“Ce l’ha fatta, Jan. Ce l’ha fatta. Quel mostro ha battuto il mio record”
Jan si versò lentamente una tazza di te: “Beh, Fanny, sai bene che prima o poi ci sarebbe riuscita”
Fanny sbattè con forza sul tavolino di noce il giornale che aveva ancora in mano, arrotolato a tubo, facendo ballare la teiera, i cucchiaini d'argento, e tutto il resto: “Ma come fai a startene così tranquillo, mentre quella specie di scherzo della natura prende il mio posto, eh? Me lo dici, Jan?”
Lui bevve un sorso e posò con delicatezza la tazza nel vassoio sul tavolino.
“Sto tranquillo perché ciò che potevamo fare l’abbiamo già fatto”
“Ne sei convinto? A me non pare, visto che ieri ha corso i duecento metri a Londra, è stata nominata ‘atleta del match’, e ha perfino superato il mio tempo. Non avevi detto che tutto si sarebbe risolto entro l’estate?”
“Guarda, Fanny, che certe iniziative non si possono sviluppare in poche settimane. Si tratta di situazioni delicate, e…”
“Delicate? Ma, dico, l’hai vista? Tu la conosci bene, Jan, e tutti coloro che l’hanno vista sono convinti: Foekje Dillema non è una donna”
Jan chiuse per un istante gli occhi, prima di rispondere:”Questa è una cosa tutta da dimostrare, Fanny. Sai bene che l’ho fatto presente tre mesi fa, e che la federazione le ha imposto di sottoporsi a una serie di esami, ma i risultati – a giudicare da quello che mi hanno detto – sono dubbi”
Fanny si alzò di scatto e si avviò verso la porta-finestra che dava sul giardino, dove due bambini biondi stavano giocando seduti sul prato con una governante.
Prima di uscire esclamò: “Mi fa schifo, la federazione, e mi fate schifo tutti. Quello è un uomo, Jan, un uomo con la gonna” Appena fu uscita, Jan Blankers sospirò, e si mise alla scrivania.
Afferrò il telefono e compose il numero della KNAU, la Federazione Nazionale Olandese di atletica leggera.
“Signorina Spier? Sono Jan Blankers. Potrei parlare col Segretario?”
“Si, certo Signor Blankers. Appena possibile. E’ un attimo impegnato al telefono. Come sta Fanny?”
Jan non sopportava quella donna, ma si sforzò di rispondere educatamente: “Bene, bene”
“Mi fa piacere: sua moglie è il mio mito” – ci fu una pausa – “il Segretario si è liberato. Glielo passo subito, signor Blankers”
“Grazie”
Passò un altro secondo.
“Caro Jan, come va?”. La voce dall’altra parte del filo gracidava come una cornacchia.
“Bene, Herman, bene”
“So già la ragione per cui mi hai chiamato. Il record della Dillema”
“Beh, Herman, Fanny è fuori di sé, e le ho promesso che avrei cercato di fare qualcosa”
“Lo immagino, Jan. Ma tu sai benissimo che non si tratta di un problema facile da risolvere. Spero che l’abbia fatto presente a Fanny. Gli esami cui la Dillema si è sottoposta finora sono abbastanza controversi, nell’interpretazione: non c’è una documentazione scientifica sufficiente, sull’argomento”
“Ma non dovevate sottoporla ad altri test?”
“Si, ma non possiamo effettuarli solo su di lei, perché apparirebbe come una specie di persecuzione”
“E allora? Come pensate di procedere?”
“Stiamo progettando di sottoporre a una serie di dosaggi ormonali un gruppo abbastanza numeroso di atlete, in modo da stabilire dei parametri di riferimento sui quali basarsi”
“E quando li effettuerete?”
“Li stiamo organizzando, ma ci vuole del tempo. Stiamo individuando i nominativi delle atlete da testare, per ora”
“Ma quali criteri seguirete?”
“Beh, i medici hanno in mente di selezionare soprattutto delle atlete con una femminilità evidente e incontrovertibile: madri, in particolare”
“Ma perché?”
“Perché in tal modo potranno prendere i valori di queste donne come riferimento per la normalità”
Jan rimase in silenzio un secondo, e fece una smorfia: “Mi auguro che sappiate ciò che fate. Nel frattempo, la Dillema continuerà a sfornare record, e la mia Fanny diventerà sempre più irascibile”
“Beh, ti faccio una mezza promessa, Jan. Credo che all’inizio del prossimo anno saremo pronti per svolgere l’operazione”
“Ancora tutto questo tempo? Siamo in agosto, Herman”
“Non è possibile prima, Jan. Mi dispiace”
“Va bene. Almeno potrò dare a Fanny una notizia che le farà piacere”
“Ciao, Jan. Ti terrò aggiornato” Herman Van Hanegen attaccò.
Jan Blankers si alzò e raggiunse la famiglia in giardino.
Fanny stava giocando coi bambini: sembrava contenta.
Indossava una gonna larga, e stava correndo scalza verso una palla calciata dal piccolo Jan junior: la muscolatura sagomata dei suoi lunghi polpacci brillava alla luce del sole.
Quando si girò verso il marito, però, l’espressione del suo volto si fece gelida come un iceberg.
“Ho parlato con Herman proprio ora” esordì Jan.
Fanny non rispose, e attese che lui proseguisse.
“Stanno programmando un controllo su un gruppo di atlete. Però, ci vorrà ancora qualche mese per organizzarlo. Devi rassegnarti”
“Si, mi rassegno. E nel frattempo quella….quell’essere, mi toglierà anche il record dei cento metri”
“Fanny, la Dillema potrà anche toglierti qualche primato, ma tu resti la più grande velocista del mondo, e la più grande atleta olandese di ogni tempo. Hai trionfato ai Giochi di Londra, l’anno scorso, e qui ad Amsterdam ti hanno portato in trionfo. Cosa puoi temere, insomma? Deve ancora nascere una donna che possa farti ombra”
Fanny lo guardò a lungo, in silenzio.
Poi disse, a voce bassa, e con uno sguardo che esprimeva la sensibilità di uno squalo tigre: “Lo so, ma Foekje Dillema deve smettere di correre: non è una donna”.
Era l’agosto del 1949.
Fanny Koen in Blankers era un fenomeno dell’atletica leggera.
Aveva vinto ben quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi di Londra, nel 1948, all’età di 30 anni, raggiungendo un primato tuttora imbattuto, e proponendosi come l’eroina di quei Giochi, nonché un simbolo per tutte le donne e le madri.
La “mammina volante”, era stata soprannominata.
Fanny, infatti, nel corso di una guerra che aveva bloccato i Giochi Olimpici e le aveva di sicuro impedito di vincere molte altre medaglie, si era sposata con Jan Blankers, ex atleta di salto triplo e suo allenatore.
Era riuscita, poi, a dedicarsi alla famiglia, al punto di partorire ben tre figli.
Malgrado le gravidanze e un’età che per quegli anni veniva considerata assai avanzata per un’atleta, la Blankers-Coen aveva dominato in tutte le specialità della velocità pura: cento e duecento metri piani, ottanta metri a ostacoli, e staffetta 4 x cento metri.
