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Mangiami la donna

 

 "Ora, caro Alonso, per te è proprio finita. Quell'alfiere è mio", disse Ernest spingendo la torre bianca in H4 con il dito indice piegato ad uncino.

Alonso non rispose subito, ma aspirò una lunga boccata da un enorme Havana: "Questo è da vedere, fratello"

Rimase in silenzio, poi, per non meno di cinque minuti, nel corso dei quali un bambino sui cinque-sei anni - che fino a quel momento era stato impegnato a giocare con un aquilone nell'ampio giardino di casa Morphy - si avvicinò al tavolino sul quale era posata l'elegante scacchiera in legno con i pezzi intagliati a mano, con la quale amava giocare il padrone di casa.

"Ehi, Paul, non sapevo che ti piacessero gli scacchi"

Il bambino, che era rimasto imbabolato e con la bocca aperta nell'osservare la disposizione dei pezzi,  sgranò gli occhi come se fosse stato colpito da una scossa elettrica: "Si, zio Ernest: conosco tutti i movimenti. I pedoni avanzano di una casella alla volta e possono mangiare solo in diagonale, le torri avanzano in verticale o in orizzontale, gli alfieri..."

"E bravo il piccolo Paul" - lo interruppe zio Ernest accarezzandogli la testa gonfia di boccoli castani. 

Poi si rivolse al fratello, che era ancora impegnato nelle riflessioni sulla mossa da effettuare - "Tuo figlio è proprio un piccolo fenomeno, Alonso. Riesce ad imparare tutto con una rapidità che lascia stupiti" - indicò la scacchiera facendo una risatina - "ma l'hai pensata la mossa da fare? Tanto quell'alfiere non lo salvi"

Alonso finalmente si decise, non prima di aver spinto in fuori le labbra per qualche secondo: aveva un'espressione un po' rassegnata. 

Ad ogni modo, invece di tentare di difendere il proprio alfiere, che era inchiodato dalla torre, o di spostarlo perdendo la Donna, si limitò a muovere il cavallo in E5, casa dalla quale questo pezzo poteva minacciare di andare a posizionarsi in F7: e da lì non sarebbe stato possibile cacciarlo via.

Proprio mentre Ernest, sorridendo con un'espressione di ingordigia, mangiava l'alfiere, Paul fece una smorfia, e disse: "No...".

I due giocatori si voltarono all'unisono verso di lui.

Il padre disse: "Cosa c'è che non va, Paul?"

"Hai sbagliato, papà: avevi la partita in pugno"

"Cosa?" rispose Alonso abbassando le sopracciglia.

"Si, non dovevi muovere il cavallo"

"Ah si? E secondo te cos'avrei dovuto fare?"

"Avresti dovuto spostare l'alfiere da D4 in C3, e salvarlo"

I due uomini scoppiarono a ridere in contemporanea, e Paul li osservò per niente intimidito.

Alonso fu il primo a riprendersi: "Bambino mio, devi ancora imparare questo gioco. Vedi qui? C'è una Donna. Se avessi spostato l'alfiere, la Torre bianca di zio Ernest l'avrebbe mangiata, e la Donna è il pezzo di maggior valore sulla scacchiera. Questa posizione si chiama inchiodatura"

Paul guardò il padre accigliato, come se si stesse sforzando di capirne i ragionamenti. Poi sussurrò:"Ma tu dovevi proprio lasciare che zio Ernest ti mangiasse la Donna, papà"

Questa volta fu Ernest a intervenire: "Si, Alonso: Paul ha ragione: dovevi lasciarti far mangiare la Donna da me". Dette quelle parole, si esibì in un'altra risata. scuotendo la testa.

"Stai zitto, Ernest: è inutile prendere in giro Paul. ma è importante fargli capire come funziona il gioco" - si rivolse al bambino - "hai capito, allora, Paul?"

"Si, ma tu dovevi proprio farti mangiare la Donna, perché poi avresti vinto. Cinque mosse dopo, per l'esattezza"

Questa volta i due fratelli rimasero senza parole, e a quel punto il piccolo Paul prese l'iniziativa. 

