Home » Rivista "O" » Scrivere Sport giugno 2008

Dove sei andato, Joe Di Maggio?

"Ciao, Joe"

"Ciao"

"Come stai?"

"Secondo te, come dovrei stare?"

"Non lo so, ma mi sembri arrabbiato. E' successo qualcosa?"

"Ah, bene: ora fai perfino finta di non saperlo"

"Ti giuro, non so a cosa ti riferiscii. Che è successo?"

"Lo sai bene, cos'è successo"

"Cosa dovrei sapere?"

"Lasciamo perdere"

"Io non capisco proprio di che parli, Joe"

"Lo sai benissimo, invece. Dove sei, ora?"

"Sono nella mia stanza, perché?"

"Sola?"

"Ma certo che sono sola"

"Non c'è qualcuno, con te? Un uomo?"

"Ma che dici!"

"Rispondi alla mia domanda"

"Ma con chi vuoi che sia? Ho finito di girare un'ora fa, e sono tornata di corsa a casa per telefonarti"

"Non so se devo crederti"

"Ma perché?"

"Non lo so. Sono confuso"

"Insomma,  che c'è? Me lo vuoi dire o no?"

"Uff"

 "Joe, mi rispondi?"

"Ho parlato con David"

"David? Lo sceneggiatore della Twentieth?"

"Si. Mi ha riferito di una delle ultime scene che hai girato. Dice che tutta Hollywood ne parla"

"Ah. E che scena sarebbe?"

"Una scena nella quale ti alzi la gonna, e fai vedere le gambe...e non solo"

"A dire il vero la gonna non me l'alzo io, ma si solleva per un folata d'aria che esce da un tombino: trovo che sia una bellissima scena, e tutti l'hanno applaudita, agli Studios"

"Allora è vero"

"Ma cosa, è vero? Che ho girato una scena un po' forte? E allora?"

"Ti ricordi qualche mese, fa, quando andasti in Corea, e facesti quello spettacolo per i soldati?"

"Si, certo"

"Ti ricordi che litigata che facemmo?"

"Si"

"Te l'ho detto quella volta, ma te l'avrò ripetuto mille volte, che non mi piacciono certe scene"

" E' il mio lavoro, Joe. Il mio lavoro"

"E' il tuo lavoro, ma io sono tuo marito"

"Non vedo cosa c'entri"

"Io non posso accettare che mia moglie diventi un oggetto del desiderio per tutti gli uomini, e che tutti gli uomini le sbavino addosso"

"Balle. Sei solo troppo geloso. Sapevi bene che facevo l'attrice, quando mi hai sposata"

"Certo che sono geloso. Non stiamo mai insieme, io vivo a New York, tu a Los Angeles, e poi....ogni giorno leggo sui giornali che sei a cena con un uomo diverso"

"Se tu fossi meno insicuro, le cose andrebbero benissimo tra noi"

"Se tu fossi meno spregiudicata"

"Io ho la coscienza a posto"

"Io vorrei solo stare con te, e fare una vita normale"

"Piacerebbe anche a me, ma la nostra vita va così, e non si può cambiare. Almeno per ora"

"Beh, perché no?"

"Ma cosa vorresti? Che rinunciassi alla mia carriera?"

"Si"

"Sei pazzo. Non puoi chiedermi questo. Io sono una star"

"Anche io lo ero, nel baseball, ma al momento opportuno ho mollato"

"Tu hai chiuso con lo sport perché avevi quasi quarant'anni, non perché non ti piacesse più"

"Siamo ricchi, Marilyn. Potremmo ritirarci in un Paradiso. Potremmo anche avere dei figli"

"No. Non me la sento"

"E' la tua ultima parola?"

"Si"

"Io ti amo. Non voglio perderti"

"Anche io ti voglio molto bene, ma non voglio rinunciare al mio lavoro: è la cosa più importante, per me"

"Ti prego, Marilyn, non farmi questo"

"Joe, ora chiudo. Devo uscire a cena con Billy WIlder: mi vuole parlare del film"

"No! Ancora un secondo"

"Che c'è?"

"Domani prendo il primo aereo e ti raggiungo"

"No"

"Perché?"

"Perché preferisco che tu non venga, almeno in questi giorni: le riprese mi impegnano molto, e voglio concentrarmi"

"Ma io ho bisogno di vederti, di baciarti"

"Lo so, ma non credo che sia una buona idea, per ora. Abbi pazienza, e fai ciò che ti chiedo"

"Quindi mi stai lasciando, vero? Mi lasci con una telefonata?"

