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La crime fiction al femminile
"Ci sono donne che tolgono il fiato e altre che tolgono la vita". Questo è lo slogan che promuove Donne assassine, la nuova serie italiana in onda su Fox Crime dal 16 ottobre. Due registi del cinema, Alex Infascelli e Francesco Patierno, tentano di dar vita a otto ritratti ispirati a fatti realmente accaduti esplorando storie estreme di donne che uccidono per paura, solitudine, follia, disperazione, gelosia. La serie vanta un cast d'eccezione composto da alcune delle più significative interpreti del cinema italiano: Marina Suma, Martina Stella, Sandra Ceccarelli, Claudia Pandolfi, Caterina Murino, Valentina Cervi, Ana Caterina Morariu, Violante Placido, Sabrina Impacciatore, Donatella Finocchiaro, e Livia Bonifazi.
In tal modo la narrazione si sposta dal rosa al nero centrando l'attenzione su donne che covano rancore e odio. Strade distanti, un solo destino. Oppresse dalla responsabilità, ossessionate da incomprensioni familiari, vittime costanti della violenza, non hanno altro modo che reagire impugnando quella stessa brutalità. Si pensi ai numerosi studi che dimostrano come la donna sia considerata più crudele dell'uomo nelle vendette e con pochi scrupoli di coscienza. Scrive Ann Jones: le donne che uccidono trovano soluzioni estreme a problemi con cui migliaia di donne convivono in maniera pacifica ogni giorno.
I dialoghi della serie portano alla luce quei segni di una ferita non del tutto rimarginata; ogni donna, attraverso la sua caratterizzazione, racconta di un trauma irrisolto che affonda le sue radici nel passato. La loro disperata ribellione finisce per rivelarsi una liberazione distruttiva e autodistruttiva che le condanna a trasformare i propri sogni di felicità in incubi sanguinosi per loro stesse, per gli uomini vittime del loro amore e per le altre donne fonte del loro tormento. E così i canoni classici della crime story vengono completamente ribaltati
Il plot narrativo appare ancor più interessante in quanto il male al femminile è originato da altro male in un vortice senza fine. La scrittura della serie riesce ad incontrare il lettore/spettatore, a sorprenderlo, emozionarlo e catturarlo nella sua rete. La donna criminale viene presentata come l'insieme di tutte le caratteristiche criminali maschili sommate ai peggiori difetti delle donne, come riteneva lo stesso Lombroso.
La donna omicida, raccontata dalla crime fiction, gioca con l'idea di disporre della sua vittima per motivazioni che appaiono giuste inventando una personale ed unica moralità adatta a quel particolare caso.
Si è detto in precedenza che le storie raccontate sono ispirate ai casi di cronaca reali. Ciò è possibile in quanto la stessa serialità permette di approfondire quegli aspetti psicologici e sociali delle storie narrate e di apparire come uno specchio interpretante la realtà in maniera sempre più approfondita, sino a diventare, in alcuni casi, essa stessa "produttore" di realtà.
Donne assassine si muove nel freddo e tragico universo delle sue protagoniste immerse in quel vuoto che nessuno psichiatra è riuscito ancora a colmare. Le donne, dice Lacan, hanno rispetto all'uomo una differenza strutturale: mentre gli uni sono ordinati secondo la Legge simbolica del discorso, le donne sono «non tutte» in questa Legge. Qualcosa in esse si oppone, si sottrae, si nasconde; qualcosa che non è traducibile nel linguaggio. È in questo "...posto di confine dove la Legge si arresta e si vanifica, luogo dunque della passione dell'odio e dell'amore" che avviene il delitto. E si compie il misfatto nero dal color rosa.
"Non ero esattamente il tipico adolescente medio. E' ciò che più di ovvio si può dire a proposito dell'adolescenza è che determina il tuo futuro: se è meravigliosa sei destinato a diventare un individuo molto sicuro di sé, in caso contrario non hai veramente scampo. Credo però che se avessi trascorso un'adolescenza frivola, adesso non canterei in questo gruppo."

