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Perché l'ho fatto?
Ero alla Feltrinelli, vagando nel reparto dei dischi. Mi piace di più vagare tra i dischi che tra i libri ultimamente. Perché? In libreria vado a colpo sicuro, ormai. Entro e so già cosa cerco, cosa ho bisogno di leggere. Non mi soffermo più sulle nuove uscite, sulle novità. Le salto a piè pari rifugiandomi tra i classici. Non solo le salto, ma mi fanno abbastanza schifo. Dei libri premiati poi non ne parliamo. Più hanno la fascetta con i vari premi conosciuti e ormai diventati sinonimo di indecenza, più li guardo con ribrezzo. Insomma, mi pare che ci sia solo la musica a saper esprimere il tempo corrente. Acqua corrente, acqua passata, torbida acqua. Water, water everywhere, nor any drop to drink, come diceva Coleridge dei marinai maledetti in mezzo al mare.
Forse è pigrizia o stanchezza, mancanza di tempo. C'entra, di sicuro. E' un atteggiamento pericoloso, me ne rendo conto. Snob e disfattista. Può anche essere considerato conservatore. Scrittori nuovi, dove siete? Sfogliando il magazine del La Repubblica ho strappato la pagina dove c'è l'intervista a Tom McCarthy, trentanovenne "scrittore, filosofo e artista". Prima di leggere l'intervista, sono stata affascinata dalla foto di quest'uomo e dal suo sguardo. A trovarne in giro di sguardi così.
Ho poi letto l'intervista, McCarthy dice cose interessanti, mi paiono nuove perlomeno, o se non nuove, dette bene, il che è già qualcosa. Leggerò il suo romanzo, Déjà vu, appena pubblicato in Italia e vincitore nel 2007 (titolo originale Remainder) del Believer Book Award 2007. Ecco, comprendo: il problema che ho con i libri nuovi è con quelli italiani. E' un problema di curiosità, non me la suscitano.
Per la musica non è che cambi molto. Ma perché l'ho fatto? Nel reparto dei dischi ho visto In Rainbows, ultima fatica dei Radiohead: Era uscito mesi fa su internet. Dal loro sito si potevano scaricare tutte le tracce del disco facendo un'offerta libera. Un'iniziativa originale e che poneva un'inquietante interrogativo sul valore dell'arte ai tempi di internet. Democratizzazione e fruizione ampia, senza prezzi imposti. Ognuno paghi quanto può. Io avevo speso un euro. E avevo scaricato.
Ma più sono facili le cose, più si dimenticano. Avevo ascoltato distrattamente e avevo detto: boh. Mi sembravano pezzi tutti uguali. Niente a che vedere con i loro dischi precedenti. E poi è veramente democratico il fatto che per acquistare su internet bisogna avere una carta di credito?
La freddezza del gesto mi aveva portato a un ascolto freddo, disinteressato, nonostante si tratti di un gruppo importante.
E così, vedendo il cd in vendita sugli scaffali della Feltrinelli, non ho resistito. La copertina con un'esplosione di colori come in un Big Bang, con il titolo ripetuto a lettere cubitali e colorate, mi piaceva. Dal minimalismo dell'art direction dei loro dischi precedenti, a un coloratissimo cambiamento. Ma è apparente. Tutto il colore, anche dei testi sul libretto interno (cosa che per me è essenziale quando ascolto musica ed ecco spiegato il perché l'ho fatto, perché ho ceduto all'acquisto di una cosa che avevo già: le parole su carta, ho bisogno delle parole su carta) è poggiato sul nero. Il colore a macchie che ricorda un espressionismo astratto ospita parole a lettere bianche. Il nero su bianco delle parole, con i Radiohead si trasforma in bianco su nero. Era palese in Ok computer, dove c'è il pezzo che di solito si salta in quanto non ha musica. Solo parole e per di più dette non da una voce umana ma da una voce computerizzata. E' Fitter Happier. Il pezzo, del 1997, anticipava quello che succede tuttora. Riascoltandolo e rileggendolo mi sono venuti i brividi: è una sorta di protocollo di come si vive, come è richiesto che si viva. Così si rischia di diventare, senza buoni libri che sovvertano. Come dice il bel McCarthy "Il fatto è che la letteratura è sempre un territorio scivoloso, ambiguo, in qualche modo difficile anche quando è facile da leggere. C'è qualcosa di intrinsecamente sovversivo nella letteratura, pure nel caso di autori politicamente reazionari come Céline, Hamsun. Gli editori, che odiano le difficoltà, vogliono cose mediocri ma ben scritte, che possono piazzare in una categoria o in un'altra, e poi venderle facilmente".
