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Wa-Tho-Huk


Il vecchio indicò una chiazza biancastra fra la vegetazione: “Finalmente siamo arrivati: eccola”
Il ragazzo dai capelli neri e lucidi, che camminava dietro di lui nello stretto sentiero di campagna, strizzò gli occhi: due fessure nere, sottili, piccolissime.
Impiegò qualche secondo prima di mettere a fuoco l’immagine, ma alla fine, nella penombra grigia dell’imbrunire, la vide.
A un centinaio di metri da loro, vicino al greto del torrente, immersa in un boschetto di salici e coperta quasi del tutto dai loro rami penduli, si intravedeva una roulotte.
“Come fai a dire che sia proprio quella?”, chiese.
“I nastri” - rispose il vecchio – “guarda i nastri attaccati a quel palo. Sono nastri dei Fox: della nostra tribù”.
“Non ci avevo fatto caso”
“Voi giovani avete ottimi occhi, ma una pessima vista, Corvo Nero”
Il ragazzo alzò gli occhi al cielo, e sospirò: “OK, nonno, ma chiamami Pete: lo preferisco”
Il vecchio si fermò e, senza girarsi, disse: “Pete non è un nome Fox e nemmeno Sac. Non è il tuo nome vero”
“Lo so, ma quando vado al college non mi chiamano Corvo Nero, e Pete è più pratico”.

Si avvicinarono alla roulotte senza dirsi altro.
Era in condizioni pessime: sporca, screpolata e piena di ammaccature.
Non c’era alcuna automobile nei pressi, ma solo qualche vecchia latta d’olio, e un catino di plastica con un pezzo di sapone sul fondo.
Fra due tronchi di salice era tesa una corda, cui era appeso uno straccio rosso: una camicia, all’apparenza.
Il vecchio bussò tre volte alla piccola porta.
Dopo qualche minuto si affacciò una donna obesa, sulla sessantina, che indossava un abito rosa, lacero e spiegazzato.
Aveva una sigaretta fra le labbra, e non sembrava molto stabile sulle gambe.
Osservò per una trentina di secondi i due, con le sopracciglia incurvate verso il basso.
“Cosa volete?”, chiese al vecchio.
“Voglio vederlo. Voglio vedere Wa-Tho-Huk”
“Ma chi sei?”
“Mi chiamo Keokuk. Vengo dalla sua città: Prague, Oklahoma. Sono della sua tribù, i Fox. Questo ragazzo è mio nipote, Corvo Nero”
“Jim non ha più una tribù. E i Sac e i Fox stanno scomparendo, oramai. Tutti i nativi americani stanno scomparendo”
“I Sac e i Fox ci sono ancora, signora. E le tribù delle terre gialle e delle terre rosse galopperanno ancora insieme a lungo”
“Senti, stupido vecchio, se pensi di venire qui per farmi bere ancora queste balle dei pascoli verdi e delle vostre merdose leggende indiane…”
Il ragazzo la interruppe, parlando lentamente, con un tono di voce basso: “Mio nonno non è uno stupido vecchio, signora. Mio nonno è Keokuk, il capo della tribù dei Fox”.

Una voce baritonale eruppe dall’interno della roulotte: “Tuo nonno è solo un vecchio, sporco, stupido nativo americano, ragazzo. Entrate, su, invece di stare lì fuori a dire stronzate indiane”

La donna, il vecchio e il ragazzo si guardarono negli occhi.
I due ospiti alla fine si decisero, ed entrarono nella roulotte non senza una certa difficoltà: l’ingresso, infatti, era minuscolo, e ad esso non si accedeva più per mezzo della scaletta originaria, bensì mediante un tronco d’albero dalla superficie larga e piatta, alto una quarantina di centimetri, posato ai piedi della porta.

All’interno della roulotte, l’unica fonte di luce era una minuscola lampada, la quale prendeva la corrente da un filo che usciva da uno degli oblò. Al centro del locale era posizionato un tavolino a tre piedi che sembrava piuttosto traballante, zeppo di piatti sporchi degli avanzi di un pasto.
Sul lato lungo c’era una branda, e l’uomo che ci stava sdraiato sopra era enorme.
Aveva lunghi capelli grigi legati in una coda con un nastro, la barba incolta di almeno una settimana, gli occhi piccoli e obliqui, un naso grande e un po’ schiacciato.
Le labbra erano deformate e segnate da una grande cicatrice che attraversava obliquamente la bocca, e in quella zona i peli non crescevano: sembrava l’area disboscata di una foresta.
In una mano, l’uomo teneva una bottiglia di scotch piena a metà.
Keokuk lo salutò con un sorriso, alzando una mano aperta: “Salve, Jim”
“Ciao, Keokuk. Quanti anni sono che non ci vediamo?”. La voce era quella impastata di un ubriaco.
“Almeno venti, Wa-Tho-Huk. Questo è mio nipote, Corvo Nero”
“Ma dai, Keo: sei sempre fissato con questi nomi indiani. Come ti chiami, ragazzo?”
“Peter. Ma tutti mi chiamano Pete, mister Thorpe”
“Sedetevi, se trovate uno sgabello. Ehi, Patricia, fai un po’ di spazio per i nostri ospiti, e vedi di trovare un paio di bicchieri puliti”
Keokuk si schiarì la gola: “Non vogliamo darti disturbo, Jim. Siamo solo di passaggio. Siamo diretti a Los Angeles"
“Ma come hai fatto a trovarmi? Sono anni che nessuno più mi cerca, qui”