C'è uno scrittore che da anni cerca di sondare, spesso in maniera molto efficace, i rapporti amorosi, le dinamiche di coppia, e quelle del desiderio: Hanif Kureishi. La nostra narrativa sembrava un po' dormiente su questi temi (l'unico esempio meraviglioso che mi viene in mente è Camere separate di Tondelli). O meglio, superficiale. Negli ultimi tempi la tendenza sembra essersi invertita. L'ultimo romanzo di Mauro Covacich (Prima di sparire, Einaudi, € 16) ne è una conferma. Lo scrittore triestino racconta la sua vicenda personale: la morte di un amore e l'inizio di uno nuovo. E lo fa senza sconti, mettendosi veramente in gioco. Raccontando come il vecchio amore sia difficile da allontanare, come abbia ancora la sua forza di attrazione, e come quello nuovo nasconda sempre mille insidie. Descrive quindi le false partenze, gli slanci, i tradimenti, le vigliaccherie che ogni rapporto umano si trascina dietro. La vita non è poi così netta e definita come vorremmo. Dietro ogni scelta c'è una ferita che facciamo a noi stessi o a qualcun altro. Il romanzo di Covacich è anche la scelta dolorosa fra due luoghi definiti: il paesaggio nativo, quello del vecchio amore (Trieste, la casa di Pordenone), e l'altro, quello del nuovo (Roma). Sono pagine toccanti che ci fanno capire, se non l'avessimo già compreso, che niente in questa vita è facile e indolore.
... Suona il citofono. Di riflesso controllo il cellulare, nessun messaggio. Vado ad aprire. È Gian Mario, in pausa caffè... Quando mi aspetto che compaia sulla soglia, suona di nuovo e mi dice di scendere.
- Lo sai vero, che non puoi andare avanti così?
Siamo seduti nel bar all'angolo, al tavolino che dà sulla strada, nella classica doppia posizione di chi osserva stando in vetrina.
- Ho ripreso a scrivere. Mi aiuterà a uscirne, in qualche modo.
- Stronzate. Non puoi scrivere in queste condizioni. Guardati, pensi che lei non se ne sia accorta? Lo sai vero che sei verde?
Fuori, una tizia con un carlino sculetta su dodici centimetri di tacco. Penso a tutte le volte che il servizio Tim mi ha avvisato che Anna ha trovato il cellulare spento. D'istinto lo controllo ora, nessun messaggio. Alla fine i carlini sono arrivati anche a Pordenone. Mi duole la vescica. Cerchi di dolore che si espandono come le onde dopo il sassolino.
- Caffè, - dico alla ragazza venuta a prendere l'ordinazione.
- Due caffè, - dice Gian Mario. E poi, non appena la ragazza s'è allontanata, continua: - Senti, sai qual è il problema? Il problema è che tu ti credi ancora.
- Che significa? - dico distogliendo lo sguardo dal carlino che urina alzando una zampa non più lunga dei tacchi della sua padrona.
- Significa che tu credi ancora a un te stesso seduto sul carro delle virtù cardinali, ti sforzi di essere ancora uno che guida sicuro il suo matrimonio sulla strada dell'amore eterno e degli altri assoluti che affollano la tua testa di romantico russo. Questo significa.
- Io voglio restare con Anna, - dico, mentre il dolore alla vescica appicca il fuoco in anelli concentrici e io vedo le onde allargarsi su una specie di schermo di radar ogni volta che batto le palpebre.
- Appunto, ti credi ancora, - dice Gian Mario, sorbendo in punta di labbra l'ultimo sorso di caffè.
Si è separato da tre anni. Era lui a star seduto su quel carro, ma non glielo dico. Si era costruito una vita normale, a tesi. Voleva dimostrare che si può scrivere belle poesie anche col mutuo, l'appartamento nel "complesso di prestigio", il posto a scuola, la moglie in ufficio, che si può credere nella letteratura anche senza opporsi, senza sbandare, senza smettere di essere un professore figlio di contadini. Voleva riprodursi, amare per sempre la mamma dei suoi bambini, essere il poeta conformista, il poeta padre di famiglia. Giravano per Pordenone come l'incarnazione di un modello estetico e morale, sapevano di essere la coppia più bella della città e se ne sentivano in qualche modo responsabili - non è carino deludere le aspettative degli altri. Quando avevo un'incertezza guardavo come facevano Gian Mario e Antonella e cercavo di imitarli. Niente vezzi da bohémien, niente canne, niente rapporti occasionali. Un progetto pilota che contemplava la felicità solo come "ricerca della serenità". Un fortino sicuro, dentro cui sperimentare forme nuove di versificazione e racconto. Ed ecco che quest'uomo, qui, nel mio bar, davanti a un minuscolo cane che si libera la vescica proprio come dovrei fare io, ecco che quest'uomo con le scarpe sempre pulite, dopo aver digerito il suo fallimento in lunghi mesi di semiclausura, vuole che anch'io cominci a inghiottire il mio. Tu ti credi ancora.
- Che hai? Perché non parli? - mi dice dopo un po' che gioco con il cucchiaino nella tazza, tutto concentrato a respingere lo stimolo, a depistare con la forza del pensiero i neurotrasmettitori che sfrecciano verso il cervello e tornano alla vescica con un ordine sempre più perentorio. Ora! Ora!