E in In rainbows cos'è che c'è? Sentitevi la traccia numero 9. Il video è in bianco e nero, il gruppo ha un elmetto metallico mentre suona, è perno di tutte le inquadrature. Un disco mentale, come mentale è tutta la questione del computer, della tecnologia (pensate al semplice fatto dell'archiviazione e delle cartelle e dei programmi, non è roba mentale, psicologica?).
Ma stiamo sereni seguendo il protocollo di Fitter Happier, forse lo stiamo seguendo già da un po':

Nel corso del concerto c'è naturalmente spazio anche per il nuovo album. Il singolo che lo lancia, "Incomplete", è una ballata e la versione acustica che propone la canadese ha un'effetto lenitivo rispetto alle parole che ci sono arrivate addosso fino a quel momento. Alanis ci ha raccontato qual'era il suo punto di vista fino a qualche tempo fa e non ci ha risparmiato la durezza dei suoi testi e la potenza della sua voce in rivolta, ma ora ci consola, ci culla con un brano morbido e positivo ma non per questo meno sincero. E' la sua verità di oggi che si confronta con la sua verità di ieri.
Dai primi brani è passato qualche anno e le parole sono diventate meno aggressive, la voce meno graffiante , le melodie piu' rilassate. Oggi Alanis preferisce evocare, avvolgere, scaldare e anche quando canta "Moratorium", la traccia piu' cupa del suo ultimo disco, l'atmosfera non è rabbiosa ma solo ossessiva e lei si getta in una danza forsennata, girando su se stessa come un derviscio in cerca di chissà quale rivelazione. Ma non urla più. Dev'essere questo che ha imparato nei suoi viaggi in India e nello studio del buddhismo. Non c'è bisogno di strillare tanto. "Thank you", la canzone che usci' proprio dopo la sua esperienza in Oriente, e che chiude un bellissimo concerto, è un "grazie" sentito, sincero ed universale. Il buddhismo insegna che le parole hanno un peso e atti come il saluto, il sorriso, il ringraziamento, si portano dietro benefici spirituali che è possibile ottenere e comunicare solo nella sincerità. Perciò, avendo scoperto questo, Alanis ha deciso ad un certo punto di mandare al diavolo il marketing che la voleva tormentata "bad girl" in servizio permanente, e di rilassarsi, ringraziando l'India, il suo pubblico, i suoi cari, il mondo, la vita. "Thank you" canta. E pare davvero pacificata e sincera. Anche se di sicuro, quando serve, si arrabbia ancora.
Vale la pena spendere qualche parola sul fenomeno delle medical-fiction, uno dei tratti caratteristici della programmazione televisiva dell’ultimo decennio. Sulla strada aperta da E.R. (serie non a caso ideata da Michael Crichton, medico prima che regista e romanziere), i palinsesti americani ed italiani si sono, un po’ alla volta, riempiti di serie ambientate in ospedali o centri medici, i cui protagonisti sono quasi esclusivamente operatori medici.

Caparezza si descrive così sul suo sito:
"Michele Salvemini, in arte Caparezza (1973-2052),
nacque e crebbe a Molfetta per un puro caso.
Fervente compositore di pompose biografie, il "vate dalla chioma boccoluta", come amavano definirlo gli esercenti del borgo natìo, sviluppò col tempo una poetica personale che imbevve di paradossi legati alla profonda osservazione di bla bla bla.
Caparezza visse tutto il tempo con la frustrazione di non poter diventare il musicista più noto della sua città perché Molfetta aveva dato i natali al maestro Riccardo Muti.
Altresì non poté sperare di divenire il "Salvemini" più popolare poiché di Molfetta era anche lo storico Gaetano Salvemini. Fu forse per questo che divenne famoso in Francia.
La vita artistica di Michele Salvemini si divide in due tronconi: "quando aveva i capelli corti" e "quando aveva i capelli lunghi". "Quando aveva i capelli corti" le sue opere erano acerbe, svuotate di senso critico e per nulla scomposte. "Quando aveva i capelli lunghi" invece, la sua poetica divenne ficcante, urticante ed altri aggettivi ancora, permettendogli di pubblicare ben 4 dischi e chissà quanti altri ancora.
Egli divenne noto in patria per aver composto "Fuori dal Tunnel", la sua opera più apprezzata, feroce critica ad una comunità devota al divertimento che la adottò come inno trovandola, appunto, divertente.
