Home » Rivista "O" » Omeriche Visioni gennaio 2009

Il tempo del crimine: Countdown



Un buon anno a tutti gli appassionati di fiction. E non solo. Mi piace iniziare l'anno raccontandovi dell'esordio di un interessante prodotto narrativo. Si tratta di Countdown (in originale "Cuenta Atràs") telefilm spagnolo che ha debuttato mercoledì scorso su Fox.
La fiction è incentrata sulle indagini di cinque agenti della Settima Unità della polizia giudiziaria spagnola, specializzata in casi che per la loro estrema gravità devono essere risolti entro una scadenza. Per tutta la durata del telefilm un orologio batte inesorabilmente le ore e i minuti che passano.
Protagonista della serie spagnola è Corso, interpretato da Dani Martin, apparso in "Hospital Center" e leader del gruppo musicale "El canto del loco". Il personaggio, impulsivo e temerario, è spesso tormentato dal suo passato che, al tempo stesso, gli dà la carica per affrontare al meglio il suo lavoro. A compensare l'impulsività di Corso c'è il suo collega e migliore amico Mario Arteta (Alex Gonzalez) riflessivo e metodico sul lavoro, timido e introverso nella vita. Leonor Marin (Barbara Lennie), soprannominata Leo, è un'altra componente della squadra. Una donna decisa, ottima poliziotta, onesta e amante della giustizia, in passato ha avuto una breve storia con Corso. Rocio Oleguer (Teresa Hurtado de Ory)  è un'altra agente: la sua capacità di comunicare la rende perfetta nelle negoziazioni. Infine, troviamo Juan Molina, il veterano della squadra, che mette la sua esperienza al servizio di Corso e dei compagni. Tutti i personaggi sono raccontati in modo attento e dettagliato; ognuno ha la sua storia e nulla viene lasciato al caso.
L'originalità della serie è rappresentata proprio dalla sua modalità narrativa. Infatti, ogni puntata parte dalla conclusione dell'inchiesta o da un loro punto di svolta per poi condurre lo spettatore indietro nel tempo e seguire passo dopo passo le indagini degli investigatori. Il tempo non offre solo il ritmo della narrazione ma appare necessario per comprendere le storie. Una tecnica narrativa che si ritrova in un altro telefilm, ormai classico, 24 con Kiefer Sutherland. In questo caso, la narrazione è suddivisa in ventiquattro puntate da 45 minuti ciascuna - che diventano 60 con gli spazi pubblicitari - ognuna delle quali copre un'ora della giornata. In questa serie l'uso del tempo è spinto all'estremo: l'intervallo dell'azione è spesso scandito da un orologio digitale che appare sullo schermo. Altra particolarità tecnica del telefilm è la suddivisione dello schermo in vari riquadri per seguire la contemporaneità di molteplici piani narrativi, fino a confluire su quello principale. Inoltre, ogni giorno della vita di Jack Bauer presenta più sottotrame, che hanno inizio e si dipanano quando quella che sembrava la trama principale va a esaurirsi.
In un panorama televisivo costellato da serie americane o fiction "made in Italy" appare intrigante ritrovare un crime fiction che si svolge in un'altra realtà. La serie, poi, è caratterizzata da una spettacolare scenografia, con numerose scene che si svolgono in esterna, con inseguimenti ed effetti speciali.
I dialoghi e le relazioni personali dei membri delle unità di polizia danno alla serie un ritmo veloce, offrendo un racconto forte ed intenso che, senza dubbio, sarà in grado di appassionare e coinvolgere anche il pubblico italiano.

