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Vincenzo Rabito - Terra Matta (Einaudi)




Se avessi assaporato per tempo la bellezza di questo testo, non avrei avuto dubbi ad andare a Chiaramonte Gulfi al convegno del 18-19-20 gennaio scorsi, e anche per la bellezza dei luoghi, prima di ritrovarmi qui a riguardare il programma per immaginare le atmosfere, le parole. E però mi compiaccio a vedere i nomi di giornalisti e professoroni riuniti a parlare di lui, di un bracciante inafabeto della provincia di Ragusa di cui la Einaudi ha pubblicato l’autobiografia mentre lo Stabile di Catania ha già realizzato, dell’opera, la trasposizione teatrale. “Questa è la bella vita che ho fatto il sotto scritto Rabito Vincenzo, nato… a Chiaramonte Qulfe… figlio di fu Salvatore e di Qurriere Salvatrice, chilassa 31 marzo 1899…” Comincia così nel linguaggio improbabile di un siciliano senza “la punta della lettera”, senza cultura, che vuol tuttavia rendere il proprio parlare “spiegato” , e continua per altre 1027 pagine senza margini, a interlinea zero, con un punto e virgola ad ogni parola. Un linguaggio imprescindibile ed inarrestabile seguendo il quale il vecchio Vincenzo Rabito s’è chiuso nella sua stanza per sette lunghi anni e senza rendere conto a nessuno ha buttato giù, su una vecchia Olivetti, le pagine della propria lunga e travagliata vita passata attraverso le vicende di cinquanta anni di storia italiana. Con una memoria ed una precisione strabiliante Vincenzo ricostruisce fotogramma dopo fotogramma gli episodi da quando dodicenne dovette andare a lavorare per dare ammanciare alla famiglia e poi via via la partenza per il fronte la vita in trincea, la conquista del Piave e…e non sono ancora andata avanti e non vedo l’ora.
Se c’è una cosa che nasce con l’uomo è il bisogno di raccontare; ne ho avuto l’assoluta certezza leggendo questo libro, (ahimè addomesticato nella riduzione di 411 pagine e la divisione in capitoli e la punteggiatura a posto), perché ho pensato ai racconti dei nonni e anche agli aedi e all’uomo primitivo che la sera posava la clava per mettersi a raccontare al calore del fuoco inventato lì lì apposta per stare al calduccio durante i racconti. E ho capito che la forza narrativa, la capacità di restituire episodi di grande evidenza cinematografica non è solo dei letterati o di quelli bravi a fare operazioni di marketing, è della gente comune, degli ignoranti. Ci sono situazioni di una comicità boccaccesca come quello del primo impiego di Vincenzo quando doveva far la guardia alla moglie del padrone: …E il massaro Matteo mi ha detto: - Vicienzo, vaie a compagnare alla signora Rosa alla messa-. Perché era il Ciovedì Santo, che messe ci n’erino più assai. Quinte lui era rileciuso, come capeva io, ma con sua moglia alla messa non ci voleva antare, perché era celuso, perché la moglie, esento con il marito, non dava compedenza annessuno e Matteo non poteva vedere niente, mentre, antantece io, quella sapeva che io era forestiere e parlava con il suo amico. Certo che io cia aveva capito tutto de che cosa se tratava: che lui era molto lavoratore, troppo zamarro, ma era troppo cornuto. E se per caso sapeva che io era dacordio con sua moglie, certo che qualche notte io antava a fenire butato nel fiume di Ciurfo bastonato. O del tentativo di combinargli un matrimonio durante la licenza: …Con la tanta allecria che avemmo tutte, mi avevino portato a Gnazina nel letto per corcarese comme e mi hanno chiuso la porta, e la racazza cià era pronta per potere fare tutto, che volevano che io me l’avesse a sposare; e io mi ce sono voltato unpo’ brutto… che, quanto ci dobiammo sposare, prima io lo devo dire a mia madre e ci vole il conziento di mia madre, che ancora non ha fatto io neanche 20 anne. Mentre parlavo, sua madre, che era la capa di questo fatto, mi ha detto: - Che paresevo biduzze corcate tutte 2! Parete marito e moglie - ….Ma per quella parte che mi avevino fatto e quello trucco che mi avevino fatto, io non la voleva più, Ignazina,neanche se era carricato di oro, perché mi faceva schifo per quella stubita azione. Ci sono gli episodi al fronte, quelli di allegria cameratesca: E così, in quella cassa, invece di trovare solde, abiammo trovato a sant’Antonio con una croce e uno bambino nel braccio, ed era bello intatto, che tutte le cose che c’erino lì ancora erino senza tocate, compure che ci avevino stato li austriece… Ma noi fante.. lu abiammo preso, a questo sant’Antonio, lo abiammo portato alla porta, lo abiammo messo impiede, ci abiammo messo il lermetto di uno di noie, ci abiammo calato il sotto cola, ci abiammo messo il focile…e ci abiammo fatto fare la guardia, e tutte noi vicine che guardammo…E abiammo fatto questo: di farece fare la sentenella assanta Antonio! Così si ha trovato che venne uno oficiale di specione. E certo che era di notte e come entrava l’oficiale il soldato di sentenella ci doveva fare il saluto. Noi non ni avemmo acorto che veneva l’oficiale. Quinte l’oficiale entravo e la sentenella non ci ha fatto il saluto, e l’oficiale ci ha messo una mano nella spalla, decentoce: - Bestia, che faie dorme!? - E sant’Antonio cascavo, e quello ci ha detto: - Animale, io l’ho detto che davvero duorme! Così risponde uno napolitano che intialetto ci ha detto: - Che, non lo vede che quello eni sant’Antantonio, e lei ci ha detto “animale”?
Ci sono le verità storiche, la dettagliata descrizione delle operazioni di guerra, le grandi conquiste: in quella povira mia casa, con quelle lire 150, pareca la bataglia del Piave l’aveva vinto mia madre, che quelle solde forino un tesoro. E qualcosa in più sottratto al corredo di guerra: io in campio ci aveva lasciato: 2 camicie,2 coperte,li 20 cuchiaia,un paio di scarpe, che Vito mio fratello ni ha detto: - Queste per pestare racina, quanto viene la vendemia, sono buone -. Ci aveva lasciato 4 maglie, 6 paia di calzette, e tante panciere e tante altre cose, e magare la cavetta e la buraccia.
Ci sono tutte la avventure: perché, se all’uomo in questa vita non ci incontro aventure, non ave niente darraccontare. E poi c’è la lingua. Al di là del piacere che può incontrare chi della stessa terra matta di Rabito, ”Descraziate siciliane terramatta”, riconosce nella parlata modi di dire e di intercalare, c’è il riconoscimento da parte di tutti, credo, di un linguaggio atavico, ancestrale che è l’unico possibile, ed è quello orale, per dar forma ai pensieri ai ricordi per come si sono tenuti miracolosamente intatti nella mente dell’autore. Qualcosa di unico, perché se di fronte ad un linguaggio inventato, come quello di Camilleri, ognuno può dire la sua e a ragione, che non è letteratura e magari uno scrittore più avvelenato di altri può pure raccontare che fu lo stesso Sciascia a stroncarlo, ecc., nel caso di Rabito invece non si può far altro che prendere atto del fenomeno, del fatto che si può entrare dentro le cose, i fatti, la storia, la potenza del narrare, anche con poveri mezzi, gli unici possibili, e per lunghissime 1027 pagine. Si è parlato di epopea della povera gente, si è detto di Manzoni o del Gattopardo, ancora una volta usando i nostri soli “poveri” termini di paragone, quelli della letteratura aristocratica, senza considerare di fronte ad opere come queste, a fenomeni come questi, che se la storia non sempre la fanno i generali, e Rabito ci ha raccontato la vita in trincea, gli spostamenti di notte, gli ordini e le conquiste, e le piccole battaglie viste da chi le ha fatte veramente, è altrettanto vero che la letteratura non sempre la fanno i letterati… e magari un giorno li studieranno pure a scuola.
Chissà se a Chiaramonte i professoroni hanno pensato le stesse cose…

