E’ esperienza comune che le cose - anche le persone a volte - che ci stanno sempre davanti agli occhi, vengano a noia o nel migliore dei casi, non ci si accorga più della loro presenza. C’è bisogno allora di uno shock, di una rottura dell’abitudine che ce le faccia di nuovo apprezzare in una luce diversa.
E’ stata l’intuizione di base dell’opera pluriennale di una singolare coppia di artisti visuali, Christo e Jeanne-Claude, famosi per aver ‘incartato’, ovvero ricoperto con enormi teli di plastica, le strutture più disparate: monumenti, ponti, isole e coste, ma anche alberi e parchi cittadini. Il critico d’arte David Bourdon ha descritto le istallazioni di Christo come "revelation through concealment": una rivelazione attraverso l’occultamento, o anche una sorta di sottolineatura, per l’inserimento di un elemento estraneo. Una simile disposizione d’animo ci dovrebbe guidare nelle nostre esplorazioni in città; potremmo allora vedere le cose abituali con uno sguardo vergine, come se fosse la prima volta.
Christo e Jeanne-Claude: istallazione ‘The Wall’, Wrapped Roman Wall. Mura Pinciane, Roma; 1974

Christo e Jeanne-Claude: istallazione ‘Wrapped Trees’, Fondation Beyeler and Berower Park, Riehen, Switzerland 1997-98
Christo e Jeanne-Claude: istallazione ‘The Gates’ Central Park, New York City; 2005
I monumenti cittadini cambiano d’aspetto con le stagioni, per la sovrapposizione di ‘enwrappement’ vegetali non meno stranianti dei teloni di plastica. E’ il caso della vite canadese, Parthenocissus tricuspidata, che - a differenza della congenere Parthenocissus quinquefolia, dalla disordinata vegetazione a colonne ricadenti – copre i muri in modo così completo e regolare che se per qualunque motivo (strappando le foglie di una certa zona, per esempio) una parte del muro rimane scoperta, le foglie delle zone vicine migrano a riempire il buco.
Parte delle mura romane del Castrum Praetorium di fianco a Porta Pia, coperte da cissus (Parthenocissus tricuspidata - Fam. Vitaceae). La copertura è completa e ordinata e segue il contorno del muro
Ma le sorprese per lo sguardo, in città, non finiscono qui. A ben guardare, qualunque angolo può riservare una novità; in ogni stagione, ma più facilmente in primavera-estate.
Può entrare a far parte di personali riti di sicurezza andare a cercare, anno dopo anno, presenze note nei vari angoli della città. Se non proprio in tutta la città, nelle zone più conosciute per frequentazione giornaliera.
Un occhio attento e curioso può imbattersi allora in una quantità di piante inconsuete. A volte è una fioritura esplosiva, a calamitare l’attenzione; altre volte la presenza di una pianta, di cui magari si ha un vago ricordo, che non ci si aspetterebbe di trovare in città: - Ehilà! E tu che ci fai qui? Non c’eravamo visti in India, l’ultima volta?
Inopinatamente a Roma, in via Spallanzani, si incontra una tropicale (sud-americana in origine) acclimatata nel clima cittadino. E’ Jacaranda mimosaefolia (sin. acutifolia) – Fam. Bignoniaceae, dall’esplosiva fioritura blu-pervinca a metà giugno.
La Jacaranda in un altro contesto ‘straniato’; qui tra le viti in una ambientazione ai castelli romani
Particolare dei fiori di Jacaranda, tubulosi-campanulati, come si conviene ad una bignoniacea
Nel cortile dell’Istituto G. Eastman, su Viale Regina Margherita, a Roma, si trova questo alberello sempreverde di origine brasiliana, fruttifero di facile acclimatazione in Italia. E’ Feijooa sellowiana - Fam. Myrtaceae; anche conosciuta come Guayabo o Gauyaba del Brasile.