Rimise il cavallo nero nella posizione precedente, e cominciò a muovere i pezzi: "Ecco, vedi papà? Lui ti mangia la Donna con la Torre, e a quel punto tu gli dai scacco con l'alfiere in H2. Il Re muove in H1, e a quel punto sposti la tua Torre in H5. A quel punto lui può solo difendersi spostando il pedone in G3, ma c'è ben poco da fare. C'è il matto in tre mosse, o la perdita di tutti i pezzi"

Andò avanti per qualche secondo, spiegando la logica delle proprie mosse.

Alonso ed Ernest lo osservavano a bocca aperta, mentre snocciolava varianti su varianti, spostando i pezzi nelle varie posizioni con una rapidità che non dava il tempo ai due di capire bene il senso di tutte le mosse.

"Ma chi ti ha insegnato tutto...questo, Paul?", chiese il padre del ragazzino.

"Nessuno, papà. Ho imparato vedendo giocare te e zio"

Ernest guardò negli occhi il fratello:"Credo che tu abbia concepito un genio, Alonso".

 

 

Paul Morphy era in effetti un genio, se è possibile attribuire questo appellativo a un giocatore di scacchi che ha cambiato il volto e la storia di questo gioco, e ha dominato in lungo e in largo in due continenti.

Paul era un bambino fortunato, perchè aveva avuto modo di crescere in un ambiente molto ricco di stimoli culturali.

Aveva imparato il gioco osservando il padre e lo zio giocare in giardino, nei piacevoli pomeriggi domenicali passati dalla sua famiglia a New Orleans.

Il padre era un affermato avvocato di New Orleans, con origini portoghesi, spagnole e irlandesi; la madre, invece, era una creola con sangue in parte francese.

Paul era nato nel 1837, ma già a 12 anni era molto conosciuto in tutto lo Stato della Lousiana per la propria abilità scacchistica, che lo rendeva imbattibile.

Nel 1849 arrivò a New Orleans uno dei più forti giocatori del mondo, i quali già all'epoca erano dei professionisti.

Si trattava di un ungherese, Johann Loewenthal, il quale apprese con un certo divertimento di dover giocare contro un bambino.

Loewenthal, però, capì immediatamente di avere a che fare con una specie di scherzo della Natura, e si sforzò di dare il meglio di sé in una serie di tre partite, al termine delle quali riuscì a rimediare solo una patta e ben due sconfitte.

 


  

La carriera di Paul proseguì senza soste.

Girava l'America esibendosi in partite contro chiunque volesse sfidarlo, e concedendo spesso agli avversari il vantaggio di un pezzo o di una mossa. 

Vinse a vent'anni il più importante torneo americano, e decise pertanto di tentare il salto in Europa, dove risiedevano i migliori giocatori dell'epoca.

In particolare, in Inghilterra viveva Howard Staunton, e in Germania Adolf Andersson: due professionisti della scacchiera che venivano unanimemente considerati i più forti.

Morphy accettò, dunque, l'invito di partecipare al torneo di Birmingham, al quale si erano iscritti tutti i suoi avversari, fatta eccezione per il solo Staunton, che probabilmente aveva deciso di evitare qualsiasi confronto con l'astro nascente americano, ritenendolo troppo pericoloso per la propria reputazione.

Vinse il torneo senza difficoltà, ma il momento clou della tournee di Morphy in Europa fu proprio quello del match  contro Andersson.

 

 

 

Quest'ultimo era considerato il Campione del Mondo in carica, ed era il re del gioco 'romantico': un modo di interpretare gli scacchi nel quale si dava una priorità alla componente estetica rappresentata dai tatticismi più sofisticati, e dalle combinazioni più spettacolari.

Il cardine della concezione romantica era il 'sacrificio'.

Lasciare in pasto all'avversario, insomma, il pezzo di maggior valore -  la Regina - per poi andare a vincere la partita, era l'obiettivo più o meno evidente di tutti i giocatori romantici.

Andersson era infatti famoso per una partita che era stata ed è tuttora definita come 'immortale', proprio perché vinta al termine di una serie entusiasmante di sacrifici.