Io e Parsifal


Sabato, primo pomeriggio. Sto a casa a fare esercizi di rilassamento e respirazione. L’appuntamento lo richiede: l’esecuzione integrale in forma di concerto del Parsifal di Richard Wagner, all’Auditorium con l’orchestra di Santa Cecilia diretta da Daniele Gatti, uno dei più bravi direttori d’orchestra della nuova generazione. Wagner l’ho ascoltato sempre su cd e mai dall’inizio alla fine. Sarà una maratona, ma non posso mancare. È troppa la voglia di ascoltarlo in una sala adatta come quella dell’Auditorium.
Il concerto comincia alle cinque. Mi incammino, ho ripassato la storia raccontata da Wagner, il Gral, i cavalieri, l’arme, l’amore… E’ come se mi portassi dietro la Foresta nera, il Walhalla, Thomas Mann, Musil e Nietzsche. Entro nell’Auditorium, la sala si sta riempiendo. Prendo posto, accanto a me ho due anziane signore che sbuffano per il caldo e la posizione troppo laterale. Si alzano, si siedono in altri posti, più in alto. Meno male, sono da solo.
Le cinque e dieci. Ancora non si vede nessuno. Il pubblico comincia a scandire i primi battimani… e su belli, e ‘namo, uscite che se no se fa’ troppo tardi.
Una voce annuncia che per la temporanea indisposizione di un solista, il concerto inizierà con venti minuti di ritardo. Temporanea indisposizione? Venti minuti? Tra la folla cominciano a fioccare le ipotesi sull’ora di chiusura del concerto: chi sussurra 21,30; altri alzano la posta a 22,00, altri ancora puntano decisi sulle 23,00/23,30. Io sto lì seduto con il libretto dell’opera, concentrato. Ce la posso fare.
Ecco, arriva l’orchestra, una marea umana di violini, violoncelli, fiati, trick, track e castagnole. Guardo alcune orchestrali e immagino meravigliose storie d’amore tra un Bolero di Ravel e le Gymnopédies di Satie. C’è una violinista bellissima, altera, splendidi capelli neri (e con due bocce da paura!) e il sogno così si trasforma in una lussuriosa saga di primavera stravinskijana… Ma mi devo ricomporre, Wagner non approverebbe, lui era un professionista degli amori delusi.
Si dispongono i coristi, i cantanti; alla fine arriva Daniele Gatti. Scansa quasi infastidito gli applausi di esordio del pubblico… come a dire “non è ancora venuto il momento di farci i pompini a vicenda”. Si rivolge all’orchestra, alza la bacchetta e via. Inizia il primo atto. Davanti a me c’è una donna con lo spartito musicale e una piccola torcia elettrica per seguire tutti i passaggi dell’opera. A volte segna con una matita qualcosa sulle pagine. Il Paese straccione del Grande Fratello è lontano anni luce dall’Auditorium. Gatti sembra soffermarsi su ogni piega del primo atto del Parsifal. Come a dire: io qui non butto proprio niente. Una lentezza estrema, implacabile che comunque rapisce, ammalia, soggioga. Ti senti parte dello sforzo dell’uomo a dominare il caos magmatico dell’esistenza. Poi alla fine l’uomo magari cede al caos, ma questo è un altro discorso. Almeno il tentativo è stato fatto… I cantanti fanno la loro parte; il personaggio di Parsifal è affidato al tenore Simon O’Neill, che ha la stazza più di un Falstaff che di un eroe wagneriano, ma tant’è… non si può avere tutto. Il personaggio di Kundry, la donna ammaliatrice e “zoccola” che deve cercare di corrompere Parsifal, viene invece interpretato da Evelyn Herlitzius, voce e movenze eteree… meglio comunque la violinista altera (è magra, eppure, Santo Gral, porterà la quarta di seno, o una terza molto abbondante?).
