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Le piante e la notte

  

…noctes vigilare serenas quaerentem dictis quibus et quo carmine demum clara tuae possim praepandere lumina menti, res quibus occultas penitus convisere possis

…vegliare durante le notti serene, cercando con quali parole e con quale poesia io possa accendere innanzi alla tua mente una chiara luce, con cui scrutare a fondo le cose nascoste

 [Lucrezio (Tito Lucrezio Caro 98 a.C. – 55 a.C.): “De rerum natura” Libro 1, vv. 140-145]


Come flussi e reflussi di un’onda alcune abitudini si lasciano e si riprendono nel corso della vita. Così è stato per me stare sveglio, vivere di notte. Fu la scoperta di una libertà straordinaria seguita all’adolescenza e alla prima giovinezza vissute in famiglia. La vita da studente portò a selezionare spontaneamente quel primo, inoffensivo tentativo di ribellione, in anni - della storia personale e di un’intera generazione – densi di cambiamenti e di nuove consapevolezze.

Al ricordo sembra di aver vissuto quel lungo periodo di quasi cinque anni alla Casa dello Studente, in un presente continuo; una allegra superficialità intercalata a depressioni drammatiche, coincidenti di solito con il periodo degli esami. Erano più corte le notti, allora, per le strade di una città tutta da scoprire o ad un tavolo di poker, o anche in discussioni interminabili, musica e cose piacevoli. Di giorno prevalentemente si dormiva, non prima di essere passati alla mensa, alle sette in punto, a fare colazione e per gli sfottò di rito ai ‘regolari’ che andavano a lezione…

Quella consuetudine, o familiarità con la vita della notte e i suoi abitatori, è riaffiorata più volte negli anni, come una rinnovata scoperta. E’ stata di grande aiuto nella vita lavorativa, nei turni notturni di guardia; si è prolungata a dismisura negli sfasamenti del ritmo sonno-veglia dopo un prolungato soggiorno all’estero.

La sensazione più bella dei viaggi è per me il ritorno. Non mi piace partire – mi ci costringo fino a non potermi più tirare indietro - ma adoro tornare. Rivedere le cose di sempre con occhi diversi; confrontarne la memoria, le minuzie del particolare in relazione con il vasto mondo.

La prima notte che segue al ritorno è anch’essa un’avventura…

“Può succedere che mi svegli a notte fonda. Secondo il mio tempo interno sono le sette del mattino; nella realtà sono le due di notte. Ho dormito solo tre ore. La stanza è piacevolmente calda: qualcuno ha avuto la cura di accendere il camino e la stufa; ma è l’esterno che mi chiama.

Gesti noti, antiche abitudini.

Senza disturbare la notte, mi muovo tra muri e su tetti amici, per vie conosciute. Bisogna spostarsi in silenzio, rispettando il silenzio più grande che è intorno; ma anche così gli animali si accorgono di una presenza estranea. Fruscìi di topi e il volo attutito di uccelli notturni. Non mi accorgo nemmeno del tempo che passa, mentre faccio gesti consueti, fermando lo sguardo su profili conosciuti, tagliati dalla luce della luna. Un passo dopo l’altro, mantenendo l’equilibrio tra i sassi; le pupille aperte come i gatti, lasciando entrare la notte dagli occhi, dalle orecchie e dalle narici. Il tronco del pino è ancora caldo sotto le mani, le sue squame sono la pelle di un gigante. L’erba è fresca e profumata, se ci si stende sopra e ci si appoggia il viso: i gatti l’hanno capito che è un gioco…

Mi hanno sorpreso i gatti, con la pelliccia tanto folta che quasi non li riconoscevo, da spelacchiati che li avevo lasciati alla fine dell’estate, alcuni mesi prima.

Ne è passato di tempo… Ed è sorprendente questo ritorno a casa. La notte mi è balzata addosso con i suoi bianchi e i suoi rosa, alla luce della luna. Solo grazie a lei mi accorgo di essere arrivato in tempo, per la fioritura delle camelie. Alla prima luce dell’alba due passi nel giardino, nell’orto e nei campi. Le piante potate, i primi fiori, quelli precoci; ma gli altri sono lì che premono da sotto la terra. L’inverno che sta per finire ha lasciato indietro qualche seme o qualche frutto, in forme astratte, irreali alla luce della luna…”






Camelie (Camellia japonica; camellia sasanqua – Fam. Theaceae; alla stessa famiglia appartiene la camelia del thè). Il nome di specie deriva
dal biologo George Kamel, prete gesuita, che con le navi della Compagnia delle Indie importò la pianta dal Giappone nel 1792. Le camelie ebbero un successo straordinario alla loro introduzione in Europa. Il romanzo ‘La dame au camélias’ di Alexandre Dumas (figlio) è del 1848



Viluppo di semi di clematide, a struttura spirale; i singoli semi hanno una coda come una cometa che ne favorisce il trasporto per mezzo del vento. Le varietà di clematide sono innumerevoli, di colori e forme incredibili. Bisognerà riparlarne…



