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Il gioco della sedia fantasma di Gino Falorni
" Buongiorno. Chi è? " Quelle tre parole mi erano bastate per mettere il suono di quella voce, nella sezione fastidiosi.
" Sono Nico Valente. Avevo un appuntamento con il direttore per quel posto da magazziniere."
" Ah... salve . Senta il direttore è uscito pochi minuti fa. Ha avuto un contrattempo ma sarà qui tra poco. Vuole salire?"
Cazzo pensai. Ero disoccupato da più di cinque mesi e quello si permetteva di avere dei contrattempi. Che stronzo. Non ce la facevo più a vivere con quell'ansia.
" No! Preferisco ripassare tra un po'." Le dissi spazientito.
" Come vuole. Allora a dopo signor Valente."
" A dopo..." risposi.
Ed ora? Stare davanti a quel citofono non era il caso. Mi guardai intorno. Un'edicola chiusa. Una sala giochi mezza vuota e alla fine della strada un meccanico. L'unica possibilità era la sala giochi. Ma pensando alle mie tasche abbandonai subito l'idea. Mi ricordai di un bar che avevo visto su una piazza poco distante da li e che avrei potuto raggiungere anche a piedi. Mi sembrò la soluzione migliore, anche per smaltire un po' della rabbia che sentivo in quel momento.
Lo riconobbi subito. Al primo sguardo. Anche se erano passati tre anni.
Se ne stava seduto ad un tavolo in fondo alla sala con un altro uomo. Stavano ridendo di qualcosa e parlavano animatamente. Rimasi immobile per un momento a fissarlo. Non era cambiato nemmeno un po'. Aveva sempre la solita faccia di merda. Raggiunsi il banco del bar e ordinai un caffè. Mi sentivo elettrizzato. Avevo davanti agli occhi una vendetta che avevo sempre desiderato consumare. Una vendetta che aveva un nome e per quanto mi riguardava anche un grado. Caporale Istruttore Antonio Salimbeni.
" Ecco il suo caffè." Disse un ragazzo che poteva avere più o meno la mia età.
" Grazie. Senti scusa il bagno dov'è?" Gli domandai nervosamente.
" Scese le scalette, la prima porta a destra."
Il ragazzo tornò velocemente al suo lavoro. Io altrettanto velocemente finii il caffè e mi diressi in bagno.
Cercavo in quello specchio tutti i ricordi di quel tempo. Stare li dentro, avevano detto, lo dovevamo ritenere un onore, che quella era una caserma speciale dove passavano tutti i segreti scomodi dell'Italia e dove molto spesso ci morivano anche. Ma i segreti li dentro da tenere nascosti erano ben altri, ma non riguardavano la nazione...riguardavano noi. Mi ricordai che in quel posto ognuno aveva un numero identificativo e che quello era il tuo nome fino a quattro mesi dal congedo. I caporali istruttori invece, che erano a tutti gli effetti militari come noi con l'unica differenza che erano più anziani e che per qualche ragione erano stati scelti per addestrare i nuovi arrivi, li dovevamo chiamare con il loro nome vero, preceduto dal grado. Ripensai a tutto quello che io e tanti altri avevamo passato in quella maledetta caserma. Alle tre del mattino irrompevano nelle camerate, ci facevano mettere gli anfibi e con il pigiama ci portavano a marciare nel cortile sottostante. Oppure ci tiravano, mentre dormivamo, secchiate d'acqua gelata addosso. L'ordine ovviamente era quello di stare zitti, perché se solo uno di noi avesse parlato le conseguenze per tutti sarebbero state disastrose. Il passatempo più spassoso per loro era sicuramente quello che chiamavano " Il gioco della sedia fantasma. Ce lo facevano fare prima del contrappello ufficiale e consisteva nel farci mettere con le spalle attaccate al muro e obbligarci, con grida e minacce urlate nelle orecchie, a piegare le gambe ad angolo retto. In quella posizione praticamente stavamo seduti ma senza sedia sotto. Dopo un po' le ginocchia iniziavano a tremare. Sentivi crampi violentissimi ai polpacci, fitte di dolore alla schiena. A quel punto loro cominciavano a dire i nomi di ognuno. I primi tre che cadevano a terra o che non rispondevano all'appello, l'indomani sarebbero stati consegnati tutto il giorno. Mi venne in mente che era stato proprio lo stronzo in quel bar, una sera di Gennaio, a pochi giorni dal suo congedo, ad aprire le finestre della camerata e a farci gridare per un'ora intera in mutande e sull'attenti l'anno del suo scaglione.