"Mi sono ricordato che una decina di anni fa il giornale di Prague aveva scritto che ti avevano invitato alla Carlisle School per una conferenza. Mi sono informato con loro, e l’indirizzo che avevano era da queste parti: Lomita, California. Stamattina ho chiesto un po’ in giro, e un contadino mi ha detto che la tua roulotte si doveva trovare qui, più o meno”
“Sei sempre il migliore nel seguire le tracce: ti ricordi quand’eravamo ragazzi?”
“Si, Jim. Io le seguivo bene, ma tu eri il migliore nel correre lungo i sentieri, saltare i fossi e arrampicarti sugli alberi”
Jim sorrise: “Già. Nella corsa e nei salti me la cavavo piuttosto bene, in effetti”.

Pete decise di intervenire. “Ho chiesto io a mio nonno di venirla a trovare, Mister Thorpe: lei è un mito vivente. Al college ci sono diversi libri che parlano delle sue imprese sportive, e ho perfino visto un paio di film che ha intepretato, a Hollywood”
“Ah, robaccia, Pete. Robaccia. Mi facevano sempre fare la parte del capo indiano. Però ho guadagnato parecchi dollari, a Hollywood” – si fermò un secondo a pensare – “Beh, ragazzi, lasciamo perdere i ricordi. Bevete qualcosa”
Versò lo scotch in due piccoli bicchieri di vetro opaco, che Patricia aveva posato sul tavolino facendo spazio fra i piatti lerci.
I tre bevvero in silenzio.
“Come stai, Jim?” chiese Keokuk.
“Come si dice in stile indiano, Keo?” – rispose Jim scoppiando a ridere e buttando giù un altro sorso – “Si avvicinano a vista d’occhio i giorni in cui cavalcherò felice per i verdi pascoli”
“Tu? Ma se sei un bisonte!”
“Lo ero, Keokuk, lo ero. Ho avuto un tumore alla bocca, tre anni fa, e due infarti nell’ultimo anno. Oramai non posso quasi più muovermi. Sono alla fine”
“Non dica così, Mister Thorpe” – disse Pete – “C’è sempre una speranza”
Jim scosse la testa: “No. Non ci credo, alla speranza. La vita è stata dura con me, Pete. Durissima. Mio fratello gemello morì quando aveva otto anni, e mia madre quando ne avevo dieci. Tu sai cosa significa soffrire al punto di voler morire, Pete? Lo sai, poi, cosa mi fecero dopo che vinsi due medaglie d’oro alle Olimpiadi del 1912, a Stoccolma?”
“Mio nonno me l’ha detto: lei dominò nel Pentathlon e nel Decathlon, ma poi le tolsero le vittorie con l’accusa di non essere un dilettante”
“Già. A quei tempi, il fatto che un indiano avesse vinto alla grande due gare e fosse arrivato fra i primi in altre due, dimostrando di essere senza ombra di dubbio il miglior atleta del mondo, non andava giù a parecchi, qui in America. Pensa, Pete, che il Re di Svezia mi aveva premiato proclamandomi il migliore del mondo. E quando tornai a casa, a Broadway mi organizzarono una parata incredibile. Che bello”
“Ma tu cosa gli rispondesti, al Re?” chiese Keokuk
“Beh, io avevo fatto bisboccia la sera prima, e non è che fossi molto lucido. Mi pare che gli risposi solo ‘grazie, Re’, ma a lui andò bene lo stesso”. Jim si fece un’altra risata, e ingollò un altro bicchiere di scotch.
“Ma sul serio avevi intascato quei soldi, prima delle Olimpiadi?”
“Si, ma erano quattro soldi, e non sapevo che fosse vietato. Me li avevano dati per giocare qualche partita di baseball in North Carolina. Fu il Worcester Telegram che pubblicò per primo la notizia, e da lì fu un disastro. Niente da fare: nel 1913 mi tolsero le medaglie"
“I bianchi non potevano accettare che un indiano fosse il miglior atleta del mondo” disse Pete
“Già, ma almeno mi rifeci col baseball. Mi chiamarono subito i New York Giants, poi i Cincinnati Reds, e infine i Boston Braves. Guadagnai un sacco di soldi, fra il ‘13 e il ’22, anche se non ero un fenomeno. Ero decisamente più forte nel football: un grande running back. Un fulmine”
“Con quale squadra giocasti a football?”
“Iniziai nel ’15. All’epoca si poteva giocare sia a baseball che a football, perché le stagioni erano separate. Pensa che i Canton Bulldogs mi pagavano 250 dollari a partita”
Patricia intervenne: “Se ti fossi conservato un po’ di quei soldi, invece di farli fuori al bar riempiendoti di alcol, forse ora staremmo un po’ meglio”
Jim sbattè una mano contro la parete della roulotte: “Stai zitta, donna. Prepara la cena, piuttosto. Non è colpa del whisky se le cose sono andate male, poi. E’ stata la Grande Depressione”
“A che età hai finito di giocare, Jim?” chiese Pete per evitare lo scoppio di un litigio.
“A 41 anni, nel ’28”
“E poi che hai fatto?”
“Di tutto. Qualche parte a Hollywood, ma anche il muratore, e il marinaio. Avevo otto figli, e dovevo sfamarli. Ho passato brutti anni”. Scolò l’ultimo goccio di scotch della bottiglia.
"La cena è pronta, Jim", disse Patricia, che aveva appena finito di friggere qualcosa su un fornelletto a gas.

