Home » Rivista "O" » Omeriche Visioni ottobre 2008

Donne in noir


La crime fiction al femminile

 

"Ci sono donne che tolgono il fiato e altre che tolgono la vita". Questo è lo slogan che promuove Donne assassine, la nuova serie italiana in onda su Fox Crime dal 16 ottobre. Due registi del cinema, Alex Infascelli e Francesco Patierno, tentano di dar vita a otto ritratti ispirati a fatti realmente accaduti esplorando storie estreme di donne che uccidono per paura, solitudine, follia, disperazione, gelosia. La serie vanta un cast d'eccezione composto da alcune delle più significative interpreti del cinema italiano: Marina Suma, Martina Stella, Sandra Ceccarelli, Claudia Pandolfi, Caterina Murino, Valentina Cervi, Ana Caterina Morariu, Violante Placido, Sabrina Impacciatore, Donatella Finocchiaro, e Livia Bonifazi.

In tal modo la narrazione si sposta dal rosa al nero centrando l'attenzione su donne che covano rancore e odio. Strade distanti, un solo destino. Oppresse dalla responsabilità, ossessionate da incomprensioni familiari, vittime costanti della violenza, non hanno altro modo che reagire impugnando quella stessa brutalità. Si pensi ai numerosi studi che dimostrano come la donna sia considerata più crudele dell'uomo nelle vendette e con pochi scrupoli di coscienza. Scrive Ann Jones: le donne che uccidono trovano soluzioni estreme a problemi con cui migliaia di donne convivono in maniera pacifica ogni giorno.

I dialoghi della serie portano alla luce quei segni di una ferita non del tutto rimarginata; ogni donna, attraverso la sua caratterizzazione, racconta di un trauma irrisolto che affonda le sue radici nel passato. La loro disperata ribellione finisce per rivelarsi una liberazione distruttiva e autodistruttiva che le condanna a trasformare i propri sogni di felicità in incubi sanguinosi per loro stesse, per gli uomini vittime del loro amore e per le altre donne fonte del loro tormento. E così i canoni classici della crime story vengono completamente ribaltati

Il plot narrativo appare ancor più interessante in quanto il male al femminile è originato da altro male in un vortice senza fine. La scrittura della serie riesce ad incontrare il lettore/spettatore, a sorprenderlo, emozionarlo e catturarlo nella sua rete. La donna criminale viene presentata come l'insieme di tutte le caratteristiche criminali maschili sommate ai peggiori difetti delle donne, come riteneva lo stesso Lombroso.

La donna omicida, raccontata dalla crime fiction, gioca con l'idea di disporre della sua vittima per motivazioni che appaiono giuste inventando una personale ed unica moralità adatta a quel particolare caso.

Si è detto in precedenza che le storie raccontate sono ispirate ai casi di cronaca reali. Ciò è possibile in quanto la stessa serialità permette di approfondire quegli aspetti psicologici e sociali delle storie narrate e di apparire come uno specchio interpretante la realtà in maniera sempre più approfondita, sino a diventare, in alcuni casi, essa stessa "produttore" di realtà.

Donne assassine si muove nel freddo e tragico universo delle sue protagoniste immerse in quel vuoto che nessuno psichiatra è riuscito ancora a colmare. Le donne, dice Lacan, hanno rispetto all'uomo una differenza strutturale: mentre gli uni sono ordinati secondo la Legge simbolica del discorso, le donne sono «non tutte» in questa Legge. Qualcosa in esse si oppone, si sottrae, si nasconde; qualcosa che non è traducibile nel linguaggio. È in questo "...posto di confine dove la Legge si arresta e si vanifica, luogo dunque della passione dell'odio e dell'amore" che avviene il delitto. E si compie il misfatto nero dal color rosa. 

