Home » Rivista "O" » Omeriche Visioni aprile 2008

Quando si sbaglia un film




Quasi per caso mi ritrovo in un cinema in cui non ero mai stata prima. I posti sono buoni: centrali, molto spazio per le gambe, fila a circa tre quarti della sala. C’è poca gente e io sono lì per vedere un film che non rientrava nei programmi. Into the wild, purtroppo, sono settimane che mi sfugge e - destino crudele – anche stavolta, nonostante l’anticipo e la concomitante partita di calcio in tv, sono terminati i biglietti.
È sabato, strade e locali sono pieni e con gli amici decidiamo di immergerci comunque nella visione di un film. Optiamo, ahinoi, per l’opera prima di Muccino junior, rassegnati ma comunque ben disposti. Non temiamo il peggio: in fondo Parlami d’amore è tratto dall’omonimo libro, che un po’ di successo l’ha avuto, e il ragazzo ha geni compatibili con la regia.
Errore, sbaglio madornale. Senza entrar troppo nel merito, la storia è debole e spezzettata, c’è qualche attore che se la cava, ma tutto è decisamente immaturo e presuntuoso, a tratti patetico. E non si capisce quello che un film del genere voglia comunicare.
Ma la notizia, mi rendo conto, non è questa.
Il fatto è che, già con lo spegnersi delle luci in sala, l’avvio della pellicola ci informa che cotanta opera gode delle sovvenzioni del Ministero dei Beni Culturali. Mi suona in testa un campanello d’allarme: la stonatura è forte, ma sono curiosa e voglio scoprire cosa possa offrire la visione del film per arricchire un bagaglio culturale di medio livello.
Le scene si susseguono confuse e sponsorizzate: inconfondibili buste di catene di negozi, mutande palesemente griffate, prodotti per pulire il legno sono fastidiosamente offerti agli occhi dello spettatore pagante.
Continua a sfuggirmi il motivo che abbia potuto spingere il Ministero a dotare il film di fondi pubblici.
Si diffondono le note della canzone di Skin: fine del film, titoli di coda.
Dopo due ore di buio nulla, il tarlo nella mente non ne vuol sapere di andarsene.
Probabilmente dare ai cittadini la possibilità di leggere le motivazioni a fondamento dei finanziamenti pubblici in favore delle attività cinematografiche potrebbe essere una buona idea.
Può capitare a tutti di sbagliare film. Come sbaglio io, può succedere pure a un Ministero. In ogni modo, è sempre meglio sapere perché.

