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The Duke

“Hei, Bill”, disse Bennet sputando un grosso pezzo di tabacco che stava masticando.

Bill rispose all'amico con un grugnito, senza interrompere neppure per un istante la propria occupazione: era talmente concentrato che al centro della sua fronte si era formata una ruga verticale scura e profonda come la faglia di Sant'Andrea.

Il lavoro di Bill quel giorno consisteva nello strofinare con un panno immacolato, centimetro per centimetro, una larga vetrina dietro alla quale erano sistemate in bella mostra decine di torte, crostate, pasticcini e babà di ogni dimensione, sovrastati da cartelli col prezzo scritto a mano in un'elegante calligrafia piena di svolazzi.

“Hei Bill, guarda”

“Lasciami perdere, Bennet, che ho da fare: la signora Kilgallen mi uccide, se la vetrina della sua pasticceria non sarà pulita come uno specchio, tra un'ora”

“Ma dai, solo un secondo: hai visto quello?”

Bill, finalmente, si girò verso l'amico. “Chi?”

“Quel tipo lì. Quel giovanotto, quell'armadio ambulante con un terrier al guinzaglio. Hai visto che fisico? Ma quanto sarà alto?”

Bill ruotò la testa – grande e tonda come una boccia da bowling – nella direzione opposta alla precedente. Dopo un paio di secondi, impiegati per mettere a fuoco l'orizzonte di fronte a sé, finalmente sorrise: conosceva bene quel giovane.

“Ma quello è 'Duke'”, disse.

“Duke? E chi è?”

“Si vede che sei nuovo di Glendale, Bennet. Duke è uno dei punti di forza della squadra di football dell'Università. E' alto sei piedi e quattro (n.d.r.: 1,93 cm)”

“Wow! Un campione! Ma come mai lo chiamano 'Duke'?”

Bill fece una risatina, scoprendo una dentatura simile a quella di uno squalo-tigre :”Credo che abbiano iniziato a chiamarlo così perché è sempre in giro con quel cane - quel vecchio terrier - che si chiama pure lui Duke. In realtà credo che il suo nome sia Morrison, Marion Morrison: è il figlio del farmacista”

“Marion?” - la bocca di Bennet si deformò in un ghigno che probabilmente voleva essere un sorriso - “un nome da donna per un giocatore di football? Capisco perché preferisca essere chiamato 'Duke'”

Bill diede una frustata con lo straccio sulla testa di Bennet: “Guarda che hai poco da fare lo spiritoso: Duke è uno dei migliori giocatori degli ultimi anni, ed è uno dei pupilli di Howard Jones, che è il più famoso allenatore d'America”

Il labbro inferiore di Brennan salì quasi fino alla punta del naso: “Sul serio? Sarà, ma io lo vedo zoppicare. Sei sicuro che Jones lo faccia giocare da titolare?”

Bill guardò con più attenzione, e in effetti dovette constatare che il gigante biondo – il quale nel frattempo aveva attraversato la strada e stava venendo verso di loro – camminava con un'andatura un po' ballonzolante.

Quando arrivò a pochi passi di distanza, Bill lo accolse con un sorriso: “Hei, Duke, come va? E come sta il tuo cagnone?”

“Ciao, Bill” - aveva una voce meno profonda di quanto ci si potesse aspettare da un uomo così grosso - “il mio 'Duke' sta benone. Sono io che non sono OK”
“Già, lo vedo. Sbaglio o zoppichi?”

“Si. Mi è saltata una caviglia”

“Cavolo. In allenamento?”

“Macchè. Magari fosse andata così. Me la sono giocata al mare un paio di settimane fa, per fare surf”

“E' grave?”

Duke sollevò le sopracciglia, e inchinò la testa leggermente da un lato. Parlò quasi sottovoce: “I dottori dicono che ne avrò almeno per un mese”

“Un mese? Ti salteranno almeno quattro partite di campionato”

“No. Mi è saltato tutto, il campionato. Anzi, ad essere precisi mi è saltato definitivamente il football”

“Ma che dici, Duke?”

“Jones non l'ha presa bene, Bill. Mi ha scartato dalla squadra. Mi ha fatto fuori. Ho chiuso con l'università e col football”

Ci fu qualche secondo di silenzio. I due lo guardarono con le palpebre abbassate, senza parlare.

Bennet aveva ricominciato a masticare un bolo di tabacco, mentre Bill continuava a strizzare lo strofinaccio bianco della Signora Kilgallen, impugnandolo alle due estremità con entrambe le mani.