Mali antichi, antichi rimedi


Ho un giorno libero. Sfoglio l'agenda e mi decido: vado a Siena a vedere la mostra permanente degli strumenti di tortura, quel "Museo della Tortura" che è lì da sempre e sempre ci sarà, come la stupidità umana e gli orecchioni.
E cosa importa se il decoro cittadino impone di non pubblicizzare la truculenta esposizione per le vie adiacenti Piazza del Campo. La devi proprio scovare se ti va la mostra, e appressarti con quella certa intenzione di fronte la quale ti senti un po' in colpa e un po' un torturatore.
E' una luminosa giornata di vento e questo aiuta. Suvvia, sono strumenti che appartengono al passato, è cultura, interesse antropologico. Niente di male esserne attratti. Il primo inciampo però lo incontro alla casa: dieci euro per un allestimento di scarsi cento metri quadri. Convinco la cassiera  -simpatica, casertana, intenta a studiare per un esame imminente - della mia buona fede: d'accordo, non posso dimostrarlo ma sono anch'io studentessa, e proprio di antropologia. Ah bene, ah sì, interessante. A che punto sei? Quasi finito, ribatto suadente, cercando così di puntare allo sconto, che poi fra l'altro otterrò. E tu? E via così di chiacchiere per una buona mezz'ora. La mostra però intendo proprio vederla e in genere il perdere tempo, al pari del sesso, accresce notevolmente il mio desiderio. La ragazza mi informa che il sito in cui ci troviamo appartiene ad un antico carcere senese mentre le pareti - beh sì sono di cartapesta, per riprodurre i muri aggriffati di muffa delle patrie galere-. La musica diffusa per le stanze intanto prepara il palato. Recita cantate di mater Deus, o laudari giunti sino a noi grazie al lavoro di solerti amanuensi francescani e benedettini e delle clarisse. Poi però la saluto e vado.
Come pregevole inizio mi imbatto in una maschera a testa di cinghiale la cui funzione è stimolare il silenzio nelle femmine querule (per inciso, nessuna delle mie amiche, me compresa, avrebbe vissuto un giorno). Passo con passi tardi e lenti a leggere schede di spiegazioni puntigliose come codici miniati. Così tra strizza seni e pere vaginali, apprendo che le colpe maggiori nelle donne, anticamente, sono state quella di pensare (e di conseguenza esporre i frutti delle proprie riflessioni), fare l'amore (già si usava allora), ogni tanto mancare di eseguire con solerzia il proprio lavoro di cameriere (e i sandali chiodati sul tallone muniti di campanello che, se mosso, meritavano una vergata, sono lì a testimoniarlo), rimanere incinta prima di aver preso marito (ecco le trecce di paglia indossate su teste rapate e con tale abbellimento dar sfoggio di sé sui sagrati delle chiese), o al contrario essere vergini (le popolazioni precolombiane le sollevavano dai loro letti per sacrificarle a un dio adorno di piume il cui nome  suona più o meno: Queatzcoatl). Mi consolo al piano inferiore: gli uomini hanno avuto la loro porzione di magagne. Testa in giù, venivano issati alla corda e scorticati e il loro sangue raccolto in una bacinella sottostante. Del sangue poi i druidi facevano aruspici e abbondanti libagioni.
Mi colpisce una tunica. Per quanto ricordi certi ricami delle passate sfilate milanesi, essa però aveva scopi diversi. Stigmatizzare, in pubblica piazza, i miscredenti. Se non venivano arsi vivi come il Savonarola, erano costretti dalla benevolenza vescovile a portare a vita la mantella coi diavoletti stampati.
E ancora, gatti a nove code, pinze per titillare testicoli, sedie con sovrabbondanza di chiodi, caschetti con porzioni di ferro che ti scorticavano ora una guancia ora il palato, a gusto del fabbricatore. Una gabbia ritratta in una foto, in uso sia nella stessa Siena che nella illuminata Firenze. Ci rimanevi appollaiato dentro e così fuoriesposto, finché morivi di freddo o di scottature, a seconda della stagione di cattura. E se la vostra debolezza fosse stata il gioco o il fumo praticato senza licenza? per voi la legge prevedeva una collana pesante come un giogo da portarsi per almeno due giorni. Al posto delle perle, una sequenza di dadi di legno con dipinti i vostri vizi capitali.
Belli i manichini assisi su un grosso tavolato della sala principale. A un uomo stanno traendo il cuore dal petto. Mi soffermo sull'espressione del condannato. L'artigiano che l'ha modellato sembra avere una certa, amichevole familiarità con la paura. Mah.
La ragazza alla cassa mi aveva detto: una come te qua dentro ci sta due ore, sicuro. E per non deluderla, cerco di tirarla un po' per le lunghe. Leggo tutto, compresi i divieti di fumo. Faccio compiute riflessioni sul valore della vita umana specialmente quella femminile. Disprezzo quelli che uscendo vergano sul quadernone commenti cretini, tipo: Simone è passato di qua con Simona. Da torturarli
Alla fine però la mostra non faccio in tempo a finirla. Meglio di un brillante contrappunto ai laudari e i mater Deus, mi squilla il cellulare. Ricevo un invito a pranzo con amici a mangiarmi una tagliata. Uhm. Che sia una tagliata già mi spaventa. E che siano tutti uomini mi incupisce oltremodo. Che siano brave persone, ecco questo può darsi. Comunque, non oso rifiutare. Almeno per oggi la mostra ha sortito il suo effetto. Mi sale dunque alla memoria il monito di mia nonna che, bontà sua, è sopravvissuta a due mariti: zitta e non fiatare se a sera vuoi arrivare.

Per chi fosse interessato a rallegrarsi la vita l'indirizzo della mostra è questo: Museo della Tortura, P. zza del Campo  (Vicolo del Bargello, 6)  Siena   e-mail tortura@iol.it

Il Rock dei ragazzini tristi


"Non ero esattamente il tipico adolescente medio. E' ciò che più di ovvio si può dire a proposito dell'adolescenza è che determina il tuo futuro: se è meravigliosa sei destinato a diventare un individuo molto sicuro di sé, in caso contrario non hai veramente scampo. Credo però che se avessi trascorso un'adolescenza frivola, adesso non canterei in questo gruppo."
Stephen Patrick Morrissey (cantante degli Smiths).