 

Morphy lo sconfisse nettamente, vincendo sette partite e perdendone solo due: divenne di fatto, pertanto, il nuovo Campione del Mondo, e con questo titolo se ne tornò in America, proprio alla vigilia della Guerra di Secessione, per dedicarsi all'attività di avvocato.

L'incalzare del conflitto civile scosse il campione di scacchi sul piano psicologico. 

Iniziò, infatti, a soffrire di gravi crisi di ansia, che lo portarono a interrompere anche l'attività lavorativa.

Morì nel 1884, a soli 47 anni, probabilmente per un ictus.

 

Paul Morphy è stato di sicuro il più grande giocatore del diciannovesimo secolo, e di sicuro ha cambiato il volto di questo sport, dando un significato completamente diverso a quel gioco combinativo e romantico che era in auge nella metà dell'ottocento.

Anche il gioco di Morphy era ricco di combinazioni e di sacrifici spettacolari, ma questi non erano ostinatamente finalizzati allo scacco matto, bensì mirati ad acquisire dei vantaggi posizionali, o di iniziativa: un tipo di concezione molto moderna, che mise in crisi tutti i giocatori migliori di quegli anni, abituati a confrontarsi con soluzioni tattiche del tutto diverse e spesso fini a sé stesse.

 

Il talento di Morphy era il frutto di una predisposizione genetica, e molto spesso è capitato nella storia degli scacchi che dei bambini siano diventati Grandi Maestri stupendo il mondo: il cubano Josè Raoul Capablanca e l'americano Bobby Fisher - scomparso di recente - sono stati di sicuro i più famosi in tal senso.

 

La storia di questo sport, infine, è costellata di grandi campioni che hanno sofferto di seri disturbi psichiatrici.

A parte lo stesso Fisher - che abbandonò anch'egli l'attività agonistica al culmine della propria fama e la cui vita è stata costellata di atteggiamenti al di sopra delle righe - il caso più emblematico è quello di colui che sulla fine dell'ottocento prese il posto di Morphy, e divenne Campione del Mondo: il tedesco Wilhelm Steinitz.

 Quest'ultimo, quasi coetaneo di Morphy, era diventato il creatore e il massimo esponente del cosidetto gioco 'posizionale':  un modo di giocare acquisendo poco alla volta piccolissimi vantaggi, al fine di materializzarli alla fine della partita.

 

 

Ebbene, al termine della carriera - ridotto oramai all'indigenza e alla solitudine -  Steinitz si trastullava giocando a scacchi contro Dio: concedendogli il vantaggio di un pezzo, però.

 

 

 

 

 

Diario Olimpico: Don't cry for me, Valentina


"Piange"
"Piange?"
"Si" - mi risponde Stefano - "Sta di là. Ha le lacrime agli occhi e se ne sta seduta sulla panca senza dire nulla"
"Arrivo"

 


Entro nella sala del warm up e la trovo lì, seduta su una panchetta di legno, con le spalle accasciate, le mani penzoloni e il viso rigato di lacrime.
Mi avvicino e le dico, quasi sussurrando: "Valentina".
Mi guarda senza dire nulla, con gli occhi che mi ricordano quelli dei cuccioli di foca pochi secondi prima di essere bastonati a morte dai cacciatori di pelli.
"Allora? Cosa sono queste lacrime?"
"Non ce la faccio, Antonio. Non ce la faccio", mi risponde ruotando la testa un paio di volte in un senso e in quello opposto.
"Ma va" - le rispondo - "dai, su, alzati e comincia a riscaldarti"
"No, stavolta non ce la faccio, Antonio"
"Ma se ieri stavi benissimo: siamo andati in giro per Pechino. Abbiamo visitato la Città Proibita"
"Lo so, ma ora sto proprio male: non puoi immaginare quanto, Antonio. Non ci si può credere": mi guarda con gli occhi sbarrati.
"Senti Valentina, tirati su. Sei una professionista"
"Lo so, ma ho paura. Ho paura di non farcela"
"Ma quale paura e paura" - rido -- "Pensa solo a come sta ora la tua avversaria, sapendo che ti deve incontrare e che è battuta in partenza".

Non mi risponde, e continua a piangere.