L’infiorescenza (detta pappo) di un’asteracea si evidenzia alla luce del flash





Aspetto della pianta fresca e frutti dell’alchechengi (Physalis Alchechengi – Fam. Solanacee; cosiddetti ‘lampioncini’). La piccola bacca rossa dolce-acidula, è commestibile (anche candita o ricoperta di cioccolato); il lampioncino che l’avvolge ha una struttura a rete che si evidenzia quando il rivestimento di color arancio si dissolve col tempo



Aspetti della lunaria (Lunaria annua - Fam. Cruciferae: cosiddetta ‘monete di papa’): foglie e fiori, semi freschi e aspetto secco. E’ una pianta biennale; i fiori, e quindi i semi, compaiono nel secondo anno. Le eleganti membrane traslucide, molto usate nelle composizioni di fiori secchi, sono parte della teca di protezione dei semi

Dopo una lunga assenza, non solo le persone, anche le cose chiamano; attirano con fili invisibili, annodano segnali e ricordi. Le piante reclamano attenzione: ad occhi che sanno vedere chiedono una potatura, la correzione dell’inclinazione di un ramo; altre vogliono essere sfrondate, liberate dalle erbacce alla base. Come i bambini, gli animali e le piante hanno un loro linguaggio, a volte arduo da comprendere.

Le piante utilizzano i fiori come richiami visivi e olfattivi. Ma i profumi di un giardino notturno rappresentano tracce non solo per gli insetti: essi si infiggono nella memoria con tale risonanza emotiva che non è facile sottrarsi al loro richiamo [Vedi su “O”: Il giardino e gli odori
del 30.04.07]. Si prova allora a seguire ‘il filo’ di un odore, come raccontava Suskind del suo personaggio Grenouille ne ‘Il Profumo’. Ma bisognerà aspettare la primavera e l’estate, quando nei nostri climi il giardino diventa un intreccio di scie profumate…

 

Diverse sfumature di bianco per la candida Gardenia (Fam. Rubiaceae), dal profumo e dall’aspetto mitici, tanto da segnare l’immaginario di un’intera epoca (…Ha il cilindro per cappello / due diamanti per gemelli /  un bastone di cristallo / la gardenia nell'occhiello / e sul candido gilet / un papillon / un papillon di seta blu…)




Jasminum polianthum, aspetto generale e particolare dei fiori (sopra); Jasminum sambac e Jasminum Granduca di Toscana (sotto). Tutti della famiglia delle Oleaceae, dal profumo intenso sfruttato in profumeria


Datura spp. (Fam. Solanacee; ingl. Angel’s trumpet): genere di piante già trattate [Vedi su “O”:  Piante tossiche, medicamentose, allucinogene (prima parte)
del 10.06.07]. Datura suaveolens è detta ‘Queen of the night’ per il suo profumo notturno. Molto diffuse le varietà ornamentali a grandi fiori campanulati di vari colori (recentemente rinominate Brugmansia)

 

Il fiore candido della Magnolia grandiflora (Fam. Magnoliaceae) dall’intenso profumo legato alle notti d’estate. Le foglie sono verde intenso, coriacee, di colorito bruno nella loro pagina inferiore

 

Ancora alla famiglia delle solanacee appartiene Cestrum nocturnum (impropriamente chiamato ‘gelsomino greco’) dal profumo dolce e penetrante che promana dai piccoli fiori tubulosi allungati, riuniti in mazzetti. Il profumo è tipicamente notturno (di giorno i fiori sono inodori), ma sentito una volta non si dimentica più!



A maggio fiorisce il Filadelfo (Philadelphus virgineum – Fam. Hydrangeaceae) detto ’petti d’angelo’,
dal profumo fresco che ricorda quello dei fiori d’arancio



Fogliame e particolare del fiore del caprifoglio (Lonicera caprifolium – Fam. Caprifoliaceae), rampicante spontaneo delle nostre siepi, a fioritura tardo primaverile dal delicato profumo



F
oglie e fiori di tiglio (Tilia cordata, T. europea – Fam. Tiliaceae). Come dimenticare, tra le fioriture degli alberi che annunciano l’estate, il profumo del tiglio, che pervade interi quartieri di Roma?

Indipendenti dai destini e dai pensieri degli uomini, le piante combattono la loro propria battaglia per la sopravvivenza adottando, nei confronti degli insetti impollinatori, strategie riproduttive e sistemi di attrazione.
I fiori sono tra questi, da cui deriveranno, a fecondazione avvenuta, i frutti e i semi.
Il colore e il profumo dei fiori sono infatti potenti richiami per gli impollinatori (insetti o sirfidi; a volte anche piccoli uccelli, come pipistrelli e colibrì).



Il piccolo colibrì è un uccello con funzioni di impollinatore; qui all’opera tra fiori e bacche della pianta del caffè (Coffea spp. Fam. Rubiaceae)



Biancospino comune (Crataegus monogyna) e biancospino inglese (ma cresce anche da noi, ad alberello: Crataegus oxycantha var. Paul’s Scarlet (English hawthorn) – Fam. Rosaceae).
Notare le foglie, molto simili tra le due specie

 

Aspetto generale e particolare del fiore di kerria (Kerria japonica – Fam. Rosaceae), un arbusto che si propaga per ricacci alla base e fiorisce all’inizio della primavera di giallo intenso.
I fiori non sono profumati



Fiori di amarillide (Amaryllis belladonna - Fam. Amarillidaceae); è chiamato anche ‘Naked lily’, ma non ha niente a che vedere con i gigli (Lilium). E’ confuso a volte con il genere Hyppeastrum. Il bulbo è tossico, come per tutte le amarillidacee. I fiori, dal delicato profumo (di albicocca (!) se un sapore diventasse un profumo), nascono alla sommità di steli fiorali nudi; la vegetazione si sviluppa in seguito.