Da ragazzino credevo di essere un poeta. Passavo i pomeriggi stringendo i cuscini e scrivendo poesie sul mio cuoricino infranto. Nello stereo intanto giravano senza sosta le cassettine dei dischi degli Smiths (cassette che rubavo ai miei amici più grandi). Nelle parole di Morrissey mi ritrovavo appieno. Le canzoni erano struggenti e parlavano di ragazzi che subivano angherie dai presidi e dai genitori, ragazzi che amavano troppo delle ragazze che poi li ferivano. Quei versi erano stati scritti negli anni ottanta, per la cronaca, fuori dalla mia stanza, gli anni ottanta erano agli sgoccioli.
Il Rock' n ‘roll risponde ad una richiesta di facile ribellione giovanile. L'estetica di questo "movimento" si è ispirata ai malviventi dei romanzi di Ed Bunker ed ai pirati (pensate all'impollinazione incrociata di Johnny Depp, che per fare Jack Sparrow ne "I Pirati dei Caraibi" si ispira a Keith Richards degli Stones, che a sua volta si ispirava ai bucanieri de "L'isola del tesoro" di R. L. Stevenson). L'aura aggressiva dei grandi del rock è entrata in crisi per la prima volta negli anni settanta grazie ai New York Dolls (un gruppo di ragazzi travestiti da signorine che cantavano di crisi di identità e di glitter da mettere per andare ai party). Il Punk meriterebbe un discorso a parte (ma non è questa la sede), perché la ribellione del Punk (per lo meno quella dei primi punk) non ha nulla di "sociale" e l'aggressività ostentata non è machismo o omofobia, ma solo voglia di provocare. Alla fine dei settanta dal punk nasce il Post Punk (o New Wave se non siete per le eccessive catalogazioni, in italia solitamente non lo è nessuno e così si mettono nello stesso calderone i Gang Of Four e gli Spandau Ballet). Per ragioni di spazio (per quanto riguarda gli anni ottanta) tratteremo due sole band: I Joydivision e i The Smiths, due gruppi capaci di scrivere autentiche canzoni "depressive" che parlano dell'amore e della vita, rivoltando il luogo comune dell'adolescenza vista come un periodo ameno. Pop songs che costringono milioni di ragazzini con la spina nel fianco a dondolare davanti ai loro impianti Hi-Fi (all'epoca la musica era una questione dannatamente fisica, a partire dal supporto) in una dolce e malinconica catatonia.
Ian Curtis, cantante dei Joy Division, si suicida nel 1980. Il suo gruppo ha raggiunto ottimi riscontri di pubblico ed il secondo disco della band (il temibile Closer) è quasi pronto. Curtis soffre però di una tremenda depressione (aggravata da frequenti crisi epilettiche), i suoi testi sono puntuali analisi della sua vita, nelle sue canzoni non filtra mai uno spiraglio di luce, nonostante alcune di queste siano potenti e ritmate. Non fa eccezione uno dei loro ultimi singoli, Love Will Tear Us Apart (L'amore Ci Separerà Di Nuovo), nel quale l'autore infila questi versi: "Devi gridare nel sonno \la lista di tutti i miei difetti?\C'è ancora un sapore nella mia bocca \Quando mi prende la disperazione \ Si, quel qualcosa di buono \ Non può proprio più funzionare? \ Ma l'amore, \ l'amore ci separerà di nuovo". Siamo nel 1980. Un delicato tappeto di Synth e di chitarra acustica sorreggono la voce distaccata del cantante. Sembra incredibile che una canzone così bella possa avere un testo tanto "cattivo". Di Manchester, come i Joy Division, anche gli Smiths di Morrissey e Johnny Marr (un critico arriverà a parlare della depressione Mancuniana citando anche altri gruppi). Morrissey ed il suo gruppo consacrano l'idea del pop "da cameretta", le loro canzoni hanno melodie orecchiabile e facilmente replicabili alla chitarra acustica, il nodo sono i testi: incredibilmente incisivi, sarcastici ed allo stesso tempo malinconici. Il frontman della band non ha nulla del cantante rock: non fuma, non beve e dice di non fare sesso. E' un anti eroe che sceglie, per dichiarare al mondo la sua non belligeranza, di portare nella tasca dei jeans dei gladioli freschi. Fiori nelle tasche e fiori nelle platee dei loro concerti. In Headmaster Ritual (Il rituale del preside) Morrissey canta queste parole: "Tutti bastardi smidollati \ Il super maestro guida la truppa \ invidioso della gioventù \ Gli stessi vecchi scherzi dal 1902 \ Fa il doppio passo militare \ sul mio osso del collo [...] Vi prego \ esoneratemi da ginnastica \ Sento arrivare questo terribile freddo \ Lui afferra e distrugge". In questa canzone il senso di identificazione dell'ascoltatore può essere totale. Quale ragazzo timido non è stato preso in giro da un professore di ginnastica? Morrissey era un ragazzino timido, non ne voleva sapere della scuola e delle parallele. Rimaneva il pomeriggio chiuso in camera a leggere i libri di Oscar Wilde. L'amore non corrisposto è un altro degli argomenti preferiti dagli Smiths, in There is a Light That Never Goes Out (C'è Una Luce Che Non Si Spegne Mai) la voce potente (ma allo stesso tempo vulnerabilissima) di Morrissey racconta di fughe dalla famiglia e di ricerca dell'amore. Una ricerca che viene frustrata dall'eccessiva timidezza (come vi accorgerete leggendo l'estratto della traduzione del testo): Portami fuori stanotte \ Dove c'è gente \ giovane ed animata \ Viaggiando sulla tua auto \ Mai e poi mai vorrei tornarmene a casa \ Perché non ne ho più una [...] Se un autobus a due piani \ si schiantasse contro di noi \ Morire al tuo fianco \ sarebbe un modo fantastico di farla finita [...]E nel buio del sottopassaggio \ Ho pensato Oddio, finalmente è arrivato il mio momento \ (Eppure una strana paura s'impadronì di me \ E non riuscì nemmeno a domandare).". Emozioni forti, fuga dalla famiglia ed amore impossibile. Il cliché del ragazzo problematico è rispettato appieno.
Negli anni novanta ho scelto di analizzare due testi di un solo gruppo, ed ho scelto i Radiohead (principalmente perché sono ancora in attività e mantengono un livello di ispirazione altissimo). Avrei potuto inserire i Nirvana, ma in realtà Cobain (che ho amato ed amo ancora) non scriveva canzoni struggenti, le sue erano canzoni di rabbia. Il suo suicidio ed un'eccessiva esposizione hanno alimentato un equivoco che dura ancora oggi. I Radiohead, per quanto io non li capisca fino in fondo (ma è una colpa mia, sicuramente non loro) sono il miglior gruppo attualmente in circolazione. In Creep (Sfigato) Thom Yorke canta di un uomo che vuole farsi notare da una donna. La sua bellezza è accecante, lui si sente ferito e si considera un mostro. La voce dolente e le chitarre elettriche stoppate alimentano un senso latente (ma nemmeno tanto) di paranoia: La tua pelle mi fa venir da piangere \ Volteggi come una piuma \  In un mondo bellissimo \ Ed io vorrei essere speciale \ Sei così dannatamente speciale \ Ma sono uno sfigato, \ Sono un mostro". Le smanie del protagonista di questa canzone hanno dato voce  alla generazione " teneramente depressa" degli anni novanta. In All I Need (Tutto Ciò Di Cui Ho Bisogno) il costante intrecciarsi di immagini positive e negative creano nell'ascoltatore un'identificazione immediata. Quella che racconta Thom Yorke è proprio la sensazione dell'innamoramento. Il "Va tutto male" ripetuto fino a strapparsi l'ugola (seguito subito dopo da un "Va tutto bene") è la commiserazione di chi non riesce ad avvicinarsi alla persona desiderata. Potrebbe essere quasi una lettera giocata su delle metafore. Una lettera scritta da una personalità emotivamente esplosiva ma bloccata dalla timidezza: "Sono al centro della tua immagine \ Disteso in un canneto \ Sono una falena \ Che vuole soltanto condividere la tua luce \ Sono solo un insetto \ Che tenta di sopravvivere alla notte [...] Va tutto male \ va tutto male \ va tutto male \ va tutto male \ va tutto bene."
Prima di chiudere una breve postilla: Ho scelto solo canzoni di ambito, diciamo così, "Alternativa Rock", dunque da questo "gioco" sono escluse le ballate tipo Scorpions o Guns ‘n Roses (Winsd of Ch'ange e Don't Cry per capirci), quella è musica per le conigliette di Playboy e di Penthouse. Non per struggere le vostre anime.