Cose come queste a Riccardo Muti non sono mai accadute.
Nel 2008 pubblicò il libro "Saghe Mentali" che divenne un caso letterario e il disco "Le dimensioni del mio Caos" che fu primo in classifica per ben 5 mesi.
Scusate ma chi legge questa roba? Tanto c'è Wikipedia."
E' sottolineato un aspetto inquietante del modo di fare musica di Caparezza: il tormentone Fuori dal tunnel fu un successo non tanto per il contenuto del testo che prendeva di mira una società basata sul divertimento a tutti i costi, piuttosto per il ritornello divertente e canticchiabile. Sentire in discoteca i ragazzi cantare all'unisono "Sono fuori dal tunnel del divertimentoooo" era davvero un paradosso.
"Vieni a ballare in Puglia" è il brano tratto dal suo ultimo disco "Le dimensioni del mio caos", definito un "capalavoro". Il testo contiene assalti espliciti e durissimi a una regione che, diventata meta turistica alla moda, nasconde al suo interno un pericoloso sistema economico e di sfruttamento, di fronte al quale spesso si chiudono gli occhi e ci si fa un tuffo a mare. Parole tremende, come: "Turista tu balli e canti, io conto i defunti di questo paese. Dove quei furbi che fanno le imprese, non badano a spese, pensano che il protocollo di Kyoto sia un film erotico giapponese".
Caparezza usa l'arma dell'ironia, verbale e soprattutto musicale. I suoi testi sono alleggeriti dai suoni e veicolati a un grande pubblico. I messaggi vengono in questo modo sicuramente smorzati ma anche circoscritti all'interno di un ambito, quello musicale, impregnandosi sia di impegno civico e politico, ma anche di piacere e di energia. Finisce in qualche modo con lui l'ondata di depressione musicale, con nenie introspettive ed esistenziali e pare che ci sia un pubblico affezionato di persone che si rispecchiano e identificano in una volontà di reazione e di partecipazione.
Al concerto di Villa Ada del 19 luglio a Roma, che ha realizzato il tutto esaurito, si potevano vedere ragazzi dai venti ai quarant'anni (ragazzi, ormai, lo si è ad oltranza) che conoscevano a memoria tutte le moltissime e velocissime parole di ogni pezzo suonato. Mi è parso di assistere a una nuova generazione di giovani. Credo fosse abbastanza simile al tipo di partecipazione dei raduni di Beppe Grillo. D'altronde Caparezza, che ha partecipato al V2 Day, sostiene il movimento popolare guidato dall'ex-comico ed è definito il "Grillo della musica". Hanno entrambi la stessa capacità di trasmettere e infondere energia, parlando in un linguaggio contemporaneo, mischiando toni alti e triviali.
Assistere a un concerto di Caparezza è una sorpresa. Vi è una messa in scena sul palco, un moderno cabaret. L'inizio del concerto è stato il momento più d'effetto: una simulazione di un'invasione aliena. Se con i Bluvertigo della sera precedente il pubblico cantava in coro "E' praticamente ovvio che esistono altre forme di vita", con Caparezza i cori all'unisono urlavano senza esitazione "Io vengo dalla luna", mentre sul palco tutti i musicisti avevano antenne luminose e Caparezza, vestito di rosso fiammante, saltava come un ossesso ondeggiando in aria la sua vaporosa capigliatura riccia corvina, nervosa e tenera.
Evidente che questo mondo, così com'è, non è che piaccia molto. E chi si oppone ritrova identità non nell'alienazione, ma nel riconoscersi orgogliosamente alieno.

In che modo è possibile punire un serial killer? Cosa si prova quando ci pervade un senso di impotenza di fronte alle ingiustizie?
Si può accettare qualcosa che, nei confronti dell'ordine naturale delle cose, è da temere? Da punire?
Diviene possibile quando si decide di raccontare una storia da un altro punto di vista. Come fa Dexter, telefilm americano, tratto dal libro di Jeff Lidsay, La mano sinistra di Dio.
Straordinario Giano Bifronte, il protagonista lavora come ematologo della Polizia di Miami. La sua specialità è il sangue. Nessuno è in grado di ricostruire la scena del crimine attraverso le macchie e gli schizzi di sangue come lui. Ma, al tempo stesso, è un serial killer.
Non un semplice genio del male; non un folle sanguinario; ma è il male che combatte altro male in modo nuovo e diverso.