"Non ti sto lasciando, ma non credo che in questo periodo le cose tra noi vadano bene. Abbiamo bisogno di una pausa, Joe"

"Io non voglio pause! Io voglio te!

"Ora vado. Ci sentiamo domani. Cerca di star bene"

"Marilyn, stiamo insieme da soli nove mesi! Non buttare tutto al macero.."

"Ciao, Joe"

 

Marilyn lo lasciò.

Joe Di Maggio in effetti non poteva essere un marito adatto per lei: era un uomo troppo semplice, buono, mite, silenzioso, per una diva tormentata, piena di complessi e nevrosi.

 

 


  

Era il 1954.

Un anno prima, terminata da poco la carriera sportiva, Joe aveva conosciuto Marilyn Monroe, in un incontro combinato da amici comuni in un bar di New York.

L'attrice era rimasta abbagliata dai modi eleganti dell'ex campione, ed era stato colpo di fulmine.

Joltin' Joe, Joe "che picchia", già a quell'epoca era considerato il più grande giocatore di baseball della storia:  insomma,  una vera e propria leggenda vivente per tutti gli americani, per i quali questo sport è un pezzo insostituibile della propria cultura.

Non c'era bambino, infatti, che non conoscesse e adorasse Joe Di Maggio, e che non volesse diventare come lui da grande.

Tuttavia Joe accettò senza fare tragedie l'ineluttabilità del fallimento del proprio matrimonio:  con la stessa, inarrivabile eleganza che l'aveva contraddistinto sul campo da gioco per circa quindici anni.

 

Uno come lui, poi, figlio di poveri pescatori siciliani emigrati negli States sul finire dell'ottocento, non poteva più sostenere il fardello di una storia d'amore con la star di Hollywood più desiderata del mondo.

Già appena sposati, Joe aveva digerito male un'esibizione molto audace della moglie di fronte ai militari americani impegnati in Corea.

La goccia che aveva fatto traboccare il vaso, però, era stata proprio la scena forse più famosa e sensuale girata da Norma Jean nella propria carriera: quella, inserita nel film "Quando la moglie è in vacanza", di Billy Wilder, nella quale un getto d'aria proveniente dal basso sollevava il soffice vestito bianco dell'attrice, scoprendo le gambe e le mutandine bianche immacolate.

 

 



 

Joe non la mandò giù, quella scena, ma continuò ad amare Marilyn per tutto il resto della propria vita.

Pagò perfino i suoi funerali, pronunciò più volte la frase "ti amo" sulla sua bara, e continuò a deporre una rosa rossa sulla sua tomba fino al 1999: l'anno in cui morì per un tumore al polmone, a 84 anni.

 

Joe Di Maggio si era tirato fuori, grazie al baseball, da un destino già segnato.

Vivendo, infatti, in una comunità di pescatori italiani insediati nei pressi di San Francisco, non avrebbe potuto fare altro che il pescatore.

Odiava la puzza di pesce, però, e aveva un fisico statuario - essendo alto quasi un metro e novanta - ma soprattutto una staordinaria abilità con la mazza da baseball.

Queste doti gli furono sufficienti per diventare già a vent'anni un professionista.

Nato nel 1914, era l'ottavo di nove fratelli, tra i quali ben altri due riuscirono a diventare giocatori professionisti di baseball.

Nel 1936, dopo un paio di stagioni giocate nella squadra di San Francisco, Joe ebbe la grande occasione.

Fu acquistato dai New York Yankees, la squadra favolosa che aveva tra le proprie fila campioni leggendari, per quanto oramai sul finire della carriera: Babe Ruth e Lou Gerig.

Joe giocò negli Yankees dal '36 al '51, l'anno del ritiro.

Malgrado l'interruzione per la seconda guerra mondiale, riuscì a conquistare tutti i record possibili, in termini di campionati vinti, punti segnati e palle battute fuori campo.

Ciò che lo caratterizzava, inoltre, era una qualità straordinaria che solo i grandi fuoriclasse possiedono: riuscire a far sembrare semplici e naturali anche i gesti atletici e tecnici più complicati e difficili.

 

La classe che lo contraddistingueva in campo e fuori ne fecero un campione idolatrato dalle folle, in un periodo in cui non c'era ancora la televisione, e dunque i tifosi seguivano alla radio le imprese dei propri beniamini.