Particolare dei fiori e frutto della Feijoa. I fiori hanno numerosi stami rossi e petali bianchi carnosi, commestibili, di sapore dolce; così come i frutti, verdi e allungati con la polpa biancastra, finemente granulosa, dal particolare aroma

Una pianta che attrae più per le sue bacche rosse (autunnali) che non in questa stagione, è il sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia – Fam. Rosaceae); qui all’interno del Policlinico Umberto 1° di Roma, davanti all’ex 1a Clinica Medica, sullo sfondo di una palma e di un angolo di architettura umbertina
Il melograno, Punica granatum – Fam. Lythraceae - è una pianta comune nei nostri climi, con portamento ad alberello, dai ‘bei vermigli fior’, presenti proprio in questa stagione. In alcune varietà i fiori sono giganti, variegati, simili a quelli dell’azalea. Entrambe fotografate nei giardini dell’Istituto G. Eastman, su Viale Regina Margherita a Roma
Grande albero fiorito di bianco fotografato ancora a Roma, Policlinico Umberto 1°, nei pressi della banca interna. Si tratta di Catalpa bignonioides – Fam. Bignoniaceae
La Catalpa è di origine nord-americana ma di facile disseminazione spontanea. I fiori tubulosi sono riuniti in inflorescenze a corimbo; ad essi segue la comparsa di numerosi baccelli allungati che rimangono appesi alla pianta per tutto l’autunno e l’inverno, ripieni di semi neri, alati
Intrigante la presenza di una pianta inconsueta in uno spazio pubblico. In un giardino privato si può ipotizzare una sensibilità ‘amatoriale’ del proprietario; ma in uno spazio pubblico? C’è arrivata da sola o ce l’ha messa qualcuno? Un giardiniere appassionato? Un progettista botanico con predilezioni esotiche?
Alcune piante sicuramente non possono ritrovarsi ‘per caso’ in un posto. Veri giganti vegetali, sono state certo piantate in origine da qualcuno che forse non ne aveva previsto lo sviluppo in altezza, alla ricerca della luce tra i palazzi.
Come due maestosi esemplari di Cinnamomum Camphora, un grande albero sempreverde di origine asiatica, dalle belle foglie lucide e coriacee che emanano, se stropicciate, un inconfondibile odore: dalla corteccia e dal legno si estraggono la resina e l’olio essenziale di canfora.
Grande albero di canfora Cinnamomum camphora – Fam. Lauraceae, qui fotografato all’interno dl Policlinico Umberto 1° di Roma, nelle vicinanza dell’ingresso posteriore del Pronto Soccorso
Altro enorme albero di canfora nei pressi della stazione Termini, in un piccolo giardino-parco giochi, all’incrocio via Volturno – via Cernaia
Non sono molti i grandi alberi dalla fioritura blu che è possibile incontrare in città; quei pochi si impongono subito all’attenzione e destano curiosità anche in chi di piante poco si interessa. Oltre alla Jacaranda, anche la Paulownia presenta fiori di colore blu-pervinca, ma ha foglie larghe e coperte da una sottile peluria nella pagina inferiore (tomentose); la fioritura è alquanto più precoce (aprile).

All’interno dell’Università ‘La Sapienza’, davanti alla Facoltà di Matematica c’è questa pianta inusuale, a fioritura primaverile di colore blu: Paulownia tomentosa – Fam. Scrophulariaceae. In questa stagione la pianta sta preparando i semi, all’interno di capsule biconvesse, come piccole noci (foto in alto)
Fiori, foglie e semi di Melia Azedarach (denominaz. americana: Chinaberry) – Fam. Meliaceae. I fiori, profumati, sono poco appariscenti e quasi scompaiono tra il vigoroso fogliame
Il tipico aspetto invernale della pianta di Melia Azedarach, con le numerose bacche dorate sui rami spogli. Qui fotografata con i ruderi romani di Jerash (Giordania) sullo sfondo.
Interi viali di Melia sono stati espiantati in anni recenti nel quartiere Appio-Latino. Forse per l’invasività della specie o anche per la tossicità dei semi (ausano disturbi gastro-intestinali e neurotossicità). Sono andato a ricercarle, senza più trovarle. Ma non me le sono sognate; quelle piante le ricordo bene… Ne ho preso dei semi che hanno poi invaso un mio spazio in campagna, impegnandomi in una strenua lotta per tenerle a bada. Come per le acacie (Robinia pseudoacacia: anche esse infiltrata dal Nord-America) ogni seme che cade a terra dà origine ad una nuova pianta!