L'originalità narrativa della serie si trova proprio nell'atipicità del suo eroe. Faccia pulita, ma intensamente disumano; voce narrante cristallina, fredda e demoniaca al tempo stesso. Proprio la sua voce sottolinea tutti i momenti in cui il suo istinto si sente a disagio, in cui le parole del padre adottivo intervengono a ricordargli il codice. Henry, il padre, che gli impartisce un codice ferreo, degno di un ordine cavalleresco, per differenziarsi dai criminali e per fare quello che tutti, pur essendo civili e pagando le tasse, vorrebbero fare.
Ed ecco noi. Senza rendercene conto ci troviamo a fare il tifo per un omicida compulsivo e ostinato che, però, uccide solo serial killer, secondo un intransigente codice etico. Non ucciderebbe mai un innocente, ma non ha nessuna pietà per pedofili e maniaci di ogni genere.
Lo stile narrativo della serie offre davvero uno sguardo originale sul noir, genere sempre più sfruttato dalla fiction televisiva. Nei numerosi police e detective drama, che affollano i palinsesti televisivi, lo sguardo è sempre dalla parte della giustizia, del bene e il desiderio di risolvere omicidi seriali porta lo spettatore a identificarsi con il protagonista, integerrimo rappresentante della legge dei codici e dei tribunali.
Dexter, al contrario, è l'incarnazione della legge primitiva. Doppia e sterile. Come i luoghi della serie, puliti e freddi; come la regia che ha la mano immobile e imperturbabile dell'assassino, come i dialoghi serrati e taglienti.
Il disumano e l'ambiguità, cuore pulsante della sceneggiatura, vengono meno quando la nostra morale, dopo un estenuante guerra interiore, si ritrova a fare il tifo per il protagonista.
Questi, raccogliendo in sé bene e male, risponde, in definitiva, a quel bisogno costante di indossare una doppia maschera in modo tragico e paradossale convinto che della assoluta falsità del genere umano.
La sorpresa in questione è una figlia d'arte e anzi una figlia di una famiglia di artisti, una scuola familiare, come lo era un tempo il circo: lei si chiama Teodora Castellucci, ballerina, figlia di Romeo la mente della Societas Raffaello Sanzio, la compagnia che in questi giorni sta infiammando, ci dicono, il Festival d'Avignone con una elaborazione spettacolare della "Divina Commedia". Come ha detto una mattina di queste Piergiorgio Giacchè, antropologo teatrale, "le stirpi diventano patetiche quando i figli scimmiottano i padri e i nonni". Questo non è il caso di Teodora Castellucci che, nonostante i suoi giovanissimi 19 anni, ha trovato uno stile autonomo e originale coinvolgendo anche la più piccola sorella Agata nella danza, 17 anni, e il fratello Demetrio per la musica, 18 anni.

L'esordio dal titolo à elle vide, prodotto da Dewey Dell, è una danza tra due figure, due mostri, due animali, due colori diversi immersi in uno spazio vuoto nero. Il rosso è il gallo, il bianco lo scorpione: il primo è isterico, violento, straripante, nonostante il movimento sia molto contenuto, sui battiti di una furiosa musica tecno mischiata a versi di galli e galline; il secondo immobile, statico, apparentemente pacato, ma pronto a attaccare quando il ritmo incalza. Il gallo è un diavolo con la cresta che può trasformarsi in due corna, spaventoso, mentre il bianco non è angelico con un pungiglione fallico che incombe sulla testa della ballerina. Questa relazione vuota, come ha scritto sulla presentazione dello spettacolo la stessa Teodora, è tra "due caratteri che si rispecchiano nell'espressione, nel comportamento, nel movimento". L'effetto, soprattutto del ballo del gallo interpretato da Teodora, è strabiliante e muove quasi al terrore lo spettatore che viene trascinato nel profondo di immagini archetipiche cariche di mistero.
Il suo talento, della Castellucci, è di futuro avvenire: è stata soprattutto abile nel re-interpretare un movimento animale per portarlo alle estreme conseguenze fisiche. Il modo di inclinare il capo come per raspare il terreno, il movimento delle mani come se fosse un farfugliare di piume sono alcune parti di questa danza che attrae e spaventa allo stesso tempo.


Francis Bacon. Basta guardare il suo volto impressionato in scatti fotografici. Ha una connaturata deformità. Un occhio più aperto dell'altro, un corpo in posa femminile, una bruttezza implacabile. Un odio auto inflitto. Ho il sospetto che le sue opere non siano altro che specchi di sé. In questo senso è modernissimo.