- Non mi sento bene, devo andare a casa.
- Infatti sei verde, - dice Gian Mario.
... Prima di salutarci, esattamente accanto al palo su cui il carlino ha versato le sue gocce di urina che adesso si raccoglie densa, resinosa, in una macchia a forma di Inghilterra, Gian Mario mi dice:
- Guardati attorno, ormai non ce la fa più nessuno.
- Sapevi che la Nasa ha inventato un laser per sentire le stelle che urlano di paura? - gli rispondo.
- Devi darti una calmata. Ti ripeto, ormai non ce la fa più nessuno, e non sarai tu l'unico. Accetta la situazione.
È l'ex campione mondiale della monogamia a parlare, l'ex modello estetico e morale, ma non glielo dico. Lo lascio girare le sue Tod's immacolate verso la scuola e mi tuffo in ascensore. Sei piani sono come l'attraversamento completo di un'era geologica quando ai cerchi infuocati si sono costituite le puntine da disegno e l'urina si è spinta nell'uretra. Esco con la chiave della porta già in mano, ma manco per due volte il buco. Due piccole incornate sulla vita inferiore della serratura, e sento la prima goccia percorrere l'uccello con la stessa determinazione con cui la palla da bowling torna al giocatore. La vedo nel canale sotto la pista, viaggia nascosta, inesorabile, e poi eccola sbucare alla luce. Il tessuto delle mutande diventa immediatamente più caldo. Con le ultime risorse mentali cerco di bloccare il flusso ancora per un paio di secondi. Giro una, due volte la chiave, lavorando sulla patta con l'altra mano. E poi corro piegato in due fino alle pendici del water...
...Quando stai male, quando stai talmente male che ti pare di morire, quando il cuore ti scoppia e il male dilaga dappertutto, quando pensi che lo scricchiolio che senti è il tuo cervello che si spacca, fai così: trattieni l'urina. Esci, parla con gli amici, bevi insieme a loro, non pensare a te. Resta fuori fino a tardi, continua a bere e non andare al bagno. A un certo punto, molto dopo lo stimolo, comincerai a sentire dolore, ma tu non mollare. Resisti. Ti verranno i sudori freddi, gli spilli dentro la vescica, ti bruceranno le tempie. L'urina premerà, il sangue martellerà e tu finalmente starai più male di quanto avresti mai pensato. Mi raccomando, dovrai aspettare il momento in cui ti sembrerà impossibile trattenerla più a lungo, aspettarlo e stringere i denti fino al momento successivo, e poi ancora, fino a quello dopo. Finché sentirai il punto, un punto che la disperazione riconoscerà all'istante, oltre il quale davvero non potrai fare a meno di urinare. E finalmente sarai lì, davanti a quella gola di ceramica, con le gambe larghe, la cerniera aperta, il giubbotto e la sciarpa ancora addosso. Allargherai bene i pantaloni per rilassare la vescica e piano piano l'urina ti renderà felice. Sarà quello l'attimo in cui ti appariranno chiare due cose: primo, il controllo dello stimolo ti ha fatto dimenticare lo scricchiolio del cervello; secondo, la sensazione fisica del sollievo è sempre pronta a umiliare, con la sua sfacciata, vergognosa, prepotente beatitudine, il tuo peggiore stato d'animo.
(...)
Quando avverto il primo trillo, sto ancora pensando ai due mesi tranquilli che abbiamo appena trascorso io e Susanna. Agosto è finito, Roma è di nuovo gonfia di gente, ma al Csi si nuota ancora da favola: a quest'ora del mattino - sono le 12,35 - siamo al massimo due per corsia. Ho ripreso la ginnastica posturale con il fisioterapista di piazzale Clodio, vengo a nuotare qui tre volte alla settimana e ora sto facendo stretching sul bordo vasca immerso nel profumo dell'erba tosata di fresco e la sensazione esaltante di una schiena più elastica e reattiva.
Il cellulare trilla di nuovo.