Il rumore della porta che si apriva mi destò dai quei pensieri. Non potevo crederci. Andò dritto verso il bagno senza nemmeno girare lo sguardo verso di me. Io guardai l'orologio e sorrisi. Avevo ancora abbastanza tempo per divertirmi un po'.
Lo sentii tirare lo scarico e uscire. Dopo alcuni secondi feci lo stesso dal bagno accanto, dove mi ero messo per sorprenderlo alle spalle. Mi avvicinai lentamente.
" Ciao Antonio"
La mia voce era fredda come una lama.
Alzò gli occhi di scatto. Mi guardò dallo specchio senza girarsi.
" Chi sei? "
" Non mi riconosci?"
Mi guardava perplesso.
" Veramente no. "
" Recluta 19867. Ti dice qualcosa?"
Il suo viso avvampò.
" Che cosa vuoi? "
Non dissi niente. Continuai solo a fissarlo e a restare immobile. Tenevo i pugni così stretti che sentivo le unghie entrarmi nella pelle.
" Senti è passato tanto tempo. Mi dispiace ok?"
La mia rabbia scoppiò. Il gesto fu secco...improvviso. Gli spinsi la testa contro lo specchio. Cadde a terra insieme a mille pezzi di vetro. Il volto divenne subito una maschera di sangue. Sembrava svenuto. Anche se sentivo il cuore andare ad una velocità indefinita cercai di restare calmo e di analizzare la situazione. Che poi era molto semplice. Dovevo uscire da quel bagno e da quel bar subito. Risalii le scale nella maniera più normale possibile, anche se il desiderio era quello di fare tre gradini alla volta. Quando arrivai nella sala, la prima cosa su cui posai lo sguardo fu il tavolo dov'era seduto quel bastardo. Il suo amico era andato via e anche io, con passo deciso ma non troppo, feci la stessa cosa.
Quando aprì la porta notai subito che oltre la voce, aveva anche la faccia fastidiosa. Il direttore non era ancora arrivato. Mi accompagnò gentilmente in una sala d'attesa molto accogliente, ma le feci capire che ci sarebbe voluto ben altro che delle poltrone confortevoli per farmi assorbire il veleno che sentivo in quel momento.
" Ma non può chiamarlo!" Le dissi seccato.
" Le ho già detto che sta arrivando. Non insista. Per favore."
L'avrei strangolata. La guardai un attimo sospirando. Poi malvolentieri entrai in quella sala e aspettai. Lei nel frattempo era tornata alla sua scrivania. Teneva gli occhi costantemente puntati verso il basso. Ero sicuro che tenesse sulle gambe qualcosa che non poteva far vedere, come una rivista gossip o un calendario di qualche coglione tutto incremato. Infatti all'improvviso mise apposto tutto, si ricompose in fretta e si alzò in piedi. Doveva essere entrato qualcuno. La vidi portarsi le mani alla bocca esclamando qualcosa che però non riuscii a capire.. Poi mi fece un segno. Finalmente pensai. Era arrivato.
" Il direttore è arrivato. L'aspetta nel suo ufficio."
Me lo disse in un modo strano. Sembrava preoccupata, sconcertata.
" Signorina, davanti vedo un corridoio con molte porte. Mi può dire qual'è quella che interessa a me?"
" Cosa?"