Alcuni semi di piante non stanziali si propagano - da una sede primitiva in giardini privati o vivai – per uno scherzo del vento o per l’opera di un raccoglitore incauto. Difficile resistere al fascino di un seme sconosciuto e al miracolo di vederne germogliare una pianta. La storia del fagiolo miracoloso - che cresce, cresce, invade la casa fino a sollevare il tetto e continua a salire verso il cielo - é rimasta nella memoria di tutti i bambini…
Può essere il caso di una liana sudamericana - Araujia sericofera - interessante per l’aspetto ceroso dei fiori, molto profumati e ricchi di nettare e per l’originale contenitore dei semi: un involucro per forma e dimensioni simile a una pera, contenente una miriade di semi neri con una coda costituita da filamenti sericei (da cui sericofera) per favorirne la disseminazione a distanza con il vento.
Altra pianta esotica, rinvenuta per caso in un contesto cittadino: Araujia sericofera (Fam. Asclepiadaceae), capace - con il profumo e la ricchezza del suo nettare - di attirare gli insetti notturni che spesso rimangono imprigionati (…per questo è chiamata ‘pianta crudele’!)
Si sarà capito, a questo punto, che la zona di Roma che abitualmente frequento è più o meno triangolare, estesa tra il quartiere S. Lorenzo e la Nomentana, con uno degli apici su Porta Pia e sconfinamenti occasionali verso la stazione Termini.
Le piante inusuali ed esotiche in città saranno centinaia, favorite dai recenti cambiamenti climatici e dalla diffusione dei viaggi in paesi lontani. Lungi dall’averne considerato anche solo una minima parte – si sono esclusi di proposito i parchi cittadini e l’orto botanico – rimane l’indicazione di metodo: prestare attenzione a qualunque elemento botanico inusuale attragga il nostro sguardo; seguire una pianta nel suo ciclo vitale, attraverso le stagioni (in un areale limitato, come quello delle nostre peregrinazioni giornaliere attraverso la città non è impossibile). Qualunque curiosità è ora facile da soddisfare attraverso il ricchissimo catalogo di immagini disponibile in rete, anche se il sistema alternativo - quello delle quattro chiacchiere tra ‘maniaci’ - è altrettanto efficace e certo più divertente.
Tornando al mio ‘territorio’: le zone intorno alle stazioni sono in tutto il mondo quartieri malfamati, e da noi non fanno eccezione. Infatti…
Una clandestina di origine americana (nome di battaglia: Phytolacca) è stata sorpresa dall’obbiettivo (v. sotto, foto di sinistra) mentre adesca i passanti lungo un marciapiede, adiacenze stazione Termini. Identificata e schedata. Se nel frattempo non cambieranno le norme della buoncostume, sarà da considerare prossimamente anche un dossier su “Le piante da marciapiede”…

Crescita spontanea di Phytolacca americana (Fam. Phytolaccaceae) in una fessura tra il marciapiede e un muro. I semi della pianta sono considerati tossici (irritanti gastrointestinali)

Aspetto generale della Fitolacca, a diffusione spontanea per disseminazione da parte degli uccelli. La pianta è anche conosciuta come ink plant, perché il succo dei suoi frutti, di un intenso colore violaceo, veniva in passato utilizzato come inchiostro
Abitavo in un casale in campagna. Ci ho vissuto per molti anni.
A una trentina di chilometri dalla città si abbandonava la via consolare e ci si inoltrava per stradine tortuose tra le vigne, in piena campagna. Un passaggio a livello, una piccola discesa, e si imboccava sulla sinistra una stradina in terra battuta; c’era qualche sasso e molte buche, ma si poteva percorrere agevolmente in macchina, purché non avesse il pianale troppo basso.
A circa duecento metri dal bivio, sulla destra, c’era un cancello di ferro rugginoso che una volta era stato verde, e un vecchio casale, sovrastato da un pino e altri alberi ad alto fusto. Quella era casa mia.
…un vecchio casale, sovrastato da un pino e altri alberi ad alto fusto.
A voler rifare quella strada alcuni anni dopo, seguendo le stesse indicazioni, si sarebbe trovato ancora il passaggio a livello, la via dissestata e le buche, ma nessun cancello sulla destra, e nessun casale. Solo una siepe continua di rovi.