Anche Anna viene a visitarmi nel sonno sempre più di rado. Da sveglio poi, sto imparando a difendermi: se arriva un ricordo non sposto l'attenzione, mi lascio investire, lo faccio entrare a sfasciare tutto e ogni volta rimetto a posto più velocemente. Se nuotando mi vengono in mente le attraversate che facevamo insieme, non esco dall'acqua, vado a pescare un giorno felice laggiù, all'isola di Cherso, il suo viso che mi sorride nella respirazione, le nostre braccia che si infilano all'unisono nello specchio verde dell'Adriatico circonfuse di bollicine fluorescenti, e poi passo a una sua e-mail di giugno, al racconto della sua prima nuotata solitaria, alle soste per svuotare gli occhialini dalle lacrime, e quando mi pare di non poter proprio scavare più a fondo, mi dico: eccoti qua, a goderti una splendida mattinata di settembre in un circolo del lungotevere Flaminio, stai ricordando tutte queste cose e neppure esci dall'acqua. È un trucco che ho imparato da un libro di Agota Kristof, lei li chiama "Esercizi di irrobustimento dello spirito". Anche Anna mi ha confessato di usarli. Non so per lei, ma per me la vita sta chiaramente riprendendo quota.
Il cellulare continua a trillare. La suoneria incrementale sembra spingerlo fuori dalla sacca con mille microscopici polpastrelli. Mi alzo senza bisogno delle mani - ma sì, ancora un mese e potrò togliere il corsetto anche in motorino -, a ogni passo assaporo il modo in cui i piedi molleggiano sulla gomma morbida delle ciabatte da piscina ricevendo una specie di slancio inerziale che li fa avanzare senza sforzo verso la sdraio. Quando apro la sacca, il sole, alto in cielo, s'infila a raccogliere il telefono insieme alla mia mano.
- Stai dormicchio? - stai dormicchio. Ecco, una carezza di Susi è proprio quello che ci voleva.
- No, non sto dormicchio, tesoro. È quasi l'una.
- Ha suonato così a lungo...
- Giuro che sono sveglio. Sono al Csi, stavo facendo stretching.
- Senti, ti devo dire una cosa. È una cosa molto importante... molto delicata... così insomma... non posso aspettare fino a stasera. Dopo ne parliamo meglio a casa, ma...
- Che c'è Susi? - mi siedo sulla sdraio pascendomi dell'inquadratura panoramica, del senso di pace che comunica il beccheggio delle cuffie nell'acqua celeste. Che può esserci?
- Sono incinta.
- Scusa?
- Sono incinta. Il ritardo era troppo lungo, capisci? Ho fatto due test. Tutti e due positivi! Tutti e due! Così insomma, adesso sono stata dalla ginecologa e ha confermato. Sono incinta. Oh, dove sei? Non ti sento.
- Sono qui, sono qui. Be', Cristo, è una notizia, - è una notizia non è certo ciò che dovrei dire. Fantastico!, questo dovrei dire. Oppure, Grandioso! Anche grandioso andrebbe bene. Solo che ora le cuffie dei nuotatori, a galla in quel celeste saturo, gelatinoso, mi scivolano davanti agli occhi in un modo non meno che parlante. Punte rotonde rivestite, questo vedo. Teste ben protette da guaine in lattice.
- Lo so, sei incazzato.
- No, non sono incazzato, è che è così, all'improvviso... non mi avevi detto niente...
- Mi pareva impossibile! - mi interrompe Susanna. - Avevo fatto miliardi di tentativi in passato. Anche la ginecologa si è meravigliata. Sembrava solo un ritardo...
Miliardi di tentativi. (...) Che significa miliardi di tentativi? Miliardi di iniezioni di gonadotropine? Miliardi di vetrini da microscopio? Miliardi di sedute di coppia? Miliardi di pianti? Che significa miliardi di tentativi? Miliardi di cazzi?
- Mi dispiace, - dice Susanna.
- Ma no, non ti devi dispiacere, - dico, invece di saltare su dalla sdraio con la mia schiena quasi guarita e abbracciare il mio vicino, o buttarmi in vasca con l'accappatoio, o gridare al telefono Ti amo.
- Sì invece, mi dispiace. Me lo sentivo che l'avresti presa così, - dice Susanna con la voce che comincia a rompersi. E io vengo investito da un ricordo, e non mi sposto. C'è Anna appoggiata alla credenza, nella cucina di Trieste. E io non mi sposto. Ha una sottile riga di sangue sul labbro inferiore, è il mio compleanno, e vuole parlare di figli, di figli non avuti.
- Però pensavo che un bambino... un bambino nostro... - continua Susanna, con un fiotto di rabbia lucente fuso nel pianto.
- Certo, - dico. - E' solo che non eravamo d'accordo di averne.
(...)
Anna mi accarezza la spalla sopra le coperte. Indossa le scarpe da cantiere, la salopette bianca, il finto Barbour blu oltremare. Si direbbe sul punto di uscire, eppure è seduta sul letto da un tempo indefinibile, forse da prima della notte. Mi parla e mi accarezza. Fuori c'è il sole. Sul grattacielo della banca l'orologio dice NO: SI'.