 


Il portamento e la cascata di fiori di Rosa banksiae (Fam. Rosaceae), roselline senza spine dal rigoglioso sviluppo. Le più comuni sono le varietà a fiori bianchi e color crema. Così denominate in onore di sir Joseph Banks (1743-1820), già curatore dei Kew Gardens di Londra

 


Fioriture primaverili di glicine (Wistaria chinensis, var. alba – Fam. Fabaceae)
e peonie (Peonia arborea – Fam. Paeoniaceae) che emergono dalla notte

 

Fioritura del melo (Malus domestica – Fam. Rosaceae)

Molti fiori notturni sono bianchi; così come i fiori di molte cactacee del deserto, che fioriscono di notte. Sembra accertato che gli insetti abbiano una visione del colore diversa dalla nostra, verosimilmente in ‘bianco e nero’, e siano sensibili all’ultravioletto, che i nostri occhi non percepiscono. Inoltre il fiore produce odori - profumi o puzze - in relazione ai gusti dell’insetto impollinatore.

Per motivi riproduttivi alcuni fiori si aprono la notte e quasi non si notano di giorno; altri sono sempre aperti, anche se inapparenti, quasi nascosti nella notte. Alla pallida luce della luna, anche senza aspettare la luna piena, i fiori bianchi balzano prepotentemente in evidenza, seguiti dai gialli; i blu e i rossi quasi scompaiono; bisogna andarli a cercare nell’intrico della vegetazione, alla luce di una piccola torcia elettrica, e allora eccoli lì, pronti a restituire i loro colori. E’ la stessa sensazione che si riceve sott’acqua, anche nelle immersioni diurne. Ad una certa profondità (già sui 20-25 metri nei nostri mari; fino a 30-40 m. nei mari tropicali), i colori si spengono; le tinte squillanti delle mute e delle bombole, così come le rocce e la vegetazione sottomarina diventano variazioni della scala dell’indaco. Ma basta illuminare le cose intorno con una torcia subacquea e il mondo riprende vita e colore.

 

Fioritura di bouganvillea (Bouganvillea spp. - Fam. Nyctaginaceae)  alla luce di un lampione

  

Foglie e fiori di Jacaranda mimosefoliae (Fam. Bignoniaceae), un vero albero tropicale acclimatato in Italia, dalla inusuale fioritura estiva color pervinca 


 

Planting a moongarden. Il giardino romantico, di gusto inglese, utilizza piante e bordure di foglie color verde glauco e grigio, o coperte di lanugine argentea con fiori bianchi, a fruizione soprattutto notturno.


Shimmering silvery foliage that was hardly noticed in the day light is transformed as if by magic in the shadows of the nightfall”

(Maya-Rose Nash)

[Un fogliame argentato e brillante che a malapena si nota alla luce del giorno, si trasforma come per magia appena cade la notte]

Ci sono notevoli esempi del genere nei ‘giardini che giocano con la luna’; Nell’ormai storico giardino di Vita Sackville-West a Sissinghurst, nel Kent; ma anche nelle ‘stanze’ ideate dall’architetto Russel Page per i Giardini della Landriana, a Tor San Lorenzo vicino Roma. Saranno da andar ad esplorare, alla prima occasione…



Ai primi di maggio la fioritura degli iris, qui tra le viti che hanno appena germogliato



Strana entità, la notte… Per come agisce sul cuore dell’uomo.

Da molti temuta come l’inconoscibile, l’aggrumarsi di ogni paura; da sempre, nei miti e nelle leggende, ha simboleggiato il lato misterioso e oscuro dell’uomo. Che tuttavia ne è irresistibilmente attratto, come i fiori bianchi attirano gli insetti, come la luce le falene.

Ma la notte è anche bianca luce tersa da impurità; atmosfera rarefatta in cui gli occhi riescono a vedere con chiarezza maggiore.

“[…] La notte mi piace. Mi piace perché è sempre diversa.

Se uno non ci pensa con attenzione, gli viene da dire che la notte è buia. Un luogo comune. La notte è buia, il sole scalda, quando piove fa umido.

Certo che la notte è buia, ma non è sempre buia allo stesso modo.

Certe volte c'è luna piena, altre volte calante, un piccolo spicchio, oppure niente luna e tante mani di nuvole sovrapposte, e le nuvole che possono essere grigie, nere, solcate di bianco e d'azzurro, ruvide o setose, arricciate o dritte. Dipende.