Di tanto in tanto qualcuno provava a sbirciare attraverso la siepe, o ad aprirsi un varco tra i rovi: cacciatori per lo più, o ragazzini in cerca di avventure. Si trovavano allora in uno spazio non troppo grande - duemila metri quadri, più o meno - completamente vuoto; un ammasso di vegetazione disordinata da cui emergevano delle macchie più alte, tipiche dei terreni incolti: malvone, rovi e sambuchi.
A guardare con attenzione, qualcosa di strano si poteva notare qua e là, tra le erbacce e i rovi. Delle fioriture a volte, come isole di colore del tutto fuori posto in quel verde inselvatichito. Una macchia di bocche di leone, per esempio. Non i piccoli fiori selvatici della linaria, ma vere bocche di leone di diversi colori: giallo, rosso, arancio. Si sarebbe potuto pensare che era stato il vento a spargerne i semi, prendendoli da chissà dove…
Da un’altra parte, aggirandosi per quel campo selvatico, si sarebbero potuti trovare degli asparagi. Non solo quelli selvatici, comuni nelle siepi, dalla vegetazione fitta e spinosa di color verde scuro; ce n’erano anche degli altri, grossi come un dito, come quelli coltivati, che vegetavano in alte e morbide asparagine di color verde chiaro.
…isole di colore del tutto fuori posto in quel verde inselvatichito.
…non i piccoli fiori selvatici della linaria, ma vere bocche di leone di diversi colori
…gli asparagi selvatici, comuni nelle siepi, e quelli coltivati…
Chissà quante altre piante, insolite o inaspettate, si sarebbero potute trovare in giro, se qualcuno si fosse dato il pensiero di liberarle dai rovi o avesse avuto voglia di guardar bene, negli angoli più nascosti…
Ma a chi sarebbe mai potuto venire un desiderio del genere?
Nessuno notava altro che la siepe esterna, e forse neanche quella, uguale a tante altre lungo la stradina…
… la siepe esterna, uguale a tante altre lungo la stradina…
Solo io avevo un motivo per essere curioso e per cercare, come un segugio, tracce e segni nascosti dal tempo e dall’intrico della vegetazione. Per me era diverso…
Negli anni, ero tornato più volte da quelle parti; avevo un passaggio quasi segreto che condividevo con le volpi e i cani selvatici, nell’intricato sottobosco di una pianta di lauro, proprio ad un’estremità della siepe più fitta. Non che mi importasse di essere visto, e poi, seppure fosse accaduto, nessuno avrebbe avuto niente da dire, perché quel terreno era mio, e lì – l’ho già detto – c’era la mia casa.
Era una strana casa. Un rudere riattato della fine del 1600, residenza di non so quale cardinale; poi passato di proprietà della Curia. Poi frantoio e più tardi abitazione, e chissà quanti altri usi di cui non ho mai saputo niente. Ci doveva aver abitato molta gente nel corso degli anni, a giudicare dal numero dei buchi e dalle impronte di serrature che si trovavano sulle porte vecchie e sconnesse.
Ai tempi dell’acquisto, in famiglia erano stati fieramente contrari al mio progetto. Non riuscivano a capire, i miei, che una casa così era proprio quel che desideravo e non l’avrei cambiata con nessun’altra al mondo.
Di essa tutto mi affascinava; l’aspetto di solidità che emanava, i tetti sfalsati su piani diversi; l’antica cisterna di raccolta delle acque piovane. Una quantità di cose incomprensibili, venute su in epoche diverse, pensate da persone di cui era scomparso anche il ricordo.
Si poteva stare ore a rimuginare sul significato di una finestra di cui rimaneva soltanto la cornice con l’interno murato, situata a metà tra un piano e l’altro; o di un’altra finestra con la cornice più grande, come se fosse stata prima un balcone. E chissà quale storia poteva esserci dietro a un ballatoio che ad un estremo poggiava su due archi di fattura antica e dall’altra parte su un sostegno di travi in ferro e cemento, certo di epoca più recente.
