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Enzo Baldoni, Frank Miller e la fine dei topi

 

 

 

  

In questa storia ci sono molti punti oscuri, come delle vie dalle quali, una volta entrati, non si riesce più a uscire. Come in un labirinto, in cui i protagonisti appaiono, scompaiono, o, semplicemente, si trasformano: bisogna essere dei giocatori esperti per poter restare vivi, o rimanere in piedi fino alla fine. Pena: l’esclusione. Enzo Baldoni ne ha un presagio: sa che le pagine del fumetto di Frank Miller, di cui traduce “Batman. Il Ritorno del Cavaliere Oscuro”, nascondono la pianta di un complicato labirinto. Ne è convinto a tal punto che decide di giocarsi la partita con i suoi lettori: affida loro il compito, non facile, di scovarne ogni possibile via d’uscita. Chi è il cavaliere oscuro? E cosa fa a Gotham City? Chi sono i suoi nemici? E i suoi veri amici? Quali sono i pericoli da affrontare? E alla resa dei conti chi si salverà? O, chi, al contrario, resterà per sempre intrappolato nel labirinto?

La risposta è in sei chiavi, sei enigmi, svelati ad uno ad uno dagli appassionati di Miller, sulle pagine della raccolta di Corto Maltese. Sei chiavi, alcune delle quali, tuttavia, senza soluzione, che fanno luce anche sul caso di Baldoni (ucciso in Iraq nel 2004).

Chiave numero uno: i media. E’ venerdì 20 agosto. La notizia del rapimento di Enzo Baldoni rimbalza velocemente. Alle 19,19 il comunicato AdnKronos dice che da un giorno intero non si hanno più notizie del pubblicitario milanese, corrispondente di Diario. Chi era con lui, però, non è d’accordo: non sono passate ventiquattr’ore dalla sua effettiva scomparsa, ma solo poche ore. Trapela anche l’ipotesi che il reporter possa trovarsi da qualche parte, in giro, a caccia di scoop.

Chiave numero due: l’occulto. Uno come lui di scoop se ne intende: un eroe paradossale, un eroe a cui scricchiolano le giunture, che sanguina, che sta male, che invecchia, che ha paura di invecchiare, che ha paura di cadere, che ha paura di sbagliare, che ha paura. Un eroe che ormai ha tutti contro: la stampa, almeno una certa parte, che lo ritiene un “giocherellone della rivoluzione”, “un giornalista della domenica”, un incauto e maldestro ficcanaso; quanti pensano che ad arrischiarsi lontano, “si fa la fine dei topi” nel labirinto. Ma, come un collezionista di stati d’animo,  lui è alla ricerca del sopravvissuto più fiero, del guerriero più puro, fino da al Sadr, nel cuore dell’assediata Najaf.

Chiave numero tre: il sarcasmo. … Guardando il cielo stellato ho pensato che magari anch’io morirò in Mesopotamia, e che non me ne importa un baffo, tutto fa parte di un divertente, gigantesco minestrone cosmico, e tanto vale affidarsi al vento, a questa brezza fresca da occidente e al tepore della Terra che mi riscalda il culo. L’indispensabile culo che finora mi ha sempre accompagnato. Deve aver pensato così Baldoni, quando, la Nissan bianca sulla quale viaggiava insieme all’amico Ghareeb, viene trascinata in un vorticoso testacoda, a causa di un’ improvvisa esplosione, al ritorno da Najaf. Ci era già passato lì, Baldoni, insieme a Ghareeb e al resto del convoglio della Cri, il giorno prima, nel viaggio d’andata, ed anche allora c’era stato un attacco. Senza conseguenze.  Deve aver pensato così, un attimo prima che la sorte lo abbandonasse.

Chiave numero quattro: il tempo. Ne sembra passato tanto, tra il primo filmato, trasmesso da Al Jazeera,  il 24 agosto, che ritrae Baldoni in mano all’Esercito Islamico, e il secondo, il 26 agosto, in cui ne viene rivendicata l’uccisione. Una condanna a morte, senza possibilità d’appello, pronunciata solo due giorni prima di essere resa effettiva. Un’esecuzione che coglie tutti di sorpresa, e che lascia interdetti quanti speravano ci fosse ancora tempo per le trattative. Ma di tempo non ce n’è più. La sentenza è chiara: l’esecuzione dell’italiano risponde al rifiuto del governo italiano di ritirare i suoi soldati dall’Iraq entro quarantotto ore.

Chiave numero cinque: lo sfascio. In una società lercia, abitata da gente impaurita, infestata dalla criminalità e da una classe politica corrotta e flaccida, pronta a calare le brache davanti alla violenza, in cui il ruolo dei media si intreccia alla storia, una voce si leva a difenderlo: quella del settimanale Diario, che solleva molti dubbi sulla versione ufficiale fornita dalla Cri, riguardo la ricostruzione del giorno del rapimento.

Chiave numero sei: l’ignoto. La più difficile. Quella che apre tutte le porte. Vivere o morire, e recuperare ciò che resta. In questo caso, il corpo. Nonostante gli appelli dei familiari ed il ritrovamento insperato di un frammento osseo, attribuito con certezza dal Ris a Baldoni, nel luglio del 2005, il corpo non è mai rientrato in Italia. Come se potesse custodire chissà quali segreti, e fosse l’ultimo anello mancante di una vicenda ancora oscura. La posta in gioco è alta, nessun vello d’oro, o ali di cera, in fondo al labirinto: solo l’amarezza di non aver capito tutto fino in fondo, e il rimpianto per non esserne usciti vivi.