A Palazzo Reale di Milano, dopo mesi dall'apertura dell'antologica su uno dei più importanti ultimi pittori del Novecento, è questo il giudizio che mi si avvinghia addosso. Un tempo i quadri di Bacon, visti dal vero - che sempre dal vero bisogna vedere - sempre a Milano in una meravigliosa mostra, L'Anima e il Volto, credo dieci anni fa, mi avevano impressionata per l'inquietudine, la violenza, la fisicità che esprimevano.
Adesso provo un fastidio molto lontano dalla fascinazione. Ricordo che Argan definiva Bacon un pittore barocco, in un certo senso prendendone le distanze. Si possono definire i tempi in cui viviamo barocchi? Enfasi per la teatralità, per l'estetica dell'apparire, esagerazione del sentire che diventa estasi, forme caratterizzate dal movimento e composizione studiata. Una messa in scena, insomma. Sì, il nostro tempo ha la spettacolarità del barocco. In questo senso, ancora, Bacon è modernissimo.
"Per me l'arte è un'ossessione della vita e poiché siamo degli esseri umani, siamo noi il soggetto della nostra ossessione", si legge sui muri della mostra. Le frasi di Bacon sono disseminate a compendio delle tele. Irlandese di nascita, ma londinese di adozione, la sua prosa è molto inglese, ha dell'Inghilterra - della sua tradizione- il disincanto e l'ironia. Come ogni grande artista, anche Bacon ha maturato una sua precisa poetica, espressa non solo attraverso i quadri ma anche in parole. Le parole di molti pittori hanno una concretezza filosofica difficilmente riscontrabile in altri artisti. In qualche modo diventano critici di loro stessi, spiegando - a volte in modo oscuro, certo, ma per fuggire a catalogazioni facili - il modo di lavorare e di creare, compito che ha dell'impossibile in quanto si cerca di razionalizzare un processo complicatissimo, che implica la trasposizione in forme di idee e la codificazione in segni del proprio inconscio, che resiste, lotta e si libera, ma è controllato e definito da linee e colori.

Di teorico e di studiato non ha di certo nulla il suo studio, ricostruito in mostra attraverso immagini proiettate sui muri a dimensione reale, dove il caos la fa da padrone. Un caos volontario, indisciplinato ed esplosivo di colori, di tubetti aperti, di prove di tonalità sui muri, di fotografie appallottolate e buttate sul pavimento, di bottiglie, di libri, di pennelli induriti, di arnesi. Un colorato e libero studio, che appare come lo sgabuzzino adolescenziale di un ragazzo in rivolta contro ogni regola. Per contrasto, la sua casa, le stanze adiacenti adibite ad abitazione, sono di un ordine maniacale e preciso. Evidente conferma che gli opposti fanno parte della stessa natura ossessiva.
L'ossessione di Bacon, si diceva, è una, chiarissima. Il corpo umano. Non l'essere come entità astratta, ma l'essere nel corpo. Nel movimento del corpo, nella sua plasticità e nel mutamento che ogni corpo, vivo e pulsante, subisce nello spazio. Anche in una semplice posa statica un corpo è in movimento, respirare mette in moto un'immensità di elementi. Bacon sembra deformare i corpi, i volti. Apparentemente è la deformità la caratteristica lampante dei suoi quadri. Ciò ha portato ad asserire che Bacon fa un'operazione di denuncia violenta contro l'orrore di una società che ha perso i canoni estetici della bellezza, restituendo corpi sconquassati e mostruosi, atteggiati in ghigni scimmieschi e barbarici. Non è proprio così. La violenza è di sicuro presente. E d'altronde l'arte, tutta, è un'operazione di esercizio della violenza, intesa come forzatura di canoni, di regole, di semplice tracciare una linea o un colore su un supporto. Perché mai il candore di una tela dovrebbe essere intaccato? Per un atto di forza, violentissimo. Un esercizio di potere.
I pittori amati da Bacon sono Picasso, Velàzquez, Cimabue, Michelangelo, Rembrandt, Van Gogh. Pittori potenti, rivoluzionari e fisici.
