupa un vasto angolo del soggiorno e, al centro di quella cavità, risiede la stufa di metallo. Ci si siede a terra, con le gambe penzoloni nella piscina piena di calore, e si protegge quel bacino di aria torrida con una enorme coperta.

Ho conosciuto giapponesi che dicevano peste e corna del kotatsu: "Si passa tutto l'inverno in trappola sotto quella trapunta, si è prigionieri di quel buco e della presenza di altri, si è costretti a subire la banalità delle tiritere dei vecchi" .."

 

Dopo una notte insonne, in cui ha rischiato di gelare e poi di ustionarsi, e una mattina in cui dispera di ritrovare la strada, in mezzo alla neve, giunge infine ad orientarsi quando, allo stremo delle forze supera un crinale e...

 

"Il monte Fuji è là, davanti a me. Cado in ginocchio. Nessuno sa quant'è grande. Ho trovato il posto dal quale lo si vede per intero. Urlo, piango, sei immenso, tu che mi annunci la vita! Quanto sei bello!

[Amélie Nothomb: ‘Né di Eva né di Adamo'; 2007, Voland ed.]

 

Fine del viaggio anche per noi. Molto abbiamo viaggiato: nel tempo, nello spazio e nella fantasia, malgrado l'immobilità apparente.

Davvero non saprei dire se questi viaggi, rispetto a quelli reali, siano meno o più interessanti. Più probabilmente si alimentano a vicenda, in un miscuglio inestricabile; nel senso di munire di più fantasia i viaggi reali e di dare una parvenza di solidità a quelli immaginari.

Ma d'altronde lo diceva anche Bashõ ...che "che siamo tutti viaggiatori, in ogni momento della no­stra vita".

La danza dei fiori. Leggerezza

 


"La leggerezza per me si associa con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l'abbandono al caso. Paul Valéry ha detto: Il faut être léger comme l'oiseau, et non comme la plume"

 

 

(Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio. 1. Leggerezza - Milano, Oscar Mondadori, 1993)

 

 

Questi Momix! Devono avere Roma in particolare antipatia perché centellinano le loro apparizioni nella capitale, mentre più facilmente si concedono altrove, in giro per l'Italia. Li ho seguiti - attraverso Internet - da Bologna, per la ‘prima' italiana di ‘Bothanica', il loro spettacolo più recente, a Torino, infine a Rimini, il 27 e il 28 marzo.

E' stato allora che ho pensato: Fermi là! - prima che ripartissero per ancora più lontano: per Messina il 7 e l'8 di aprile e poi per New York, addirittura...

Rimini è lontanissima da Roma. Meno male che ho degli amici a Cervia, che è lì nei pressi, e mi farà piacere incontrarli; così associo le due cose.

Prendo la borsa - macchina fotografica e taccuino per gli appunti - e parto...

 

I Momix sono un gruppo di danza moderna - coordinati da un leader-guru, Moses Pendleton - attivi fin dagli anni '80, in USA originariamente. Nel corso degli anni la formazione e il numero degli interpreti hanno subito diversi mutamenti, anche per fattori fisiologici; ma il fascino che trasmettono attraverso i loro spettacoli è rimasto immutato.

I Momix fanno un teatro-danza che utilizza il corpo umano, costumi e attrezzi, giochi di luci e ombre, in una originale combinazione che evoca un mondo di immagini surreali.

Ricordo di averli visti per la prima volta una quindicina di anni fa; ma sono come una droga: si torna a vederli ancora e ancora, dopo una prima folgorazione, nei diversi spettacoli che portano in giro per il mondo...

 

  

La locandina dell'ultimo spettacolo dei Momix: ‘Bothanica', strutturato come un'opera sinfonica in quattro stagioni e due tempi

 

  



Alcune immagini di scena dagli spettacoli dei Momix: ‘Corolla', da ‘Opus Cactus' (sopra) e ‘Il risveglio della primavera, da ‘Bothanica'

 

Mi sembra che uno degli aspetti di fascino del teatro-danza dei Momix consista nel tentativo di superare la forza di gravità cui tutti i corpi terrestri sono assoggettati; ma non questi danzatori, apparentemente.

L'altra assunto della fisica che sembra negato è che il movimento, il sollevamento, lo spostamento in genere, richiedano sforzo e fatica; neanche questi si avvertono, durante lo spettacolo.

Infine la instabilità, le metamorfosi che hanno luogo sulla scena. E' una variazione continua delle forme, per cui ogni cosa cambia e si trasforma in qualcosa di altro, suscitando sospensione del giudizio, attesa, e infine la sorpresa in chi assiste.

 

 

Altre immagini da uno spettacolo dei Momix: effetti speciali ottenuti con la luce di Wood (black light), che rende fluorescente il colore bianco.