Sono le nove del mattino, e siamo preoccupati.
La gara inizia tra circa due ore, ma Valentina sembra proprio bloccata: non l'abbiamo mai vista in quelle condizioni.
I fisioterapisti - Stefano e Maurizio - mi osservano in silenzio, quasi a chiedermi cosa penso di fare.
Non c'è traccia dei maestri e dei tecnici, in quel momento, ma sappiamo bene che tocca a noi.
Lascio passare qualche secondo e decido.
"Ok, vi racconto una barzelletta"
I ragazzi capiscono al volo e reggono il gioco.
Stefano dice: "Si, dai, facci fare due risate Antonio"
Si siedono sulla panca vicino a Valentina: io, invece, rimango in piedi di fronte a loro.
"Vi racconto quella della ragazza adolescente al primo appuntamento che chiede consiglio alla mamma. La sapete?"
"No"
"La sai, Vale?"
Lei scuote la testa.
"Allora, c'è una ragazza che deve uscire per la prima volta con un ragazzo, e la madre le dà le raccomandazioni
del caso..."

Inizio a raccontare la storia: una storiella cretina, ma in quel momento non mi viene in mente niente di meglio.

"Allora, figlia mia" - dice la donna - "vedrai che lui ti porterà a cena in un bel ristorante e sarà molto gentile e
romantico"
"E io che dovrò fare, mamma?", chiede la ragazza.
"Tu dovrai essere sempre sorridente, e fargli gli occhi dolci. Poi, dopo cena, vedrai che lui ti porterà a fare un giro in macchina"
"E io, mamma?"
"E tu ci vai! Lui ti porterà un po' a spasso, ma poi passerà casualmente sotto casa sua, e ti chiederà di salire su per offrirti qualcosa da bere"
"E io? Che faccio? Ci vado?"
"Ma certo: devi essere gentile, no?" - prosegue la mamma abbassando le sopracciglia - "lui, poi, vedrai che ti farà sedere sul divano e ti porterà un bicchiere di vino dolce"
'E io me lo bevo?'
"Ma si, ci mancherebbe. Bevuto il vino, però, arriverà il momento più delicato: lui si avvicinerà e comincerà ad
allungare le mani e a farti delle carezze"
"E io?", chiede la ragazza allarmata.
'Beh, a quel punto tu lo fermi e gli dici con decisione: 'non puoi saltarmi addosso, perché mia madre ne piangerebbe'.
Vedrai che si fermerà e ti riaccompagnerà subito a casa"
"OK, mamma" risponde la ragazza tutta contenta.
Terminato quel discorsetto preparatorio, la giovane esce.
Le ore passano: arriva la mezzanotte, e poi l'una, le due, le tre.
La mamma è preoccupatissima e cammina avanti e indietro nel corridoio.
Finalmente, alle quattro del mattino il citofono suona e la ragazza rientra.
"Ma si può sapere cos'è successo?" - chiede la mamma con gli occhi dilatati - "non sapevo più cosa pensare!"
"Scusami mamma. E' stata una serata belllissima, però, e tutto è andato proprio come avevi previsto tu"
"Cioè?"
"Beh, mi ha portato a cena in un localino molto romantico, di quelli con le luci soffuse. E' stato dolcissimo"
"E poi?"
"E poi mi ha portato a fare una passeggiata e mi ha chiesto di salire su a casa sua, visto che ci stavamo passando
sotto"
"E tu?"
"Io ho fatto come mi avevi detto tu, e ci sono andata. Poi, mi ha offerto un bicchiere di vino e si è seduto vicino vicino a me"
"Ho capito: ha iniziato a provarci. Ma quando ti è saltato addosso, tu gli hai detto che 'mamma ne avrebbe pianto'?"
"Certo che gliel'ho detto!"
"E lui?"
"E lui mi ha risposto: 'Vabbè, allora saltami addosso tu, che a mia madre non gliene frega un c...zo!"