La guerra non č mai finita: un cartone israeliano



Non è un caso, non è una coincidenza. Alla domanda sull'attualità del suo film, uscito allo scoppio di una nuova guerra tra israeliani e palestinesi, questa volta nella striscia di Gaza,  Ari Folman, regista del bellissimo film d'animazione Valzer con Bashir, ha risposto al tg2 non senza amaro sarcasmo: "Non sono stupito: ero sicuro che i nostri governanti, per quanto sono illuminati, avrebbero scatenato un'altra guerra".
È davvero sorprendente questo film documentario d'animazione già apprezzato a Cannes e in gara per l'Oscar: bellissimo nella realizzazione, raggelante per la forza delle immagini di morte e guerra, lirico in alcuni momenti e molto radicale e critico nel contenuto. Folman, dopo vent'anni, cerca di ricostruire la sua partecipazione alla guerra in Libano quando era poco più che diciottenne: intervista vecchi commilitoni, amici, giornalisti, psicologi e militari. Nelle sue amnesie post-traumatiche si fa strada il dubbio che sia stato testimone del massacro del campo profughi palestinese di Sabra e Chatila, quando era impiegato a Beirut. Questa ricerca del tempo perduto si accresce dei ricordi e delle testimonianze, spesso miste al sogno e alla fantasia, degli scherzi della memoria e dal senso di colpa. A un certo punto gli incubi ricorrenti e le immagini pop anni ottanta si cristallizzano e Folman riesce a ricordare tutto distintamente, i morti, la distruzione e soprattutto l'indifferenza colpevole dell'esercito israeliano nei confronti della rappresaglia delle Falangi cristiano-maronite, dopo la morte del loro leader Bashir Gemayel. Valzer con Bashir, oltre a riprendere tutto l'immaginario cinematografico della guerra con i richiami e le citazioni, è un film che fa i conti con la follia della guerra stessa e critica la politica israeliana che non è cambiata in questi vent'anni. E non solamente gli ultimi vent'anni: "Guerra dei sei giorni" nel 1967 per andare indietro nel tempo, oppure intervento in Libano di Israele contro Hezbollah solo due anni fa. Le immagini delle guerre si confondono perché tutte le guerre sono uguali, tutti i morti si assomigliano (in questo il film di Folman è illuminante). La politica militarista israeliana non conosce soluzioni di discontinuità, ma anzi è coerente nella sua filosofia di aggressione bellica spesso finalizzata a obbiettivi meramente elettorali o d'immagine. In Israele si susseguono generazioni di ragazzi che vengono costretti alla loro guerra, scaraventati giovanissimi in realtà che non conoscono e per motivi che sfuggono alla comprensione: ogni generazione ha la sua guerra, non si sfugge. Da più di due settimane assistiamo al bombardamento della striscia di Gaza da parte dell'esercito israeliano che ora ha invaso anche quel territorio. Il conto dei morti cresce soprattutto tra i più deboli, donne, vecchi e bambini, e tutto questo  perché? Il motivo è eliminare una odiosa organizzazione fondamentalista che ha vinto le elezioni due anni fa, Hamas, ma tutti gli analisti e gli esperti ci ripetono che questa politica di aggressione israeliana non fa che rafforzare quella organizzazione. I morti, da una parte e dall'altra, sono funzionali per chi vuole detenere il potere e giustificare la sua forza sia in Israele che nella striscia di Gaza. Non c'è speranza, non c'è possibilità di miglioramento, ma anzi la situazione è talmente compromessa che si possono prevedere solo margini di peggioramento.
Spesso tra i pacifisti in occidente ci si chiede perché non ci sia un desiderio di pace in Medio Oriente che dal basso metta in discussione i piani di guerra e morte dei governi. Sono pochi i movimenti di opposizione, come i Refusnik (i soldati che si rifiutano di entrare nei territori palestinesi), e molta è la frustrazione per l'assenza di dialogo tra i popoli anche di religione diversa. Questa frustrazione si lega anche al fatto che esiste un tabù nei confronti della politica israeliana: non si può parlare male di Israele perché si rischia di essere tacciati di anti-semitismo. Valzer con Bashir è utile anche in quest'ottica perché apre gli occhi sulla critica sotterranea che esiste in Israele sull'operato dei suoi governi. Questo film ci fa capire non solo che la guerra non è mai finita, ma che anche la speranza della pace non è mai morta.

I miei film di Natale (altro che buzzicozza!)