Dopo due ore e un quarto finisce il primo atto.
Sono in perfetta forma. Per il momento tengo benissimo l’andatura. Il pubblico va a spugnarsi all’aperto o al bar dell’Auditorium. Si riaccendono i cellulari, si fumano le sigarette. Siamo accomunati dallo stesso destino: sappiamo quando siamo entrati, ma non sappiamo quando ne usciremo. Avverto il mio amico che non ce la faccio per il dopocena. Vorrei avvertire anche mia madre che mi aspetta a casa per la cena (figuriamoci, ma che pretese!), ma il numero è occupato. Il pubblico, intanto, si accalca ai bagni. Non c’è niente da fare, Wagner è una vera e propria croce per i prostatici.
Rientro in sala. Non ho preso né acqua, né viveri. Folle! E se poi mi viene una crisi di fame nel bel mezzo dell’esecuzione? Sfido la sorte. Mi sento fino in fondo un Cavaliere del Santo Gral.
Rientrano l’orchestra (l’occhio va alla violinista e a quelle splendide, magnifiche, wagneriane… esatto!) i coristi, i cantanti. Ecco Daniele Gatti. Agli applausi del pubblico, l’ombroso direttore d’orchestra risponde ancora un po’ infastidito con appena un lieve cenno del capo, come a dire “ma allora siete de coccio? E fateme concentrà!”. Guardo la sala… c’è stato un leggero diradamento nelle presenze. I primi abbandoni. La corsa si fa dura. D’altronde, il Gral mica è per tutti.
Il secondo atto scivola via sulle schermaglie tra Parsifal e Kundry, sul richiamo delle Fanciulle in Fiore a Parsifal per conquistarne il cuore (quasi un Canto delle Sirene verso l’Ulisse wagneriano); il cavaliere riesce a riprendere la lancia con la quale il cattivo Klingsor aveva colpito Amfortas, il ministro del Gral, procurandogli una ferita che non si rimarginava (mamma mia che dolor!).
Quel richiamo delle Fanciulle in Fiore, quelle voci soavi che si accavallano, creando un variegato, policromatico tappeto sonoro… non a caso Debussy sarà influenzato da quest’opera (l’unica che apprezzava veramente del repertorio wagneriano) per il suo Pelléas et Mélisande.
Finisce il secondo atto. Il pubblico va alla ricerca di nuovi spugnamenti. Le file al bagno ricordano quelle alle mense pubbliche durante la Grande Depressione del ’29. Gli anziani boccheggiano, si attaccano alle bottigliette d’acqua. Qui siamo oltre le 21,00. Mi chiedo se devo affidarmi alle linee notturne dell’Atac per tornare a casa. Rimango comunque seduto al mio posto, senza un goccio d’acqua, né il conforto di viveri (neanche una caramella, un po’ di zuccheri!). D’altronde, il bar dell’Auditorium è preso d’assalto da torme di attempati Lanzichenecchi (altro che cavalieri del Gral). Se magnano pure l’anima! Che esagerazione! La crisi di fame è in agguato, però. Ma non fa niente, vado incontro al mio destino, come un meraviglioso eroe wagneriano… O come un coglione verdiano? Ma la violinista dov’è? Ah, eccola che rientra con quella gonna lunga che le fascia i fianchi e le gambe, e quelle scatenate sinfonie di Shostakovich in mezzo… basta, ho capito!