Mauro Covacich, Prima di sparire (Einaudi)

 

 

 

C'è uno scrittore che da anni cerca di sondare, spesso in maniera molto efficace, i rapporti amorosi, le dinamiche di coppia, e quelle del desiderio: Hanif Kureishi. La nostra narrativa sembrava un po' dormiente su questi temi (l'unico esempio meraviglioso che mi viene in mente è Camere separate di Tondelli). O meglio, superficiale. Negli ultimi tempi la tendenza sembra essersi invertita. L'ultimo romanzo di Mauro Covacich (Prima di sparire, Einaudi, € 16) ne è una conferma. Lo scrittore triestino racconta la sua vicenda personale: la morte di un amore e l'inizio di uno nuovo. E lo fa senza sconti, mettendosi veramente in gioco. Raccontando come il vecchio amore sia difficile da allontanare, come abbia ancora la sua forza di attrazione, e come quello nuovo nasconda sempre mille insidie. Descrive quindi le false partenze, gli slanci, i tradimenti, le vigliaccherie che ogni rapporto umano si trascina dietro. La vita non è poi così netta e definita come vorremmo. Dietro ogni scelta c'è una ferita che facciamo a noi stessi o a qualcun altro. Il romanzo di Covacich è anche la scelta dolorosa fra due luoghi definiti: il paesaggio nativo, quello del vecchio amore (Trieste, la casa di Pordenone), e l'altro, quello del nuovo (Roma). Sono pagine toccanti che ci fanno capire, se non l'avessimo già compreso, che niente in questa vita è facile e indolore.

 

 

... Suona il citofono. Di riflesso controllo il cellulare, nessun messaggio. Vado ad aprire. È Gian Mario, in pausa caffè... Quando mi aspetto che compaia sulla soglia, suona di nuovo e mi dice di scendere.

-       Lo sai vero, che non puoi andare avanti così?

Siamo seduti nel bar all'angolo, al tavolino che dà sulla strada, nella classica doppia posizione di chi osserva stando in vetrina.

-       Ho ripreso a scrivere. Mi aiuterà a uscirne, in qualche modo.

-       Stronzate. Non puoi scrivere in queste condizioni. Guardati, pensi che lei non se ne sia accorta? Lo sai vero che sei verde?

Fuori, una tizia con un carlino sculetta su dodici centimetri di tacco. Penso a tutte le volte che il servizio Tim mi ha avvisato che Anna ha trovato il cellulare spento. D'istinto lo controllo ora, nessun messaggio. Alla fine i carlini sono arrivati anche a Pordenone. Mi duole la vescica. Cerchi di dolore che si espandono come le onde dopo il sassolino.

-       Caffè, - dico alla ragazza venuta a prendere l'ordinazione.

-       Due caffè, - dice Gian Mario. E poi, non appena la ragazza s'è allontanata, continua: - Senti, sai qual è il problema? Il problema è che tu ti credi ancora.

-       Che significa? - dico distogliendo lo sguardo dal carlino che urina alzando una zampa non più lunga dei tacchi della sua padrona.

-       Significa che tu credi ancora a un te stesso seduto sul carro delle virtù cardinali, ti sforzi di essere ancora uno che guida sicuro il suo matrimonio sulla strada dell'amore eterno e degli altri assoluti che affollano la tua testa di romantico russo. Questo significa.

-       Io voglio restare con Anna, - dico, mentre il dolore alla vescica appicca il fuoco in anelli concentrici e io vedo le onde allargarsi su una specie di schermo di radar ogni volta che batto le palpebre.

-       Appunto, ti credi ancora, - dice Gian Mario, sorbendo in punta di labbra l'ultimo sorso di caffè.

Si è separato da tre anni. Era lui a star seduto su quel carro, ma non glielo dico. Si era costruito una vita normale, a tesi. Voleva dimostrare che si può scrivere belle poesie anche col mutuo, l'appartamento nel "complesso di prestigio", il posto a scuola, la moglie in ufficio, che si può credere nella letteratura anche senza opporsi, senza sbandare, senza smettere di essere un professore figlio di contadini. Voleva riprodursi, amare per sempre la mamma dei suoi bambini, essere il poeta conformista, il poeta padre di famiglia. Giravano per Pordenone come l'incarnazione di un modello estetico e morale, sapevano di essere la coppia più bella della città e se ne sentivano in qualche modo responsabili - non è carino deludere le aspettative degli altri. Quando avevo un'incertezza guardavo come facevano Gian Mario e Antonella e cercavo di imitarli. Niente vezzi da bohémien, niente canne, niente rapporti occasionali. Un progetto pilota che contemplava la felicità solo come "ricerca della serenità". Un fortino sicuro, dentro cui sperimentare forme nuove di versificazione e racconto. Ed ecco che quest'uomo, qui, nel mio bar, davanti a un minuscolo cane che si libera la vescica proprio come dovrei fare io, ecco che quest'uomo con le scarpe sempre pulite, dopo aver digerito il suo fallimento in lunghi mesi di semiclausura, vuole che anch'io cominci a inghiottire il mio. Tu ti credi ancora.

-       Che hai? Perché non parli? - mi dice dopo un po' che gioco con il cucchiaino nella tazza, tutto concentrato a respingere lo stimolo, a depistare con la forza del pensiero i neurotrasmettitori che sfrecciano verso il cervello e tornano alla vescica con un ordine sempre più perentorio. Ora! Ora!

-       Non mi sento bene, devo andare a casa.

-       Infatti sei verde, - dice Gian Mario.

... Prima di salutarci, esattamente accanto al palo su cui il carlino ha versato le sue gocce di urina che adesso si raccoglie densa, resinosa, in una macchia a forma di Inghilterra, Gian Mario mi dice:

-       Guardati attorno, ormai non ce la fa più nessuno.

-       Sapevi che la Nasa ha inventato un laser per sentire le stelle che urlano di paura? - gli rispondo.

-       Devi darti una calmata. Ti ripeto, ormai non ce la fa più nessuno, e non sarai tu l'unico. Accetta la situazione.

È l'ex campione mondiale della monogamia a parlare, l'ex modello estetico e morale, ma non glielo dico. Lo lascio girare le sue Tod's immacolate verso la scuola e mi tuffo in ascensore. Sei piani sono come l'attraversamento completo di un'era geologica quando ai cerchi infuocati si sono costituite le puntine da disegno e l'urina si è spinta nell'uretra. Esco con la chiave della porta già in mano, ma manco per due volte il buco. Due piccole incornate sulla vita inferiore della serratura, e sento la prima goccia percorrere l'uccello con la stessa determinazione con cui la palla da bowling torna al giocatore. La vedo nel canale sotto la pista, viaggia nascosta, inesorabile, e poi eccola sbucare alla luce. Il tessuto delle mutande diventa immediatamente più caldo. Con le ultime risorse mentali cerco di bloccare il flusso ancora per un paio di secondi. Giro una, due volte la chiave, lavorando sulla patta con l'altra mano. E poi corro piegato in due fino alle pendici del water...