In questo periodo siamo invasi dal cinepanettone. Il faccione di Christian De Sica con la sua battuta sulla buzzicozza (e la conseguente crasi che non fa le bolle) dilaga per ogni dove nei cinema italici. Per fortuna in alcune sale resistono dei film veramente importanti, che non verranno smaltiti, almeno nel mio immaginario, come i dolci del Santo Natale. Sono quei film che se ne fregano delle leggi del mercato, e che mantengono in ogni sequenza della pellicola uno sguardo "morale" (non certo "moralistico") sul mondo che ci circonda. Queste vacanze di Natale mi hanno permesso di vedere il nuovo film di Clint Eastwood, Changeling (penultimo in ordine di tempo se consideriamo che in America è già uscito un suo nuovo film, Il Grande Torino). Non c'è niente da fare. Eastwood colpisce al cuore e al cervello, con un film ancora una volta dolente e lucidissimo, con uno sguardo implacabile sull'american dream e sulla perdita dell'innocenza degli Stati Uniti. Bisognerebbe scrivere un saggio lunghissimo sulle figure di figli e genitori, sia "naturali" che "acquisiti", che il suo cinema ha saputo mettere in scena con una profondità di analisi che ha del prodigioso. Ne sono venuti fuori capolavori assoluti: Un mondo perfetto, Mystic River, Million Dollar Baby (un film di una bellezza lancinante che, ogni volta che lo vedo, mi fa piangere come un bambino). La storia di Changeling è ambientata nell'America del '28; c'è una madre (Angelina Jolie, incredibile ma Eastwood ha saputo far recitare perfino lei!) che denuncia la scomparsa del figlio. Dopo qualche mese la polizia di Los Angeles le riporta un bambino, facendole credere che è suo figlio. Da questo momento la donna ingaggerà una battaglia contro il Potere per scoprire la verità, per capire cosa è veramente successo al suo bambino. Si scoprirà che il figlio è stato rapito da uno psicopatico, un vero e proprio serial killer di bambini. Le strade degli uomini giusti sono sempre infestate dal Demonio. Per arrivare a questa verità la donna dovrà affrontare la segregazione in un manicomio, dove viene rinchiusa ad opera della stessa polizia, che non voleva essere screditata per la condotta a dir poco superficiale delle indagini (una metafora dell'amministrazione Bush?). Sono scene splendide e crudeli (con magnifici rimandi all'espressionismo tedesco), mai però morbose. Come non è morbosa la scena dell'esecuzione per impiccagione del serial killer. Ancora una volta Eastwood esprime il suo sguardo morale, la sua pietas. Filma le pene finali di quell'uomo, di quel malvagio. I piedi che penzolano nel vuoto e che si muovono a scatti sempre più brevi, fino a che il corpo non smette di vivere. Questa scena è una delle più coraggiose prese di posizione contro la pena di morte che abbia mai visto al cinema. Ogni film di Eastwood, unico vero continuatore del cinema di John Ford, è un disperato, testardo (come la coraggiosa madre di Changeling) grido in favore di valori che rischiano di scomparire: libertà, giustizia, solidarietà.