Se avesse avuto la possibilità di gareggiare anche nel salto in alto e nel salto in lungo, specialità nelle quali deteneva i record mondiali, probabilmente sarebbe riuscita a vincere altre due medaglie, ma non volle rischiare di affaticarsi troppo.
Fanny Koen fu festeggiata, al ritorno ad Amsterdam, da migliaia di persone, e divenne uno dei personaggi nazionali più in vista.
Aveva iniziato a mietere risultati agonistici sin dall’età di diciassette anni, nel 1935: alla prima gara effettuata, sugli 800 metri, aveva realizzato il record nazionale.
Successivamente, si era spostata sulle discipline della velocità e dei salti, riuscendo in pochi anni a realizzare record mondiali ed europei.
La guerra e gli stenti, soprattutto nel periodo peggiore – dal ’43 al ’44 – le impedirono di continuare ad allenarsi con un impegno adeguato.
Dopo la seconda guerra mondiale, la sua carriera agonistica riprese in modo regolare, ma nei Campionati Europei del 1946 la Koen si presentò pochi mesi dopo aver partorito la seconda bambina, e non riuscì a ottenere vittorie, ma solo buoni piazzamenti.
Un’ottima stagione 1947, e le straordinarie prestazioni dei Giochi del ’48, la posero all’attenzione del mondo come la migliore atleta di ogni tempo.
Nel 1949, però, era comparsa all’orizzonte la giovane Foekje Dillema, una ragazza olandese della regione del Friesland, nata nel 1926, la quale era riuscita nel giro di pochissime gare a infrangere il record mondiale della Koen sui duecento metri, in una gara svoltasi a Londra.
La Dillema aveva indubbiamente un aspetto da uomo, e un assetto ormonale con un tasso elevato di testosterone, l’ormone maschile.
Dopo un controllo ordinato dalla KNAU, l’organizzazione di atletica olandese, fu squalificata a vita, e il record da lei ottenuto fu annullato.
La ragazza, distrutta dal dolore, si chiuse per un anno intero dentro casa, e non ne uscì mai.
In effetti, con gli accertamenti possibili al giorno d’oggi il suo caso sarebbe stato chiarito in modo incontrovertibile.
La sensazione, però, che tutti ebbero in quegli anni, fu quella di un’ingiustizia perpetrata ai danni dell’atleta: una persecuzione nella quale aveva svolto di sicuro un ruolo la Blankers-Koen, fin troppo invidiosa per i successi di quella giovane rivale.
Fanny Blankers-Koen continuò a gareggiare e a vincere fino all’età di 37 anni, nel 1955.
Partecipò anche alle Olimpiadi del 1952, ma in quell’occasione non vinse alcuna medaglia.
I suoi risultati furono condizionati negativamente da una banale infezione cutanea: un evento frequente negli atleti superallenati, in quanto espressione di un deficit immunitario.
La Koen fu nominata nel 1999 “l’atleta femminile del secolo”.
Malata da anni di Alzheimer, è morta nel 2004.
Il Re di Harlem
Le gocce cominciarono a fare la loro comparsa sotto il bordo del cappellino da baseball del professor Ward, colando lungo la fronte e producendo diversi rivoli che scorrevano verticalmente lungo le sue grasse guance rosee.
Osservando la fronte dell’insegnante, poi, chissà perché Bob ricordò quando nel suo palazzo il vecchio Eddie era schiattato di infarto facendosi il bagno nella vasca, qualche anno prima.
Eddie viveva nell’appartamento sopra il suo, e Bob – che all’epoca aveva solo sei anni - si era accorto che qualcosa non andava vedendo i primi rivoli d’acqua scendere lungo il muro, e le prime gocce precipitare sulla plastica del divano buono della mamma.
Bob tornò alla realtà e pensò: “Come al solito, quel ciccione di Ward si sta cagando sotto”.
Si chiese perché fosse così nervoso, però.
In definitiva, quella specie di incapace non stava partendo per una di quelle missioni di guerra in Vietnam di cui si parlava tutte le sere al telegiornale, ma stava solo accompagnando un gruppo di dodicenni a una partita di allenamento degli Utah Stars.
Ward si tolse il berretto prendendolo per la visiera, e si asciugò il sudore con un fazzoletto.
“Allora, ragazzi, ascoltatemi bene: sedetevi tutti qui e non muovetevi dai vostri posti per alcuna ragione. Ricordatevi che questo è un allenamento di una squadra di basket professionistica, e non dobbiamo disturbare gli atleti per alcun motivo. Niente schiamazzi, insomma”
Bob lo guardò con aria disgustata, e diede un colpo di gomito a Steve, sulla propria destra: “Il ciccione si preoccupa un po’ troppo, Steve. Come mai secondo te?”
“Mah, forse perché l’ultima volta che siamo usciti con lui in gita abbiamo combinato quel casino all’autogrill: il povero Ward ci stava per rimettere il posto, a scuola”
Eddie sbuffò: “Tutta quella tragedia per una canna e per un paio di gomme bucate”
Steve scoppiò in una risatina, e si grattò la testa con un dito, facendosi strada fra una matassa di capelli rossi arruffati: “Si, a due camion, però. Ti ricordi? Gli autisti volevano sgozzare Ward, e lui quella volta si cagò veramente addosso”
Come se li avesse sentiti, il professore si girò verso di loro urlando:“Silenzio, ragazzi! Inizia la partita”
Il coach fischiò, e i cestisti iniziarono a giocare.
“Ehi, Steve, hai visto quanto sono alti? Guarda quello: sarà due metri e mezzo”
“Bum! Sarà due metri e qualcosa. Però, uno piccolo c’è. Quello che è entrato ora, lo vedi? Quello che è nero come la pece, proprio come te”
Bob lo guardò un po’ scocciato, e rispose: “Si, quello in effetti sembra piccolo: sarà un fenomeno, allora. Chissà come si chiama”
“Aspetta, che chiedo a Jimmy: lui sa tutto del basket”
La raccolta di informazioni richiese una decina di secondi, al termine dei quali Steve si girò di nuovo verso l’amico, con gli occhi ancora dilatati per la meraviglia.
Bobbie lo guardò con le sopracciglia inarcate, e gli fece un segno interrogativo, con un impercettibile scattino della testa verso l’alto.
“Jimmy mi ha detto che si chiama Earl” - disse Steve – “Earl Manigault. E pare che sia sul serio un fenomeno. Sta provando con gli Utah, oggi, perché non ha mai giocato coi professionisti”
“Non mi sembra così fenomenale. Ha già perso un paio di palloni, e sbagliato un tiro facile”
“Secondo Jimmy pare che abbia un’elevazione fantastica”
Bob tirò su il labbro inferiore: “Mah. Non mi pare. Prima ha tentato un’entrata in terzo tempo e l’hanno stoppato come un moscerino”
La partita durò una quarantina di minuti, al termine dei quali il coach fischiò due volte, mandando gli atleti negli spogliatoi.
“Ehi, Steve, che ne dici di fare un salto negli spogliatoi? Chissà che non riusciamo a rimediare una maglia, dai”
“Ma Ward? Come facciamo con lui?”