Non è mai la stessa notte, e io cammino sempre sotto un cielo diverso, sotto un diverso punto di blu. […]”

[Simona Vinci. “Carne”. Da: In tutti i sensi come l’amore - Einaudi tasc. Stile Libero; 1999]

Certo si sta parlando della notte fuori dalle città, immersa nel silenzio – che vero silenzio non è mai - della campagna e dei boschi; di notti vicino al mare, di notti nel deserto. Luoghi dove la notte è in primo piano,  protagonista assoluta, che l’uomo prova ad interrogare…

“Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, silenziosa luna? Sorgi la sera, e vai,

contemplando i deserti; indi ti posi. […]”

(Dal ‘Canto notturno di un pastore errante dell’Asia’, di G. Leopardi)


***

Ricordo una lezione di Enrico Valenzi ad un Corso di Scrittura di qualche anno fa (..ciao Enrico!).

Ci esortava, Enrico, a crearci una cerchia di autori affini per modo di scrivere e per temi trattati, in cui riconoscerci, confrontarci: come se fossero una squadra di amici. Ricorse, in quell’occasione, ad una analogia: “…Come una città che pian piano si accende nella nostra mente, mentre eliminiamo le isole di buio..”

Questa immagine mi ha accompagnato negli anni. Ogni volta che il buio sembra prevalere: pensare che ci siano comunque cose, nell’oscurità, da andare a vedere. Un giardino, piante e fiori che sono lì, a nostra insaputa, a vivere una loro vita separata, ma parallela alla nostra; in cui possiamo illuminare isole di luce e di bellezza.

Specie se pensiamo che sarà lunga, la notte… 

Giardini e natura. Lo sguardo del cinema (seconda parte)

 

La prima parte potete leggerla qui

 

Secondo alcuni la dicotomia iniziale tra l'uomo moderno e il mondo della natura può essere fatta risalire alla Bibbia.

È su quel testo fondante che, al sesto giorno, il Creatore disse: - "La terra produca esseri viventi: bestiame, rettili e bestie selvatiche secondo la loro specie". Quindi creò l´Uomo a Sua immagine; maschio e femmina li creò. Li benedisse e disse loro:
- "Siate fecondi e moltiplicatevi,
riempite la terra;
soggiogatela e dominate
sui pesci del mare
e sugli uccelli del cielo
e su ogni essere vivente
che si muove sulla terra". E ancora disse: - "Ecco, io vi do ogni erba e ogni albero in cui è il frutto che produce seme: saranno il vostro cibo". [Condusse quindi all'uomo tutti i viventi] "...per vedere come li avrebbe chiamati: in qualunque modo l'uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome".

Anche nell'ottica islamica l'uomo è rappresentante di Dio sulla terra ed è la creatura più importante del creato. Si trova infatti anche nel Corano che tutto ciò che vi è nell'universo è stato messo a disposizione dell'uomo: "...E ha soggiogato a voi quel che v'è nei cieli e quel che v'è sulla terra, che tutto proviene da Lui" (Corano XLV:13)

Per aver avuto dal Creatore il potere di dare i nomi, o, se si vuole, avendo demandato ai suoi libri sacri tale investitura e la relativa giustificazione, l'Uomo si considerò il centro e il culmine della creazione, e su di essa regnò, incontrastato signore, con assoluto sprezzo per ogni altra forma di vita. Si attribuì - solo tra i viventi - l'anima e la coscienza di sé; l'unica intelligenza del mondo. Considerò la sensibilità degli animali in subordine, rispetto alla propria; la bellezza del creato solo una cornice per la sua potenza; sue esclusive perfino le emozioni e il dolore.

Agli occhi dei poeti, questa discrepanza appare più evidente:

 

Su un viottolo giace uno scarabeo morto.

Tre paia di zampette ripiegate con cura sul ventre.

Invece del disordine della morte, ordine e pulizia.

L'orrore di questo spettacolo è limitato,

la sua portata locale, dalla gramigna alla menta.

La tristezza non si trasmette.

Il cielo rimane azzurro.

Per nostra tranquillità, gli animali non muoiono,

ma abbandonano la vita in una maniera, per così dire, più piatta,

perdendo, vogliamo crederlo, meno sensibilità e mondo;

uscendo, così ci pare, da una scena meno tragica.

Le loro animucce mansuete non ci ossessionano la notte,

mantengono la distanza, conoscono la misura.

E così questo scarabeo morto sul viottolo

Brilla non compianto verso il sole.

Basta pensarci per la durata di uno sguardo:

sembra che non gli sia accaduto nulla d'importante.

L'importante, pare, riguarda solo noi.

Solo la nostra vita, solo la nostra morte;

una morte che gode d'una forzata precedenza.

["Piccole morti", di Wislawa Szymborska (Nobel per la letteratura 1996), in:  "Vista con granello di sabbia"; Biblioteca Adelphi 357, 1998]

 

A differenza della mitologia ellenistica, la Bibbia ignora l´età dell´oro (o la condensa nel breve periodo che va dalla Creazione alla cacciata dal paradiso terrestre): quando gli uomini vivevano pacificamente accanto agli animali e la terra generava spontaneamente ogni frutto, i fiumi erano di latte e gli alberi stillavano miele. Forse solo nella dimensione del mito si può immaginare la pace tra pecora e lupo, l'armonia tra tutti i viventi.