Arnaud Desplechin è un regista meno famoso di Eastwood. È un regista francese. Nelle sale è stato da poco distribuito il suo film Racconto di Natale, presentato in concorso al Festival di Cannes. Beh, io non conoscevo Desplechin. Avevo sentito parlare del suo penultimo film, I re e la regina, ma non ero riuscito a vederlo al cinema perché... i film di un certo tipo (quelli per intenderci che non fanno le crasi) non hanno una vita molto lunga nelle sale italiche. Questo Racconto di Natale, che per fortuna non mi sono perso, è di una bellezza assoluta. Vi si narra la storia di una famiglia con i suoi contrasti, le sue gelosie, le sue passioni. La madre che soffre di una malattia genetica (Catherine Deneuve, lo confesso non mi ha mai entusiasmato come attrice, ma anche in questo caso Desplechin ha fatto il miracolo di farmela sopportare; prima di lui soltanto Truffaut c'era riuscito!) ha bisogno di un trapianto di midollo. Inizia la ricerca tra i parenti. I compatibili sono i due "matti" della famiglia: il figlio Henri e il nipote Lucas (figlio di Elizabeth che ha bandito dalla sua vita il fratello Henri, colpevole, a suo dire, di averle rovinato la vita). Le feste natalizie nella casa dei genitori a Roubaix saranno l'occasione per far esplodere dall'interno tutte le contraddizioni della famiglia, alle prese, nel vero senso della parola, con i legami del sangue. E Desplechin ci racconta queste vicende mischiando le carte, passando dal melodramma alla farsa, dalla commedia alla tragedia, con un coraggio e una lucidità nello sguardo assolutamente ammirevoli. Perché ci vuole del coraggio a mettere in scena una madre e un figlio che dicono l'uno all'altro senza tanti piagnistei isterici: "Non ti ho mai voluto bene", "Beh, nemmeno io". Ma ve l'immaginate in un film italiano una cosa del genere? Io no. E poi ci vuole del coraggio a rubare da Bergman, Truffaut, Shakespeare, Hitchcock, De Palma (da mozzare il fiato la scena della Deneuve che viene ripresa di spalle nella galleria d'arte come Angie Dickinson in Vestito per uccidere) e fare un film totalmente nuovo, un film meravigliosamente vivo. Molte sono le scene di questa vera e propria opera-mondo familiare che mi sono rimaste impresse. Ce ne sono due che hanno per protagonisti Sylvia, moglie di Ivan uno dei fratelli della famiglia (Chiara Mastroianni) e Simon, cugino dei fratelli, che l'aveva sempre amata e l'aveva lasciata "in dono" ad Ivan. La prima è quando lei chiede conto a lui del suo amore silenzioso, un amore consumato nell'ombra per almeno quindici anni. È un dialogo memorabile, che penetra come una lama affilata nelle storie, nei rimpianti amorosi che ogni uomo e ogni donna porta con sé durante la vita. La seconda riguarda la notte che i due passano insieme nella casa di famiglia. Lui che tocca ogni centimetro della pelle di lei, come fosse un cieco, che ha soltanto le mani per capire i lineamenti, il disegno del corpo amato. Una scena così sfrontatamente coraggiosa, così sfrontatamente inattuale, così degna del grande Truffaut! C'è poi la recita dei bambini sospesa in quel tempo magico caro al Bergman di Fanny e Alexander. Ci sono tanti libri e tanta scrittura nel film di Desplechin (ancora Truffaut!). E poi c'è lui, il folle Henri (lo straordinario Mathieu Amalric) che in una scena degna dei fratelli Marx esce dalla sua camera, al secondo piano della casa, passando per la finestra, atterra in strada sotto gli occhi esterrefatti ma poi neanche tanto del padre che sta nel frattempo buttando la mondezza e rientra in casa, come se niente fosse, per accompagnare la madre alla messa di mezzanotte. E poi c'è Emmanuelle Devos (già protagonista nel precedente film di Desplechin e nello splendido Sulle mie labbra) che qui fa la parte dell'amica di Henri e che ancora una volta è un mostro di bravura... Insomma un film unico ed emozionante... I film di Desplechin e di Eastwood sono geniali perché scelgono con lucido coraggio di non fare la strada più breve, di non prendere cioè le scale, ma di passare per la finestra, restando in balia del vuoto e del freddo, per poi riprendere il cammino in una direzione che nessuno aveva prima battuto. Sono scelte rischiose, ma tremendamente affascinanti. Sono queste scelte a far grande il cinema. Altro che buzzicozza!        

Preghiera in gennaio

foto di Giovanni Barba

L'Homme qui donne du feu, L'Homme qui mèsure les nuages, L'Homme qui pleure et rit, L'Astronaute qui dirige la mer e L'Homme qui écrit sûr l'eau sono i cinque uomini di bronzo che adornano la napoletana piazza del Plebiscito, per il consueto appuntamento natalizio con l'arte contemporanea. Uno dà il fuoco, uno misura le nuvole, uno piange e ride, un astronauta dirige il mare e uno scrive sull'acqua. Le sculture, disposte sapientemente nello spazio urbano, si confondono tra i passanti e sottolineano l'architettura della piazza. Le statue sono opera di Jan Fabre, lo scultore, regista e scrittore belga che ha disposto nell'emiciclo del Plebiscito cinque delle sue opere più famose, create tra il 1998 e il 2006. Quattro sono autoritratti e una, posta su un terrazzo del Palazzo Reale, è il ritratto del maestro, raffigurato come un astronauta-direttore che dall'alto dirige il mare. Le opere, in esposizione fino al 18 gennaio, traducono un forte senso di ribellione e solitudine, ed esprimono la sensazione del ripiegarsi dell'uomo su stesso. "Pensare è comico, sentire diventa tragico. È questa l'essenza di un essere umano", spiega Fabre. E il tutto sembra essere rappresentato in quel piccolo uomo al centro della piazza, alto di fronte all'orologio del palazzo, pronto per piangere e, allo stesso tempo, per ridere. Le sculture hanno un rapporto specifico con lo spazio circostante ed una forte valenza simbolica. L'uomo che scrive sull'acqua è immerso in una vasca, posta, insieme ad altre sei, dinanzi alla chiesa. Le tinozze, una per ogni giorno della settimana, assurgono ad emblema della purificazione e, allo stesso tempo, rappresentano delle tombe. All'interno di una, un doppio dell'artista scrive il segreto della vita. "Non bisogna mai smettere di credere nella bellezza, perché è la salvezza della società",  è questo il pensiero di Fabre. E speriamo che l'armoniosa geometria della piazza e il luccicante dorato delle statue possano salvarci...












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