“Ci penso io. Guarda come si fa”
Bobbie andò verso il professore, e simulò una smorfia di dolore, piegandosi in due e tenendosi l’addome con le mani: “Professor Ward, devo aver bevuto troppa Coca Cola: ho un mal di pancia terribile. Posso andare al bagno?”
“Bobbie, sempre tu combini guai”
“Non è colpa mia, prof”
“OK, vai, vai, ma torna subito”
“Si, prof, e…può venire Steve con me? Ho paura di sentirmi male”
Ward inalò un ettometro cubo d’aria, alzò gli occhi al cielo, e si arrese: “Va bene, Bob, va bene. Steve può venire con te”.
Il professor Ward in definitiva era un brav’uomo.
“Corri Steve, scendiamo verso gli spogliatoi degli atleti”
I due ragazzi si precipitarono galoppando lungo i corridoi dietro le tribune, cercando di raggiungere l’altra parte dell’edificio.
Arrivati in prossimità della meta, trovarono un ostacolo imprevisto.
Proprio all’imbocco del corridoio che dava accesso agli spogliatoi, un vecchio nero stava pulendo per terra con uno straccio, passandolo vicino alla base di un gigantesco distributore di bibite.
“Ehi, ragazzi, dove credete di andare?” chiese ai due ragazzini.
Bobbie non si perse d’animo: “Mi sa che ci siamo persi, signore”
“Lo credo anch’io. Dovete girare i tacchi e tornare da dove siete venuti. Questo corridoio è accessibile solo per atleti e tecnici”
“Ma, signore…non sarebbe possibile dare un’occhiata?”
Per tutta risposta il vecchio afferrò lo scopettone e lo puntò verso i due“Filate via, ragazzi, o ve lo do sulle chiappe”
Dalla zona in ombra dietro il distributore si udì all’improvviso una voce roca “Bernie, dai, lascia in pace quei due ragazzini”
I tre fecero un salto, e da quella specie di nascondiglio sbucò fuori proprio Earl Manigault.
Aveva gli occhi rossi, iniettati di sangue, e indossava ancora la tenuta d’allenamento – pantaloni e canottiera - bagnata di sudore.
Bob notò che sembrava reggersi in piedi a fatica, e sulla faccia interna delle braccia, all’altezza della piega dei gomiti, aveva degli strani segni rossi.
“Ehi, Earl, mi hai quasi spaventato. Non ti avevo visto. Che ci facevi lì appiattito?”
“Niente, Bernie, niente. Riflettevo”
“Ma non ti sei nemmeno fatto la doccia”
“Non mi frega un cazzo della doccia. Ho giocato da far schifo”
“Beh, capita Earl. Ma tu sei forte e…”
“Io sono finito, Bernie, e sai anche perché”
Il vecchio rimase in silenzio per un secondo. Poi, si girò verso i due ragazzini, con un’espressione accigliata: “Ragazzi, è arrivato proprio il momento di andare. Su, sbrigatevi”
Bob era un ragazzo troppo curioso, però, e decise di rischiare: “Senta, signor Manigault, io e il mio amico Steve le saremmo grati se potesse farci un autografo”
Earl rispose biascicando le parole, con le palpebre calate:“No. Io non sono nessuno, ragazzi. Il mio autografo non vale niente”
Bernie lo afferrò per sostenerlo, proprio quando stava per cadere.
I due ragazzini non riuscirono a capire con esattezza cosa stesse accadendo, e osservarono ammutoliti il vecchio nero trasportare a fatica Manigault verso l’infermeria, che si trovava in fondo al corridoio.
Bernie ne uscì dopo pochi minuti camminando all’indietro, e ringraziando sulla soglia qualcuno: il dottore, probabilmente.
Quando vide i ragazzi, l’inserviente alzò gli occhi al cielo con un’aria scoraggiata, allargando le braccia: “Ancora qui, voi due? Ma siete proprio cocciuti”
Toccò ancora a Bob parlare: “Signor Bernie….ma cosa è successo a Earl? Si è stancato troppo in allenamento?”
Il vecchio li guardò a lungo, spingendo le labbra avanti e indietro.
Poi esordì: “Allora, ragazzi, visto che non c’è altro verso di liberarsi di voi, vi racconterò la storia di Earl Manigault. Venite con me”.
Li portò in uno spogliatoio inutilizzato, e li fece sedere su una panca.
Prese qualche secondo per concentrarsi, poi esordì:“Quello che avete visto oggi, ragazzi, non è il vero Earl Manigault. Non è nemmeno la sua ombra. Quell’uomo barcollante che ho portato in infermeria è solo un pallido ricordo di ciò che era qualche anno fa: il più straordinario giocatore di basket cha abbia mai calcato un campo”
I due ragazzini chiesero insieme: “Ma in quali squadre ha giocato?”
Bernie assaporò con un sorriso la propria risposta: “In nessuna squadra. Lui ha giocato praticamente solo per strada, a New York. Sui campetti all’aperto di Harlem, a Rucker Park, per la precisione”
“Ma allora come si fa a dire che sia stato il migliore di tutti?”
“Perché lui faceva qualcosa che nessuno è mai riuscito a fare. Earl, infatti, volava”
Il labbro inferiore di Bob e Steve precipitò verso il basso: “Come, volava?”
Bernie disse ai ragazzi di seguirlo, e li portò fino a una porta che si affacciava sul campo.
“Vedete quei canestri?”
I due fecero si con la testa.
“Sapete a che altezza di trova il ferro del canestro? Ve lo dico io: tre metri e cinque centimetri”
Bob si introdusse nel discorso, sorridendo: “Io saltando riesco a sfiorare con la mano la retina del canestro”
“Tu quanti anni hai, ragazzo?”
“Dodici”
“E quanto sei alto?”
“Un metro e settanta”
“Beh, alla tua età, nel 1956, Earl era alto solo un metro e sessantacinque, ma già schiacciava a due mani, e riusciva a infilare due palloni da pallavolo a canestro in contemporanea”
Bob e Steve sgranarono gli occhi.
“E sapete a che altezza si trova il bordo superiore del tabellone? Anche questa volta non scervellatevi perché ve lo dico io: quasi quattro metri”
“Si, si” – disse Steve – “Una volta ho visto una foto di Kareem Abdul Jabbar che con la mano arrivava quasi a quell’altezza”
Bernie sospirò: “Già, Kareem. Il suo nome vero è Lew Alcindor, ed è alto due metri e diciotto centimetri. Lui pure ha giocato contro Earl, all’epoca del liceo”
“Jabbar è il più grande giocatore dei Los Angeles Lakers!”
“Si. Lui è un fenomeno, ma sai cos’ha dichiarato, a proposito di Earl? Che è il giocatore più forte che abbia mai incontrato nella sua carriera, e l’unico che l’abbia messo in grave difficoltà”
“Non ci possiamo credere, Bernie. Earl non è nemmeno altissimo”
“Già, Earl Manigault è alto solo un metro e ottanta, ma sapete una volta che scommessa fece?”
“Quale?”