Scoppiano tutti a ridere.
Valentina rimane zitta solo un secondo, ma poi esplode in una risata sguaiata.
Ripeto un paio di volte la battuta finale della barzelletta, per rinforzarne l'effetto e suscitare ancora qualche sorriso.
Poi, rimaniamo tutti in attesa dell'esito.
Valentina sembra sollevata: non piange più.
Si alza, fa un respirone, e comincia a prepararsi per il riscaldamento.
Con Maurizio e Stefano ci guardiamo negli occhi e ci facciamo un segno di intesa: forse ce l'abbiamo fatta anche stavolta.

Valentina Vezzali è scesa in pedana regolarmente, quel giorno di agosto a Pechino, per disputare la sua quarta olimpiade, nella gara di fioretto individuale.
Passato il primo assalto, ha superato la crisi di ansia e proseguito sulla scia della dimensione agonistica che si innesca nelle gare di scherma: una sorta di 'nirvana' ispirato alla voglia di uccidere metaforicamente tutti gli avversari.
Ha vinto agevolmente tutti gli assalti eliminatori, ed è arrivata alla finale contro la coreana Hyun Hee Nam:
un'atleta minuscola ma velocissima e molto precisa, che ha la capacità di partire in affondo con la rapidità di un serpente a sonagli.
Un assalto difficile, nel corso del quale Valentina è andata in vantaggio, per poi essere raggiunta a pochissimi
secondi dalla fine, sul 5 pari.
In questi casi, generalmente nella scherma il tiratore che subisce la rimonta è psicologicamente svantaggiato,
perché vive nella propria mente la delusione per essere arrivato a un passo dalla vittoria, e non essere riuscito a
concretizzarla: quasi sempre, insomma, sotto gli effetti di questa condizione di sconforto, finisce col prendere
pure l'ultima botta...
Anche per questa ragione, di norma i due tiratori preferiscono attendere la conclusione del tempo regolamentare
senza fare nulla, per andare al minuto di riposo e giocarsi poi con più calma, nel minuto supplementare,
la stoccata vincente: una sola, quella definitiva e letale.
Pochissimi, specialmente in una gara come una finale olimpica, hanno il coraggio di tentare di mettere la botta vincente a una manciata di secondi dallo stop del cronometro, perché nel caso sbagliassero vivrebbero di rimorsi
e recriminazioni per il resto dei propri giorni: per qualsiasi atleta, infatti, i Giochi sono la gara e l'occasione della vita.
Ci vuole un gran coraggio, insomma: quello che si chiama 'fegato'.
Valentina, invece, è partita senza ripensamenti e ha messo a segno il punto del 6 a 5.
E' stata, perciò, la più grande vittoria della sua carriera, perché di sicuro la più sofferta e complicata.
Sconfiggere prima le proprie paure, e poi quella degli avversari in pedana, rappresenta un'impresa quasi sovrumana, per una ragazza che sta sul gradino più alto del podio da vent'anni.

 




Al termine del match, è venuta da me e - come fa sempre - mi ha guardato sorridente senza dire nulla: oramai
ci conosciamo da una vita, e le parole sono superflue.
Ci siamo abbracciati, e siamo andati insieme all'antidoping.