...Quando stai male, quando stai talmente male che ti pare di morire, quando il cuore ti scoppia e il male dilaga dappertutto, quando pensi che lo scricchiolio che senti è il tuo cervello che si spacca, fai così: trattieni l'urina. Esci, parla con gli amici, bevi insieme a loro, non pensare a te. Resta fuori fino a tardi, continua a bere e non andare al bagno. A un certo punto, molto dopo lo stimolo, comincerai a sentire dolore, ma tu non mollare. Resisti. Ti verranno i sudori freddi, gli spilli dentro la vescica, ti bruceranno le tempie. L'urina premerà, il sangue martellerà e tu finalmente starai più male di quanto avresti mai pensato. Mi raccomando, dovrai aspettare il momento in cui ti sembrerà impossibile trattenerla più a lungo, aspettarlo e stringere i denti fino al momento successivo, e poi ancora, fino a quello dopo. Finché sentirai il punto, un punto che la disperazione riconoscerà all'istante, oltre il quale davvero non potrai fare a meno di urinare. E finalmente sarai lì, davanti a quella gola di ceramica, con le gambe larghe, la cerniera aperta, il giubbotto e la sciarpa ancora addosso. Allargherai bene i pantaloni per rilassare la vescica e piano piano l'urina ti renderà felice. Sarà quello l'attimo in cui ti appariranno chiare due cose: primo, il controllo dello stimolo ti ha fatto dimenticare lo scricchiolio del cervello; secondo, la sensazione fisica del sollievo è sempre pronta a umiliare, con la sua sfacciata, vergognosa, prepotente beatitudine, il tuo peggiore stato d'animo.

 

(...)

Quando avverto il primo trillo, sto ancora pensando ai due mesi tranquilli che abbiamo appena trascorso io e Susanna. Agosto è finito, Roma è di nuovo gonfia di gente, ma al Csi si nuota ancora da favola: a quest'ora del mattino - sono le 12,35 - siamo al massimo due per corsia. Ho ripreso la ginnastica posturale con il fisioterapista di piazzale Clodio, vengo a nuotare qui tre volte alla settimana e ora sto facendo stretching sul bordo vasca immerso nel profumo dell'erba tosata di fresco e la sensazione esaltante di una schiena più elastica e reattiva.

Il cellulare trilla di nuovo.

Anche Anna viene a visitarmi nel sonno sempre più di rado. Da sveglio poi, sto imparando a difendermi: se arriva un ricordo non sposto l'attenzione, mi lascio investire, lo faccio entrare a sfasciare tutto e ogni volta rimetto a posto più velocemente. Se nuotando mi vengono in mente le attraversate che facevamo insieme, non esco dall'acqua, vado a pescare un giorno felice laggiù, all'isola di Cherso, il suo viso che mi sorride nella respirazione, le nostre braccia che si infilano all'unisono nello specchio verde dell'Adriatico circonfuse di bollicine fluorescenti, e poi passo a una sua e-mail di giugno, al racconto della sua prima nuotata solitaria, alle soste per svuotare gli occhialini dalle lacrime, e quando mi pare di non poter proprio scavare più a fondo, mi dico: eccoti qua, a goderti una splendida mattinata di settembre in un circolo del lungotevere Flaminio, stai ricordando tutte queste cose e neppure esci dall'acqua. È un trucco che ho imparato da un libro di Agota Kristof, lei li chiama "Esercizi di irrobustimento dello spirito". Anche Anna mi ha confessato di usarli. Non so per lei, ma per me la vita sta chiaramente riprendendo quota.

Il cellulare continua a trillare. La suoneria incrementale sembra spingerlo fuori dalla sacca con mille microscopici polpastrelli. Mi alzo senza bisogno delle mani - ma sì, ancora un mese e potrò togliere il corsetto anche in motorino -, a ogni passo assaporo il modo in cui i piedi molleggiano sulla gomma morbida delle ciabatte da piscina ricevendo una specie di slancio inerziale che li fa avanzare senza sforzo verso la sdraio. Quando apro la sacca, il sole, alto in cielo, s'infila a raccogliere il telefono insieme alla mia mano.

-       Stai dormicchio? - stai dormicchio. Ecco, una carezza di Susi è proprio quello che ci voleva.

-       No, non sto dormicchio, tesoro. È quasi l'una.

-       Ha suonato così a lungo...

-       Giuro che sono sveglio. Sono al Csi, stavo facendo stretching.

-       Senti, ti devo dire una cosa. È una cosa molto importante... molto delicata... così insomma... non posso aspettare fino a stasera. Dopo ne parliamo meglio a casa, ma...

-       Che c'è Susi? - mi siedo sulla sdraio pascendomi dell'inquadratura panoramica, del senso di pace che comunica il beccheggio delle cuffie nell'acqua celeste. Che può esserci?

-       Sono incinta.

-       Scusa?

-       Sono incinta. Il ritardo era troppo lungo, capisci?  Ho fatto due test. Tutti e due positivi! Tutti e due! Così insomma, adesso sono stata dalla ginecologa e ha confermato. Sono incinta. Oh, dove sei? Non ti sento.

-       Sono qui, sono qui. Be', Cristo, è una notizia, - è una notizia non è certo ciò che dovrei dire. Fantastico!, questo dovrei dire. Oppure, Grandioso! Anche grandioso andrebbe bene. Solo che ora le cuffie dei nuotatori, a galla in quel celeste saturo, gelatinoso, mi scivolano davanti agli occhi in un modo non meno che parlante. Punte rotonde rivestite, questo vedo. Teste ben protette da guaine in lattice.

-       Lo so, sei incazzato.

-       No, non sono incazzato, è che è così, all'improvviso... non mi avevi detto niente...

-       Mi pareva impossibile! - mi interrompe Susanna. - Avevo fatto miliardi di tentativi in passato. Anche la ginecologa si è meravigliata. Sembrava solo un ritardo...

Miliardi di tentativi. (...) Che significa miliardi di tentativi? Miliardi di iniezioni di gonadotropine? Miliardi di vetrini da microscopio? Miliardi di sedute di coppia? Miliardi di pianti? Che significa miliardi di tentativi? Miliardi di cazzi?

-       Mi dispiace, - dice Susanna.

-       Ma no, non ti devi dispiacere, - dico, invece di saltare su dalla sdraio con la mia schiena quasi guarita e abbracciare il mio vicino, o buttarmi in vasca con l'accappatoio, o gridare al telefono Ti amo.