Ma le stranezze erano dovunque; dai muri sghembi, alle botole murate che non portavano da nessuna parte; fino alla bambolina di spoglie di granoturco, murata insieme ad alcune bottigliette di vetro colorato, in un buco del muro, nella casa grande. Su ogni muro c’erano segni, ogni recesso nascondeva segreti su cui fantasticare e inventar storie…
Nelle case antiche rimangono impresse impronte, desideri. I sogni di tante persone; una fila interminabile lungo il corso del tempo. Di ciascuno la casa serba una traccia.
Quella casa era stata costruita con i sogni di molta gente.
Un sogno più grande – di un cardinale grosso e trippone (l’ho sempre immaginato così), che aveva fatto costruire quel rifugio in collina tra le vigne, con il mare in lontananza e le contadinotte più sottomano - e altri sogni più piccoli. Qualcuno aveva aggiunto un piccolo corpo laterale; a qualcuno erano serviti due grandi capannoni. Altri avevano fatto un camino da una parte e murato una canna fumaria dall’altra; costruito una scala, che poi doveva essere crollata, perché su una facciata avevamo trovato una porta che apriva sul vuoto, a tre metri da terra.
Infine noi - gli ultimi arrivati - che avevamo messo altre serrature, fatto scale e soppalchi, abbattuto muri e creato altri spazi; messo piante da frutta, alberi e fiori.
Era tutto là. Le nostre realizzazioni insieme alle altre, mescolate insieme; e anche noi credevamo, come tutti gli altri prima di noi, che sarebbe durata per sempre.
Non è certo una scoperta: alle loro opere gli uomini hanno sempre dato la forma dei sogni. Ma a quel tempo ancora non sapevo che se è nel potere della mente creare un mondo, lo è anche cancellarlo…
Al casale, tra tutti i sogni di pietra lasciati in eredità agli ultimi arrivati, c’era una struttura che mi affascinava sopra ogni altra.
Era un sistema di gallerie estese sottoterra per più di mezzo chilometro, scavate nella roccia morbida sotto la casa. Ci si accedeva dal cortile interno, attraverso una scala in pietra, ripida e muschiosa.
…una scala in pietra ripida e muschiosa
Potrei parlare a lungo di quelle grotte, tanto le conoscevo bene; portavo con me una torcia elettrica e ne esploravo ogni recesso. Vi ero sceso d’inverno, la mattina presto, quando l’erba del cortile era strinata di brina; allora il caldo delle grotte era piacevole e rassicurante come un fiato caldo-umido. Altre volte, d’estate, mi lasciavo dietro il caldo afoso dell’esterno e mi ritrovavo nell’oscurità fresca e odorosa di muschio. In realtà la temperatura delle grotte era costante; era solo il contrasto con le variazioni esterne che la faceva sembrare diversa.
Le grotte dovevano essere state in passato la cantina del casale, ma probabilmente erano molto più antiche della costruzione soprastante. C’era un lungo corridoio centrale e due bracci laterali che si diramavano poco dopo l’ingresso.
Lungo il corridoio laterale, a intervalli regolari, da entrambi i lati c’erano delle nicchie squadrate, verosimilmente il posto per le botti.
…Lungo il corridoio laterale, a intervalli regolari, da entrambi i lati c’erano delle nicchie…
Le grotte erano abbastanza alte, circa due metri e mezzo; sulle pareti e sul soffitto erano nettissimi i segni delle picconate impresse in una pietra grigia abbastanza morbida che nella zona chiamano peperino. In alcuni punti c’era un gocciolamento continuo e l’acqua calcarea aveva formato delle piccole stalattiti, di tre, cinque centimetri.
Nella galleria di sinistra una colonna in muratura che rinforzava il soffitto era completamente coperta da concrezioni calcaree, perlacee sotto la luce della lampada, con sfumature verdastre.
…l’acqua calcarea aveva formato delle piccole stalattiti…
…colonna in muratura completamente coperta da concrezioni calcaree...