Spesso Bacon è stato associato in letteratura a Beckett. Non si capisce bene perché. Ed è lo stesso Bacon che non comprendeva l'accostamento. Di gusti decisamente più classici, Bacon era un grande conoscitore e ammiratore di Eschilo e dei tragici greci, di Shakespeare, Racine, Baudelaire, Rimbaud, Proust. Di Beckett, nel bel libro "Conversazioni", che raccoglie sue riflessioni, in una sorta di testamento spirituale, confessate all'amico Michel Archimbaud, Bacon dice: "in Beckett ho avuto spesso l'impressione che a forza di voler togliere, non sia rimasto più niente, che questo niente suoni a vuoto, e che tutto questo abbia come risultato un vuoto totale. Egli ha voluto rendere semplice qualcosa di molto complicato, forse l'idea era buona, ma mi chiedo se l'elemento cerebrale, in lui, non abbia preso il sopravvento sul resto (...). Mi chiedo se le idee di Beckett sull'arte non abbiano finito per uccidere la sua creatività. C'è qualcosa di troppo sistematico e insieme di troppo intelligente in lui, forse è questo che mi ha sempre colpito negativamente".
Il senso tragico, che in Beckett si risolve nella celebrazione del nulla che elimina le figure stesse, riposte in un limbo persino verbale, in Bacon è espresso diversamente, in una potente vulnerabilità.
"Senza un vero soggetto che ti prende e che ti divori l'anima, si tende automaticamente a ricadere nella decorazione. La vera, grande arte rimanda sempre alla vulnerabilità della condizione umana", dice Bacon. E così la sua ossessione per il ritratto del Papa Innocenzo X di Velàzquez, si trasforma in studi, in tentativi di riprodurre la stessa perfezione dell'originale in una improvvisazione di nuove tecniche pittoriche. Bacon è autodidatta, approda alla pittura relativamente tardi, dopo un inizio come designer e decoratore di promettente talento. Poi se ne allontana, dalla decorazione, andando più a fondo nell'universo viscerale della pittura. Per puro caso dipinge su una tela a rovescio, sulla parte non preparata della tela. Da allora tutti i suoi lavori saranno fatti sul lato B della tela, dove il colore si rapprende più velocemente, dove non c'è possibilità di errore e correzione, dove l'istinto va assecondato e mantenuto fresco e pulsante. Di grande bellezza nella mostra sono i ritratti esposti. Volti luminosi si stagliano su fondi neri. Sono plastici.

Con Bacon, ci si infila in un mondo, fatto di figure solitarie, ritratte in un istante e gli istanti sembrano fotogrammi. Tant'è che successivamente, nei famosi trittici, lo stesso soggetto è ripreso da diverse angolazioni, come a sfidare la tridimensionalità scultorea. Tornando ai ritratti, questi sono spesso di volti di amici. Stupiscono per la incredibile somiglianza, seppure in una palese deformazione. Tecnicamente Bacon usava uno straccio sul colore steso e ancora fresco per ottenere il movimento, ma sempre rispettando la fisionomia originaria, o meglio l'espressione del soggetto, conservata nella precisione dello sguardo.
La carne è un altro elemento costante. Quarti di bue, apparentemente tragici, diventano nella loro oggettività, belli e di un rosa attraente, lo stesso rosa presente nei volti e nei corpi, alcuni avvinghiati in atti amorosi forti e disperati, figure ingabbiate in piogge di segni verticali e in cubi claustrofobici, non sono senza scampo ma vibrano in ghigni vicinissimi a sorrisi. La natura bestiale e feroce e istintiva dell'uomo è salva. E la deformità apparente è talmente presente da costituire un universo accettato dall'osservatore.
I quadri di Bacon, insomma, se visti in una antologica, perdono paradossalmente quella caratteristica di spiazzamento e di sorpresa che invece assumono se posti accanto a un'arte più classicamente figurativa. Si inizia in qualche modo a guardare con i suoi stessi occhi e, in un tacito accordo tra osservatore e pittore, viene meno la distanza e, conseguentemente, la sofferenza. Si scivola, naturalmente, in un'arbitrarietà di rappresentazione, che spiega maggiormente il reale senza una pedissequa adesione realistica. Detto meglio dallo stesso Bacon:
"C'è bisogno di qualcosa di nuovo. Non di un realismo illustrativo, ma di un realismo che sia il risultato di una vera invenzione, di un modo veramente nuovo di intrappolare la realtà in qualcosa di assolutamente arbitrario". In questo tentativo di ricerca, il suo intento è esplicito: "Io voglio deformare la cosa al di là dell'apparenza, ma allo stesso tempo voglio che la deformazione registri l'apparenza".
E apparenza e realtà, in Bacon, coincidono. Irrisolte, per questo espressive. In una spettacolare affermazione di identità.


Sono iniziate da pochi giorni a Roma le riprese della seconda stagione di Boris. Nuovi personaggi e l'ironia di sempre...