Ancora una volta, soltanto i poeti sono in grado di registrare le incongruenze e di porsi le domande giuste:

"Quest'epoca geniale, dunque, ci fu o non ci fu? Difficile rispondere. E sì e no. Ci sono infatti cose che completamente, fino in fondo, non possono accadere. Sono troppo grandi per rientrare in un avvenimento, e troppo magnifiche. Tentano soltanto di accadere, tastano il fondo della realtà per sapere se le sostiene. E subito si ritraggono temendo di perdere la propria integrità in una realizzazione difettosa... e poi, nella nostra biografia, restano quelle macchie bianche, stimmate odorose, quelle perdute orme argentee di piedi nudi angelici, disseminate a gran passi lungo i nostri giorni e le nostre notti..."

[Da Bruno Schulz (1892-1942)  in: ‘Le botteghe color cannella'; G. Einaudi Ed. 2001]

Ma queste considerazioni riguardano soprattutto l'Occidente.

A Oriente si estende l'immenso territorio ‘al di là delle nuvole', che per secoli, nella storia che conosciamo, quasi non ha contatti con l'altra parte. In quel paese misterioso e variegato si sviluppano culture molto diverse tra loro, come quelle della sconfinata Cina e dell'India misteriosa. 

La raffinata cultura dell'antica Cina e i princìpi del taoismo sono stati completamente stravolti in questo travagliato paese che ha subito, nell'ultimo secolo, tali violenti e radicali cambiamenti - ideologici, politici e mercantili, detti ‘modernizzazioni' - da essere difficilmente riconoscibile, ora, la matrice culturale di riferimento.

Il taoismo è la filosofia dell'equilibrio come armonia tra forze in tensione, che permea molte culture orientali e convive con il confucianesimo e il buddismo; il suo simbolo è una circonferenza in cui i due principi (Yin e Yang) si oppongono e si completano, e insieme danno vita a un movimento continuo nell'infinito, con le due parti che si fondono in una.

Ancora a Oriente nasce e si diffonde il buddismo, nelle sue varie derivazioni. Per il buddismo, quella umana è solo una delle sei possibili condizioni di esistenza nel ciclo delle nascite e delle morti, il samsara, che ognuno deve interamente percorrere fino alla liberazione finale.

L'idea di una trasmigrazione delle anime di vita in vita non è affatto estranea alla storia spirituale dell'Occidente, L'orfismo, la spiritualità dei misteri, ha percorso tutta la civiltà greca dalle origini al suo assorbimento nel mondo cristiano, grazie a intermediari come Pitagora e Platone e infine i neo-platonici; in essa ha avuto ripercussioni simili a quelle generate nel buddismo: il rispetto di ogni vita, in particolare il rispetto degli animali.

***

Molto tempo è passato dall'origine delle religioni e dei miti; quella iniziale distanza culturale è stata colmata dalle conoscenze e dai movimenti di uomini e idee; il cosiddetto progresso e la tecnologia dell'uomo moderno hanno dissolto misteri e livellato differenze; ma se qualcosa rimane, dell'antico contrasto tra Uomo e Natura, è nelle storie trasmesse che si potrà ritrovare: nella letteratura, nei film, nei racconti dei viaggiatori.

Potremmo utilizzare il rapporto dell'uomo con l'ambiente che lo circonda come una sonda, per capire com'è oggi vissuta quella separazione di antica origine; come l'imprinting culturale e religioso si è travasato nelle realizzazioni degli uomini delle rispettive civiltà.

 

‘Il Giardino indiano' (‘The Assam Garden'; 1985), 
della regista esordiente Mary McMurray
tratto da una storia di Elisabeth Bond, interpretato da una anziana Deborah Kerr (l'aristocratica vedova, burbera e determinata), insieme all'attrice indiana Madhur Jaffrey

 

Il giardino come ponte tra culture diverse e l'amicizia tra due donne sono i temi di questo film ambientato in un giardino inglese. La vedova di un piantatore di thè vissuto a lungo in India, riceve in eredità il giardino che il marito aveva realizzato negli ultimi anni della sua vita, lussureggiante di piante tropicali e dalle forme inquietanti: un progetto che la signora aveva avversato quando il marito era in vita. Ora il giardino è abbandonato. L'occasione per riportarlo al primitivo splendore è la proposta, che la vedova riceve, di vederlo fotografato su una prestigiosa rivista di giardini, con il relativo vantaggio economico. Rimette così le mani al riordino, aiutata nella sua opera da una vicina indiana, che vede nel successo dell'impresa la possibilità di realizzare il suo sogno segreto: quello di tornare per la vecchiaia alla sua patria d'origine, insieme al marito. Nell'incontro con un fine comune da raggiungere si realizza un confronto di mentalità, costumi e storie personali delle due donne, così distanti all'inizio, in un rapporto che si avvicina all'amicizia. ‘Il giardino indiano' è un film al femminile, intonato, semplice e intenso con una grande Deborah Kerr - che torna al cinema dopo tre lustri di assenza - alla sua ultima interpretazione.