Hitler in libreria


Di pari passo con la fortuna del reportage giornalistico-narrativo, o meglio della moda di questo, è tornato in auge il “romanzo storico”. Di questa resurrezione se ne sono accorti anche i quotidiani nazionali che hanno dato vita a un dibattito alquanto sterile. La questione è infatti di poco conto: parlare di responsabilità dello stile, etica del narrare e limite tra finzione e verità lascia il tempo che trova e finisce per esulare dalle opere e da una valutazione di queste. Anche i termini sembrano superati e superflui, ma è innegabile che il ritorno di questo genere di romanzo risponde a una necessità reale, una fame di verità e approfondimento rispetto a un quotidiano superficiale occupato dalla comunicazione di massa. Il “romanzo storico” non ha solo il compito di rompere questo strato di superficialità, ma ha anche quello di arricchire l’immaginario collettivo, cogliendo con la narrazione piccoli o grandi episodi della Storia. Eppure i risultati non sembrano dei migliori e sembrano profilarsi degli scialbi sottogeneri che finiscono col dominare la scena letteraria di una stagione. Un esempio significativo è stato il premio Goncourt di due anni fa, assegnato a Le Benevole, opera prima in francese del quarantenne americano Jonathan Littell, storia della seconda guerra mondiale, raccontata da un criminale nazista impunito, volutamente scandalosa e scabrosa. È vero che il premio Goncourt attuale non ha nulla a che spartire con quello che ottenne Proust quasi un secolo fa (perché è deciso a tavolino dalle maggiori case editrici francesi, come tutti i premi letterari), ma è anche vero che esprime una tendenza del gusto dei lettori. Successo di vendite, sopratutto in Francia, il mattone di Littell (più di novecento pagine) è stato esportato in tutto il mondo come il romanzo “definitivo” e “assoluto” sul nazismo, non si sa perché, forse solo per la sua capacità di scioccare. Ma, nonostante il battage pubblicitario, non sembra aver avuto da noi, pubblicato da Einaudi, la stessa diffusione d’oltralpe. Strano a dirsi visto l’interesse, quasi morboso, che suscita tutto ciò che riguarda il nazismo o i nazisti. Le Benevole è infatti l’ultimo prodotto di una serie di riproduzioni cinematografiche, documentari, romanzi e racconti che ci ripetono gli orrori, i retroscena e le piccole e banali vite borghesi, in sostanza, dei criminali nazisti. Questo alimentare la curiosità malata del pubblico, perché di questo si tratta, è fine a se stesso: non fa altro che produrre variazioni sul tema dell’oscenità del male e della pornografia della Shoah. Non è una combinazione, quindi, che il caso letterario italiano di quest’inverno, l’uscita editoriale, cioè, che ha provocato più reazioni e discussioni, sia stato l’Hitler di Giuseppe Genna (Mondadori, 623 pagine, 20 euro). Il quarantenne Genna, passato per il thriller con Catrame (Mondadori, 1999) e Grande madre rossa (Mondadori, 2004), alza il tiro, dopo aver affrontato la cronaca con Dies Irae (Rizzoli, 2006). In quel caso si trattava di un romanzo sulla vicenda di Alfredino, il bambino caduto nel pozzo a Vermicino nel 1981, mentre in questo, la sua dodicesima ambiziosa prova narrativa, Genna affronta la vita dell’innominato, l’emblema del male assoluto del novecento, il vertice di un regime politico che aveva lucidamente combinato ingegno tecnologico, fanatismo e crudeltà al fine dello sterminio degli ebrei: Adolf Hitler, appunto. Genna reinterpreta e racconta la biografia di Hitler in modo cronologico, con più di cento piccoli capitoli che lo scrittore stesso definisce metope (le singole sculture che compongono il fregio nei templi greco-romani dell’antichità): ogni capitolo è titolato con il luogo, la nazione e la data dove si svolge la vicenda, dalla nascita a Braunau am Inn, nel 1889 in Austria, alla morte a Berlino, nel maggio 1945. Sono tutti episodi, frammenti di tempi presenti che scorrono di Hitler la formazione