 

 


  

Joe Di Maggio e Rocky Marciano - campione mondiale dei massimi -  entrambi figli di umili emigranti italiani, entrambi campioni eccezionali in due sport assai popolari, rappresentarono nel primo dopoguerra l'emblema degli italoamericani perfettamente integrati, vincenti, onesti e non legati al solito stereotipo ispirato alla Mafia.

 

 


 

Perfino i cantautori Simon & Garfunkel, nella famosa canzone "Mrs. Robinson"  -  che faceva da colonna sonora del film "il Laureato",  con Dustin Hoffman e Ann Bancroft - citarono il vecchio Joltin' Joe, in questo passaggio: 

 

"Where have you gone, Joe Di Maggio? A nation turns its lonely eyes to you. What's that you say, Mrs. Robinson? Joltin' Joe has left and gone away" 

("Dove sei andato, Joe Di Maggio? Una nazione gira i suoi occhi soli verso di te. Che cos'è che dici, sig.ra Robinson? Joltin' Joe ha lasciato ed è andato via")

 

 

La farfalla granata


Tre fischi, e fu il boato.

Tutte le domeniche, ogni volta che udiva quei tre suoni, Gigi Meroni rimaneva stupito, più che divertito, perché l'urlo liberatorio della folla esplodeva sempre allo stesso modo, sempre uguale a sé stesso: una miscela assordante di applausi, grida, suoni di ogni tipo, che provenivano sia dal lato dello stadio che ospitava i tifosi di casa, che da quello degli ospiti.  

Quel 15 ottobre 1967, dalle tribune che ospitavano i tifosi della Sampdoria, in centinaia si erano alzati in piedi e sbavavano insulti.

"Cazzo, come l'hanno presa male" - pensò Gigi - "perdere quattro a due col Toro non lo digeriscono proprio"

Notò, poi, che parecchi sostenitori della Samp si erano accalcati in prossimità della recinzione ai bordi del campo e, in particolare, del punto più vicino al tunnel di accesso agli spogliatoi.

Si sbracciavano, sgomitando l'uno con l'altro, per urlare le parole più offensive che fossero in grado di concepire all'indirizzo dei giocatori del Torino.

L'oggetto prediletto dei loro insulti era Gigi, senza ombra di dubbio.

"Sei piccolo e nero come Calimero!", gli urlò in accento genovese un uomo smilzo sulla sessantina, coi baffetti bianchi, che indossava un cappello e un impermeabile nero in nylon: tutto sommato, doveva essere un tipo abbastanza educato.

Vicino a lui, un bestione alto più di un metro e ottanta che somigliava a un orso bruno, vestito con un giaccone di pelle, si sgolava: "Zingaro! Fai schifo! Vatti a lavare!"

Il più aggressivo di tutti, però, era un giovanotto coi capelli neri a spazzola, che avrà avuto sui trent'anni.

Era in giacca e cravatta, e sembrava molto agitato: era rosso in faccia. 

A un certo punto cercò qualcosa in saccoccia, e dopo averla trovata la tirò verso Gigi urlando: "Tieni: prendi questa e pagaci il barbiere, capellone!"

Non aveva a disposizione lo spazio per effettuare un lancio con un ampio movimento del braccio: ci riuscì, dunque, con un movimento secco e rapidissimo dell'avambraccio, infilandolo tra le sbarre dell'inferriata.

La monetina passò come una pallottola a pochi centimetri dal bersaglio cui era destinata, la testa del giocatore, e andò a rotolare sul terreno di gioco, a una ventina di metri di distanza.

Gigi, che stava già per imboccare il tunnel, tornò indietro in campo corricchiando, per andare a raccoglierla, tra gli applausi divertiti dei propri tifosi e i sibili di quelli avversari.

Correndo, scosse più volte la testa, per dare modo ai suoi capelli di ballonzolare su e giù come le piume di un gallo, rendendo ancora più evidente il caschetto nero che dava tanto fastidio ai benpensanti.

Si accucciò per cercare tra l'erba le cento lire, dopodiché si sollevò in piedi sorridente.

Tornò verso la recinzione, poi, e mostrò al lanciatore la monetina luccicante, urlando: "Grazie, grazie"

Il gesto fece imbruttire ancora di più i tifosi più accaniti della Samp, i quali cominciarono a spingere con forza contro la recinzione, minacciando di buttarla giù.

A quel punto, qualcuno mise una mano sulla spalla di Gigi, spingendolo con delicatezza:"Vieni via, dai. Non li provocare". Era Fabrizio Poletti, suo compagno di squadra e migliore amico

Gigi lo guardò un po' meravigliato, ma si incamminò verso l'uscita, salutando il pubblico col braccio.