“Fece attaccare un biglietto da venti dollari in cima al tabellone, sul bordo superiore, e scommise che sarebbe riuscito ad afferrarlo saltando. E andò proprio così”
“Ma è impossibile, Bernie”
“Impossibile? Allora sentite questa: lo sapete cos’è una ‘double dunk’?”
Bobbie scosse la testa: “No”
“E’ una cosa ai limiti delle leggi della fisica. Un gesto che prima di Earl era considerato solo una possibilità teorica”
“Ma di che si tratta?”
“Si tratta di una schiacciata. Il giocatore schiaccia la palla a canestro, la raccoglie in aria con l’altra mano, e la schiaccia di nuovo. Earl la faceva quando voleva umiliare gli avversari”
I due ragazzini si girarono guardandosi negli occhi stupefatti.
Bernie proseguì: “Ragazzi, è riduttivo dire che Earl volasse. Lui non volava: galleggiava quasi in aria, e ci rimaneva per diversi secondi. Una volta in una partita riuscì a realizzare per scommessa ben 36 'reverse dunk': schiacciate eseguite al termine di una rotazione del corpo di 180 gradi. E' l'unico giocatore la mondo, poi, che è riuscìto addirittura a fare un ‘720 gradi’: in pratica due rotazioni complete su sé stesso prima di schiacciare a canestro. In campo, poi, era impossibile marcarlo, e lui stoppava tutti: anche gente di due metri e dieci”
“Roba da non crederci, Bernie” – disse Bob – “ma com’era riuscito a diventare così bravo?”
“Earl aveva cominciato a giocare a basket fin da bambino sui campetti di Harlem, dove la madre adottiva si era trasferita da Charleston, Carolina del Sud. Scoprì presto di avere un talento straordinario, ed un’elevazione incredibile. Cominciò ad allenarla rinforzando le gambe in ogni modo: anche mettendo dei pesi alle caviglie”
“Ma perché non ha mai giocato in una squadra di professionisti?”
“Lui era considerato il ‘Re di Harlem’. Giocava con la squadra della propria scuola, la Franklin High School, e tutti dicevano che era un fenomeno. Poi lo mandarono in un’altra università, dalla quale avrebbe potuto spiccare il grande balzo verso il professionismo, ma iniziò a litigare con l’allenatore: un certo Bill McCollough. Fu l’inizio della fine”
“E non poteva cambiare squadra? Andarsene?”
Bernie cominciò ad agitarsi, e a girare la testa da una parte all’altra: diede un calcio violento a una bottiglia di plastica dimenticata sul parquet.
“Non so se posso dirvi certe cose, ragazzi. Non so se sia giusto”
“Ehi, Bernie, siamo giovani ma non stupidi. Non puoi mollarci così, nel bel mezzo della storia”
Il vecchio si sedette su una sedia: pareva fosse diventato improvvisamente stanchissimo.
“Beh, la verità fa schifo. La vita fa schifo, certe volte. Earl iniziò a drogarsi. Avete mai sentito parlare dell’eroina, ragazzi?”
Bob e Steve chinarono la testa.
“Earl è diventato schiavo di questa droga, ed è questa la ragione per cui lui stesso dice che è finito. In realtà ha ragione, maledizione. L’avete visto, ragazzi: oramai è una larva”
I tre rimasero senza parole: non c’era più nulla da dire, su quella storia.
La voce del Professor Ward interruppe quel silenzio imbarazzante: “Bob! Steve! Accidenti a voi, è da un’ora che vi cerco: mi avete fatto impazzire”. Ward era sudatissimo, e paonazzo.
Bob si girò verso di lui: “Ci dispiace, professore. Abbiamo avuto un problema”
“Il problema che avete avuto finora è nulla in confronto ai problemi che vi darò io” strillò Ward.
Il ragazzo si rivolse a Bernie per un’ultima volta: “Ciao, Bernie, e grazie per averci raccontato la storia di Earl”
Bernie riprese lo scopettone e salutò i due con un gesto della mano: “Ciao ragazzi”
Bob e Steve salirono sullo scuola-bus in silenzio.
Mentre il veicolo si metteva in movimento, Bob si accorse che nel parcheggio era arrivata un’ambulanza, e per un istante intravide la barella con la quale stavano trasportando Earl Manigault fuori dal palazzetto dello sport.
Era il 1971.
A quell’epoca, Earl Manigault – il più grande giocatore di basket di tutti i tempi - aveva solo ventisette anni, ma era già un atleta finito, e un uomo segnato inesorabilmente.
La droga lo portò in prigione, ma ne uscì con l’idea di riprendere a insegnare il basket proprio su quei campi che lo avevano visto regnare: ad Harlem. A Rucker Park.
Cominciò a recuperare i ragazzi entrati nel tunnel della droga, e creò un torneo appositamente per loro: “The Goat Tournament Walk Away From Drugs”.
Morì nel 1998, proprio lo stesso giorno in cui se ne andò il grande Frank Sinatra.
Nel 1996 la sua storia aveva ispirato un film, “Rebound. La leggenda di Earl ‘The goat’ Manigault”.
La locomotiva umana
L’urlo di Viktor Stupnek, il segretario del direttore, superò il rumore assordante che incombeva nella fabbrica.
“Zatopek! Emil Zatopek!”
Le macchine si fermarono quasi all’unisono, dando vita a un silenzio gelido.
Un ragazzo magro, vestito con una vecchia tuta blu, si girò.
Aveva pochi, scompigliati capelli giallastri in testa, e stava lavorando a un bancone di legno sul quale erano depositati centinaia di tacchi per scarpe.
Posò una specie di lima, si tolse i guanti da lavoro e si avvicinò a Stupnek.
“Eccomi. Che c’è?”
Stupnek lo squadrò dall’alto in basso, con piccoli occhi da topo che si potevano solo intuire, dietro due tonde lenti da miope spesse come fondi di bottiglia: “Zatopek, a rapporto dal Direttore”
“Ma c’è qualche problema?”
“Non lo so. Ti vuole parlare. Subito”. Indicò col pollice dietro di sé, verso gli uffici.
Emile si passò una mano sui capelli, cercando di riordinarli, e si avviò verso la stanza del Direttore.
Bussò alla porta, aspettando l’avanti, ma la porta si aprì all’improvviso, e sulla soglia apparve il Direttore Drobnik: alto, imponente, e vestito come al solito con un doppiopetto nero.
“Vieni, Zatopek. Entra”
Drobnik si sedette, e invitò Emile ad accomodarsi su una sedia di legno posizionata alla destra della sua scrivania: le due poltroncine di pelle lucida erano troppo pulite per accettare la contaminazione della tuta indossata dal giovane.
“Quanti anni hai?” esordì il Direttore.
“Diciotto, signore. Sono del '22”
"Di che ti occupi, nella nostra fabbrica?"
"Per ora sto alla rifilatura dei tacchi, signore"
"Bene: un lavoro importante. Come tutti i lavori, del resto, in questi anni di guerra. Tuo padre che fa?"