“Noi andiamo, Jim” disse Keokuk alzandosi.
“Fratello, sono felice che tu sia venuto a trovarmi. Ora posso morire più sereno”
“Non pensare alla morte, Jim. Non ci pensare. E poi, tu sei sempre il più grande Fox di questo secolo. Sei una leggenda vivente, per il nostro popolo: tu sei Wa-Tho-Huk , “Sentiero lucente”, il vero erede di Makataimeshekiakiak, Falco Nero. Tu brillerai sempre, per la tua gente”
Jim alzò un braccio e disse, in lingua Fox: “Addio, fratelli”.

Keokuk e Pete uscirono in silenzio dalla roulotte, e si avviarono al buio lungo il sentiero di campagna che li aveva portati in quel posto.
Non dissero più nulla, nel resto del viaggio.


Era il marzo del 1953.
Jim Thorpe consumò quella sera la propria ultima cena, perché subito dopo aver mangiato ebbe un altro infarto, e morì all’età di 64 anni.

Era stato veramente un atleta straordinario, e non a caso il Congresso americano lo nominò alla fine degli anni ’80 “il più grande atleta del secolo”, riabilitandolo e riconsegnando ai suoi figli una copia delle due medaglie d’oro olimpiche vinte ai Giochi di Stoccolma 1912, di cui il padre era stato ingiustamente privato nel 1913.

Dopo un’infanzia difficile, devastata dai lutti e dalle sofferenze, Jim si era reso conto, frequentando la scuola indiana Carlisle, in Pennsylvania, di avere un fisico eccezionale, e di essere in grado di battere chiunque su qualsiasi competizione di corsa e di salto, ma anche di essere il migliore nel baseball e nel football.
Era un atleta possente, alto circa sei piedi e un pollice (più o meno 1,85 cm) e del peso di ottanta kg.
A soli 17 anni aveva saltato un metro e settantacinque vestito di tutto punto, e vinceva in pratica da solo le gare universitarie, gareggiando per la propria scuola in quasi tutte le specialità dell’atletica.

In quegli anni, insomma, la fama delle sue imprese sportive già si estendeva in tutta l’America.
Si presentò alle Olimpiadi del 1912 senza aver mai svolto un allenamento specifico per il pentathlon e il decathlon, ma finì col vincere quasi tutte le singole specialità da cui erano composte queste due discipline, staccando di molti punti i secondi classificati.
Finì a ridosso dei primi anche nelle gare di salto in lungo e di salto in alto, dimostrando in tal modo di essere veramente un fenomeno sportivo.
Dopo le Olimpiadi e la squalifica, giocò da professionista anche a Baseball e a Football: una dimostrazione di ecletticità che tuttora rappresenta un record assoluto nella storia dello sport.

Ebbe tre mogli e ben otto figli.
Dopo la sua riabilitazione, gli sono state dedicate delle statue e perfino un francobollo commemorativo, emesso dagli Stati Uniti nel 1988.








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