nei primi anni del novecento, la prima guerra mondiale, l’ascesa al potere da Monaco a Berlino con le sue crisi, il consolidamento dello stesso potere con l’elaborazione dello sterminio e la seconda guerra mondiale con il suo fallimento distruttivo. In questi frammenti si inseriscono gli incontri (le donne, gli aiutanti e i complici) e gli eventi collettivi (dalle olimpiadi di Berlino del 1936, alla disfatta di Stalingrado del 1942). In apertura e chiusura del libro, ma presente come sottotraccia in tutta la narrazione, Hitler è seguito da dall’ombra di Fenrir, un enorme lupo della mitologia norrena, attore del Ragnarök, l’apocalisse finale. La chiave del romanzo è una piccola sezione (dalla pagina 545 alla 560) delimitata da due pagine nere e intitolata “Apocalisse con figure – (1941-1945)”, una antologia di testimonianze di sopravvissuti dai campi di concentramento e brani, tra gli altri, di Paul Celan, Hannah Harendt e Claude Lanzmann. Questa “Apocalisse con figure” è un kaddish, una preghiera con la quale Genna non vuole descrivere l’orrore del campo di concentramento, credendo che solo i testimoni abbiano il diritto di farlo, come dice Primo Levi ne I sommersi e i salvati. Sul suo sito (www.giugenna.com), dove tra l’altro, si possono consultare i materiali, l’officina del romanzo, le reazioni, le recensioni e le stroncature, Genna rivela di aver adottato “una prospettiva metafisica” (che diventa quasi teologica) per trattare e rappresentare la figura di Hitler come una “non-persona” che “vive in una sfera vuota e trasparente, in una bolla di sé, priva di contenuto”. Il non-essere che continua a essere è anche portatore di annichilimento perchè “non è un demone: è proprio il non-essere, la corrosione dell'essere e l'annichilimento totale: anzitutto del popolo ebraico”. Nonostante una poetica motivata, un serio studio della materia e i nobilissimi propositi del suo autore, Hitler non riesce a convincere proprio per la sua struttura titanica e colossale che spinge fino alla noia, il suo linguaggio enfatico e le sue conclusioni. Da una parte è riuscita la rappresentazione all’ascesa al potere, la cui natura è simile a tutti i poteri della storia, un’ascesa spietata, indenne alle crisi, a volte anche esaltante e fatta di tanti inizi e di un’unica autodistruttiva conclusione. Dall’altra è fastidioso e morboso l’accento posto sulla perversione di Hitler che, anche se documentata, non fa altro che proseguire il filone della pornografia su e intorno al nazismo, quella circa l’ossessione del sesso e la perversione dei carnefici, delle orge di nazisti. In Hitler si avverte anche il (dis)gusto dei dettagli, le descrizioni implacabili che non risparmiano nessun particolare delle atrocità del male, che volutamente vogliono indignare il lettore, portarlo al disgusto. Pagine del tutto simili a quelle di Littell. Non è vero infatti che la descrizione “si ferma sulla porta del campo di concentramento”, ma anzi ci entra attraverso proprio le testimonianze e i crimini della guerra. Anche il finale è deludente: l’insistenza sul bombardamento di Dresda, come immagine del trionfo del male e del suo contagio, non è un’idea molto originale, mentre il post-mortem è un ibrido tra una finta apocalisse e una palingenesi consolatoria. Le prime tre dediche del romanzo di Genna sono molto significative e rivelano la volontà dello scrittore di inserirsi in una tradizione di ricerca letteraria e artistica che fa i conti con la Shoah in termini problematici: sono le dediche al regista Claude Lanzmann, al filosofo Emil Fackenheim e all’artista Anselm Kiefer. L’impegno che Genna si assume è quello, gravoso, di ravvivare la memoria, di fare i conti con un’icona del male assoluta e di testimoniare la sua vuotezza, in fondo. Il problema è che Hitler, come molte simili opere contemporanee, costringe il lettore a confrontarsi con il male della storia scendendo, per forza, in una dimensione morbosa.