Rientrano tutti gli orchestrali, i coristi, i cantanti… Gatti si inchina un po’ di più agli applausi di apertura, ma la sua espressione è sempre la stessa: “Per me, voi siete proprio de’ coccio!”.
Inizia il terzo atto. Eccola, la crisi è arrivata. Non mi sento più le labbra. Lo stomaco si sta rattrappendo per i morsi della fame. Qui dentro c’ho un tamburo che potrebbe benissimo accompagnare l’orchestra di Santa Cecilia. Ma continuo imperterrito nell’ascolto, mentre la signora davanti continua a segnare con la matita i soliti ghirigori sullo spartito. Ormai la domanda sorge spontanea (saranno anche i morsi della fame): ma che cazzo scrive?
Comunque sono come il povero Amfortas, devo portare sta’ croce della fame fino alla fine. D’altronde per diventare cavaliere del Gral bisogna sostenere prove indicibili… Senti la pancia come raglia!
E poi ecco il momento che aspettavo. L’entrata nella sala del Gral. L’orchestra si muove compatta; è una meravigliosa, possente, invincibile macchina sonora che scuote tutta la sala. Da l’impressione che sull’onda di quella musica si possa sollevare e arrivare a toccare gli alti soffitti. Una cosa strabiliante che mi fa spalancare la bocca (e non è la fame!), e tremare dalla commozione. Che Dio benedica Richard Wagner e la sua musica!
Intanto i posti si stanno progressivamente svuotando. Saremo un terzo degli spettatori che hanno assistito all’inizio del concerto. Solo i migliori, i veri cavalieri del Gral. Dopo qualche minuto sento un suono provenire dal mio giaccone, una leggera vibrazione. Vengo colto da sgomento, mi sono dimenticato di spegnere il cellulare. Mi avvento sul giaccone, coprendolo con il mio corpo, quasi ci fosse dentro una bomba ed io fossi l’eroe che si immola per la collettività. Sul bel Danubio blu (la mia suoneria mitteleuropea) suona ancora per qualche altro secondo, poi finalmente smette. Sarà mia madre che non sa che fine ho fatto (sono passate le undici, povera donna!). Spengo il cellulare e ascolto, stordito (sei ore so’ proprio tante!) gli ultimi momenti dell’opera. La signora sotto di me è arrivata alla fine dello spartito.
Alle ore 23,15 Daniele Gatti conclude l’esecuzione del Parsifal.
Boato dei cavalieri del Gral che sono rimasti ai loro posti per tutta la durata del concerto (intervalli permettendo). Battimani convinti, grida di giubilo (forse anche perché ora si torna finalmente a casa?).
Applaudo stanco ma contento, do un ultimo sguardo alla meravigliosa violinista e alle sue due stupende sinfonie mahleriane e poi fuggo via. C’ho bisogno di una cena wagneriana per il mio stomaco!