 

‘Il giardino indiano', è stato girato in un autentico giardino inglese di suggestione esotica, nel Gloucestershire

 

Lo sguardo sulla Natura, tra Occidente e Oriente. Un film spesso citato, a rappresentare il pervertito rapporto dell'uomo moderno con la natura è ‘Un tranquillo weekend di paura', di John Boorman. La storia racconta l'avventura di un gruppo di quattro amici che vivono in città (Atlanta, Georgia, U.S.): la discesa in canoa di un fiume, in una regione boscosa dei monti Appalachi; una zona che di lì a qualche settimana sarà sommersa dalle acque per la costruzione di una diga. L'avventura non sarà per niente ‘tranquilla', ma inquietante e drammatica. La natura selvaggia è sostanzialmente diversa dall'idea che i quattro ‘cittadini' ne avevano; indifferente e diventata inadatta al loro tentativo di ritornarvi. Non tutti ne escono vivi e l'esperienza  tornerà come un incubo a tormentare il sonno dei sopravvissuti.

 


La locandina di ‘Un tranquillo weekend di Paura (‘Deliverance'),
un classico di John Boorman del 1972,  dal romanzo ‘Lungo il fiume' di James Dickey.
Molti ricorderanno il travolgente duetto tra banjio e chitarra (Duelling Banjos), quasi all'inizio del film. 

 

La storia di un impossibile tentativo di riconciliazione con la natura è anche delineata nel recentissimo film di grande successo di Sean Penn ‘Into the wild'. Tratto da una storia vera -- racconta del romantico tentativo di liberarsi dai gioghi della vita moderna e associativa da parte del giovane Chris; della tensione al recupero della purezza originaria, nei boschi e tra i ghiacci dell'Alaska. Il film coniuga passione e amore per la bellezza; sincerità e disincanto. La natura - bella e terribile - è rappresentata con obbiettività, senza forzature o intenti moralistici; la forza del messaggio è nelle immagini e nella vicenda narrata.

 

 

Una scena del film ‘Into the wild' di Sean Penn (2007) con Emile Hirsch, dall'omonimo romanzo-reportage di Jon Krakauer (1996) ‘Into the wild - Nelle terre estreme' (Corbaccio Ed.)
sulla vicenda reale del giovane Cristopher McCandless

 

Un altro uomo cammina tra la neve; questa volta si tratta della taiga siberiana e l'uomo è ‘Dersu Uzala', protagonista del film del regista giapponese Akira Kurosawa. Un approccio ‘orientale' al rapporto dell'uomo con la natura, narrato attraverso la storia dell'amicizia di un esploratore russo con un piccolo uomo della steppa, attento osservatore e esperto conoscitore di ogni segreto dell'ambiente in cui vive, in un rapporto insieme animistico e simbiotico. Una natura presentata con occhio disincantato, che sa coglierne i lati poetici e fiabeschi, ma anche la straordinaria forza distruttiva. Nel film si inserisce anche una riflessione sul tempo che passa, per l'aggravio indotto dall'età sulle capacità di sopravvivenza in un ambiente difficile. In un gesto quasi automatico di autodifesa Dersu uccide una tigre - un atto che ai suoi occhi costituisce un rifiuto a saldare il conto che la natura gli presenta, il che precipita il suo declino fisico. Dersu accetta così l'ospitalità dell'amico, e passa interminabili giorni davanti al camino, perso nei suoi ricordi, piegato nello spirito, finché l'amico non decide di lasciarlo tornare al suo mondo, con tutti i rischi che ciò comporterà...

 

         

 

‘Dersu Uzala' è un film russo-nipponico del 1975, diretto dal regista Akira Kurosawa,
tratto dalle memorie dell'esploratore
Vladimir Arsen'ev

‘La ballata di Narayama' racconta le condizioni di vita in un povero villaggio nel nord del Giappone, alla fine dell'ottocento. La tradizione, per legge di sopravvivenza, impone di portare sul monte Narayama le persone improduttive ed abbandonarle lì a morire, per diminuire il numero delle bocche da sfamare durante il duro inverno. La storia è raccontata attraverso l'ultimo periodo dell'esistenza dell'anziana Orin, quasi settantenne, vicina quindi al limite rituale, eppure ancor valida e responsabile del destino dell'intera famiglia. Intorno, la vita di una casa di contadini, la piccola comunità e la natura circostante; i complessi rapporti tra gli uomini e gli animali e degli animali tra loro; il serpente mangia i topi, i topi mangiano il serpente; gli animali si accoppiano; la natura si risveglia, produce cibo, ritorna l'inverno. I denti di Orin si ostinano a non cadere - come deve succedere ai vecchi - così che lei se li rompe contro una pietra... Un film crudo, ma affascinante!

   

 

Nel 1958 esce ‘La leggenda di Narayama' (titolo originale ‘Narayama Bushi-Ko') di Keisuke Kinoshita. Della stessa storia Shohei Imamura fa uno splendido remake 25 anni dopo: ‘La ballata di Narayama', premio al festival di Cannes 1983, forse più conosciuto dell'originale

 

La natura come rimpianto. Si trova soprattutto nel cinema cosiddetto ‘di fantascienza' la rappresentazione di un futuro possibile, per la specie umana, in cui non avrà più posto la natura. Spesso in questo ‘cinema di genere' vengono anticipate tendenze, intuizioni, ansie che prendono forma di storie. Il film ‘2002. La seconda Odissea' racconta il viaggio di una gigantesca astronave, la Valley Forge, sulla quale una umanità devastata dalle guerre nucleari ha messo in salvo quel che resta della vegetazione e delle foreste della Terra. Poi anche quest'ultima riserva nello spazio riceve l'ordine di disfarsi del carico, per riconvertire la nave ad altri usi. Ma non tutti, dell'esiguo equipaggio, saranno d'accordo...  Didascalico e piuttosto ingenuo il film, anche se espressione della tensione pre-ecologica e apocalittica tipica degli anni della Guerra Fredda.