- Puoi restare a dormire ancora un po' se vuoi. Il caffè è pronto sul fornello, devi solo accenderlo. Io devo andare. Sono contenta che sei tornato, - dice Anna, china su di me senza un filo di trucco, la piccola bocca esangue, i capelli raccolti e già quasi tutti usciti dal fermaglio, gli occhi screziati di pagliuzze grigioverdi, gli stessi occhi ignari degli angeli del Pontormo.
Io sono steso di fianco, raccolto in posizione quasi fetale, la guancia immersa nel cuscino, incapace di muovermi e di rispondere. Dovrei dirle: Anna, io non sono tornato e non tornerò più. Dovrei fermarla. Ma in effetti sono dentro il letto che abbiamo comprato insieme da Semeraro Arredamenti non più di tre anni fa, e questo alla pareti è il desert fire, e questa è la nostra stanza.
- Ti prometto che adesso canterò anch'io. Ogni volta che saliremo in macchina canterò sulle canzoni insieme a te. Imparerò a farlo, vedrai, - dice Anna, con gli occhi ignari, colmi di gioia, l'alito di dentifricio.
Vorrei prenderle la mano e dirle: no Anna, non devi. A te la musica piace ascoltarla in silenzio. Ti prego, resta come sei, non serve a nulla che cambi. Io non tornerò più. Sto con un'altra, avremo un figlio. Sono frasi che aspettano solo di essere pronunciate, ma io sono paralizzato sotto le coperte, la pressione che dilata le vene del cervello, il dolore che cementa rapido panetti di argilla nel petto.
- Adesso ho visto come si fa. Ho capito quanto ti piace e proverò a farlo anch'io. Ce la metterò tutta, - dice lei, accarezzandomi la spalla.
E io la guardo senza essere capace di emettere un suono, cercando di frenarla almeno con gli occhi, di rallentarne lo slancio, di attutirne la caduta. Ma Anna adesso canta. Comincia esitando sulle prime note di una canzone che non conosco, canta con un filo di voce, eppure, dopo pochi istanti, nell'occhio destro le scoppia un capillare. Due rametti vermigli incastonati nella sclera, e lei sussurra piano, con la fronte un po' aggrottata come si difendesse dall'imbarazzo. È tutta rossa ora, la pelle lucida, il collo cosparso di macchie.
- Fermati, ti prego, - riesco a dire, mentre l'occhio le si riempie di sangue.
Dico solo questo. Poi mi sveglio.

L'atmosfera è pesante dopo un po' che lo vedi, ti entra una sorta di energia negativa in circolo nei confronti della vita, del mondo e del tuo vicino di poltrona. Giuro che ho iniziato a notare anche i suoi gesti più impercettibili e ha iniziato a starmi antipatico, anche se non lo conoscevo.
La cosa più interessante non è quello che succede nello schermo, ma quello che succede in sala, così come nel film la cosa che colpisce è cosa succede nel market, dove si sono rifugiati i sopravvissuti per la nebbia, che quello che accade fuori.
Creature mostruose si aggirano nella nebbia, roba da lasciarti stecchito. Ma dentro al market è ancora peggio.
A un certo punto compare una mezza matta fissata col Vecchio Testamento e col suo Dio vendicativo. Per circa metà pellicola questa signora cita l'Apocalisse e tartassa i poveracci che trovano riparo tra gli scaffali.
"Dio vi punirà perché avete peccato. Chiede il nostro sangue, ci vuole un sacrificio per placare la sua ira".
Alla fine un tizio basso, con gli occhiali e a cui nessuno crede gli spara in fronte. Quello dietro a me fa:
"Era ora porca vacca".
La ragazza gli dà di gomito e gli dice di stare zitto e lui:
"Non la potevo sopportare. Questa stronza e le sue cazzate su Dio".
E di fatto tutta la sala la pensa come lui, tanto che esplode un applauso e varie urla di incitamento verso il poveraccio che ha sparato e che ora abbassa l'arma sentendosi colpevole.
Ma non c'è solo questo. La nebbia infernale pare che sia stata provocata da un esperimento biologico dell'esercito. Gli abitanti che la popolano sono degli animali mutanti: cavallette di una trentina di centimetri e ragni che sputano una bava acida che sega gli arti. Nel supermercato si sono rifugiati tre militari che stavano per andare in libera uscita quando è accaduta la catastrofe. La vecchia pazza predicatrice tenta di farli passare per dei capri espiatori.
"Serve il loro sangue, sono loro i blasfemi che con la loro superbia hanno voluto sfidare il signore".