Dopo un po' prese coraggio e si decise a fare la domanda più ovvia: “E ora, che farai, Duke?”

“Forse ho trovato un lavoro”

“Di che si tratta?”

“Beh, è stata una specie di fortuna. Conosci Tom Mix, l'attore?”

Bennet non riuscì a trattenersi: “Tom Mix? Il divo del cinema? L'eroe dei film western? ”

“Si, proprio lui. E' venuto un paio di giorni fa al campo a trovare Howard Jones, il mio allenatore”

“Come mai?”

“Voleva un palchetto riservato allo stadio, tutto per lui. Però si trattava di un'impresa quasi impossibile, perché quei posti sono tutti già venduti o affittati: così, lui ha pensato di chiedere un favore a Jones”

“Che gli ha rimediato il posto...”

“Infatti. Ma ha chiesto qualcosa in cambio”

“Cioè?”

“Beh, Howard ha avuto una bella idea: ha chiesto a Mix di far assumere due o tre ragazzi muscolosi per svolgere lavori di qualsiasi genere agli Studios di Hollywood, e quello ha accettato”

“Per cui” - chiese Bill alzando l'indice verso Duke - “non mi dire che sei stato scelto da Jones, e ora te ne andrai a lavorare agli Studios?”

“Si” - rispose Duke inarcando la schiena - “a dire il vero ho già iniziato, e mi daranno ben 75 dollari a settimana: mica male, eh?”

“Mica male? Ma questa è una vera pacchia, Duke. Pensa, conoscerai tutte le star: Mirna Loy, Gloria Swanson...”

“A dire il vero, per ora ho conosciuto solo Mix, e un giovane regista: un certo John Ford”

“John Ford? Mai sentito”

“Ne sentirai parlare, Bill: è un tipo strano, ma in gamba. Pensa che la prima volta che ci siamo incontrati, agli Studios, per poco non siamo finiti a cazzotti”

“Ma dai, Duke, tu sei un ragazzo pacifico”

“Si, ma non devono provocarmi. Ad ogni modo, ora questo Ford mi ha detto che mi farà fare qualche particina nei suoi film, perché secondo lui ho il fisico giusto: soprattutto per i western”

“Dai, Duke, finirà che diventerai pure tu una 'star'”, gli urlò Bill.

I tre scoppiarono a ridere, e Duke scuotendo la testa proseguì la passeggiata.

 

In quel 1926, nessuno avrebbe immaginato che quel giovanottone di quasi due metri che era relativamente facile vedere a spasso col suo cane terrier per le strade di Glendale, California, e che si accontentava di guadagnare pochi dollari facendo lavoretti nei teatri di posa di Hollywood, sarebbe diventato in pochi anni uno dei grandi miti di ogni tempo del cinema: John Wayne.


 

 

Marion Robert Morrison – questo era il vero nome di Wayne, era nato nel 1907 in una famiglia con origini inglesi, irlandesi e scozzesi.

Suo nonno aveva partecipato alla Guerra di Secessione, e suo padre gestiva un drugstore.

Ottimo studente ed atleta, in effetti sembrava lanciato verso una bella carriera sportiva con la squadra di football della USC (South California University) allenata dal leggendario coach Howard Jones, quando ebbe – nel '26 – l'incidente che lo indirizzò casualmente verso Hollywood.

Qui fece una gavetta abbastanza rapida, perché gli addetti ai lavori intuirono presto le qualità di attore dell'altissimo e supermuscolato 'Duke'.

Lo utilizzarono in diverse piccole parti – che mettevano in risalto soprattutto la sua straordinaria fisicità - in una serie di film minori prodotti tra il 1926 e il 1930: anno in cui il regista Raoul Walsh gli offrì la chance di una parte da protagonista nel film 'The Big Trail” (“Il grande sentiero”). La produzione purtroppo non ebbe grande fortuna, in termini di critica e di pubblico, ma il ventitreenne Morrison ebbe modo di mettersi in luce e di farsi notare.

Nel corso della lavorazione di questa pellicola, Walsh decise che il nome 'Marion Morrison' non andava bene per il protagonista di un film western dal sapore epico, e propose all'attore di modificarlo in Anthony Wayne, ispirandosi al nome di un generale della Rivoluzione americana.

Successivamente, si decise di sostituire Anthony – che suonava troppo 'italiano' – con il più classico John: nacque così, dunque, John Wayne.