-       Sì invece, mi dispiace. Me lo sentivo che l'avresti presa così, - dice Susanna con la voce che comincia a rompersi. E io vengo investito da un ricordo, e non mi sposto. C'è Anna appoggiata alla credenza, nella cucina di Trieste. E io non mi sposto. Ha una sottile riga di sangue sul labbro inferiore, è il mio compleanno, e vuole parlare di figli, di figli non avuti.

-       Però pensavo che un bambino... un bambino nostro... - continua Susanna, con un fiotto di rabbia lucente fuso nel pianto.

-       Certo, - dico. - E' solo che non eravamo d'accordo di averne.

 

(...)

Anna mi accarezza la spalla sopra le coperte. Indossa le scarpe da cantiere, la salopette bianca, il finto Barbour blu oltremare. Si direbbe sul punto di uscire, eppure è seduta sul letto da un tempo indefinibile, forse da prima della notte. Mi parla e mi accarezza. Fuori c'è il sole. Sul grattacielo della banca l'orologio dice NO: SI'.  

-       Puoi restare a dormire ancora un po' se vuoi. Il caffè è pronto sul fornello, devi solo accenderlo. Io devo andare. Sono contenta che sei tornato, - dice Anna, china su di me senza un filo di trucco, la piccola bocca esangue, i capelli raccolti e già quasi tutti usciti dal fermaglio, gli occhi screziati di pagliuzze grigioverdi, gli stessi occhi ignari degli angeli del Pontormo.

Io sono steso di fianco, raccolto in posizione quasi fetale, la guancia immersa nel cuscino, incapace di muovermi e di rispondere. Dovrei dirle: Anna, io non sono tornato e non tornerò più. Dovrei fermarla. Ma in effetti sono dentro il letto che abbiamo comprato insieme da Semeraro Arredamenti non più di tre anni fa, e questo alla pareti è il desert fire, e questa è la nostra stanza.

-       Ti prometto che adesso canterò anch'io. Ogni volta che saliremo in macchina canterò sulle canzoni insieme a te. Imparerò a farlo, vedrai, - dice Anna, con gli occhi ignari, colmi di gioia, l'alito di dentifricio.

Vorrei prenderle la mano e dirle: no Anna, non devi. A te la musica piace ascoltarla in silenzio. Ti prego, resta come sei, non serve a nulla che cambi. Io non tornerò più. Sto con un'altra, avremo un figlio. Sono frasi che aspettano solo di essere pronunciate, ma io sono paralizzato sotto le coperte, la pressione che dilata le vene del cervello, il dolore che cementa rapido panetti di argilla nel petto.

-       Adesso ho visto come si fa. Ho capito quanto ti piace e proverò a farlo anch'io. Ce la metterò tutta, - dice lei, accarezzandomi la spalla.

E io la guardo senza essere capace di emettere un suono, cercando di frenarla almeno con gli occhi, di rallentarne lo slancio, di attutirne la caduta. Ma Anna adesso canta. Comincia esitando sulle prime note di una canzone che non conosco, canta con un filo di voce, eppure, dopo pochi istanti, nell'occhio destro le scoppia un capillare. Due rametti vermigli incastonati nella sclera, e lei sussurra piano, con la fronte un po' aggrottata come si difendesse dall'imbarazzo. È tutta rossa ora, la pelle lucida, il collo cosparso di macchie.

-       Fermati, ti prego, - riesco  a dire, mentre l'occhio le si riempie di sangue.

Dico solo questo. Poi mi sveglio. 

Com'č The mist?

 

L'atmosfera è pesante dopo un po' che lo vedi, ti entra una sorta di energia negativa in circolo nei confronti della vita, del mondo e del tuo vicino di poltrona. Giuro che ho iniziato a notare anche i suoi gesti più impercettibili e ha iniziato a starmi antipatico, anche se non lo conoscevo.

La cosa più interessante non è quello che succede nello schermo, ma quello che succede in sala, così come nel film la cosa che colpisce è cosa succede nel market, dove si sono rifugiati i sopravvissuti per la nebbia, che quello che accade fuori.

Creature mostruose si aggirano nella nebbia, roba da lasciarti stecchito. Ma dentro al market è ancora peggio.

A un certo punto compare una mezza matta fissata col Vecchio Testamento e col suo Dio vendicativo. Per circa metà pellicola questa signora cita l'Apocalisse e tartassa i poveracci che trovano riparo tra gli scaffali.

"Dio vi punirà perché avete peccato. Chiede il nostro sangue, ci vuole un sacrificio per placare la sua ira".

Alla fine un tizio basso, con gli occhiali e a cui nessuno crede gli spara in fronte. Quello dietro a me fa:

"Era ora porca vacca".

La ragazza gli dà di gomito e gli dice di stare zitto e lui:

"Non la potevo sopportare. Questa stronza e le sue cazzate su Dio".

E di fatto tutta la sala la pensa come lui, tanto che esplode un applauso e varie urla di incitamento verso il poveraccio che ha sparato e che ora abbassa l'arma sentendosi colpevole.

Ma non c'è solo questo. La nebbia infernale pare che sia stata provocata da un esperimento biologico dell'esercito. Gli abitanti che la popolano sono degli animali mutanti: cavallette di una trentina di centimetri e ragni che sputano una bava acida che sega gli arti. Nel supermercato si sono rifugiati tre militari che stavano per andare in libera uscita quando è accaduta la catastrofe. La vecchia pazza predicatrice tenta di farli passare per dei capri espiatori.

"Serve il loro sangue, sono loro i blasfemi che con la loro superbia hanno voluto sfidare il signore".

Ovviamente ci scappa il morto, trapassato tre volte da un coltello da cucina lungo una quarantina di centimetri. Alla vista del fatto due ragazzi davanti a me commentano:

"Ma che cazzo e ti pare... sempre con la polizia se la devono prendere".

"Guarda che è l'esercito".

"Fa lo stesso. Nessuno capisce che sono organi che ci vogliono tutelare. Tutti vedono nei poliziotti il male".

"Forse perché fanno male il loro lavoro".

"Io sono con loro. Con quella cazzo di nebbia magari potevano scorticare il culo (lo riporto letterale) ai Talebani".

Un ragazzo due poltrone accanto alla mia, ascoltando la conversazione, ride sarcastico e scuote la testa in segno di dissenso.

A un certo punto della pellicola partono quelli che ci vogliono provare, quelli che non vogliono fare la fine dei topi nel supermercato. Sono in cinque. Erano di più alla partenza, ma poi un paio di ragnacci lunghi un paio di metri hanno sfoltito la muta dei fuggitivi. In cinque salgono su un Land Cruiser che potrebbe arrivare anche in cima all'Everest e partono, così come in sala parte una discussione grottesca su quello che avresti fatto in tale circostanza.