L'"Ictus mediatico" e il caso Moro




Il 16 marzo 1978, quando Aldo Moro si reca a votare la fiducia al primo governo democristiano con l’appoggio esterno del Pci e viene invece rapito e la sua scorta sterminata, per qualcuno è una giornata, oltre che di emergenza, di straordinaria opportunità mediatica. Quel giorno tutta la stampa italiana era in sciopero. Alla notizia del rapimento tutti i giornalisti vengono immediatamente richiamati in servizio. Il libro Moro rapito! Personaggi testimonianze fatti (di Ivo Mej, Barbera Editore, 2008) non intende affrontare i retroscena o le conseguenze politiche del rapimento e rappresenta piuttosto uno strumento di lavoro per chi si occupa di comunicazione. Ivo Mej, giornalista, autore e animatore di programmi televisivi di intrattenimento informativo per LA7, documenta e analizza le profonde trasformazioni che intervengono nei media all’impatto con questo evento. Inizialmente è evidente che nessuno è pronto, da un punto di vista comunicativo, ma non solo, a gestire e fronteggiare la situazione. Nelle circostanze del rapimento e poi del ritrovamento del corpo di Moro, la scena del delitto è violata dalla presenza di giornalisti e fotografi in almeno due occasioni. Il compito che si prospetta ai giornalisti è quello di trasmettere le informazioni senza trasformarsi in strumento involontario della strategia terroristica di destabilizzazione delle istituzioni. La loro responsabilità è svolgere il proprio mestiere senza assecondare la richiesta di legittimazione implicita nel gesto terroristico. In che modo i diversi media hanno affrontato l’emergenza comunicativa? L’analisi di Ivo Mej segue un percorso articolato, che tiene conto e cita teorie di studiosi di comunicazione e politologi, analizza le modalità adottate dalla carta stampata e dalle due reti Rai, e riporta testimonanze dirette di politici, giornalisti, uomini di spettacolo e della cultura. La prefazione del libro è del presidente emerito Francesco Cossiga, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti, e la postfazione di Mario Morcellini, preside della facoltà di Scienze della Comunicazione. Le edizioni straordinarie delle principali testate vengono analizzate per i contenuti, i titoli e le quantità di unità informative dedicate al rapimento e vengono confrontate con la comunicazione adottata da radio e tv. Per la prima volta è evidente anche agli studiosi dell’epoca che la tempestività della tv surclassa l’autorevolezza della carta stampata, anche nelle sue numerose edizioni straordinarie. Il Gr2 alle 9,25 già trasmette la notizia del rapimento e degli omicidi avvenuti tra le 9 e le 9,15. Subito dopo, nei Tg dell’epoca, rassicuranti e paludati, irrompono i toni cruenti e immediati della cronaca nell’informazione politica. I due Tg adotteranno in questa occasione due diverse linee di condotta. Il Tg2 si dimostra molto prudente e attende di verificare le notizie, il Tg1 interrompe le trasmissioni e inizia alle 10.01 un’edizione straordinaria. Il Tg1 si caratterizza per la tempestività ma anche per l’ improvvisazione. E’ il primo a dare la notizia ma l’edizione straordinaria dilaga in un flusso incontrollato di informazioni, agenzie trasmesse in diretta, senza il tempo per le necessarie verifiche. Il Tg1 manda in onda infinite volte i fotogrammi girati in via Fani poco dopo gli omicidi, sequenza mai depurata di un’audio originale emotivo e teso. Scarsi i commenti che accompagnano questo flusso di notizie. La rassicurazione è affidata agli editoriali e agli spazi di discussione che ospitano esclusivamente presenze istituzionali. Il Tg2, al contrario, in attesa di verifiche e adeguati commenti, sospende e attende quasi 20 minuti prima di dare la notizia. Quando manderà in onda il filmato, eviterà di trasmetterne l’angoscioso audio originale. Il Tg2 sceglie di ospitare numerosi testimoni negli spazi destinati a commenti e discussioni. Tra questi, pochissimi i parlamentari. Il risultato è che la spettacolarizzazione e la drammatizzazione, la comunicazione di impatto, la confezione rapida, di scarsa regia, sbaraglia la concorrenza più composta e meditata. Come dimostrano i 44,6 milioni di ascoltatori del Tg1 nella giornata del 16 marzo contro i 100.000 del Tg2. La seconda parte del libro ospita le testimonianze degli intervistati che raccontano bene come quel giorno rappresenti un discrimine anche per le coscienze individuali e gli orientamenti dell’opinione pubblica. Sono moltissime le testimonianze dei personaggi pubblici: da Giulio Andreotti a Ritanna Armeni, da Dario Fo a Mimmo Calopresti, da Dario Vergassola a Bruno Vespa e Antonio Ricci. Ciascuno ricorda con precisione il momento in cui ha appreso la notizia. Emozioni, umore, dettagli indelebili danno la sensazione immediata, soggettiva dell’eccezionalità dell’evento. Mej, nella sua premessa, illustra chiaramente la necessità che lo ha condotto ad intraprendere questo studio: “la consapevolezza che la democrazia è un organismo delicato del quale i vasi sanguigni più importanti sono rappresentati dai mezzi di comunicazione di massa. Lo studio sul funzionamento di questo sistema vascolare in occasione del caso Moro spero possa servire a prevederne le trombosi, delle quali è sempre più, a rischio”.