Valentina Vezzali è probabilmente l'atleta italiano di ogni sport che ha vinto di più in carriera, tra medaglie olimpiche, titoli mondiali ed europei, gare nazionali e internazionali.
Ha iniziato la carriera in nazionale a soli sedici anni, e se i tecnici dell'epoca fossero stati più coraggiosi, probabilmente avrebbe potuto partecipare anche alle Olimpiadi di Barcellona del 1992, quand'aveva solo diciotto anni.
La sua principale qualità schermistica è il 'tempo'.
Ricordate il film Matrix? E' come se in certe situazioni per lei il tempo si dilatasse, tutto le apparisse al rallentatore, e riuscisse ad anticipare sempre le azioni della fiorettista che ha di fronte.
Lei, insomma, non deve far altro che aspettare che l'avversaria faccia la prima mossa, per poi infilzarla senza pietà.
Un'altra dote straordinaria è la grande freddezza in pedana.
In passato, la chiamavano il 'serial killer', perché pareva che non avesse emozioni, e che il suo unico scopo fosse quello di distruggere l'avversario: un aspetto che pare quasi essersi addolcito con gli anni, soprattutto dopo la maternità.
Sembra talora che non abbia la reale consapevolezza dello scorrere del tempo durante gli assalti: per lei, ogni stoccata messa o ricevuta è una storia a sé, e non si pone mai il problema, ad esempio, di stare in svantaggio a pochi secondi dalla fine: una consapevolezza che negli atleti normali fa scattare la dinamica dell'ansia e della paura di perdere.
Sotto il profilo caratteriale, è una ragazza il cui pregio principale è la schiettezza: dice sempre quello che pensa, talora in modo brutale, ma non è mai ipocrita o falsa.
Ha sposato anche lei un calciatore, ma di serie C, il quale guadagna però più o meno quanto lei, che è la migliore al mondo, e probabilmente la migliore di tutti i tempi.
Ha un figlio, Pietro, il cui concepimento è stato programmato come tutti gli aspetti della vita di un'atleta professionista: decise di metterlo in cantiere, infatti, esattamente a cavallo tra due stagioni agonistiche, in modo
di non perdere alcuna competizione importante.
Non ha hobbies particolari, se non quello di dedicare alla famiglia ogni minuto del tempo non passato ad allenarsi
o a gareggiare.
Vive a Jesi, dov'è nata, e dove sono nati - per uno di quegli straordinari fenomeni tipicamente italici - ben altri
due fiorettisti campioni olimpici: Stefano Cerioni e la grande Giovanna Trillini.
Giovanna è stata di sicuro la rivale più forte di Valentina in carriera, e l'unica che ne avrebbe potuto offuscare la fama e il primato di migliore della storia di questa disciplina.
Per un pelo anche lei non è arrivata a una medaglia olimpica a Pechino, avendo perso la finale per il terzo posto contro l'altra grande fiorettista azzurra: Margherita Granbassi.

Il palmares di Valentina Vezzali è il seguente:


* 3 ori e 1 argento olimpici individuali
* 2 ori olimpici a squadre
* 5 ori, 2 argenti e 2 bronzi mondiali individuali
* 5 ori e 1 argento mondiali a squadre
* 3 ori, 1 argento e 1 bronzo europei individuali
* 2 ori, 1 argento e 1 bronzo europei a squadre
* 10 Coppe del Mondo
* 61 vittorie in CdM (record)
* 11 anni al primo posto nel ranking mondiale
* 11 titoli italiani
* 2 Universiadi
* 1 Giochi del Mediterraneo

Diario olimpico: la sfilata

 

Entrare dentro uno stadio con centomila persone che urlano, cantano e inneggiano, è sempre una sensazione indescrivibile.
Il momento topico dura pochi secondi, ma la preparazione è lunga.

 

Gli ultimi minuti prima del grande momento li passiamo parcheggiati in un tunnel in penombra: decine e decine di persone della squadra italiana appiccicate l'una all'altra, tra atleti, tecnici e dirigenti.

La temperatura è torrida, e grondiamo sudore.

Siamo vestiti  con delle giacche grigio chiaro che ora presentano delle chiazze brunastre sotto le ascelle o sulle schiene.

Io, poi, chissà perché capito sempre tra giocatori di pallavolo e canottieri: il più piccolo è alto due metri, e in pratica non ho più una visuale di ciò che mi succede intorno.

  

Sono stanco, all'idea di quanto tempo dovrà passare prima di rientrare alla base.

Sono trascorse oramai diverse ore dal raduno nel Villaggio Olimpico, di fronte alla palazzina dell'Italia.

Prima ci hanno caricato su dei bus parcheggiati a centinaia lungo un viale, in una fila interminabile.

Poi, dopo un breve tragitto, ci hanno fatto accomodare nella palazzetto della Ginnastica, e ci hanno lasciato lì non meno di tre ore, in attesa del nostro turno per sfilare.

Gli spalti sono pieni e coloratissimi. 

Al centro della sala, risalta coloratissima l'area colorata dove vengono disputate le gare.

Noi italiani siamo in tanti e occupiamo diverse file, sulle tribune.

C'è un clima un po' isterico: tutti ridono, scherzano, fanno foto ricordo.

Mi alzo dalle tribune e vado nei corridoi sul retro, dove distribuiscono dei sacchetti: non ho fame, e prendo solo da bere.