"Io sarei rimasto. Ma sei scemo hai tutto quello che ti serve nel market e per di più è gratis".

"No, no. L'attesa mi avrebbe ucciso, già hanno aspettato tanto, dovevano partire prima".

"Io mi sarei fatto una canna".

"E poi avresti deciso?".

"Sì, che mi frega, me ne facevo pure due e mi mangiavo un paio di pacchetti di patatine alla cipolla".

"E poi?", chiede il più convinto di tutti.

"Mi sarei fatto fare un pompino dalla bionda".

E a me alla fine della loro conversazione è venuto questo pensiero: non è che nell'horror non ci crede più nessuno? Negli anni novanta andavamo a vedere Horror perché bene o male finivamo per crederci alla storia. Ce ne stavamo attaccati alla poltrona, e nei campeggi ci raccontavamo la storia della vecchia che si ripresenta dall'oltre tomba e chiede un bicchier d'acqua. Roba da morire.

Mia sorella se la lasciate sola in una strada di notte, tutt'ora ha paura che arrivi It, sebbene sia un avvocato penalista. C'è stato un periodo della mia vita in cui ho creduto più a Nightmare che a Babbo Natale. Anzi per me Babbo Natale era Nightmare travestito: avete mai fatto caso a quali sono i colori del Natale...

Ma oggi sembra diventata una cosa poco verosimile. E se non ci credi a un tipo di storie, finisce che quel genere sparisce, non esiste più e con esso muore una parte di una generazione che invece, venendo da un'altra cultura, ci aveva creduto.

Ora forse vanno meno di moda i mostri e di più i thriller... l'uomo che uccide l'altro uomo è più credibile.

Stephen Stills: il cuore della West Coast


Erano tre anni che non ti vedevo. Nel frattempo ci eravamo scambiati di tanto in tanto qualche mail che ci impediva ogni qual volta di dimenticarci l'uno dell'altro. Un giorno mi scrivesti che saresti partita da San Francisco per venire a Roma, ad assistere al matrimonio di una delle tue care amiche. Saresti rimasta in città cinque giorni, il tempo di vedere gli altri amici. Mi chiedevi se potevo ospitarti per qualche giorno. Ti dissi di sì, anche se la mia casa, ti confessai, non era un modello d'ordine. Mi rispondesti di non preoccuparmi... la tua, forse, era anche peggio della mia. Ero contento di rivederti. Ero contento di rivedere quel tuo sorriso aperto e schietto, senza ombre, di risentire il tuo italiano addolcito dal sole della California. Ci siamo sentiti per telefono il giorno prima che venisti. Hai aspirato le tue prime parole, salutandomi, come se ti mancasse la voce dall'emozione. Io mi sono trincerato dietro la mia solita, misurata felicità. Odio manifestare subito i miei sentimenti. Ci siamo dati appuntamento per l'indomani... La sera ti sono andato a prendere alla stazione. Portavi il vestito indossato al matrimonio della tua amica (era stato quel giorno). Avevi dietro il tuo trolley sovraccarico di vestiti e lo zaino pesantissimo. Ci siamo abbracciati. Hai passato le tue mani sulla mia schiena e hai stretto forte. Siamo andati a casa mia. Abbiamo parlato. Ti ho preparato un tè. Mi hai fatto notare che mi ero molto dimagrito. Come al solito hai parlato quasi sempre tu. Mi hai raccontato com'è finita la storia con il tuo fidanzato italiano. Hai versato qualche lacrima. Era ancora troppo recente la cicatrice che ti aveva lasciato. L'anno scorso eri venuta a Roma per lui, ma non mi avevi chiamato. Soltanto ora me lo confessavi. Abbiamo mangiato qualcosa. Ti eri ingrassata in questi tre anni, ma non te l'avrei mai detto in faccia. La tua linea è stata sempre una fonte di sofferenza per te. Abbiamo parlato per ore. Alla fine ero stanco, gli occhi mi si chiudevano. Ci siamo dati la buonanotte. Ci siamo abbracciati. "Ho bisogno di coccole", mi hai confessato con la tua dolcissima voce, con il tuo italiano pieno di vocali aperte. Accarezzavo i tuoi lunghissimi capelli castani, la tua schiena. Ti ho baciato sulla guancia, ti ho sorriso, poi sono andato nella mia stanza. Dopo qualche istante mi hai bussato alla porta. Mi hai chiesto se potevo farti ancora delle coccole. Ti ho abbracciato, ti ho accarezzato di nuovo i capelli, le mani. Poi le nostre labbra si sono toccate e ci siamo baciati. Ci siamo baciati a lungo, con trasporto. Siamo andati nella mia stanza, ci siamo sdraiati sul letto. Dopo qualche ora sei tornata di là, nella camera che avevo preparato per te. Prima di andartene ci siamo baciati ancora. Il giorno dopo sono rientrato dal lavoro e ho trovato una persona che mi aspettava. Non avrei mai pensato che aprire la porta di casa e vedere la luce accesa mi mettesse così di buon umore. Prima di cena ci siamo sdraiati sul letto, ci siamo abbracciati. Sospiravi. Mi hai confessato che non sapevi bene cos'era capitato la sera prima. Neanch'io lo so, ti ho confessato. Ho sospirato e mi sono stretto forte a te. Il giorno dopo siamo andati a cena fuori. Abbiamo camminato per il Centro, le nostre mani si cercavano, si toccavano, si volevano. Qualche volta, mentre eri assorta ad osservare una vetrina, ti baciavo i capelli. Mentre camminavamo mi prendevi in giro, dicendomi che non mi sforzavo di parlare in inglese con te. Stavo perdendomi la grande opportunità di esercitarmi. Facevo lo scemo. Gridavo "Oh my God". Ridevi. Dicevi che ero un cretino. Ci siamo fermati a vedere i gatti di Largo Argentina. Tu li ami alla follia i gatti. Quelli che ti si avvicinavano li accarezzavi, gli parlavi con la tua solita generosità d'animo. Sull'autobus, mentre rientravamo a casa, hai fatto amicizia con una bambina. Gli hai chiesto come si chiamava, l'hai fatta ridire, le hai fatto dire come mi chiamavo io, "il ragazzo silenzioso". Una persona come te non dovrebbe mai soffrire. È ingiusto che una persona bella come te debba soffrire. L'ultima notte che abbiamo passato insieme, le tue mani accarezzavano lente il mio petto pieno di peli. Mi hai confessato che i miei peli ti trasmettevano sicurezza. Avremmo voluto che quella notte non finisse mai. La mattina ci siamo alzati presto, abbiamo fatto colazione con le nostre mani che si toccavano continuamente. Ti ho accompagnata al treno per Fiumicino. Sulla banchina siamo restati abbracciati tutto il tempo. Ti ho accarezzato il viso, ci siamo baciati con un'avidità disperata. Sono rimasto lì anche quando sei salita. Finché il treno non partiva, aprivo le porte automatiche e ti baciavo ancora. Quando sei andata via, una specie di nausea ha invaso il mio corpo...