Il lungo viaggio "oltremare"... da Sciascia a Correale




Era una notte che pareva fatta apposta, un’oscurità cagliata che a muoversi quasi se ne sentiva il peso. E faceva spavento, respiro di quella belva che era il mondo, il suono del mare: un respiro che veniva a spegnersi ai loro piedi.
Stavano con le loro valigie di cartone e i loro fagotti, su un tratto di spiaggia pietrosa, riparata da colline, tra Gela e Licata: vi erano arrivati all’imbrunire, ed erano partiti all’alba dai loro paesi; paesi interni, lontani dal mare, aggrumati nell’arida plaga del feudo. Qualcuno di loro, era la prima volta che vedeva il mare: e sgomentava il pensiero di dover attraversare tutto, da quella deserta spiaggia della Sicilia, di notte, ad un’altra deserta spiaggia dell’America, pure di notte.


Ai siciliani in fondo non è mai piaciuto il mare: troppi pericoli, nemici, invasori, speranze di riscatto andate a male. A Palermo il lungomare l’hanno riscoperto da poco e anche fare il bagno fino agli anni ‘60 era una cosa da ricchi… o da pescatori. “Lu mari lu mari!” Ho sentito gridare a dei ragazzini cresciuti in collegio che non avevano mai visto il mare. Come i miserabili del film di Crialese, con un solo paio di scarpe ereditate da un morto e conservate per andare all’America a trovare carote gigantesche e un mare di latte. A trovare denti d’oro, un marito mai visto, mucche pelose e una barca di soldi, come i poveracci del film che ho visto ieri. Intanto i loro soldi spremuti a fatica da un’arida terra e cuciti nel corpetto devono darli subito…
Perché i patti son questi: ”Io di notte vi imbarco” aveva detto l’uomo: una specie di commesso viaggiatore per la parlantina, ma serio e onesto nel volto “e di notte vi sbarco: sulla spiaggia di Nugioirsi, vi sbarco; a due passi da Nuovaiorche… (…), dodici giorni dopo l’imbarco… Fatevi il conto voi… Certo il giorno preciso non posso assicurarvelo: mettiamo che c’è mare grosso, mettiamo che c’è la guardia costiera a vigilare… Un giorno più un giorno meno, non vi fa niente: l’importante è sbarcare in America. (…) Se qualcuno di voi non ha il contante pronto è meglio si metta la strada tra le gambe e se ne torni a casa: ché se pensa di farmi a bordo la sorpresa, sbaglia di grosso…e che per uno debbano pagare tutti, non è cosa giusta…”
Proprio come nel film che ho visto ieri: Oltremare di Nello Correale, che m’ha fatto pensare a questo racconto di Sciascia: Il lungo viaggio e m’ha fatto pensare che quando in giro si parla poco di un film (tratto da una storia vera), val la pena parlarne anche se desse un’immagine patinata della Sicilia, un’immagine folcloristica, da cartolina, perché in fondo a me quel colore giallo oro sulle campagne, le tegole e i vecchi edifici e le chiese della piazzetta di Marzamemi, mi riscalda davvero e le tende ricamate spinte dal vento verso una pianta di basilico su un balcone, mi danno nostalgia, forse struggimento per un evo, ahimè troppo trascorso, e la parlata dei contadini, le movenze, mi danno il senso di appartenenza a quella gente ingenua, costretta dalla miseria a credere ai sogni; il sogno del cinematografo come ne L’uomo delle stelle di Tornatore, il sogno dell’America come in tanti altri film.
C’è la stessa bellezza scontrosa di Tiziana Lodato nel film di Correale, giovane moglie sposata per procura ad un emigrato e in realtà innamorata di un suo compaesano al quale esprime con rabbia il proprio amore impossibile e disperato e solo dalla finestra e solo con gli sguardi e sotto gli occhi della madre che le sta suggerendo cosa scrivere al marito; deve dire attraverso gli alberi come va il raccolto e poi gli armenti e mostrare se stessa su un letto mentre lo pensa. Chi non sa scrivere disegna, lui capirà, proprio così come raccontava anche Gesualdo Bufalino nei suoi libri.
Partono tutti. L’illusione di impossessarsi delle terre fallisce presto, durante i Fasci, sotto i colpi di baionetta dell’esercito straniero (italiano cioè). Parte il garibaldino deluso, partono delle ex prostitute sbucate chissà da dove, parte Tommasino, il bimbo rimasto orfano, la voce più ingenua tra gli ingenui, più propensa a credere ai sogni come nell’altro film di Tornatore: Nuovo cinema paradiso. Tommasino è in Chiesa a far monellerie quando riceve la notizia della morte del padre; ha staccato il ‘battaglio’ agli angioletti, ma il prete l’ha sorpreso e lo tiene stretto quando giunge la notizia che li hanno uccisi tutti i contadini ribelli, anche suo padre. Tommasino va in America perché ha trovato una cartolina con indiani e cow boy, a casa dell’americano, un emigrante rimandato indietro perché interdetto o un po’ suonato. Ma i due signori venuti a convincerli a partire per l’America accettano tutti, neanche documenti vogliono, perché dove li faranno sbarcare loro non servono, solo soldi chiedono e quei poveracci li hanno chiesti all’usuraio, si son venduti tutto, le case, gli armenti; partono con le loro povere cose e un capezzale con la Madonna.
Il viaggio durò meno del previsto: undici notti, quella della partenza compresa. E contavano le notti invece che i giorni, poiché le notti erano di atroce promiscuità, soffocanti. Si sentivano immersi nell’odore di pesce di nafta e di vomito come in un liquido caldo nero bitume. Ne grondavano all’alba, stremati, quando salivano ad abbeverarsi di luce e di vento. Ma come l’idea del mare era per loro il piano verdeggiante di messe quando il vento lo sommuove, il mare vero li atterriva: e le viscere gli si strizzavano, gli occhi dolorosamente verminavano di luce se appena indugiavano a guardare.
Ma all’undicesima notte il signor… li chiamò in coperta: e credettero dapprima che fitte costellazioni fossero scese al mare come greggi; ed erano invece paesi, paesi della ricca America che come gioielli brillavano nella notte… ”Ecco l’America” disse il signor…
“Non c’è pericolo che sia un altro posto?” domandò uno perché per tutto il viaggio aveva pensato che nel mare non ci sono né strade né trazzere, ed era da dio fare la via giusta, senza sgarrare, conducendo una nave tra cielo ed acqua.

Ecco l’America! Tommasino e gli altri dapprincipio non vedono niente, poi tutto corrisponde, come nella cartolina: gli indiani, le tende colorate, i cow boy. E a un Buffalo Bill chiedono se quella è davvero l’America, e Buffalo Bill risponde in italiano.
Sentirono, lontano e irreale, un canto.’Sembra un carrettiere nostro’ pensarono: e che il mondo è ovunque lo stesso, ovunque l’uomo spreme in canto la stessa malinconia, la stessa pena. (…) Passò un’automobile: ‘pare una seicento’; e poi un’altra che pareva una millecento… Ed ecco che finalmente c’erano le frecce. Guardarono avanti e indietro, entrarono nella strada, si avvicinarono a leggere: Santa Croce Camerina-Scoglitti.
“Santa Croce Camerina: non mi è nuovo questo nome”
“Pare anche a me; e nemmeno Scoglitti mi è nuovo…..noi leggiamo Santa Croce Camerina, leggiamo Scoglitti; ma come leggono loro non lo sappiamo, l’americano non si legge come è scritto”.
“Già, il bello dell’italiano è questo: che tu che tu come è scritto lo leggi… Ma non è che possiamo passare qui la nottata, bisogna farsi coraggio… Io la prima macchina che passa la fermo… Qui la gente è più educata… Anche a non capire quello che dice gli scapperà un gesto,un segnale…”