Va sottolineato, però, come nella vita privata Wayne preferisse essere chiamato dagli amici col vecchio soprannome di 'Duke', perché non gradiva molto il suo nome vero – Marion - che in effetti era anche femminile.

E' un'impresa ardua sintetizzare la carriera artistica di John Wayne, che ha partecipato – quasi sempre nel ruolo di protagonista e praticamente mai in quello di 'cattivo' – a quasi 200 film.

Alcuni elementi nella sua storia d'attore appaiono comunque più rilevanti di altri.

In primo luogo, l'amicizia e la collaborazione professionale col regista John Ford, che fece di Wayne il proprio attore preferito e, in qualche modo, l'incarnazione del proprio marchio d'autore.

Il connubio tra Ford e Wayne si è espresso in veri e propri capolavori della storia del cinema: “Ombre Rosse”, “Un uomo tranquillo”, “L'uomo che uccise Liberty Valance”.

Assoluta, poi, è stata l'identificazione di Wayne col genere western.

L'attore rappresentava il modello del perfetto americano della 'frontiera': forte, deciso, maschilista, talora spietato, ma sempre giusto, onesto, e dotato di una sfumatura di umanità e di simpatia che ne addolcivano l'aspetto in qualche modo reso inquietante dalle dimensioni fisiche gigantesche.

Aveva un modo, poi, di muoversi, di gesticolare e di camminare - con un passo lento e un po' sculettante - estremamente caratteristici, che nessun altro attore è mai riuscito a imitare. 

Perfino l'ultimo film che Wayne interpretò – tre anni prima di andarsene per un tumore - fu un western: “Il pistolero”. Si trattò peraltro del primo in cui moriva prima della fine, e forse non fu un caso, ma di una sorta di testamento simbolico.

Un'altra parte importante della carriera di Wayne fu dedicata ai film di guerra.

Qualcuno addirittura sostiene che il tumore al polmone che lo portò alla morte fosse stato causato dalle radiazioni ricevute proprio nel corso della lavorazione di un film di guerra (“Il conquistatore”) girato in Nevada a metà degli anni cinquanta, e adduce a sostegno di quest'ipotesi il fatto che diverse persone le quali avevano lavorato in quella produzione si erano ammalate negli anni successivi di tumori vari.



 

In verità, l'attore dichiarò sempre che a suo avviso le radiazioni non c'entravano nulla con la propria malattia ma, piuttosto, erano stati i sei pacchetti di sigarette al giorno a devastargli i polmoni.

Uno dei due film girati da Wayne come regista - “Berretti verdi” - fu in effetti di guerra, e fu giudicato negativamente dalla critica, proprio per i contenuti eccessivamente guerrafondai.

Negli anni cinquanta, poi, si era impegnato non poco nell'assecondare le strategie maccartiste all'interno dell'industria cinematografica, e si era iscritto alla “Società per la salvaguardia degli ideali americani”.

Malgrado, tuttavia, Wayne professasse idee politiche di destra (era stato per anni uno dei maggiori sostenitori di Nixon e della guerra del Vietnam), una delle polemiche più dure di cui fu vittima consistette proprio nell'accusa di aver evitato in modo abbastanza 'sospetto' il servizio militare nel corso della Seconda Guerra Mondiale.

 

Sotto il profilo squisitamente artistico, le migliori qualità di Wayne come attore emersero proprio nei film girati a partire dagli anni '60, nei quali ebbero modo di esprimersi la sua grande personalità ma anche una notevole profondità espressiva, e una sensibilità che sfiorava a tratti la dolcezza: caratteristica piacevolmente imprevedibile in un uomo che a prima vista ispirava quasi soggezione per il suo aspetto da 'duro'.

 

Nella vita privata, 'Duke' era tutto il contrario del rozzo e un po' ignorante cow boy rappresentato nei propri film: era, infatti, un uomo garbato, sofisticato, elegante, e pieno di interessi artistici e culturali.

Si sposò tre volte, e sempre con donne di madrelingua spagnola.

Ottenne solo un Oscar come attore protagonista: nel 1969, per il film “Il Grinta”.

Già negli ultimi anni della propria vita, Wayne era diventato una specie di leggenda vivente. 

Quando morì, nel 1979, iniziò un vero e proprio processo di beatificazione, che è paragonabile solo a quello dell'altra icona della cultura americana: Elvis.

E' impossibile elencare tutte le celebrazioni, le onoreficenze postume, i luoghi di culto di cui è stato ed è tuttora oggetto 'The Duke'.

 

 

 

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