Ovviamente ci scappa il morto, trapassato tre volte da un coltello da cucina lungo una quarantina di centimetri. Alla vista del fatto due ragazzi davanti a me commentano:
"Ma che cazzo e ti pare... sempre con la polizia se la devono prendere".
"Guarda che è l'esercito".
"Fa lo stesso. Nessuno capisce che sono organi che ci vogliono tutelare. Tutti vedono nei poliziotti il male".
"Forse perché fanno male il loro lavoro".
"Io sono con loro. Con quella cazzo di nebbia magari potevano scorticare il culo (lo riporto letterale) ai Talebani".
Un ragazzo due poltrone accanto alla mia, ascoltando la conversazione, ride sarcastico e scuote la testa in segno di dissenso.
A un certo punto della pellicola partono quelli che ci vogliono provare, quelli che non vogliono fare la fine dei topi nel supermercato. Sono in cinque. Erano di più alla partenza, ma poi un paio di ragnacci lunghi un paio di metri hanno sfoltito la muta dei fuggitivi. In cinque salgono su un Land Cruiser che potrebbe arrivare anche in cima all'Everest e partono, così come in sala parte una discussione grottesca su quello che avresti fatto in tale circostanza.
"Io sarei rimasto. Ma sei scemo hai tutto quello che ti serve nel market e per di più è gratis".
"No, no. L'attesa mi avrebbe ucciso, già hanno aspettato tanto, dovevano partire prima".
"Io mi sarei fatto una canna".
"E poi avresti deciso?".
"Sì, che mi frega, me ne facevo pure due e mi mangiavo un paio di pacchetti di patatine alla cipolla".
"E poi?", chiede il più convinto di tutti.
"Mi sarei fatto fare un pompino dalla bionda".
E a me alla fine della loro conversazione è venuto questo pensiero: non è che nell'horror non ci crede più nessuno? Negli anni novanta andavamo a vedere Horror perché bene o male finivamo per crederci alla storia. Ce ne stavamo attaccati alla poltrona, e nei campeggi ci raccontavamo la storia della vecchia che si ripresenta dall'oltre tomba e chiede un bicchier d'acqua. Roba da morire.
Mia sorella se la lasciate sola in una strada di notte, tutt'ora ha paura che arrivi It, sebbene sia un avvocato penalista. C'è stato un periodo della mia vita in cui ho creduto più a Nightmare che a Babbo Natale. Anzi per me Babbo Natale era Nightmare travestito: avete mai fatto caso a quali sono i colori del Natale...
Ma oggi sembra diventata una cosa poco verosimile. E se non ci credi a un tipo di storie, finisce che quel genere sparisce, non esiste più e con esso muore una parte di una generazione che invece, venendo da un'altra cultura, ci aveva creduto.
Ora forse vanno meno di moda i mostri e di più i thriller... l'uomo che uccide l'altro uomo è più credibile.

Erano tre anni che non ti vedevo. Nel frattempo ci eravamo scambiati di tanto in tanto qualche mail che ci impediva ogni qual volta di dimenticarci l'uno dell'altro. Un giorno mi scrivesti che saresti partita da San Francisco per venire a Roma, ad assistere al matrimonio di una delle tue care amiche. Saresti rimasta in città cinque giorni, il tempo di vedere gli altri amici. Mi chiedevi se potevo ospitarti per qualche giorno. Ti dissi di sì, anche se la mia casa, ti confessai, non era un modello d'ordine. Mi rispondesti di non preoccuparmi... la tua, forse, era anche peggio della mia. Ero contento di rivederti. Ero contento di rivedere quel tuo sorriso aperto e schietto, senza ombre, di risentire il tuo italiano addolcito dal sole della California. Ci siamo sentiti per telefono il giorno prima che venisti. Hai aspirato le tue prime parole, salutandomi, come se ti mancasse la voce dall'emozione. Io mi sono trincerato dietro la mia solita, misurata felicità. Odio manifestare subito i miei sentimenti. Ci siamo dati appuntamento per l'indomani... La sera ti sono andato a prendere alla stazione. Portavi il vestito indossato al matrimonio della tua amica (era stato quel giorno). Avevi dietro il tuo trolley sovraccarico di vestiti e lo zaino pesantissimo. Ci siamo abbracciati. Hai passato le tue mani sulla mia schiena e hai stretto forte. Siamo andati a casa mia. Abbiamo parlato. Ti ho preparato un tè. Mi hai fatto notare che mi ero molto dimagrito. Come al solito hai parlato quasi sempre tu. Mi hai raccontato com'è finita la storia con il tuo fidanzato italiano. Hai versato qualche lacrima. Era ancora troppo recente la cicatrice che ti aveva lasciato. L'anno scorso eri venuta a Roma per lui, ma non mi avevi chiamato. Soltanto ora me lo confessavi. Abbiamo