Nello spogliatoio c'era allegria.

Era quasi impossibile parlare, infatti, nel frastuono di grida, risate, inni entusiastici dei giocatori felici per aver stravinto la partita.

Quando entrò, Gigi si sedette sulla panca e scoppiò a ridere, mostrando le cento lire che aveva raccolto sul campo:"Anche stavolta ho rimediato qualche soldo da quegli scemi"

"Tu sei proprio matto, Gigi" -  gli rispose Fabrizio - "Li fai troppo incazzare: prima o poi, quelli ti aspettano fuori e ti distruggono la Balilla".

Nestor Combin si avvicinò ai due.

Si era già fatto la doccia e si stava asciugando: era alto, e aveva dei tratti da indio sudamericano.

Si inserì nella conversazione biascicando allegramente il proprio italiano stranissimo, che era un mix di francese e di argentino: "Non ci posso credere: vai ancora in giro con quella scatoletta nera, Gigi?".

"Si, Ci sono affezionato, a quella macchina. L'ho trovata in una cascina, un paio d'anni fa. La usavano da pollaio, oramai"

"Pensa, Nestor" - disse Fabrizio - "l'ha fatta restaurare talmente bene che c'è perfino la lampadina originale, al centro del tettino: Il problema è che non fa più di sessanta all'ora"

"Ma Cristiana non s'è stufata di andare in giro con un pezzo d'epoca?"

Gigi intervenne: "Cristiana ci sta benissimo, nella mia Balilla, non preoccupatevi"

"Ma dai, Gigi, appena si nomina Cristiana cambi faccia: scherzavamo"

"Lo so, lo so" rispose l'interessato  a testa china, slacciandosi gli scarpini e togliendosi i calzettoni.

"Non ti azzardare a nominare Cristiana, Nestor" - riprese Fabrizio strizzando un occhio - "è talmente innamorato che le regala una rosa rossa tutti i giorni"

Combin si esibì in una specie di tremolio delle gambe: "Brrrr, non ci proverò più. Non sapevo che fosse così suscettibile, su quest'argomento"

Poletti cambiò discorso: "A proposito, ragazzi" - chiese ad alta voce - "che ne dite di chiedere al Mister di lasciarci liberi prima, stasera? In fin dei conti abbiamo fatto una gran partita, e non ha senso rimanere qui fino a tardi"

Si  udì un coro di "Si" in risposta.

"Però chiediglielo tu, Fabrizio: a me Fabbri non mi sopporta", disse Meroni.

"Ancora con quella storia dei capelli, Gigi?"

"Mah, no, quella l'ho superata"

"Che storia era?", chiese Nestor.

Gi rispose Fabrizio: "Beh, nel '66, poco prima dei Mondiali di inghilterra, il buon Edmondo obbligò Gigi a tagliarsi i capelli prima di una partita, sennò non l'avrebbe fatto giocare: e tu sai quanto ci tiene ai capelli, lui"

Gigi scosse la testa: "In realtà ce l'ho con lui per un'altra ragione"

"Quale?", chiesero i due compagni.

"Non gliel'ho perdonata: l'anno scorso, ai Mondiali, mi ha fatto esordire con quegli armadi dei russi, e non ho toccato palla: mi passavano sopra. La partita dopo, però, coi coreani, mi ha tenuto fuori, ed è andata come sappiamo"

"Già: perdere uno a zero con quei pellegrini è stata una vera schifezza", disse Fabrizio.

"Una schifezza che è tutta colpa di Fabbri, credetemi: non capiva più un cazzo, e cambiava giocatori senza senso. Con la Corea del Nord fece perfino giocare il povero Bulgarelli, che aveva un ginocchio a pezzi: che stronzata"

Ci fu un momento di silenzio, interrotto da Combin: "Ad ogni modo glielo chiederemo tutti, di andare via prima stasera: credo che a nessuno vada di rimanere in ritiro".

 

"Magari: non vedo l'ora di tornare a casa. Voglio finire il mio ultimo quadro"

"Ne stai dipingendo un altro, Gigi? Di quale soggetto si tratta?"

"Sto dipingendo un ritratto di Cristiana, ma è da un po' che non riesco ad andare avanti: non riesco a rendere i suoi occhi. Ha uno sguardo troppo particolare"

"Beato te che hai tutti questi interessi: ti piace dipingere, leggere, parli bene. Io non riesco a dire due parole di fila, e quando sto a casa mi annoio. Vorrei sempre andare in giro per locali"

I tre scoppiarono a ridere.