Berlino: il genio di Beuys




Sembrava ormai un ricordo degli anni Cinquanta e invece, dopo il 1984 l'ex capolinea della ferrovia Berlino – Amburgo fu restaurata ed oggi, Hamburger Bahonhof è il museo d'arte contemporanea più importante del capoluogo tedesco. Il museo vuole essere un luogo del presente dove è previsto spazio espositivo e mentale per oggetti eterogenei, che vive e cresce animato da incontri con artisti, concerti, performance, dibattiti in pubblico.



Tutti siamo artisti - afferma Joseph Beuys, con la sua faccia da uomo d'avanguardia. Possiamo sentirlo parlare a piacere dallo schermo di uno dei computer installati in una comoda saletta al primo piano dell'Hamburger Bahonohf. Se cambiamo programma, nel computer possiamo vedere sempre Beuys sfilare, per esempio a Basilea durante il carnevale, mentre firma sulla schiena gli abiti della gente per strada e sistema un mucchio di bastoni e pezzi di legno colorati, reperti della festa, Beuys intervistato alla televisione, Beuys con gli allievi, Beuys che progetta la creazione di una Scuola Internazionale di Creatività, a Dusseldolf nel 1972.
E' giusto che lo si possa digitare,mi avvicino tentoni verso i suoi lavori,senza capire inizialmente quello che mi è presentato, ma attratta per un irrefrenabile potere di seduzione...
La sua opera risulta pertubatoria, straziante, dolorosa.
Nasce a Krefeld nel 1921, ma diceva di essere nato a Kleve. Lo scoppio della seconda guerra mondiale lo vede arruolato prima come operatore radio, in seguito come aviatore. Nel 1943, il suo aereo viene abbattuto e lui viene salvato da un gruppo di nomadi tartari in Crimea. Negli Stati Uniti conosce Andy Warhol, suo carissimo amico che può essere considerato in un certo senso la sua antitesi ideologica, ma anche il suo ispiratore di arte visiva.
Perfino le manifestazioni più inoffensive sembrano mostrarsi minacciose, la sua sensibilità artistica riesce a provocare quella sensazione. Non posso evitarlo, le sue opere mi provocano inquietudine, i suoi sforzi si inchinano verso il tentativo di cambiare la società, poco importano i simboli, i riferimenti nascosti. Le Sue opere respirano, c'è dentro una pienezza di senso, la possibilità che il mondo, la società, l'essere umano cambi.
Sfortunatamente, dopo la sua morte le strade non hanno deviato, in lui continuiamo. Diventa la miscredenza della postmodernità... ma le sue opere continuano a chiedere speranza....



Il suo volto afflitto ci guarda, urla che la rivoluzione è dentro di noi, nelle nostre idee, solo lì risiede l'unica rivoluzione possibile.
Il tempo sembra essersi fermato, la lancetta dell'orologio non gira per tutto il tempo che sono dentro. Non esiste utopia per il maestro tedesco, dal permanente processo di continuo divenire dei legami, politici, economici, ecologici, storici e culturali fino al racconto e l'intervento - sembrano impartirmi una lezione.
Ne rimango rapita, il genio Beuys interagisce immediatamente con il pubblico, la gente lo guarda, lo osserva con deferenza, gli chiede consiglio. Io mi volto fuori, penso all'Italia, alla crisi politica e sociologica, gli chiedo aiuto... guardo fuori dalla finestra del museo. Opinatamente piove.
Un altro pezzo di storia se ne va.