Ogni tanto passa qualche campione straniero superfamoso: il grande cestista Coby Briant, il tennista Federer, il nuotatore Phelps.

Tutti si accalcano intorno a loro per scattare foto.

Rientro nello stadio e mi risiedo.

Sui monitor vediamo i nomi delle delegazioni e il numero che contrassegna il loro ingresso nello Stadio Olimpico: qualcuno dice che noi dovremmo essere al duecentesimo posto, o giù di lì.

Sugli spalti, ogni tanto alcune squadre accennano una hola.

Altre iniziano a cantare il proprio inno, o qualche canzone, e i neozelandesi - come al solito - si distiguono con la loro Haka, che suscita gli applausi di tutte le altre delegazioni.

Vicino a me vedo passare i più celebrati atleti italiani, che a dire il vero in questo contesto non sembrano poi così sovrumani.

Ci fanno alzare e ci incolonnano.

Iniziamo a incamminarci verso lo Stadio Olimpico, in una coda di persone lunga non meno di duecento metri.

La tensione sale.

Ogni tanto - chissà perché - l'andatura accelera, e qualcuno comincia addirittura a corricchiare.

Come sempre, c'è la gara ad accaparrarsi il lato destro della fila, perché all'ingresso nello stadio la sfilata avviene di norma in senso antiorario, e  quelli a destra vengono ripresi più facilmente dalle telecamere delle TV.

C'è gente che prepara bandiere o striscioni con scritte varie, sebbene sia proibito.

Il mio fisioterapista Maurizio - un gigante di due metri - si è preparato un lenzuolino con un 'Forza Viterbo', e spera di essere ripreso.

Io, invece, preparo i ferri del mestiere per foto e video: il mio insostituibile Nokia N95, e la mia fotocamera Sony.

Sarebbe proibito anche questo tipo di attività, ma tutti se ne fregano.

Sempre incolonnati, percorriamo i viali che attraversano l'immensa area destinata alle competizioni olimpiche.

La costruzione più stupefacente è di sicuro lo stadio del Nuoto: un edificio con dei pannelli esterni di vari colori, che cambiano di continuo in una specie di vortice: un effetto fantastico.

Il tragitto a piedi dura una mezzoretta, nel corso della quale il chiasso è talmente assordante da rendere quasi impossibile conversare con chi ti sta affianco.
Gli atleti più giovani sembrano parecchio su di giri, e urlano di continuo.

Li capisco: è il coronamento del sogno della loro vita.

Arriviamo allo Stadio Olimpico, che è ancora più straordinario di quanto sembrasse dalle foto: un intreccio di enormi tubature che mi fa pensare ai tentacoli di mille piovre gigantesche avvolte tra loro.

Sentiamo il rombo della folla all'interno dello Stadio, ed è una specie di eco profondo che fa quasi paura.

Siamo finalmente nel tunnel di accesso: l'ultimo tratto prima di entrare.

Sento che davanti, non so a che distanza, il gruppo si muove e qualcuno comincia a urlare.

La folla si mette in movimento.

Mi accorgo che molte persone vicino a me prendono dei profondi respiri per la tensione.

Molti mi danno la sensazione che non capiscano più nulla e siano come dissociati dalla realtà, in una specie di esaltazione isterica.

La velocità del passo aumenta, e bisogna stare molto attenti a non farsi male in quel caos di atleti assatanati, in cui ti può capitare la sventura di essere urtato e di andare a sbattere, ad esempio, contro il muro costituito da un lottatore di due metri e dieci per centotrenta chilogrammi, con due spalle larghe come un tavolino, e un collo delle dimensioni di una colonna dorica.

Mi chiedo cosa succederebbe a un poveraccio, se inciampasse in quel momento: probablimente verrebbe travolto senza pietà dalla massa.

Mancano pochi metri oramai: lo capisco dalla luce che aumenta e dal boato della folla che ti fa vibrare le viscere.

Mi viene l'intuizione di guardarmi intorno, e vedo le facce di persone che oramai non si filerebbero più nemmeno la madre, presi come sono dall'entusiasmo.