 

Pochi minuti dopo, nello spogliatoio entrò il Mister Edmondo Fabbri.

Il capitano prese il coraggio a due mani e gli chiese il permesso di andare via prima dell'ora prefissata, e l'allenatore - contento per la vittoria - diede il proprio assenso.

 

Gigi e Fabrizio si rivestirono ed uscirono incamminandosi a piedi, dopo aver salutato i compagni di squadra: erano circa le nove di sera.

Come al solito, Meroni era elegantissimo:  indossava, infatti, abiti confezionati su misura, e disegnati da lui.

 

Arrivati a Corso Umberto, disse: "Devo telefonare a Cristiana per avvertirla che torno prima".

"Lì di fronte c'è un bar", gli rispose Fabrizio, indicando l'altra parte della strada.

"Si, ma non mi va di arrivare all'incrocio. Attraversiamo qui"

"Va bene, ma stiamo attenti: guarda che traffico che c'è"

I due arrivarono al centro della carreggiata.

Alle loro spalle, una FIAT 124 coupè arrivò a forte velocità: sfiorò Poletti  a un polpaccio, ma prese in pieno Meroni.

Il giocatore fece un volo di qualche metro, e cadde al suolo proprio nel momento in cui arrivava una Lancia Flavia, che lo  travolse.

 

Tutto avvenne nel giro di pochi secondi.

I primi soccorritori chiamarono un'ambulanza, ma questa rimase bloccata nel traffico.

Meroni fu quindi trasportato in ospedale con una macchina privata: aveva le gambe rotte, e un trauma cranico grave.

Morì in ospedale poche ore dopo, a soli ventiquattro anni.

 

La sua morte sconvolse l'Italia intera, non solo quella sportiva e calcistica.

Luigi Meroni, infatti, non era stato solo un grande calciatore, ma un personaggio speciale, e sotto certi aspetti un vero e proprio simbolo per i giovani, in un'epoca - la metà degli anni sessanta - nella quale già si intravedevano i primi segni dei profondi cambiamenti culturali che sarebbero esplosi col '68. 

Meroni era stato un artista, un ribelle, un anticonformista, un anarchico, attirando su di sé le critiche e, talora, l'astio dei cosidetti benpensanti della piccola, prospera Italia di quegli anni, e della stessa Chiesa.

Il fatto che vivesse con una donna sposata, ad esempio, indusse il vescovo di Torino a tentare - inutilmente - di vietare la celebrazione della cerimonia religiosa in occasione dei suoi funerali.

Aveva conosciuto Cristiana Uderstadt nel 1962, mentre lei lavorava nel Luna Park di famiglia, a Genova, allo stand del tiro a segno,

Quello stand fu in seguito immortalato da Vittorio De Sica nel film Boccaccio 70, in una scena che vedeva protagonista Sofia Loren proprio nella veste che era stata di Cristiana.

Quest'ultima era una ragazza bellissima, ma la sua relazione con Gigi fu osteggiata dai genitori, ambulanti polacchi, i quali la obbligarono a sposarsi con un altro.

Quel giorno, a Roma, Meroni si recò nella chiesa dove si stava celebrando il matrimonio, e di nascosto assistette alla cerimonia.

Non ce la fece a intervenire per interromperla, ma la situazione ricordò in seguito a molti la scena di un film americano dell'epoca "Il Laureato", che riscosse un grande successo, e segnò l'esordio cinematografico di un attore straordinario: Dustin Hoffman,

Pochi giorni dopo il matrimonio, infatti, Cristiana lasciò il marito e corse da Gigi.

 

Meroni amava la musica pop di quegli anni, il jazz, i vestiti originali in stile "beat", e ostentava capelli lunghi a caschetto e  barba alla Che Guevara, al punto di essere penalizzato nella propria carriera in nazionale.

A Como, la città dov'era nato e dove aveva iniziato a giocare in un piccolo cortile, era stato visto una volta andare in giro con una gallina al guinzaglio, e l'aveva fatto per provocare coloro i quali lo additavano come un "diverso".

Si trattava di atteggiamenti che ora susciterebbero al più un sorriso, ma in quegli anni assumevano una valenza di rottura quasi rivoluzionaria.

In ogni caso, era un ragazzo modesto e per niente incline ad assumere atteggiamenti divistici, malgrado fosse diventato una 'star' già a vent'anni. 

Aveva, poi, un rapporto del tutto particolare coi soldi.