Dovunque siano sbarcati lì Tommasino e gli altri trovano la loro America. Le prostitute a inventarsi un’altra identità, il personaggio di Tiziana Lodato a spogliarsi (e spogliarsi si spoglia davvero) del dovere di seguire un marito mai conosciuto e finalmente godersi il bel compaesano convinto a imbarcarsi in quell’avventura per seguir lei. Tutti contenti come al circo, perché di un circo si tratta nella Maremma toscana; però America è per loro e America resta, tant’è che il luogo continua a chiamarsi La California, anche oggi e anche oggi dei cinesi si son ritrovati in Calabria dopo aver pagato per essere trasportati in Germania e alcuni curdi hanno vagato spaesati a Capri pensando d' essere a Londra, come ha raccontato il regista. Altri continuano a trovarsi chissà dove o in fondo al mare pensando di inseguire un sogno.
Si buttarono come schiantati sull’orlo della cunetta: ché non c’era fretta di portare agli altri la notizia che erano sbarcati in Sicilia.

L’ironia di Martin Parr


Alla sua settima edizione il Festival di Fotografia di Roma (dal 4 aprile al 25 maggio per informazioni www.fotografiafestival.it), curato e organizzato da Marco Delogu (una nostra vecchia conoscenza) è dislocato in tre musei della città oltre che in molte gallerie, librerie e spazi privati: il Palazzo delle Esposizioni, il Museo di Roma in Trastevere e il Macro all’ex-mattatoio di Testaccio. Dopo il successo dell’anno scorso, anche quest’anno l’evento inaugurale è stata scandita dalle “Lezioni Romane”, delle lectures dei fotografi stranieri e italiani che hanno presentato i loro lavori o fatto delle lezioni su un fotografo per loro importante. A conclusione di sabato 4 aprile, la giornata più fitta di conferenze e incontri, c’è stata la lettura di Martin Parr, uno dei fotografi inglesi più importanti, tra l’altro presidente di una commissione che ha premiato la migliore uscita editoriale di fotografia in Italia. Si perché oltre a essere un famoso fotografo, Parr è anche il massimo esperto di libri di fotografia possedendone una collezione di oltre dieci mila. Martin Parr (www.martinparr.com) ha ripercorso tutta la sua carriera partendo dal lavoro con cui si è laureato all’accademia di fotografia in Inghilterra, “Home sweet home”, una ricostruzione di un salotto tipico inglese con le fotografie kitsch stampate sui piatti o le foto dei matrimoni posticce, fino agli ultimi lavori come “Benidorm”, una serie di stampe al laser dai colori accesi che richiamano il linguaggio pubblicitario e le prime cartoline. La caratteristica principale di Parr è quella di saper cogliere in atteggiamenti ironici e grotteschi gli esseri umani. La sua classe preferita sono i borghesi, la classe media, preferibilmente inglesi, perché, come ha spiegato, “la fotografia si è spesso occupata degli estremi sociali come i proletari o gli aristocratici, mai dei borghesi”.

Questa tendenza è ravvisabile già nei suoi primi lavori in bianco e nero come “Bad weather”, sul cattivo tempo in Inghilterra, o come “A think of Britain” sui comportamenti inglesi e il cibo, ma si è estremizzata con “The cost of living” un viaggio da Mosca a Città del Capo, una sorta di studio sull’omologazione della classe media mondiale. Da una parte l’ironia (e auto-ironia) di Parr si concentra sui luoghi comuni, nel tentativo di demolirli, e così si spiegano i lavori sui suoi connazionali oppure un reportage, “Mexico”, su quanto si sono americanizzati i messicani, dall’altra è spietata con i comportamenti ravvisabili in tutti noi. Ad esempio i lavori sui turisti, “Small world”, rivelano la stupidità e l’inutilità del turismo di massa. Parr ha questa capacità di astrarsi e riprendere, come se fosse dall’alto, queste masse di turismo in luoghi bellissimi ma decontestualizzati e rinominati dai turisti stessi. Una foto di Parr riprende, a esempio, i turisti che si fanno fotografare mentre mimano di sostenere la torre di Pisa, oppure i particolari dei turisti, le loro naturali estensioni fatte di macchine fotografiche, cartine, occhiali da sole, cappelletti con la scritta del posto che stanno visitando, o ancora il figurante vestito da centurione romano con il cellulare all’orecchio incastrato sotto l’elmo. Le foto sull’Italia (sono tre i libri che Parr ha dedicato al nostro paese) sono molto comiche e rivelano il nostro carattere casinista e solare allo stesso tempo. Parr ha un’attenzione particolare per i dettagli. Addirittura per rappresentare i cibi, gli oggetti, i prodotti in vendita utilizza un ingranditore macro con un flash circolare, come quelli che la polizia scientifica utilizza per le scene del crimine, quasi che Parr fosse un investigatore del nostro presente e i nostri oggetti, le nostre cose fossero degli indizi o, peggio, dei cadaveri.