Un cous cous tra Rossellini, De Sica e Cassavetes




C’è un operaio, Slimane, che lavora al porto di una cittadina vicino Marsiglia. Slimane ha sessantun anni. Il suo volto ossuto è stato scavato dalla fatica e dalla vita. In più è anche arabo. Improvvisamente viene licenziato. È vecchio ormai. I nuovi precari avanzano decisi sui posti di lavoro. Slimane tenta allora di realizzare il suo sogno: ristrutturare una vecchia nave arrugginita attraccata al porto, e farne un ristorante dove si serva principalmente il cous cous di pesce. Per fare questo ha bisogno della sua famiglia che dire allargata è un eufemismo: la sua ex-moglie, i figli con nuore e generi al fianco, la sua nuova compagna, la figliastra (Rym, la persona con cui Slimane si sente più in sintonia), gli amici fidati. Slimane vaga da un ufficio all’altro della città, insieme a Rym, per avere i finanziamenti e le necessarie autorizzazioni. Senza successo. Ma Slimane non demorde. Ristruttura la nave e decide di fare l’inaugurazione del ristorante, invitando le persone “potenti” della città che fino ad un attimo prima gli avevano chiuso le porte in faccia. È sicuro che davanti al cous cous cucinato dalla sua ex-moglie non sapranno resistere. Ma il destino ci mette sempre lo zampino. Soprattutto quando si tratta di poveri disgraziati che cercano di realizzare qualcosa di bello. Il cous cous rimane nella macchina del figlio “puttaniere” di Slimane che scappa via, preoccupato della possibile scenata della moglie, quando vede nel ristorante una delle sue amanti. Il panico si diffonde allora nella famiglia. Il figlio degenere è sparito, non risponde neanche al cellulare, l’ha staccato. Per fare dell’altro cous cous per tutti quegli invitati ci vuole più di un’ora. Allora Slimane prende il suo motorino e corre per le strade della città, va a casa del figlio scomparso. Lì trova la nuora, una slava, incazzata nera perché ha scoperto che la famiglia di Slimane copre il marito con le sue scappatelle. È una delle scene più violente e drammatiche che io abbia mai visto. La disperazione di questa donna che si sente abbandonata da tutti, e che continua a ripetere, in una litania di sofferenza, le umiliazioni che deve sopportare dal marito, è qualcosa di lancinante, ti mozza il respiro (e vorresti fare un monumento alla bravissima doppiatrice che l’ha dovuta ricreare con tutte quelle parole smozzicate e i sospiri e le frasi ripetute). La scena dura parecchi minuti e a tratti diventa quasi disturbante. Ma cazzo, questa è la verità della vita! Questo, mi verrebbe da dire, è Cassavetes, con tutta la sua forza e autenticità!... Nessuno sconto, questi siamo noi, ci dice l’immenso regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche (e se potete, procuratevi in dvd il suo precedente film, La schivata, un piccolo gioiello), con le nostre paure e speranze, con i nostri peccati e le nostre redenzioni… Slimane ritorna in strada, e scopre che dei ragazzini gli hanno rubato il motorino (straordinaria citazione del De Sica di Ladri di biciclette). Tenta di raggiungerli. La sua corsa per le strade del quartiere con quel suo viso quasi imperturbabile, teso soltanto alla realizzazione del suo sogno, del suo riscatto come uomo e come lavoratore è grande cinema. Perché non c’è niente di finto, è la corsa di un uomo di sessantun anni, con le ossa che gli fanno male e il fiato che se ne va via troppo presto. Nel ristorante intanto vengono serviti i liquori. Una delle donne della famiglia dice: “Tanto i francesi quando bevono si dimenticano di tutto, anche delle mogli”. Le inquadrature feroci di questi fantocci ai tavoli, politici e affaristi francesi, valgono più di uno studio sociologico sulla Francia destrorsa della zona di Marsiglia…

Rym decide allora di placare i malumori degli invitati ballando la danza del ventre. Si scatena Rym, muove il suo corpo con voluttà, ma anche con rabbia. È una specie di sacrificio il suo, per l’amato Slimane. E intanto Slimane continua a correre dietro ai teppisti che gli hanno fottuto il motorino. Montaggio alternato: danza del ventre di Rym/corsa di Slimane. E intanto la compagna di Slimane, che non ci voleva neanche venire al ristorante perché gelosa della sua ex-moglie, comincia a preparare del nuovo cous cous. Il movimento di Rym, e quello di Slimane. A cancellare il “malocchio”, evocato spesso da un’amica di famiglia… Cous Cous è un’opera pantagruelica, debordante, anarchica, chiassosa (ci sono musica e parole in abbondanza). Un’opera molto saporita come il cous cous dell’ex-moglie di Slimane. Ma è soprattutto un film che ha al centro l’uomo. Kechiche ha compreso a pieno la lezione di Rossellini. La sua macchina da presa si concentra sui volti, sui corpi di questi uomini e di queste donne. Straordinaria è la scena del pranzo a casa dell’ex-moglie di Slimane, dove quasi tutta la famiglia si riunisce (a parte proprio Slimane). Una scena lunghissima, interminabile (anche qui, come non pensare a Cassavetes?) che serve a penetrare, a studiare i sentimenti e le psicologie delle persone ritratte. Persone che si sporcano le dita per mangiare il cous cous, che si guardano, si annusano, con le loro ripicche e le loro gelosie. Con il loro amore… È un film lungo quello di Kechiche. Due ore e mezzo. D’altronde per ritrarre l’autenticità della vita ci vuole tempo.