"Il calzolaio, signore"
Il Direttore sorrise. "Quindi stai in qualche modo proseguendo il mestiere paterno"
"Beh, suppongo di si, signore, in qualche modo"
“Vengo subito al punto. Ho visto che hai un bel fisico. Snello, agile. Sei sano? Hai mai avuto malattie importanti?”
“No, signore. Cioè, insomma: non ho mai avuto problemi di salute”
“Bene, bene. Comunque, a scanso di equivoci ti farò fare anche una visita medica”
Emil lo guardò inclinando la testa di lato di qualche millimetro: come fanno i cani quando si sforzano di capire i comandi del padrone.
Drobnik proseguì: “Quanto sei alto, Zatopek? Quanto pesi?”
“Non so, dovrei essere circa un metro e settantacinque per sessanta chili. Ma…”
“Bene, sei leggero: questo fa al caso nostro. Fai sport, Emil? Ne hai mai praticato uno?”
“No. Purtroppo non sono uno sportivo, signor Direttore”
“Male, Zatopek. Molto male. Lo sport fa bene al corpo e alla mente. Io sono un grande amante dello sport e un propugnatore dell'esercizio fisico. E qui in Moravia abbiamo grandi tradizioni sportive”
Emil lo guardò con l'espressione di un pesce rosso in una vasca.
“Mi scusi, signore, non voglio essere poco rispettoso, ma potrei sapere per quale ragione mi ha convocato e mi sta facendo tutte queste domande?”
“Ah, già, me n’ero dimenticato. Vengo subito al punto: Domenica dovrai partecipare a una gara di atletica, in una rappresentativa della fabbrica. E' una cosa molto importante per l'immagine della nostra azienda. Un evento cui tengo tantissimo"
Emil saltò in piedi: "Ma io non posso! Non sono allenato! Non ho mai corso in vita mia!"
Drobnik sorrise, come se non avesse nemmeno sentito le proteste del proprio interlocutore: "Si tratta di una distanza di millecinquecento metri: quasi un miglio, quindi. Oggi pomeriggio alle diciassette avrai la visita medica. Non c'è altro, Zatopek. Puoi andare"
"Non è possibile. E poi, mi ero dimenticato di dirle che ho un dolore a un ginocchio. Non ce la farei mai a correre"
Drobnik rimase in silenzio per qualche secondo, poi disse: "Bene. Un motivo in più per sottoporti a una visita medica accurata. Me lo dirà il dottore, se il tuo ginocchio non va"
"Signor Direttore, io..."
"Oggi è venerdi, Zatopek. Hai due giorni di tempo per prepararti. Ora, torna al tuo lavoro. Buona giornata".
Emil uscì dall'ufficio e tornò al lavoro.
Non parlò con nessuno della gara, e nel pomeriggio si sottopose alla visita medica, che confermò il suo ottimo stato di salute.
Non aveva mai praticato alcuno sport, e non aveva la minima idea di quanto fosse dura una corsa di un miglio.
Il giorno dopo tutti, dagli operai agli impiegati, sapevano già della gara e della partecipazione obbligata del giovane Zatopek.
Lo guardavano con un espressione incuriosita e un po' divertita, e solo il suo amico Pavel ebbe il coraggio di dirgli qualcosa.
"Ehi, Emil, ma è vera questa storia della corsa?"
"Già. Drobnik mi ha obbligato ad accettare. Non so cosa gli sia passato per la testa: io non ho mai fatto sport in vita mia, e non riuscirò nemmeno ad arrivare fino in fondo alla corsa"
Pavel si guardò intorno e gli disse sottovoce: "Gira voce che Drobnik sia un appassionato di sport, e di atletica in particolare. Probabilmente qualcuno gli avrà fatto il tuo nome: sei uno dei pochi giovani che ancora non sono partiti per la guerra"
"Bello scherzo, mi hanno fatto"
"Va bene, amico. Ma, in definitiva, qual è il problema? Vai alla gara, parti, e fai quello che puoi"
"Già, parli facile tu"
Emil partecipò alla competizione, e arrivò secondo, tra lo stupore generale.
Quella fu, in effetti, una delle pochissime volte che non arrivò primo in una corsa, nella propria vita.
Però, quella piccola gara in Moravia fu per lui una scoperta: una specie di illuminazione.
Si rese conto, infatti, che correre gli riusciva bene, gli piaceva, e che aveva delle qualità di cui era inconsapevole.
Le sue gambe erano snelle, muscolose e agili: l'ideale, dunque, per le gare di fondo e mezzofondo.
Il suo stile, però, era orrendo.
Correva con le braccia alte, i gomiti attaccati al busto, i pugni chiusi, la testa semipiegata lateralmente e, soprattutto, un'espressione perennemente stravolta sulla faccia.
Pareva, infatti, che ogni volta stesse per morire dalla fatica, e questa caratteristica lo accompagnò per tutta la carriera, traendo spesso in inganno gli avversari.
Il suo modo di ansimare e di sbuffare continuamente, poi, fece si che cominciassero a soprannominarlo la "locomotiva umana".
Dopo l'impresa di quel giorno, Zatopek iniziò ad allenarsi senza tregua.
Poco alla volta, studiò e mise a punto un sistema di allenamento del tutto innovativo.
A quell'epoca, infatti, la metodologia d'allenamento dei fondisti consisteva essenzialmente nella corsa lenta.
I podisti correvano per ore, e macinavano decine di chilometri quotidianamente, ma erano del tutto incapaci di cambiare ritmo nel corso delle gare.
Zatopek stravolse questo modo di allenarsi, e inventò quello che in seguito fu chiamato "interval training", e diventò la base della metodologia di allenamento moderna.
In pratica, durante le proprie sedute percorreva decine di volte a velocità sostenuta tratti di circa quattrocento metri, intervallati da tratti più brevi nei quali recuperava lo sforzo, correndo ad un'andatura più lenta.
Questo metodo, che allenava il fisico a tollerare livelli molto elevati di acido lattico, consentiva poi in gara ad Emil di effettuare dei cambi di velocità ripetuti, che stroncavano la resistenza degli avversari, impreparati ad affrontarli.
Zatopek, inoltre, si allenava tantissimo: non meno di quattro ore al giorno.
Tutto ciò gli consentì di presentarsi alle Olimpiadi del '48 a Londra in ottime condizioni di forma.
Pur essendo un outsider, vinse in quell'edizione dei Giochi la medaglia d'oro sui 10000 metri e arrivò secondo nei 5000.
Ma furono le Olimpiadi di Helsinki '52 a consacrarlo come uno dei fuoriclasse assoluti nella storia dell'atletica di fondo.
Alla vigilia di quei Giochi, Emil ebbe perfino un problema fisico, e rischiò di vedere compromessa la propria prestazione.
Non si fece abbattere dalla sfortuna, tuttavia, e riuscì a trionfare - entusiasmando il pubblico - nei 5000 e nei 10000.
Il suo miracolo, però, consistette nella vittoria nella maratona: un'impresa che nessuno riteneva possibile per un atleta già stanco per aver partecipato ad altre due faticosissime gare.
Vincendo quella gara Emil Zatopek entrò nella leggenda, anche perché quell'impresa maturò nella patria del fondo: la terra del grande Paavo Nurmi.