 

Finalmente, arriva il momento.

 






Io ne ho fatte quattro, di cerimonie inaugurali, ma l'emozione è sempre la stessa.

Non so perché, ma uscire da quel tunnel buio per entrare all'improvviso in un universo di suoni, luci, colori, mi fa pensare sempre a una specie di rinascita in un aldilà fantareale, nel quale folle sterminate di esseri umani si ritrovano insieme per fare il proprio ingresso nel mondo che li aspetta dopo la vita terrena.

Mi lascio portare dalle emozioni.

Cerco di vedere tutto quello che posso, e di fissare i ricordi, in quel lungo giro di quattrocento metri che mi aspetta.

Vedo le facce degli spettatori cinesi, che agitano bandierine.

Vedo i ragazzi e le ragazze dell'organizzazione vestiti in costumi variopinti, i quali formano una specie di catena umana che circoscrive l'area centrale dello stadio, destinata alle delegazioni.

Passiamo di fronte a un palco sul quale suona un gruppo: non capisco che tipo di musica, però, e nemmeno mi interessa a dire il vero.

Non so quanto dura il giro, ma dopo un po' ci ritroviamo tutti nella zona a noi riservata, gocciolanti di sudore ed esausti.

Siamo vicini agli spagnoli, agli australiani, e alle delegazioni di piccoli paesi africani.

Tutti continuano a scattare foto, e io non sono da meno.

Inizia la parte finale dello spettacolo: i discorsi delle autorità e, finalmente, l'accensione del braciere olimpico.

Il tutto è condito da esplosioni incredibili di fuochi artificiali, che ci lasciano a bocca aperta.

 


Alla fine, ci rimettiamo tutti in cammino verso i bus, per tornare al Villaggio.

 

Siamo stanchissimi ma affamati, e coi fisioterapisti decidiamo di fare un salto alla mensa per mangiare qualcosa.

La mensa è aperta giorno e notte, ed è sempre possibile trovare cibi di ogni tipo: cucina cinese, cucina internazionale, cucina mediterranea.

Ci troviamo un mucchio di gente che ha avuto la nostra stessa idea, ma per fortuna non ci sono problemi di spazio.

Una nuotatrice bionda alta quasi un metro e novanta - di qualche paese dell'Est - passa davanti a noi e si siede a  un tavolo poco distante: credo di non aver mai visto una donna così bella.

Rimaniamo tutti a bocca aperta, ma ma mi pare che non abbiano reazioni diverse le ragazze sedute intorno a noi, quando vedono passare una squadra di pallanuotisti.

Mi viene da pensare che in effetti per persone fisicamente normali tutto ciò può essere devastante, perché per qualche giorno si vive a contatto di gomito col meglio del meglio della popolazione mondiale, e con una categoria di esseri umani che talora ti fanno credere di essere capitato su un altro pianeta.

Mentre faccio tutte queste riflessioni, mi metto in fila allo stand mediterraneo e mi faccio porgere dalla volontaria di servizio un bel pezzo di pizza margherita.

Sotto certi aspetti, la Mensa del Villaggio rappresenta  lo show più interessante della vita olimpica.

Puoi vedere in fila delle ginnaste alte meno di un metro e mezzo con dei giocatori di basket di due metri e venti, esili nuotatrici dalle gambe lunghissime e affusolate, affiancate a lanciatrici di peso pesanti non meno di un quintale.

I rappresentanti di molti paesi esotici, poi, sono abbigliati con divise particolarissime e assai divertenti.

E poi, ci sono le lingue: lì alla mensa ti rendi veramente conto di quanto sia vasto il mondo, e di quante culture ospiti, alla faccia della globalizzazione.

 

Mentre mastico un pezzo di pizza, mi chiedo se sono davvero un privilegiato, nello stare lì, al centro del mondo, a godere di una serie di spettacoli unici.

Mi chiedo, insomma, se valga la pena di fare tanti sacrifici per esserci.

 

Il giorno dopo ci sarà la prima gara, per noi, e la tensione comincia già dalla sera prima.

Finisco la pizza.

"Ragazzi, andiamo a letto: domani si comincia"

 

 

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