Il fotografo inglese non è neanche estraneo alla foto di moda, anche se si veste, per sua stessa ammissione, in modo orrendamente britannico: ha realizzato, infatti, diversi libri in forma di riviste, sponsorizzati da Paul Smith, facendo vestire gente comune con vestiti di alta moda. Oltre a essere un collezionista di libri, Parr è anche un appassionato di oggetti kitsch che riguardano in modo tangente la fotografia. Negli anni si è procurato migliaia di orologi con la foto di Saddam Hussein nel quadrante. Oppure ha collezionato tutti i piatti con le stampe sul fondo da Margareth Tacher alla principessa Diana. Un'altra sua opera è “Self-Potrait”, una serie di autoritratti raccolti in tutte le parti del mondo dove si vive in modo diverso il rapporto con la fotografia dalle foto-tessere ritoccate digitalmente in Corea del Sud a quelle dipinte a mano a Cuba.

Tom Harrell e Dado Moroni: Humanity in musica




La sala si riempie piano piano, fino a diventare compressa di gente. Le sedie sono scomode, il cappotto bisogna tenerlo sulle gambe e la borsa sotto la sedia. Sembra di stare seduti in aereo. Le hostess e gli steward ci sono pure, indicano i posti numerati e si guardano attorno per assicurarsi che i passeggeri siano composti. Della tipica atmosfera informale e sotterranea dei locali jazz non c'è niente. Nemmeno le luci soffuse e misteriose. Non c'è gente col bicchiere in mano e la voglia di lasciarsi andare. Non c'è la minima possibilità di disordine e di improvvisazione, che succeda qualcosa fuori dalle righe e dai ranghi. Tutto è lindo, ordinato e perfetto. Eppure il posto si chiama La Casa del Jazz. Un nome che evocherebbe calore. So che il mio è un pensiero romantico ormai datato, ma ho conosciuto da vicino ambienti dove poteva succedere e succedeva di tutto, dove ci si sentiva parte di un mondo diverso. Posti che stanno scomparendo o che sono ormai scomparsi. Dove c'erano padroni di casa che accoglievano e coi quali si chiacchierava, e ai quali si diceva ciao quando si tornava. Luoghi tenuti in piedi dalla passione e dalla curiosità. Qui no. Si è tutti illuminati e a disagio per la grande formalità, per l'organizzazione precisissima. Un pregio, forse. Ma anche no. Ha il gusto piuttosto di un'omologazione di stile. E ha il retrogusto amarognolo della compravendita e del consumo. E infatti, nonostante lo spazio nel quale sorge sia ampio e circondato da un grande parco, la Casa del Jazz dà una sensazione di solitudine. Non c'è via vai di persone, ci si disperde nell'ampiezza. Il posto sembra una persona perfetta e sola, che interagisce con niente perché non è umana. Il contrario del jazz, insomma.
Ma la qualità di quanto ci si appresta ad ascoltare non fa pensare a tutto questo. Si è in attesa che le luci si abbassino e che le note trasportino in un'altra dimensione. Per un attimo cerco la cintura di sicurezza da allacciare. Stiracchio la schiena. Silenzio. Il buio scende su tutti, anche sui colpetti di tosse che si inseguono in platea.
Entrano sul palco due uomini, dalla fisionomia opposta. Uno sicuro e corpulento. L'altro gracile e impacciato. Le note del pianoforte disegnano vortici melodici e conducono la ritmica. E' Dado Moroni al piano. Genovese, classe 1962, è uno dei pianisti jazz più rinomati in Italia e all'estero, soprattutto negli Stati Uniti. Capace di suono cristallino e di swing corposo e mai banale. Raffinato come le vecchie glorie e attento a chi l'ascolta, attento a non essere incomprensibile. Comunica. E si sente. C'è una bella modestia in questo. C'è la capacità, tipica dei grandi, di trasmettere diversi livelli, dal più facile al più profondo e complesso. Moroni si diverte a suonare, si vede e si sente. Ma allo stesso tempo è una fatica che letteralmente trasuda dal suo corpo. Ha un fazzoletto posato sul pianoforte che usa per asciugarsi la fronte sudata. Forse anche per via dell'emozione. Sì, perché affianco a lui c'è questa figura che solo a guardarla trasmette qualcosa di insolito e fuori dal comune. Già dalla postura. Defilato, in disparte e immobile, come in trance, c'è Tom Harrell. Ha la testa chinata in basso, i capelli di un grigio caldo scendono a coprire gli occhi. E' strano, è come se ci si sentisse osservati da lui, non si può fare un movimento falso.