Un tè nel nido di pietre con Leila Marzocchi

 

 



Domenica scorsa (l'11 maggio), di ritorno da Torino, sono passato per Pistoia per l'inaugurazione della mostra di fumetti di Leila Marzocchi, presso Lo Spazio di Via dell'Ospizio, dove è possibile vedere delle tavole originali dell'autrice fino alla fine del mese. Per chi non la conoscesse la bolognese Leila Marzocchi è una delle più brave e accreditate disegnatrici di fumetto non solo in Italia, ma anche in Europa e nel mondo (visto che i suoi lavori sono pubblicati in Giappone, Francia, Portogallo e Usa). Qui da noi tutti i suoi albi sono pubblicati dalla Coconino Press come "L'Enigma" e "Niger", quest'ultima una storia divisa in quattro puntate di cui sta per uscire la terza. La sera prima l'inaugurazione, a riprova della sorprendente vitalità culturale dei pistoiesi, Lo Spazio di Via dell'Ospizio è stato animato da un concertino-aperitivo intitolato "Nidifughi" che ha sancito la nascita di un nuovo gruppo musicale underground (attori di questo angolo musicale e di questo matrimonio artistico sono stati Simone Caputo, Cristiano Coppi e Lorenzo Maffucci). Coordinatore dell'inaugurazione è stato Guido Armellini, professore di italiano a tutti i livelli e agitatore culturale, che ha dato vita a un dialogo-dibattito molto prolifico intorno ai suoi lavori. Molte sono state le domande sull'opera di questa artista, ma anche molti gli sprazzi di luce sulla sua poetica. L'opera spartiacque della produzione della Marzocchi è stato "L'Enigma", in cui c'è l'abbozzo di quell'universo da cui è scaturito "Niger" e dal quale c'è stato il passaggio, come ha osservato giustamente Armellini, dal fantastico al fiabesco. Se prima infatti la Marzocchi era legata ancora a personaggi antropomorfi, al limite fantastici come la mummia che si aggira nella Londra di fine Ottocento, con "L'enigma" attinge a tutto un immaginario fiabesco diversificato e personale. Protagonista della storia è un'arpia che deve risolvere un enigma di un perfido mago incenerito per guarirsi alcune fratture. I motivi sono oscuri, ma la storia è ambientata in un mondo paralizzato e sterile, un bosco bruciato dove la vita è assente. In aiuto dell'arpia accorrono diversi esserini come la radice Taxus, un barbagianni di nome Tyto Alpa, una civetta chiamata Athene e il più misterioso di tutti, il Compare, un ometto con delle ali finte che vive in un nido di pietra. Oltre a questi aiutanti, che si uniscono in numerose assemblee, sono molti i comprimari della fiaba e verso la fine appare anche il trascendente, la Mano di Fatima, come autorità superiore in un mondo anarchico e pre-culturale e anche lo Spirito del Bosco, un bambino che, mangiato dall'arpia, sarà lo spirito rigeneratore di questo mondo, chiudendo il cerchio perfettamente. Appare subito evidente che questo mondo di fiaba non è fatto per bambini: i vari registri del linguaggio e della narrazione provocano un senso di straniamento continuo. "L'enigma" è anche ricchissimo di citazioni e allusioni che oscillano dalla cultura tutta tragica dell'occidente a quella che ha superato il tragico e il linguaggio dell'orientale (la Marzocchi ha lavorato e vissuto in Giappone per diversi anni, infatti). Molte di queste citazioni, per stessa ammissione dell'autrice, sono inconsapevoli, vengono cioè dall'inconscio nel momento della creazione, e sono spesso capovolte come la cipollina dei "Fratelli Karamazov" di Dostojevski, o il bestiario preso dal "Pinocchio" di Collodi, o ancora la natura rinsecchita che sembra uscita dal "Trionfo della morte" di Dürer. In "Niger" il mondo sterile e paralizzato di una post-vita di "L'enigma" si è finalmente dischiuso. Marzocchi ha spiegato che questo ammorbidimento, questo ritorno alla vita del suo nuovo lavoro è dovuto, in parte, alla scoperta di una nuova tecnica per realizzare i suoi fumetti. Una tecnica completamente artigianale quella dello schreching che consiste nel graffiare da una superficie nera il disegno. Una tecnica a levare, a fare uscire le immagini dal nero, come uno scultore che modellasse la materia, o uno scrittore che tagliasse le parti superflue del suo racconto. Insomma in "Niger" la storia ricomincia a è sempre attraversato da una ricerca di identità e dalle metamorfosi per conseguirla perché "quello che ti salva non è mai qualcosa di buono, ma sempre qualcosa di oscuro". E inoltre l'unico punto fermo, forse l'unica speranza che attraversa le storie della Marzocchi è questa idea di comunità dei suoi personaggi uccelli, quelli che si riuniscono a prendere il tè per deliberare sulle sorti dei loro amici, un'idea di pace e fratellanza simile a quella che si può trovare nelle poesie di Saba.

 

 

 

 

Fratellanza

di Umberto Saba

Ho fatto un sogno, e all'alba lo ritrovo.
parlavano gli uccelli, ed un uccello
ero, nel sogno, io stesso. Dicevano:
NOI DI BECCO GENTILE AMIAMO I FRUTTI
SAPORITI DEGLI ORTI. E SIAMO NATI TUTTI
DA UN UOVO.

Proprio il sogno d'un bimbo e d'un fratello.

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