Negli anni successivi, Emil continuò a vincere gare e a battere record.
Anche alla vigilia delle Olimpiadi del '56 la sfortuna si abbattè su di lui, perchè dovette essere operato di ernia due settimane prima dell'inizio delle gare.
Questa volta la forza di volontà non fu sufficiente a consentirgli di superare rapidamente i problemi fisici e di vincere la maratona, e arrivò sesto.
Si ritirò subito dopo, e per lui iniziò un periodo molto difficile, a causa delle proprie posizioni politiche, che da sempre non erano in linea con l'ortodossia comunista: Zatopek, infatti, era un dissidente sostenitore di Alexander Dubcek.
Fu esiliato fra le montagne della Moravia, e per diversi anni dovette lavorare in una miniera d'uranio.
Morì a Praga nel 2000, fra grandi onori.
Italiani, un popolo di bagnini
Tutti noi conosciamo la famosa serie televisiva “baywatch”, i cui protagonisti sono aitanti guardaspiaggia, nella fattispecie c’è una bella attrice che alla serie deve la sua notorietà, e dalle curve molto molto sinuose.
Ma non tutti sanno che il “Nuoto di salvamento” è una disciplina ufficiale, riconosciuta dalla FIN, che è la Federazione Italiana Nuoto; e anzi che ne costituisce una sezione di primo piano, insieme al nuoto (quello normale), ai tuffi, alla pallanuoto e al nuoto sincronizzato.
Ebbene sì, mi chiederete, ma in che consiste?
Ebbene, il nuoto di salvamento è una disciplina piuttosto complessa, costituita da prove di nuoto molto articolate, che si svolgono in più fasi.
Principalmente si nuota per recuperare un manichino, riempito d’acqua in modo da pesare circa 42 chili, che gli atleti devono recuperare a un certo punto della gara, o dal fondo della piscina o dal bordo della vasca; e che devono trascinare, letteralmente, fino alla fine della vasca.
Cosa ne so io?
Si dà il caso che nella mia attività di giudice sportivo, cronometrista, mi sia capitato più volte di essere ufficiale di gara in competizioni di salvamento, campionati italiani, divisi per categorie, estivi ed invernali; ultimi i campionati invernali regionali (del Lazio) che si sono disputati ad Anzio alla fine di gennaio.
Ma ancora un’altra sorpresa: lo sapevate che in questo sport siamo tra i primi al mondo?
Eh si, i ragazzi e le ragazze italiane che lo praticano non vogliono proprio saperne di non vincere mondiali ed europei, e di non stabilire record mondiali.
Ultimo quello stabilito da Isabella Cerquozzi, una ragazza di 24 anni, ai campionati italiani di categoria lo scorso venerdì 29 Febbraio 2008.
Isabella ha stabilito il record mondiale nei 100 mt trasporto manichino con pinne e torpedo con un tempo di 1 minuto e 61 centesimi.
E lo sapete di chi era il record precedente?
Di una ragazza che si chiama Isabella Cerquozzi, fatto agli europei di Tenerife il 28 di aprile dello scorso anno.
Ma Isabella è in buona compagnia, di atleti ce ne sono tanti, tra i quali, solo per dire due uomini, Federico Pinotti, anche lui primatista mondiale in varie prove e Mauro Locchi, veterano, che è da 15 anni in nazionale.
Per dire qualcosa di più su questo sport, farò alcuni esempi del tipo di gare da cui è costituito.
C’è una specialità che si chiama super life saver, in cui si usano pinne, e un oggetto chiamato torpedo, che è un affare a forma di parallelepipedo in gommapiuma, flessibile, che gli atleti si trascinano dietro nuotando con una fascia che indossano a tracolla. Al momento di raggiungere il manichino lo piegano intorno a quest’ultimo, fissandolo con un moschettone e facendo cura che la testa del manichino sia rivolta verso l’alto, pena la squalifica, per poi nuotare per la restante distanza con il manichino “al seguito”.
Ah, è bene che il manichino nel trasporto non si giri, sennò si può essere stati veloci quanto si vuole ma…niente medaglia.
Ed ora solo un esempio di gara: nei 200 mt super life saver gli atleti si tuffano dai blocchi, quelli di cemento in cima alle vasche, dai quali molti signori e signore hanno paura di buttarsi in piscina, e percorrono la prima vasca. Facciamo conto di essere in una piscina con vasche da 50 mt, la prima viene percorsa tutta a stile libero. Quando arrivano in fondo virano e percorrono ancora 25 mt, e poi all’improvviso, a metà vasca, incontrano il manichino sommerso sul fondo ad attenderli, speranzoso di essere salvato.
Loro si immergono, lo prendono e riemergono trascinandolo fino a fine vasca, per gli altri 25 mt, nuotando sul dorso, a gambe rana, mentre con una mano trascinano il manichino tenendolo per il mento e con l’altra effettuano una bracciata dorso.
Pensate che sono arrivati?
Ma non vi è sfuggito qualcosa?
Avevo detto 200 mt, ne sono stati percorsi solo 100 di mt.
Immaginate che un amico sia rimasto ancora in acqua…allora gli atleti, nel mezzo della gara, afferrano pinne e torpedo, che avevano sistemato sul bordo della vasca prima di partire, li indossano, e partono per un’altra vasca, altri 50 mt, a tutta birra.
Una volta in fondo l’altro manichino “in pericolo” li attende, questa volta sostenuto da un volontario a pelo d’acqua sul bordo della vasca.
Immaginate qui che l’amico in questione si sia aggrappato a qualcosa, ecco perché avevano soccorso prima quello che stava affogando.
A questo punto lo afferrano e lo assicurano con il torpedo, e poi via “a scheggia”, frullando le pinne che alzano l’acqua come un motoscafo, fino a coprire gli ultimi 50 mt, e toccare l’arrivo.
Sembra un film? E invece è solo una delle gare di cui questo sport si compone.
Viene da chiedersi come mai a livello mondiale siamo così forti, tra i primi, spesso quelli da battere; e noi l’abbiamo chiesto a Roberto Bonanni, responsabile tecnico delle fiamme oro, membro della commissione tecnica regionale e nazionale, che oltre ad allenare campioni, ha collezionato mondiali ed europei, e record mondiali, nella sua vita da atleta.
Quello che ci dice è che logicamente il nostro paese è una penisola, e con tutti i chilometri di coste che ha è ovvio che questo sport sia molto praticato: “c’è una lunga tradizione che vede coinvolti anche nuclei della protezione civile, operatori che prendono il brevetto per lavoro e il gran numero di assistenti bagnanti”, tutto è gestito dalla FIN, e dalla sezione salvamento.
“C’è una sezione agonistica ed una didattica, e per la Polizia di Stato è un importante sport istituzionale, visto che fino al 1957 la polizia operava sui litorali italiani con i propri assistenti bagnanti. Il servizio era di sua pertinenza, poi è stato privatizzato”, inoltre, aggiunge Bonanni, “molti sono i giovani che si avvicinano, perché è uno sport divertente e poco noioso, molto diversificato. Molti atleti vengono dal nuoto, ma non tutti, non è lo scarto del nuoto, ed oggi lo conferma il fatto che l’Italia è ai vertici mondiali in questa disciplina, prima o seconda”.