E non si può fare a meno di seguire col fiato trattenuto ogni suo gesto. Tiene in mano la tromba, trema leggermente. Si sente una specie di panico in quel tremare. Poi si avvicina al centro della scena. Lentamente solleva lo strumento, lo porta alle labbra. E dalla prima nota, accade. Accade che le note si spiegano nell'aria densissime e cariche. Poi, mentre Dado Moroni suona con tutta la sua classe, Harrell si rimette in disparte, quasi a volersi nascondere, di nuovo immobile. E in ascolto. E con lui si ascolta e non si vede l'ora che intervenga ancora a illuminare di note precise, ognuna necessaria, il discorso imbastito da Moroni. I due dialogano in armonia. Sembrano specchi uno dell'altro. Moroni con la sua irruenza che si sprigiona nello spostare il piano con le ginocchia, nel pizzicarne le corde con le mani, nel battere i piedi a tempo, nel gorgheggio vocale spontaneo che pare un terzo strumento e sottolinea punti di particolare bellezza negli assoli di Harrell e Harrell intrappolato in una immobilità che ha per espressione unicamente la sua tromba, come se il corpo non ci fosse, come se dovesse sforzarsi di oltrepassarlo e in questo passaggio, in questo sforzo interiore si preparano i suoni che regala, con una generosità distillata. Moroni è sciolto, corre libero nel tempo: lo prende, lo cambia, lo rovescia a piacimento e lo scioglie. Harrell lo trattiene il tempo, lo condensa. Uno è narratore, l'altro poeta.
Tom Harrell è già un classico vivente, una leggenda. E da come suona si capisce perché. Io amo Chet Baker. Sentendo Tom Harrell si riesce ad ascoltare lo stesso suono. Forse meno malinconico, ha la stessa intensità ma più luminosa. "Ha la luce nel suono", aveva detto lo stesso Moroni alla fine di un concerto annunciando che avrebbe suonato in duo con lui nell'unica tappa italiana prevista. Aveva ragione. La platea esplode in un applauso che squarcia l'aria e riporta per terra. Ed è così per tutta la durata del concerto, ballad che si susseguono in interpretazioni sublimi e pezzi originali, intervallati da mani scroscianti in applausi lunghissimi. Il più lungo dei quali dopo il primo bis. E arriva il secondo bis, quando si era persa la speranza dopo quasi dieci minuti di applausi. Sembra l'unico modo per ringraziare di questa esperienza, applaudire a oltranza. Perché la bellezza si riconosce a prima vista e qui e il caso di dire a prima nota.
Nato nel 1946 in Illinois e cresciuto in California, Tom Harrell ha suonato con calibri da novanta come Horace Silver, Phil Woods, Gerry Mulligan, Bill Evans, Lee Konitz per poi intraprendere la sua carriera da leader. La sua visione della musica risiede proprio nella bellezza: la musica serve a crearla. Ma la sua vita personale non è propriamente idilliaca. Harrell infatti soffre di una grave patologia. E' schizofrenico. Sente voci. Deve continuamente sottoporsi a terapie mediche. Ma della sua malattia ne ha fatto una prerogativa. E' una lotta, dalla quale riesce a creare bellezza. Per lui suonare la tromba è una forma di meditazione. La musica, per Harrell, trasmette vibrazioni positive, è un'energia guaritrice, è salutare e i musicisti sono come i medici. Una visione e un'esperienza che ribaltano i cliché triti e ritriti dei musicisti maledetti, aprendo un orizzonte molto più ampio.
Si legge che Harrell ironizza sulla sua malattia, dicendo che una volta in albergo ha preso una suite con due stanze, una per ogni personalità.
E' un piccolo gioiello. E' luminoso e dona preziosi, impercettibili bagliori che s'irradiano da dentro.
Purtroppo quella del 5 aprile è stata l'unica data italiana del duo Dado Moroni-Tom Harrell.
Chi c'è stato sono sicura se ne ricorderà a lungo. Ma la piccola e vitale etichetta abeat ha prodotto il disco, dal titolo eloquente, Humanity. Contiene sei incisioni dello splendido duo, cinque standard e una composizione originale dello stesso Moroni, che dà il nome al disco.

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