Ben più complesso e coinvolgente il fanta-thriller ‘2022. I sopravvissuti' del 1973, tratto da un romanzo del 1966 dello scrittore di fs Harry Harrison (‘Make room! Make room!'; ‘Largo! Largo'; Ed. Nord, 1972).

In una terra sovrappopolata, in cui anche l'acqua è razionata, l'unico cibo disponibile per le masse sono cracker di alghe e un misterioso alimento chiamato soylent (tavolette di soya verde); le tensioni sociali sono altissime e i ricchi sono di fatto asserragliati in case super-controllate e difese, dotate di ogni comodità. Qui avviene un misterioso delitto durante le cui indagini, l'agente investigativo Andrew Rusch (Heston) fa una tremenda scoperta... Notevole, nel film, la rappresentazione della scelta di molti vecchi, che piuttosto di continuare a vivere in un mondo che non riconoscono più - sovraffollato e privo di forme di vita animali e vegetali - scelgono una dolce morte; una specie di eutanasia accompagnata dalla musica e dalla visione della Terra com'era, piena di foreste e di fiori. L'effetto è che si esce dal cinema e ci si ritrova ad assaporare l'aria, a guardare il cielo e gli alberi con altri occhi: - Meno male che era solo un film!

 

                      

 

‘2002. La seconda Odissea' (‘Silent running'; 1971). Film dell'esordio come regista di Douglas Trumbull, già realizzatore degli effetti speciali per ‘2001: Odissea nello spazio', di Kubrick (1968), da cui il film riprende la forma dell'astronave, ma non la genialità dello svolgimento

 

 

‘2022. I sopravvissuti (‘Soylent green'; 1973). Film di Richard Fleischer, con Charlton Heston. E' l'ultima apparizione in un film di Edward G. Robinson - famoso ‘cattivo' di tanti film di gangster - che morirà poco dopo

 

Lo sguardo dal basso. L'attenzione al mondo minimo e segreto, quello dei piccoli animali e degli insetti, è stata anticipata, per spettatori in una certa fascia di età, dai documentari naturalistici di Walt Disney; brevi cortometraggi che accompagnavano il film vero e proprio, a cartoni animati, che si andava a vedere (Bambi, Alice nel paese delle meraviglie e tutti gli altri...). Ingiusto considerarli ora stucchevoli e antropocentrici, associati ad un insopportabile commento off che cercava di fare dell'umorismo sugli sforzi per sopravvivere degli animali rappresentati. Per noi ragazzini di allora - in epoca, si può dire, pre-televisiva - rappresentavano un mondo favoloso, mai visto prima; anche se ora tanto inflazionato da essere divenuto un genere scarsamente richiesto.

Da questo tipo di sguardo ha forse preso le mosse l'opera di una coppia di appassionati naturalisti e cine-amatori, diventati per forza di cose registi: i francesi Claude Nuridsany e Marie Pérennou. Grande successo ha avuto soprattutto il loro primo film ‘Microcosmos: Le peuple de l'herbe' del 1996, nel quale vengono applicati un occhio naturalistico e delle innovative tecniche di ripresa, alla vita degli animali che vivono tra l'erba. Un mondo che è anche il nostro; prati che giornalmente calpestiamo con noncuranza, con scarsa o nessuna attenzione alle vite che nascondono. Le immagini sono molto belle e la visione ravvicinata fa scoprire dimensioni estetiche inaspettate nella silhouette di una mantide fotografata sullo sfondo della luna piena o nel dispiegamento delle zampe di una zanzara che sta completando la sua metamorfosi. Gli stessi Autori hanno riproposto un tema simile in un film successivo: ‘Genesis'.

 

 

Le locandine dei due film dei naturalisti francesi: ‘Microcosmos: il popolo dell'erba' (1996) e ‘Genesis' (2004)

 

 

 

  

 

Immagini dai due film sopra citati. In alto una larva di bruco e chiocciole in amore; a seguire, api su fiori di papavero e di salvia; in basso il corteggiamento di due cavallucci marini (Hippocampus hippocampus)

 

La natura come documento. Alla stessa sensibilità naturalistica appartengono anche due film recenti, di grande successo, che hanno richiesto da parte dei realizzatori un impegno quasi eroico, per affrontare difficoltà tecniche e appostamenti estenuanti, in un ambiente ‘difficile', certo poco somigliante al set di un comune film. La sensibilità che sembra di percepire, dietro le immagini, è quella incantata e rispettosa del naturalista, che si avvicina in punta di piedi al grande mistero della natura.


Un'immagine dal film ‘La marcia dei pinguini' (‘La marche de l'empereur'; 2005) di Luc Jacquet,
sui riti riproduttivi del pinguino imperatore, girato tra i ghiacci dell'Antartide

 

 

Dello stesso regista Luc Jacquet, il recentissimo ‘La volpe e la bambina' (‘Le renard et l'enfant'; 2007). Uno sguardo al mondo di un bosco, al tempo e alle stagioni, attraverso il racconto dell'incontro con una volpe

 

La Natura violentata. Il mercato di Canton. Appunti di un viaggio in Cina [ott.-nov. '94].