 

La luce e i colori, insieme alla musica, si combinano per ricreare immagini fantastiche e oniriche; una sorta di base emotiva alla scena cui si assiste con gli occhi. Proprio all'inizio della sua carriera artistica, quando ancora militava con l'ensemble "Pilobolus Dance Theatre" Pendleton collaborò con Frank Zappa e apriva i concerti del suo gruppo ‘Mother of invention'.

Ogni volta si tratta di uno spettacolo ‘concept', legato da un filo comune; sia esso la vita nel deserto, le magie della luce lunare, o il mondo della natura, come in quest'ultimo ‘Bothanica'.

 

 

Qualche locandina di altri spettacoli dei Momix, nel corso degli anni

 

Una associazione che viene quasi immediata quando - come per l'universo Momix - si considerino l'originalità di espressione e le coreografie della danza, è il classico ‘Fantasia' di Walt Disney. D'altra parte lo stesso Pendleton ha ammesso di esserne stato influenzato ai suoi inizi. 

Il film di Disney fu una scommessa a più livelli - per l'epoca (1940!), ma anche in assoluto - non solo per l'associazione tra il suono e le immagini (far vedere i suoni... far sentire le immagini...), ma anche per aver messo in scena animazioni di creature improbabili come ballerini, animali o vegetali...

  

 

La danza dei funghetti e dei cardi e delle orchidee (con musiche dallo ‘Schiaccianoci' - ‘The Nutcracker' di Ciajkovskij); la danza degli ippopotami, degli struzzi e dei coccodrilli (sulle note della ‘Danza delle ore' di Amilcare Ponchielli)

 

Nessun riferimento è più pertinente con la danza dei Momix che una storia di science fiction, di quelle che piacciono a me... Un romanzo breve vincitore del premio Hugo nel 1978 (una specie di Oscar della sf - Ndr.). Titolo: Stardance, di Spider e Jeanne Robinson [lo scrittore è Spider, ma la moglie Jeanne, danzatrice, coreografa e insegnante di danza, vi ha collaborato con una sua visione ‘dall'interno' nel campo specifico - Ndr]. Stardance, oltre che una serie di successo è poi diventato anche il progetto di un film e un'idea di movimento a gravità 0, seriamente presa in considerazione dalla NASA. L'uscita del libro e l'inizio dell'attività dei Momix sono più o meno contemporanei; credo che tra i due eventi ci siano dei collegamenti...

 

Stardance é la storia di Shara Drummond, una danzatrice eccezionalmente dotata, ma con un corpo che non è esattamente quello di una ballerina.

Assistiamo alla scena in cui la sorella Norrey, ballerina affermata e insegnante di danza, la presenta all'operatore video, io-narrante della vicenda.

- Mio Dio, Norrey, ma... E' colossale..! 

- Si. Il secondo marito di mia madre era un giocatore di football americano - disse Norrey in tono malinconico ...E' spaventosamente brava!

- Se é brava, è spaventoso davvero. Povera ragazza..."

Con  questo handicap da fronteggiare e con una volontà (tutta americana) di danzare malgrado questo, Shara prova, insiste nella danza solista mentre l'operatore (che nel frattempo si è senza speranza innamorato di lei) riprende i suoi lavori.

Danza, Shara, pezzi che intitola: "Gravità è un verbo" e "Massa è un verbo", dove ‘verbo' sta per ‘legame', ‘costrizione' cui non è possibile sfuggire. Ma sono esperimenti sterili, che non hanno alcun successo di pubblico, e il sodalizio si interrompe.

Qualche tempo dopo Shara ricompare con un'idea completamente nuova. Si trasferirà per le sue danze in una stazione spaziale in orbita intorno alla terra, ad una gravità ottenuta artificialmente mediante la rotazione dell'enorme anello. Riprende con sé l'operatore e iniziano una nuova avventura.

Insieme mettono in scena, in un grande hangar a 1/6 della gravità terrestre, un'opera intitolata "Leggerezza"; ma è solo la preparazione al lavoro successivo: "Stardance", una danza in assenza completa di gravità. Per questo ambiente Shara impara a padroneggiare le cavigliere e i bracciali che le consentiranno di muoversi e danzare nello spazio esterno, in una tuta d'argento.

Poi - come spesso succede nelle storie di fs - l'orizzonte e il tema si allargano, e ritroviamo nel finale Shara a danzare nello spazio per trasmettere l'essenza della razza umana, la sua capacità di concepire la ‘Bellezza', ad una razza di Alieni.. Nello spazio danza, Shara, per noi e per loro, "Stardance", la sua ultima danza...

  

 

La copertina del libro di Spider e Jeanne Robinson, del 1978 (in Italia il racconto è stato presentato in una antologia: ‘I premi Hugo 1976-1983'; Editrice Nord, 1984)

 

Queste le impressioni e i richiami a proposito dello spettacolo dei Momix.

Ma le coincidenze proposte dal caso sono infinite e imprevedibili; oppure sarà che quando si ha un'idea, si cercano - o passano per la testa in modo quasi automatico - tutte le assonanze con essa.