Le visite ‘di gruppo’ che avevo fatto alle grotte nei primi anni di permanenza al casale, accompagnato da pochi amici fidati, si erano progressivamente diradate, man mano che andavo sviluppando il mio rapporto segreto con esse. Cominciavo ad essere geloso di particolari nascosti che solo io avevo notato, delle scoperte che facevo ad ogni nuova discesa. Dopo un po’ avevo stabilito una tale familiarità con l’ambiente da lasciare la lampada spenta sempre più a lungo, anche perché durante le mie frequenti visite non avevo mai trovato nulla di pericoloso o di vivente, tranne qualche pipistrello, ed ero assolutamente tranquillo.
Non ricordo precisamente quando mi accorsi della lievissima luminescenza delle pareti, tale da permettere ad un occhio abituato all’oscurità di distinguere vagamente i contorni dei corridoi. Per molto tempo avevo usato la torcia elettrica e in seguito avevo pensato che quel vago chiarore venisse dall’apertura dell’ingresso. Col tempo mi resi conto che veniva proprio dalle pareti di roccia; ma non me ne ero stupito troppo, per quella sicurezza e fiducia che danno le cose che si conoscono bene.
Solo molto più tardi, un amico geologo aveva ipotizzato non so quale tipo di radioattività, come possibile spiegazione del fenomeno che si verificò. Ma a quel tempo tutto era già accaduto.
Continuavo a scendere nelle grotte sempre più spesso, come attirato da una magia, ma forse anche per sfuggire alla situazione pesante che si era creata in casa.
Quello non era un buon periodo. Nel piccolo gruppo con cui spartivo non solo la casa, ma anche i progetti ad essa collegati, qualcosa aveva cominciato a guastarsi. Alle divergenze iniziali era seguita una freddezza sempre maggiore tra i partecipanti al ‘grande esperimento di una vita alternativa in campagna’. Il piacere di tornare a casa e ritrovarsi insieme era finito; alcuni passavano la maggior parte del tempo in città, e quasi non ci si incontrava più. Cambiata l’atmosfera, scomparse le piccole cose che fanno una casa viva: le voci, le risate, i fiori a tavola che si avvicendano con le stagioni. Anche la cura del giardino, sistemato in principio con l’entusiasmo e la partecipazione di tutti, veniva tralasciata.
Non saprei dire con precisione quando incominciò.
Ormai l’unica cosa che mi attirava erano le grotte, e da mesi non facevo più il giro del giardino, per vederne i cambiamenti, come prima ero abituato a fare.
Rimasi colpito, durante un giro occasionale, di trovare tutta la parte a nord, dove nessuno più passava da tempo, completamente sommersa da rampicanti, rovi e altre erbacce.
Molte piante erano scomparse. Non che fossero secche o sofferenti… Proprio non c’era più alcun segno della loro presenza; come se non ci fossero mai state.
Ricordo ancora questa prima scoperta avvenuta in un giorno di ottobre.
Fu un autunno cupo e piovoso. Non parlavo quasi più con nessuno, ormai; il mio tempo al casale era suddiviso in parti diseguali tra le grotte, diventate la mia principale ossessione, e un allucinato inventario dei pezzi che uno dopo l’altro trovavo mancanti.
Erano aumentare a dismisura le piante invasive. L’edera che è normalmente presente sui vecchi muri si era espansa a coprire intere porzioni del fabbricato; così il ficus repens e i cissus.

L’edera si era espansa a coprire intere porzioni del fabbricato; così il ficus repens e i cissus.
La ‘luccicanza’ delle grotte sembrava in aumento o forse era solo una mia impressione, o l’abitudine. Neanche saprei descrivere adesso come passavo il mio tempo, là sotto: mi immergevo in quell’atmosfera caldo-umida, avvolgente, e vagavo senza uno scopo, sfiorando con le mani le pareti irregolari, sciaguattando con gli stivali nell’acqua limacciosa, a volte saltando da un sasso all’altro, tra quelli che emergevano dal fango.
Probabilmente i miei pensieri giravano intorno al casale, ma non potrei giurarci.
Mi stupivo sempre di come rapidamente passasse il tempo; a volte scendevo nel pomeriggio e mi trovavo ad uscirne che era già notte fonda. Sempre più preferivo il buio ovattato e la visione sfuocata della grotta ai contorni familiari della casa, taglienti e impietosi alla luce della luna.
Così passava l’autunno, e la casa, l’orto e il giardino sembravano dissolversi, portati via dalla pioggia che continuava a cadere.