Quando gli chiedevano cosa facesse dei suoi guadagni, rispondeva: "Li spendo tutti: i soldi vanno fatti girare". 

Sotto il profilo calcistico, è stato soprattutto uno straordinario fuoriclasse e un "numero sette" di rara bravura.

Era un'ala destra dal fisico minuto: malgrado non fosse altissimo, però, possedeva una tecnica, un dribbling e una creatività talmente superiori alla media, da consentirgli di saltare con facilità gli avversari, di effettuare 'assist' decisivi per i propri compagni, e di segnare gol favolosi.

Queste qualità lo fecero diventare nel giro di pochi anni un vero e proprio idolo e, e di sicuro la più grande promessa del calcio italiano.

Giocò col Como, col Genoa e col Torino, e segnò dei gol talmente belli da essere tuttora ricordati: in particolare, è rimasta impressa nella memoria degli appassionati una rete che segnò nel marzo del 1967 - pochi mesi prima della sua morte - contro la grande Inter di quegli anni.

Meroni ubriacò i famosi difensori dell'Inter di finte, cambi di velocità e dribbling - i gesti tecnici che rappresentavano la sua specialità - e concluse l'azione con un pallonetto millimetrico che entrò in porta sotto lo sguardo inebetito del portiere.

 

Anche la nazionale stava cominciando a valorizzarlo, sebbene la sua partecipazione ai Mondiali del '66 fosse stata opaca, in quanto caratterizzata dal pessimo rapporto col CT dell'epoca Edmondo Fabbri, che non gli perdonava i capelli lunghi e gli atteggiamenti anticonformisti.

 

 

 

Meroni ritrovò poi Fabbri al Torino, quando quest'allenatore prese nel '67 il posto del 'paron' Nereo Rocco, il quale adorava il giocatore.

La tifoseria di questa squadra da quindici anni stava aspettando i degni successori dei giocatori del Grande Torino, deceduti nella tragedia aerea di Superga, e individuò subito in Gigi il fuoriclasse tanto atteso.

Lo avevano soprannominato "la farfalla granata".

Quando Meroni morì, dunque, il dolore fu talmente forte per i suoi sostenitori, da trasformare l'attaccante in una specie di mito.

Nel punto in cui avvenne l'incidente - in Corso Umberto - è stata eretta una statua, e tuttora i giocatori del Torino, quando segnano un gol, vanno a festeggiarlo nella zona del campo dedicata al loro 'numero sette': la stessa area del terreno di gioco che fu cosparsa di fiori, la domenica dopo la morte del campione.

Quel giorno, il 22 ottobre, si giocò proprio il derby contro gli odiati rivali della Juve, e il Torino vinse per 4 a 0, travolgendo i rivali con ben tre gol di Nestor Combin, un calciatore argentino, naturalizzato francese, che era rimasto particolarmente choccato dalla morte dell'amico, e che giocò in modo superlativo: come mai aveva fatto, e come mai più gli capitò in carriera.

 

 

Quella sera del 15 ottobre del 1967, Gigi fu investito da un ragazzo di 19 anni, Attilio Romero, il quale - ironia del destino - era un suo accanito tifoso, e ne imitava atteggiamenti e abbigliamento.

Romero aveva anche una vaga somiglianza con Meroni, al punto che spesso veniva scambiato per lui ed era costretto a rilasciare autografi a suo nome.

Quel giovanotto divenne - dal 2000 al 2005 - presidente del Torino.

 

Quando morì Meroni avevo 11 anni.

Giocavo a calcio, ed ero tifoso dell'Inter: la squadra che in quegli anni dominava la scena italiana e mondiale. 

Gigi me lo ricordo ancora, soprattutto per un particolare: giocava coi calzettoni abbassati, come solo i grandi campioni possono permettersi di fare, e sembrava inafferrabile in campo.

Il particolare dei calzettoni mi ricordava un po' Sivori, un po' Corso, ma Meroni era più veloce e sgusciante di entrambi. 

Lo avevo visto in azione la prima volta nel corso dei Mondiali del '66, quando l'Italia aveva perso contro l'URSS: in quella partita non mi aveva entusiasmato. 

Quel 15 ottobre, quando ricevetti la notizia guardando la Domenica Sportiva, sinceramente non ci feci troppo caso.

Chissà, la scuola era ricominciata da poco e io frequentavo la seconda media: avevo da studiare, ed è probabile che me lo dimenticai presto.

Mi dispiace.

 

 

 

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