A Canton (o anche Gu¨£ngzh¨­u), giungiamo con un treno super efficiente da Hong-Kong. E' il primo approccio con la Cina vera, quella continentale; se uno riesce a sopravvivere, è vaccinato per il resto del viaggio. Il posto giusto per vaccinarsi è il mercato di Canton. Qui si vende ogni genere di animale, che cammini su quattro o su due zampe, che strisci, nuoti o voli. Una particolare sezione è dedicata a cani e gatti, ma numerosi sono anche serpenti e tartarughe, topi e scorpioni... Tutto da mangiare, ovviamente!

La maggior parte degli animali sono vivi, ma a fianco ci sono quelli morti o già spellati. Quello che più colpisce è la completa indifferenza dei locali nei confronti del dolore degli animali. Qui usano legarli per le zampe - un maialino vivo, per esempio - al manubrio della bicicletta, imperturbabili alle grida dell'animale; e lo lasciano penzolare così, tanto che per il peso e gli scossoni, le articolazioni presto si lussano e le zampe cominciano ad allungarsi, fino a che solo la pelle tiene.

Ho visto un cervo, ancora vivo, immobile sopra una catasta di altri animali morti. Mai visto tanto terrore negli occhi di un essere vivente. Oltre un certo limite gli animali, come gli uomini del resto, rimangono paralizzati, catatonici; solo gli occhi si muovono ancora.

Ma queste sono storie di quasi quindici anni fa; ora, con le Olimpiadi alle porte, al mercato di Canton sicuramente saranno diventati più sensibili e gentili.

 

Il mercato coperto di Quingping, a Canton, con le gabbie degli animali vivi in vendita, da mangiare.
I cartelli sulle gabbie indicano il nome dei serpenti tra i più velenosi conosciuti.
 

 

Un manifesto della campagna animalista.
Il musetto triste di questa volpacchiotta deve aver smosso diverse coscienze

 

Altri paesi, altri viaggi. Il rispetto per la vita, nel subcontinente indiano e culture correlate, specie tra quelle a tradizione buddista, è assoluto. Vi ho vissuto per qualche anno. Ero colpito all'inizio dall'abitudine di avere, nel cortile di casa, tra le capanne, un serpente (non velenoso) in funzione anti-ratti. Il serpente Gabriele, lo chiamavamo!

 

 

La cernia bruna (Epinephelus marginatus) è un pesce appartemeìnente alla famiglia dei Serranidae

 

Una speranza per la Natura. Questa l'ho sentita raccontare nel giro dei pescatori subacquei. Ce n'era uno abbastanza noto, campione di immersione in apnea e grande sterminatore di pesci. Raccontava di come da un giorno all'altro avesse smesso di uccidere i pesci. Pare che fosse sott'acqua, intorno a uno scoglio, alle prese con una cernia. E' noto che le cernie abitano tane con una doppia via di accesso; lui l'aveva vista intanarsi e da esperto qual'era aveva fatto il giro dello scoglio alla ricerca dell'altra uscita. Non aveva visto niente, così aveva infilato una mano con tutto il braccio nel buco, verso l'alto della tana, per rendersi conto della situazione. E lì aveva sentito un battito forsennato, che ha pensato fosse il cuore dell'animale.

Forse era solo la sua cattiva coscienza a fargli percepire la paura dell'altro; forse è riuscito per un attimo sentire i pensieri dell'animale, aggredito nel suo ambiente e nella sua casa, da un orrido bipede mascherato. E neanche saprei dire qual'è, la frequenza cardiaca di una cernia; riporto questa storia perché mi ha colpito: un passo verso l'empatia, la capacità di vedere con gli occhi dell'altro.

Si può dire qualcosa di conclusivo alla fine di questo lungo excursus?

A volte è sembrato di poter identificare nella cultura e nella religione le chiavi per comprendere il rapporto tra Uomo e Natura. Se riguardiamo i film - tra quelli citati - sotto questa luce, potremmo averne una prova.

Ma non è l'unico mezzo di comprensione; possono comprenderlo coloro che hanno avuto un'infanzia in campagna, o una figura di riferimento, nella loro formazione, che li ha addestrati ad una sensibilità diversa. Con qualche differenza. Non facile da colmare.

Nel senso che anche un contadino e un cacciatore hanno una buona conoscenza del relativo campo d'azione, ma è strumentale: ad avere un raccolto migliore o ad essere più furbi della preda da cacciare. Così il naturalista può essere ammirato o estatico... Conoscere - è vero - è già un passo nella direzione dell'avvicinamento e della comprensione; ma l'altro registro è quello dell'empatia; il sentirsi parte di un tutto inscindibile. Non è tanto la materia trattata; non è solo attenzione... E' lo sguardo, il modo di rapportarsi all'ambiente intorno, che appare diverso. Nel senso di questo haïku:

Un essere nato uomo e un altro nato gatto

Camminano insieme

Per la via rugiadosa

[Kato Shuson; 1905-1993]

 

[Giardini e natura. Lo sguardo del cinema (2. Fine)]

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