La ‘luccicanza’ delle grotte sembrava in aumento…
Comunque non ero ancora del tutto preparato, quando una sera, tornando su dalle grotte trovai uno spazio aperto, inconsueto davanti a me, nella penombra. Delle mura, cui ero tanto abituato da non farci più caso, non c’erano più, e lo sguardo correva libero fino alla strada, conferendo una prospettiva irreale al panorama che conoscevo.
Ma il mio stupore era solo superficiale perché già allora, immagino, dovevo essermi fatto un’idea di quanto stava accadendo. Così rincalzavo la paglia sotto gli ultimi alberi per proteggerli dal freddo, come avevo fatto tutti gli inverni, o coprivo con teli le piante di limone rimaste; poi scendevo nel mondo sotterraneo di pietra luminescente a rammaricarmi dei sogni perduti.
Ma ormai, qualunque cosa accadesse era indipendente dalla mia presenza. Scoprivo differenze impressionanti dopo una assenza appena più lunga. Era grottesco, al ritorno, cercare in giro cosa fosse scomparso di altro; ricordavo bene, solo qualche anno prima, la curiosità per ogni cambiamento, ogni gemma o fiore in più.
Ai primi freddi dell’inverno i grandi abeti davanti alla casa erano stati cancellati, insieme alla vecchia mimosa in fondo al giardino; la casettina era già sparita alla fine di novembre e della casa più grande restavano le mura esterne ed un letto, nella camera in fondo, dove qualche volta mi fermavo a dormire.
A causa di un viaggio, rimasi lontano dal casale per un certo periodo. Non vivendo sul posto, avevo cercato di deviare i miei pensieri da quella strana storia. Ci stavo tornando infine, dopo oltre due mesi d’assenza. Scendevo per la strada tortuosa che dal paese portava a casa con i battiti accelerati e un senso di ansia.
Ancora adesso mi è difficile descrivere quello che provai: un vuoto previsto, forse anche atteso, che ero riuscito rimandare fino a quel giorno, l’ultimo, dopo il quale nessuna illusione sarebbe stata più permessa; qualunque possibilità di tornare indietro, perduta.
Così trovai quello scorcio inconsueto in un insieme per il resto familiare: la lunga siepe ma, all’interno di essa, un terreno vuoto, leggermente irregolare. Nient’altro.
All’improvviso non ebbi più forza nelle gambe per camminare né alle mani per stringere qualcosa. Rimasi fermo al sole ancora freddo della primavera appena iniziata, lasciando la tristezza fluire e stemperarsi.
Strano, in tutta quella desolazione sentivo solo la mancanza di un posto per sedere: la scala fatta con traversine di ferrovia dove mi mettevo sempre la mattina, al sole. Mi mossi, spinto da un pensiero improvviso. Cercavo l’ingresso delle grotte nel posto dove presumevo che fosse, ora che tutti i riferimenti spaziali erano scomparsi. Camminai a lungo guardando con attenzione il terreno, alla ricerca dei segni di un muro, di un colore diverso dell’erba. Niente.
Vagai ancora per un pezzo in quel campo e tra i miei ricordi, ma nell’uno e negli altri tutto si era ormai consumato.
***
Passarono molti anni. In quel luogo continuavo ad andare, come per una vecchia abitudine; neanche si può chiamarla nostalgia. Sempre lo stesso paesaggio; rovi e erba alta. Pensavo che dei rovi si parla sempre male: nessuno si ricorda che sono le stesse piante che ad estate inoltrata portano le more… Qualche anno facevo pulire, qualche anno no; una volta, di ritorno da un viaggio, mi dissero che dell’erba secca lungo una siepe era bruciata e le fiamme avevano minacciato le proprietà dei vicini; così promisi che ci sarei stato più attento.
Poi, poco a poco, le cose cominciarono a ricomparire; se non tutte, molte di quelle che ricordavo. L’evanescenza di quei giorni lontani si ricostituiva in solida pietra e nuove piante, e in un giardino ben curato.
Ma anche quest’altra storia é già alcuni anni che è accaduta, e tutto sembra di nuovo perdersi e sfumare, nel tempo che passa…
…tutto sembra perdersi e sfumare, nel tempo che passa…