In effetti è uno sport antico, nasce, pensate, nel 1899, e l’Italia è sempre stata leader in questa disciplina. Anzi, la Federazione del Salvamento nasce prima di quella del nuoto, e vi entra a far parte solo in un secondo momento.
Quante sorprese, eh? Ma c’è un però…
avevate creduto che noi siamo più forti dei baywatch di tutto il mondo, che siamo meglio di quelli che si vedono in tv, australiani o californiani, e che sul campo di gara li battiamo, che non c’è storia.
Si, in effetti ve l’ho lasciato credere fin qui, ed è vero in parte, mettiamola così.
Per quanto riguarda tutte le prove in vasca, in piscina per intenderci, come quella che ho descritto prima, questo è vero.
Ma nelle prove oceaniche, quelle fatte al mare, o meglio in oceano, no.
I baywatch californiani, ma soprattutto australiani e sudafricani ci danno filo da torcere, e per ora per lo più la spuntano.
Bonanni ci spiega che è una questione culturale, in quel tipo di prove tecnicamente ci sono notevoli differenze. C’è tutto quello che riguarda la corsa di ingresso in acqua, di avvicinamento, e uscita dall’acqua, corsa tra le onde.
Forse farà sorridere, ma non è di poco conto.
Avete mai provato a correre velocissimi sulla sabbia, o a saltare le onde?
È più simile all’atletica, al salto ostacoli.
E qui siamo ancora indietro. Però ci stiamo lavorando, parola di Bonanni.
Quindi per il momento niente serie televisiva “baywatch” all’italiana, o meglio per ora ci sarebbe voluto il nostro grandissimo Alberto Sordi, per girare il genere giusto.
Ma non disperate, soprattutto voi miei cari amici maschi, presto, molto presto, una Pamela Anderson, e qui l’ho detto, tutta italiana, sarà una realtà… manca poco.
Poi non ci resterà che farci salvare.
La leggenda di "Suzy Q"
“Questa Cardiff è una città del cazzo. Da quando siamo arrivati, solo nebbia. E freddo”
“Si. Fa veramente schifo, Rocco”
“Ecco il bar. Entriamo”
I due aprirono la porta a vetri, e passarono dalla nebbia della strada alla nube di fumo che aleggiava nel locale.
Si tolsero i berretti e si sedettero vicini al banco, su due alti sgabelli.
Il pub era strapieno, soprattutto di militari e di bellezze locali.
Al centro, c’era una pista affollata di coppie che danzavano al ritmo un po’ malinconico di ballate irlandesi, suonate da tre tizi armati di una chitarra, un violino e una pianola, appollaiati su una specie di minuscolo palco.
Il barman non impiegò molto ad accorgersi di loro: “Cosa volete ragazzi?”
“Per me una birra. Per te, Rocco? Ehi, Rocco”
“Una birra anche per me” – avvicinò la testa a quella dell’amico – “Ehi, Joey, guarda quelle due biondine sedute là: quella col maglioncino rosso mi ha guardato”
“Carina. Un bel paio di tette. Peccato che stia parlando con quel soldato, però. Un australiano, a giudicare dalla divisa. E pure bello grosso: sarà almeno sei piedi e quattro”
“Beh, starà pure parlando con quell’australiano mezzo ubriaco, ma mi dà certe sbirciate”
“Ecco la birra, ragazzi!”
“Tieni, Rocco, bevi. Cerchiamo di stare tranquilli, stasera, dai”
“OK: a cosa brindiamo, Joey?”
“Brindiamo al fatto che presto ce ne andremo da qua. Per lo meno, se è vera la voce che il comando stia organizzando un attacco in grande stile alla Germania”
Rocco fece una smorfia alla Popeye: “Non ne sarei così sicuro. I crucchi sono ancora forti, in Europa, anche se hanno preso un sacco di legnate in Africa, e ci stanno rimettendo le penne pure in Russia”
“Sempre pessimista, tu. Vedrai che quando noi americani sbarcheremo sul continente, sbrigheremo la faccenda in pochi giorni. Questi inglesi non sanno nemmeno come si fa, una guerra”
Rocco scoppio a ridere e diede una lunga sorsata : “OK, amico. Andrà come dici tu: la guerra finirà presto e potrai tornare a New York dalla tua fidanzata senza un graffio”.
Posò il boccale sul bancone e avvicinò di nuovo il capo a quello dell’amico, parlando a voce bassa: “Piuttosto, guarda la tipa come si gira verso di noi. Ha perfino dato di gomito all’amica. Io la invito a ballare”
Si alzò e andò deciso verso il tavolo al quale erano sedute le due signorine.
Joey provò a fermarlo: “Amico, lascia perdere, dai”
Rocco si fermò al centro della sala sorridendo alla ragazza, e la invitò a ballare mimando un passo di valzer: a Joey ricordò un orso che aveva visto in un circo, tempo prima.
Lei sorrise e lo raggiunse.
“Mi chiamo Rocco Marchigiano”
“Suzy. Mi sto rompendo, con quegli australiani”
“Allora, balliamo?”
“Si”
I due iniziarono a muoversi, schivando le altre coppie che saltellavano sulla pista.
“Che fai nella vita, Suzy?”
“Infermiera. Tu che mi dici di te?”
“Ho vent’anni, compiuti da poco, e mi sono arruolato l’anno scorso. Sono di Brockton, un paesino del Massachussets, nei pressi di Boston, ma la mia famiglia è italiana”
Suzy rise: “Questo, ti giuro, non l’avevo proprio capito. E che lavoro facevi prima di arruolarti?”
“Ho fatto un po’ di tutto. Ma soprattutto il muratore” Proprio in quel momento, qualcosa di grosso come una pala si posò sulla spalla di Rocco, e lo spinse con violenza, mandandolo a sbattere contro una colonna.
Lui si girò, appena in tempo per riuscire a schivare un pugno diretto verso il suo naso: sentì lo spostamento dell’aria, però, e capì che se l’avesse ricevuto, la sua serata si sarebbe conclusa lì.
L’australiano si fermò un secondo, ansimando, coi pugni serrati: “Brutto stronzo di un italiano mangiaspaghetti, lascia perdere la mia ragazza”
Era immenso: quasi due metri, e pieno di muscoli come un orango.
“Non sono la tua ragazza!” protestò Suzy.
“Senti, amico, io non voglio fare a botte. Io e la tua Suzy abbiamo solo fatto un ballo insieme”
“Nessuno può fregare la ragazza a Jack Macey”.
Il colosso tentò di colpire con un diretto alla testa Rocco, che schivò per la seconda volta abbassandosi.
A quel punto, però, successe un fatto strano: risalendo dalla schivata, Rocco Marchegiano, quello sconosciuto muratore di origine italiana, caricò istintivamente tutto il peso del proprio corpo sulla gamba sinistra, e sparò un gancio destro verso la faccia dell’australiano.