La sera sono andato a vedere all'Auditorium il concerto di Stephen Stills, questa volta orfano di Crosby e Nash. Stills è un'icona della musica rock, un genio. Ha scritto canzoni memorabili come Judy blue eyes, Love the one you're with, Helplessly hoping, Wooden ships (quest'ultima composta insieme a David Crosby e Paul Kantner). Certo un po' si sente la mancanza di Crosby e Nash, soprattutto il meraviglioso impasto sonoro delle loro voci, ma Stills anche da solo rende memorabile la serata. Basta che attacchi poche note e il suono meraviglioso della west coast invade il mio sangue, come lo hai invaso tu. Il timbro della voce di Stills è rimasto intatto nel corso di tutti questi anni. Muove le sue mani come un meraviglioso sciamano sulle innumerevoli chitarre che si è portato dietro. Canta Woodstock e c'è poco altro da dire. È libertà questo suono. È partecipazione questo suono. È voglia di divertirsi, di stare insieme il continuo muoversi di Stills sul palco. Questa musica parla direttamente ai sentimenti degli uomini, senza tanti complimenti, senza tante pippe mentali. Quanto attacca For what it's worth il mio cuore è già schiantato. Mi sembra di correre sulle assolate highway californiane, con l'ombra delle palme a dar rifugio dal calore che esce dalla terra. Mi sembra di correre verso casa tua. Verso San Francisco. È la California questo suono. Sei tu questo suono...

Quando mi hai chiamato per dirmi che eri arrivata, mi hai confessato che ancora non sapevi bene quello che era successo tra noi, ma che era stato bello e che ti mancavo. Mi hai chiesto del concerto. "E' stato bello", ti ho risposto. Mi faceva pensare continuamente a te...

Tutti pazzi per... fiction

 

 

Torniamo ancora una volta a parlare di medicina. Ma questa volta di un settore abbastanza delicato ed esclusivo: la psichiatria.

La settimana scorsa ha debuttato sul canale satellitare Cult (canale 142 di Sky) la serie televisiva In Treatment prodotta da Hbo. Innovativa ed originale per i contenuti, la serie accompagna, passo dopo passo, lo spettatore attraverso le storie e le sedute di cinque pazienti e del loro psicoterapeuta.

Paul Weston (Gabriel Byrne) è uno psicoterapeuta apparentemente di successo con un matrimonio ormai fallito e qualche problema con l'etica professionale. Per quattro giorni a settimana svolge il suo lavoro, mentre il venerdì è lui ad andare dalla collega Gina Toll (Dianne Wiest). Ogni giorno il pubblico segue la terapia di un personaggio. E così si ritrovano il transfert di una anestesista, l'ostilità di un reduce di guerra, l'autolesionismo di una ginnasta, i problemi di una coppia e la crisi di mezza età di un affermato professionista.

Diretta e riadattata da Rodrigo Garcia (autore di Big Love e Six Feet Under), figlio del Premio Nobel Gabriel Garcia Marquez, In Treatment è tratta dalla serie israeliana BeTipul creata da Hagai Levi, che ha partecipato anche al progetto americano in veste di produttore esecutivo. Considerata come la più importante serie drammatica mai prodotta in Israele, BeTipul è diventata un fenomeno sociale e televisivo, osannata dai critici per i dialoghi raffinati e pungenti. La HBO ha creduto in questo format e dopo 5 episodi "sperimentali" ha dato il via libera ad altri 38.

Nelle narrazioni mediali del passato si è sempre fatta confluire la psichiatria in un poco chiaro ambito di discipline psicologiche, accostandola alla sociologia, alla pedagogia, alla sessuologia e persino alla pedagogia. Inoltre, è stata sottoposta a costanti, errate attribuzioni di ruoli, competenze e significati. In tal modo le storie televisive ci hanno presentato lo psichiatra o come interprete di sogni oppure come consulente e consigliere da salotto.

In questa serie, al contrario, si ritrovano dialoghi e strutture narrative ben fatte in grado di catturare l'attenzione del pubblico pur concentrandosi su un'unica scena. O meglio uno spazio fortemente delimitato; un angolo di una casa che non appare completamente. Sentiamo talvolta dei passi provenire dalle stanze al piano di sopra o delle voci; vediamo il giardino. Ma il confine è fissato: Paul e i suoi pazienti non vanno al di fuori dello studio. E' l'unico posto in cui possiamo ascoltarli e osservarli.

Per quanto siano presenti molte approssimazioni, i trenta minuti (durata di ogni puntata) sono caratterizzati da un linguaggio che sembra voler disorientare, in modo creativo, lo spettatore. Ogni episodio, ad esempio, è redatto ogni settimana dallo stesso sceneggiatore per garantire e mantenere uniformità ai personaggi e alle vicende. In tal modo la serie risulta essere un unico, limpido quadro, senza episodi riempitivi.

Premesso che ogni rapporto terapeutico è unico, nella serie emergono aspetti propri di una seduta terapeutica, con eccessi di americanismo che, possono però essere perdonati, tenendo conto della complessità del plot narrativo.

Il vero elemento di originalità della serie consiste nella centralità che vengono ad avere i dialoghi; non esiste altra fiction che presenti due soli attori, praticamente immobili dall'inizio alla fine, con totale assenza di azione. Pertanto, gli attori possono usare solo il potere della parola e loro stessi. Da ciò deriva l'intensa teatralità del testo e dell'intera serie.

Nonostante vada in onda tutti i giorni, non è possibile equipararla ad una soap opera, al contrario In Treatment (come punta dell'iceberg della spettacolarizzazione mediale della psicologia) non è sostituto di nulla e va fruito così, con la curiosità relativa per una serie televisiva originale e ricca di simbolismo dove il vero paziente è proprio lo psichiatra. 

archivio