mangiato qualcosa. Ti eri ingrassata in questi tre anni, ma non te l'avrei mai detto in faccia. La tua linea è stata sempre una fonte di sofferenza per te. Abbiamo parlato per ore. Alla fine ero stanco, gli occhi mi si chiudevano. Ci siamo dati la buonanotte. Ci siamo abbracciati. "Ho bisogno di coccole", mi hai confessato con la tua dolcissima voce, con il tuo italiano pieno di vocali aperte. Accarezzavo i tuoi lunghissimi capelli castani, la tua schiena. Ti ho baciato sulla guancia, ti ho sorriso, poi sono andato nella mia stanza. Dopo qualche istante mi hai bussato alla porta. Mi hai chiesto se potevo farti ancora delle coccole. Ti ho abbracciato, ti ho accarezzato di nuovo i capelli, le mani. Poi le nostre labbra si sono toccate e ci siamo baciati. Ci siamo baciati a lungo, con trasporto. Siamo andati nella mia stanza, ci siamo sdraiati sul letto. Dopo qualche ora sei tornata di là, nella camera che avevo preparato per te. Prima di andartene ci siamo baciati ancora. Il giorno dopo sono rientrato dal lavoro e ho trovato una persona che mi aspettava. Non avrei mai pensato che aprire la porta di casa e vedere la luce accesa mi mettesse così di buon umore. Prima di cena ci siamo sdraiati sul letto, ci siamo abbracciati. Sospiravi. Mi hai confessato che non sapevi bene cos'era capitato la sera prima. Neanch'io lo so, ti ho confessato. Ho sospirato e mi sono stretto forte a te. Il giorno dopo siamo andati a cena fuori. Abbiamo camminato per il Centro, le nostre mani si cercavano, si toccavano, si volevano. Qualche volta, mentre eri assorta ad osservare una vetrina, ti baciavo i capelli. Mentre camminavamo mi prendevi in giro, dicendomi che non mi sforzavo di parlare in inglese con te. Stavo perdendomi la grande opportunità di esercitarmi. Facevo lo scemo. Gridavo "Oh my God". Ridevi. Dicevi che ero un cretino. Ci siamo fermati a vedere i gatti di Largo Argentina. Tu li ami alla follia i gatti. Quelli che ti si avvicinavano li accarezzavi, gli parlavi con la tua solita generosità d'animo. Sull'autobus, mentre rientravamo a casa, hai fatto amicizia con una bambina. Gli hai chiesto come si chiamava, l'hai fatta ridire, le hai fatto dire come mi chiamavo io, "il ragazzo silenzioso". Una persona come te non dovrebbe mai soffrire. È ingiusto che una persona bella come te debba soffrire. L'ultima notte che abbiamo passato insieme, le tue mani accarezzavano lente il mio petto pieno di peli. Mi hai confessato che i miei peli ti trasmettevano sicurezza. Avremmo voluto che quella notte non finisse mai. La mattina ci siamo alzati presto, abbiamo fatto colazione con le nostre mani che si toccavano continuamente. Ti ho accompagnata al treno per Fiumicino. Sulla banchina siamo restati abbracciati tutto il tempo. Ti ho accarezzato il viso, ci siamo baciati con un'avidità disperata. Sono rimasto lì anche quando sei salita. Finché il treno non partiva, aprivo le porte automatiche e ti baciavo ancora. Quando sei andata via, una specie di nausea ha invaso il mio corpo...
La sera sono andato a vedere all'Auditorium il concerto di Stephen Stills, questa volta orfano di Crosby e Nash. Stills è un'icona della musica rock, un genio. Ha scritto canzoni memorabili come Judy blue eyes, Love the one you're with, Helplessly hoping, Wooden ships (quest'ultima composta insieme a David Crosby e Paul Kantner). Certo un po' si sente la mancanza di Crosby e Nash, soprattutto il meraviglioso impasto sonoro delle loro voci, ma Stills anche da solo rende memorabile la serata. Basta che attacchi poche note e il suono meraviglioso della west coast invade il mio sangue, come lo hai invaso tu. Il timbro della voce di Stills è rimasto intatto nel corso di tutti questi anni. Muove le sue mani come un meraviglioso sciamano sulle innumerevoli chitarre che si è portato dietro. Canta Woodstock e c'è poco altro da dire. È libertà questo suono. È partecipazione questo suono. È voglia di divertirsi, di stare insieme il continuo muoversi di Stills sul palco. Questa musica parla direttamente ai sentimenti degli uomini, senza tanti complimenti, senza tante pippe mentali. Quanto attacca For what it's worth il mio cuore è già schiantato. Mi sembra di correre sulle assolate highway californiane, con l'ombra delle palme a dar rifugio dal calore che esce dalla terra. Mi sembra di correre verso casa tua. Verso San Francisco. È la California questo suono. Sei tu questo suono...