Fatto sta che la mattina seguente, in giro per la cittadina di Cervia con gli amici, si scopre una fontana molto particolare, ideata da Tonino Guerra - già sceneggiatore-amico di Andrej Tarkovskij, di Fellini e molti altri - uomo di molteplici attività, cultore della terra e delle tradizioni di questi luoghi, di cui è nativo (Santarcangelo di Romagna - 1920).

 

 

Una immagine de ‘Il tappeto sospeso': la fontana ideata da Tonino Guerra e realizzata da Marco Bravura, collocata nella zona attigua agli antichi magazzini del sale, in Cervia (RA); qui appena posta in opera, nel 1997 

 

L'opera dà un'idea di sospensione e leggerezza; come se fossero appunto i cumuli di sale a tenerla ferma, ancorata ad impedirle di volare...

 

 

Tappeto sospeso con scritta - Una più recente sistemazione della fontana

 

Ma le sorprese della serendipità non finiscono qui. Bighellonando sul piazzale adiacente alla fontana, lungo i vecchi magazzini del sale - la principale attività del posto nel passato erano le saline -  si trova per caso una Mostra che fa al caso nostro.

 

  

‘I giardini del vento' ; locandina della mostra di Alejandro Guzzetti a Cervia

 

Si tratta dell'allestimento in un grande capannone - i vecchi magazzini del sale, per l'appunto - della mostra di un artista argentino, Alejandro Guzzetti, che ha come tema il vento.

Il rovello di Alejandro è il vento: si sa che l'Argentina è la patria del vento... Così scrive nella presentazione dei suoi lavori:

 

"Il vento è una forza invisibile, inafferrabile... Fugge.

Non ha forma propria, dimensione, odore...

E' un elemento difficile da definire, impossibile da ignorare.

Senza oggetti lungo il suo percorso,

sembra non possedere alcun suono.

Tolto il vento, tutto è fermo ed il silenzio sovrasta lo spazio,

mettendo fine a quest'arte in quanto tale.

 

E così descrive le sue creazioni:

 

Strumenti semplici - concepiti come stravaganti segnavento (... ) -

costruiti con bambù, conchiglie, legno e altri materiali naturali, per dare al vento una voce in più; (...) ...rimane la terra il loro sostegno ed il vento la loro anima.

(...) Di questo paesaggio sonoro sono il responsabile della forma,

ma è la natura a suonarlo..."

 

 

‘I giardini del vento', la mostra di Alejandro Guzzetti dal 28 marzo al 13 aprile 2009 presso gli Antichi Magazzini del Sale, a Cervia (RA). Anche al sito http://www.turismo.comunecervia.it/

 

E ancora coincidenze... Da chi può essere mai patrocinata, questa mostra sul vento, se non dall'associazione degli aquilonisti di Cervia, il ‘Club Cervia Volante'?

Una sequenza così serrata di casualità nella scrittura non è ammessa, si sa; ma nella realtà accade. Noi la registriamo come cronisti.

 

Esiste nella cittadina romagnola un forte interesse per gli aquiloni e il luogo sembra ventoso al punto giusto per promuoverlo e per esercitarsi.

Non è vero che gli aquiloni siano un passatempo per gente che non ha niente da fare (...Fannulloni ...fannulloni!); in Oriente, dove di leggerezza un po' si intendono, è un'attività presa molto sul serio...

Gli aquiloni sono molto diffusi in Sri-Lanka, dove c'è una ‘stagione del vento' in cui tutti, adulti e bambini, si danno un  gran da fare con qualunque arnese in grado di volare legato ad un filo, e il cielo si riempie di colori. Anche in India ci sono dei ‘Festival' dedicati agli aquiloni; sicuramente ce n'è uno a Jaipur, in Rajasthan. Ma non si sapeva molto, qui da noi, di battaglie con gli aquiloni; dei fili trattati con polvere abrasiva, per tagliare i fili degli avversari; almeno fino al grande successo de ‘Il cacciatore di aquiloni' di Khaled Hosseini ((Ed. Piemme, 2004). Il romanzo - poi anche un film di Marc Forster, 2007 - ha un inizio molto suggestivo: un occhio sul mondo dei bambini che giocano e combattono con gli aquiloni, in un luogo molto lontano e diverso, per noi, come l'Afghanistan.

Ma anche qui da noi ci sono esibizioni, raduni e perfino dei festival internazionali, per chi vuole partecipare, la stagione del vento è appena all'inizio!

 

 

 

Scene dal film "Vuoti a rendere" (regia di Jan Sveràk, 2007), recentemente programmato nelle sale romane

 

Da un'associazione all'altra - sempre pensieri portati dal vento - viene in mente la mongolfiera del film ceko "Vuoti a rendere", in questi giorni nelle sale romane, in cui è affrontato con molta grazia il tema della leggerezza del vivere una stagione ingrata: il diventar vecchi.

 

Certo, non sono rose e fiori...

 

 


 

...Ma malgrado tutto, vorrei accomiatarmi così:

 

 

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