"Dove devo andare!"
" Ah si mi scusi. La prima porta a sinistra."
Quando aprii quella porta capii immediatamente il motivo dello sconcerto della segretaria. Le mie gambe vacillarono come quelle di un pugile che sta per andare al tappeto. I suoi occhi erano increduli e anche i miei. Ero nella vera merda. Scappare era inutile, ormai sapeva il mio nome e poteva denunciarmi, se non l'aveva già fatto. Non mi restava altra scelta che affrontare la situazione e vedere quello che sarebbe successo. Sulla sua faccia si formò un sorriso malvagio, che la vistosa fasciatura che aveva sulla fronte insieme alla giacca e la camicia macchiate di sangue, lo rendevano ancora più inquietante. Senza parlare mi indicò la sedia davanti a me. Mi accomodai. C'era un silenzio in quell'ufficio pesante come l'acciaio. Continuava a fissarmi con quel sorrisino del cazzo. Io cercavo di non guardarlo, di non incrociare nemmeno per un secondo i suoi occhi. All'improvviso allungò una mano sulla scrivania e prese il mio curriculum. Di quello che c'era scritto si vedeva lontano un miglio che non gliene fregava niente. Aveva altro per la testa ed io, avevo la sensazione che tra poco avrei capito cos'era.
" Bene bene così non hai un lavoro." Disse con voce calma e pacata.
Se il suo intento era quello di mettermi nelle condizioni di pregarlo o supplicarlo aveva sbagliato persona. Non gli avrei mai leccato il culo per salvare il mio, che era tra l'altro già abbastanza nei casini. Così decisi di arrivare per primo al nocciolo della questione.
" Tu avresti fatto la stessa cosa." Dissi deciso.
" Qualcuno infatti ti ha detto che hai sbagliato?"
No riuscivo a dare un senso a quella risposta. Mi chiesi dove intendesse arrivare.
" Senti dimmi cosa vuoi. Vuoi denunciarmi? Fallo! Vuoi sbattermi fuori a calci. Fallo! Però finiamola con questa buffonata."
" Ma io non voglio denunciarti. E voglio anche dartelo questo lavoro. Certo dovrai superare una piccola prova, ma credo che per te non sarà un problema giusto?"
" Dipende dalla prova" risposi secco.
" Ok. Il gioco della sedia fantasma."
Capii tutto e gli risposi sapendo già quello che avrebbe detto dopo.
" Si. Allora?"
" Allora se resisti più di un minuto e mezzo il posto è tuo."
Quasi me lo sussurrò, guardandomi con aria complice. Come se fosse un segreto intimo tra me e lui. Allora io lo guardai nello stesso modo, mi alzai dalla sedia e mi avvicinai alla scrivania. Poggiai le mani sul tavolo e mi piegai in avanti in modo da avere i suoi occhi più vicini ai miei e a quel punto, anche io gli sussurrai qualcosa.
" Va bene. Solo che lo farai anche tu."
" Cioè?"
" Lo facciamo insieme. Se cado prima io giro i tacchi e me ne vado. Se cadi prima tu mi dai questo cazzo di lavoro."
Il sorrisetto che aveva avuto fino a quel momento gli si allargò ancora di più sulla faccia. Si alzò lentamente fissandomi negli occhi. Si tolse la giacca, rigirò le maniche della camicia e si allentò il nodo della cravatta.
" Quando vuoi." Disse sicuro di se.
" No. quando vuoi tu." Risposi.
Ero convinto che la segretaria si fosse accorta dell'espressione affaticata che avevo sul viso quando uscii da li. Ma non mi importava niente. Prima di entrare in macchina, lanciai un ultimo sguardo in direzione di quel palazzo. Lui era li. Affacciato ad una di quelle tante finestre. Lo guardai un momento.
" Al prossimo gioco caporale. Magari per un aumento sulla busta paga" sussurrai tra le labbra. Poi velocemente misi in moto e andai via.