Si sentì un rumore strano, simile a quello prodotto da un ramo di legna secca che si rompe, e il gigante cadde a terra come un sacco di patate, svenuto, col sangue che gli colava dal naso e dalla bocca.
Quell’episodio, avvenuto nel 1944, rappresentò l’inizio della carriera del grande pugile Rocky Marciano.
Rocco Francis Marchigiano, infatti, capì proprio quel giorno di avere un dono: un destro in grado di stendere qualsiasi avversario.
Non a caso, quando iniziò a combattere da pugile professionista, fu soprannominato “the Brockton Block Buster”, il “Bombardiere di Brockton”, e il suo pugno - dallo stesso interessato battezzato “Suzy Q” – fu immortalato più volte dai fotografi di bordo ring dell’epoca, mentre deformava i volti degli sventurati avversari.
Rocky Marciano, figlio di modesti emigranti abruzzesi di Ripa Teatina, in provincia di Chieti, non è stato forse il più forte peso massimo nella storia della “Nobile Arte”, ma di sicuro è quello col record migliore, e tuttora insuperato: 49 incontri vinti, e nessuno perso, in una categoria nella quale è facile andare al tappeto, e anche i più grandi – come Joe Louis e Mohamed Ali – hanno accusato nel corso della propria attività dei clamorosi passaggi a vuoto.
La carriera di Rocky è stata costellata di KO, la grande maggioranza dei quali inflitti nelle prime riprese.
Solo un paio di avversari sono riusciti in effetti a rimanere sul ring contro Marciano fino alla fine del match, concludendo ai punti con una sconfitta onorevole.
A parte “Suzy Q”, la forza di Rocky stava soprattutto nell’allenamento e nella capacità di resistenza ai colpi.
A vederlo, infatti, non sembrava certo un superman.
Era basso per la categoria dei massimi, e piuttosto leggero.
Pesava poco più di ottanta chili, ed era alto un metro e settantotto: dimensioni ridotte, quindi, in una categoria nella quale i migliori hanno sempre viaggiato ben sopra il metro e ottanta e i novanta chilogrammi di peso.
Il suo modo di combattere era caratteristico: veniva avanti con la schiena molto piegata, schivando con ampie oscillazioni del busto i colpi degli avversari, e rientrando con delle micidiali, interminabili, irrefrenabili serie di destri e di sinistri al corpo e al volto.
Aveva un ritmo infernale, veniva avanti sempre e comunque senza arrestarsi mai, e il più delle volte concludeva il match con un destro al volto di potenza impressionante, su avversari oramai rallentati e indeboliti dalla gragnuola di colpi ricevuti in precedenza.
Marciano aveva svolto diversi lavori manuali in gioventù, ma anche praticato sport fin dall’infanzia.
Aveva giocato a football, ma soprattutto a baseball: il suo grande amore, e il suo sogno.
Da giovane aveva sperato, infatti, di poter diventare un professionista: pur essendo un eccellente battitore, però, lanciava male e non era molto veloce.
Nessuna squadra lo assunse mai.
Quando, nel corso della vita militare, scoprì di avere qualità di fighter, iniziò ad allenarsi in modo massacrante, riuscendo a raggiungere una resistenza sul ring che mai in passato altri pesi massimi avevano avuto.
Marciano esordì fra i dilettanti ottenendo risultati piuttosto scadenti: nulla lasciava presagire, insomma, il suo eccezionale futuro agonistico.
La sua carriera di pugile professionista fu invece travolgente.
Iniziò nel 1947 e si concluse nel 1956, con il ritiro ufficiale da campione imbattuto.
Il nome Marciano fu coniato proprio dopo i primi incontri, a causa del modo di pronunciare, deformandola, la parola “Marchegiano” da parte dei cronisti dell’epoca.
Dopo una lunga serie di incontri vinti per KO, Rocky si fece la fama di picchiatore spettacolare.
Nel 1951 ottenne la propria consacrazione al Madison Square Garden di New York, sbattendo letteralmente fuori dal ring all’ottavo round una leggenda della boxe come Joe Louis: un Louis a dire il vero stanco e avanti con gli anni, che aveva deciso di ritornare sul ring solo per risolvere i propri guai economici.
Fu però, in qualche modo, la vendetta di un giovane italiano proprio nei confronti di colui che aveva sancito, quindici anni prima, la fine della carriera di un altro grande campione italiano: Primo Carnera.
Nel 1952, con ben 42 incontri vinti alle spalle, arrivò per Rocky la chance mondiale: il match contro Jersey Joe Walcott, un pugile di grande classe ed esperienza.
Fu un incontro difficile, nel quale Rocky andò al tappeto alla prima ripresa e si trovò in netto svantaggio di punteggio.
Si avviava, quindi, verso la prima sconfitta della carriera, ma al tredicesimo round, “Suzy Q” esplose nel modo più micidiale mai visto su un ring, e si proiettò sulla mandibola del povero Walcott, abbattendolo come un manzo al mattatoio.
La foto di quel cazzotto fece il giro del mondo, e ancora oggi il viso di Walcott devastato dal guantone di Rocky rappresenta l’espressione più terrificante della violenza della boxe. Rocky concesse la rivincita l’anno dopo a Walcott, il quale andò al tappeto alla prima ripresa e si rialzò troppo tardi, quando l’arbitro aveva già terminato il conteggio.
I cinque matches successivi di Marciano furono tutti combattimenti sanguinosi e pieni di colpi di scena.
In particolare, furono straordinarie le due sfide contro l’ex campione del mondo Ezzard Charles - l’unico che riuscì per una volta a terminare in piedi il match contro “The Brockton Blockbuster” - e l’ultima della carriera, quella del 1955 contro un’altra leggenda della storia del pugilato: il grande picchiatore nero, già campione dei mediomassimi, Archie Moore.
Anche nel corso di quest’incontro Marciano andò al tappeto per un istante in uno dei primi rounds, ma grazie alla sua straordinaria resistenza riuscì a riprendersi e ad infliggere una punizione durissima a Moore.
Nel 1956, oramai pieno di acciacchi, in particolare alla schiena, Marciano si ritirò.
Nella vita privata, era sempre stato un uomo semplice, che non amava ostentare la propria ricchezza ma conduceva una vita nel complesso parca: secondo alcuni, anzi, aveva spesso delle manifestazioni di tirchieria abbastanza sconcertanti, forse conseguenza delle difficili condizioni economiche vissute nell’infanzia e dello spettro della povertà.
Negli anni successivi al termine della propria carriera sportiva, le uniche passioni di Marciano divennero il golf e l’aviazione.
Partecipò a numerose trasmissioni televisive, e anche a qualche film.
Famoso fu un film – “The superfight” - da lui girato a Miami nel 69, poche settimane prima della morte, nel corso del quale disputò – per diecimila dollari - un match contro il campione dei massimi di quegli anni, il grande Cassius Clay-Mohamed Alì.
Si trattò di un incontro simulato, in quanto ovviamente improponibile nella realtà, ma fece scalpore soprattutto per l’esito finale: vittoria, come sempre, di Marciano per KO.
Rocco Francis Marchegiano morì nel 1969, in un incidente col proprio aereo, a 46 anni.