Quando mi hai chiamato per dirmi che eri arrivata, mi hai confessato che ancora non sapevi bene quello che era successo tra noi, ma che era stato bello e che ti mancavo. Mi hai chiesto del concerto. "E' stato bello", ti ho risposto. Mi faceva pensare continuamente a te...
Torniamo ancora una volta a parlare di medicina. Ma questa volta di un settore abbastanza delicato ed esclusivo: la psichiatria.
La settimana scorsa ha debuttato sul canale satellitare Cult (canale 142 di Sky) la serie televisiva In Treatment prodotta da Hbo. Innovativa ed originale per i contenuti, la serie accompagna, passo dopo passo, lo spettatore attraverso le storie e le sedute di cinque pazienti e del loro psicoterapeuta.
Paul Weston (Gabriel Byrne) è uno psicoterapeuta apparentemente di successo con un matrimonio ormai fallito e qualche problema con l'etica professionale. Per quattro giorni a settimana svolge il suo lavoro, mentre il venerdì è lui ad andare dalla collega Gina Toll (Dianne Wiest). Ogni giorno il pubblico segue la terapia di un personaggio. E così si ritrovano il transfert di una anestesista, l'ostilità di un reduce di guerra, l'autolesionismo di una ginnasta, i problemi di una coppia e la crisi di mezza età di un affermato professionista.
Diretta e riadattata da Rodrigo Garcia (autore di Big Love e Six Feet Under), figlio del Premio Nobel Gabriel Garcia Marquez, In Treatment è tratta dalla serie israeliana BeTipul creata da Hagai Levi, che ha partecipato anche al progetto americano in veste di produttore esecutivo. Considerata come la più importante serie drammatica mai prodotta in Israele, BeTipul è diventata un fenomeno sociale e televisivo, osannata dai critici per i dialoghi raffinati e pungenti. La HBO ha creduto in questo format e dopo 5 episodi "sperimentali" ha dato il via libera ad altri 38.
Nelle narrazioni mediali del passato si è sempre fatta confluire la psichiatria in un poco chiaro ambito di discipline psicologiche, accostandola alla sociologia, alla pedagogia, alla sessuologia e persino alla pedagogia. Inoltre, è stata sottoposta a costanti, errate attribuzioni di ruoli, competenze e significati. In tal modo le storie televisive ci hanno presentato lo psichiatra o come interprete di sogni oppure come consulente e consigliere da salotto.
In questa serie, al contrario, si ritrovano dialoghi e strutture narrative ben fatte in grado di catturare l'attenzione del pubblico pur concentrandosi su un'unica scena. O meglio uno spazio fortemente delimitato; un angolo di una casa che non appare completamente. Sentiamo talvolta dei passi provenire dalle stanze al piano di sopra o delle voci; vediamo il giardino. Ma il confine è fissato: Paul e i suoi pazienti non vanno al di fuori dello studio. E' l'unico posto in cui possiamo ascoltarli e osservarli.
Per quanto siano presenti molte approssimazioni, i trenta minuti (durata di ogni puntata) sono caratterizzati da un linguaggio che sembra voler disorientare, in modo creativo, lo spettatore. Ogni episodio, ad esempio, è redatto ogni settimana dallo stesso sceneggiatore per garantire e mantenere uniformità ai personaggi e alle vicende. In tal modo la serie risulta essere un unico, limpido quadro, senza episodi riempitivi.
Premesso che ogni rapporto terapeutico è unico, nella serie emergono aspetti propri di una seduta terapeutica, con eccessi di americanismo che, possono però essere perdonati, tenendo conto della complessità del plot narrativo.
Il vero elemento di originalità della serie consiste nella centralità che vengono ad avere i dialoghi; non esiste altra fiction che presenti due soli attori, praticamente immobili dall'inizio alla fine, con totale assenza di azione. Pertanto, gli attori possono usare solo il potere della parola e loro stessi. Da ciò deriva l'intensa teatralità del testo e dell'intera serie.
Nonostante vada in onda tutti i giorni, non è possibile equipararla ad una soap opera, al contrario In Treatment (come punta dell'iceberg della spettacolarizzazione mediale della psicologia) non è sostituto di nulla e va fruito così, con la curiosità relativa per una serie televisiva originale e ricca di simbolismo dove il vero paziente è proprio lo psichiatra.