La rabbia di Napoli


La rabbia di chi scatta, la rabbia di chi è fotografato, ma soprattutto la rabbia di chi guarda. Ventiquattro fotografie in mostra, fino al 31 gennaio, nello spazio espositivo Giu*Box Gallery, a Napoli, in via Bonito 21 b, per documentare la rabbia del nostro tempo. “Viviamo in un periodo di rabbia: manifesta, sopita, a volte soffocata, ma così maledettamente percepita”. Michele Del vecchio, curatore della mostra, ha chiesto a ventiquattro giovani fotografi di documentare la rabbia, dando loro massima libertà espressiva. Soggetto e oggetto Napoli: i suoi scorci, le sue paure, i disagi e le inquietudini che la segnano dal profondo. Opere che vogliono provocare, criticare e denunciare l’esasperazione di chi è costretto a vivere in un luogo che ama, ma che dovrebbe odiare. Tematiche attuali e scottanti: i rifiuti, la criminalità, il bullismo, la violenza. Le foto in esposizione sono state pubblicate in un calendario per l’anno 2008 e i proventi della vendita saranno utilizzati per attivare corsi di avvicinamento alla fotografia, indirizzati agli alunni delle scuole elementari e medie della periferia di Napoli. Scatti di Rabbia è anche “progetto aperto”, chi vuole seguire l’evoluzione delle iniziative ed interagire, apportando il proprio contributo o testimonianza con testi e foto, può farlo attraverso il blog www.scattidirabbia.org.



Foto di Maurizio Cimino



Foto di Ciro Ferraro



Foto di Giovanni Barba

Ricordatevi di Galileo (e di Brecht e di Bacon)


Barberini: E' un disastro con un tipo così. Vuole dimostrare, col massimo candore, che Domineddio ha commesso dei grossi spropositi in fatto d'astronomia! Domineddio, dunque, non ha studiato a fondo l'astronomia prima di scrivere la Bibbia? Ma andiamo, amico mio!

Bellarmino: Non sembra probabile anche a voi che il Creatore, in merito alla sua creazione, ne sappia più degli uomini che lui stesso ha creati?

Galileo: Ma signori miei, alla fin fine è possibile che l'uomo, come non sa leggere giusto nel cielo, non sappia leggere giusto neanche nella Bibbia!

Bellarmino: Ma l'interpretazione della Bibbia è compito riservato ai teologi della Santa Chiesa, sì o no?

Galileo non risponde.

(Da Vita di Galileo di Bertolt Brecht)



Screaming Pope - Francis Bacon

Una bambola gonfiabile per innamorarsi del cinema




Lars and the real girlLars e una ragazza tutta sua

Che una bambola gonfiabile possa essere sfruttata da un regista per un film realistico è una sfida enorme in termini narrativi. Io ammetto che fin dai primi minuti del film ho sperato che la bambola gonfiabile si trasformasse al più presto in una donna vera. Così da buttarmi in un film carico di gag ed equivoci tra l’imbranato di turno, la bambola sporcacciona e il contorno dei compaesani bacchettoni e moralisti. Invece dopo un po’ ho continuato a vederla in scena con le labbra belle aperte e pronte, le forme esplosive, ma purtroppo inequivocabilmente immobile sulla sua sedia a rotelle e senza che altri si muovessero al posto suo. Beh, a quel punto penso di aver avuto la stessa espressione sbalordita e disfatta del fratello di Lars. Mentre lui capiva che il fratello aveva sbroccato, io capivo di aver scelto un film in cui proprio tutti, spettatori e personaggi, si doveva far finta di assecondare un pazzo. Un pazzo che aveva ordinato via internet una bambola gonfiabile e che invece di usarla come tutti i suoi acquirenti fanno ci sta insieme e ci vive una bella storia di coppia. Mi sforzavo di stare al gioco, ma dentro di me pensavo di aver sbagliato cinema. Non volevo fare il solito spettatore cinico che pensa solo a divertirsi. Però ho dato al film altri 10 minuti di giri di pellicola per fare il miracolo di tirarmi dentro la storia. E forse così abbiamo fatto in tanti. Spettatori e personaggi. E non ci accorgevamo che questa decisione di continuare nonostante tutto ci portava a combattere in tutta leggerezza una battaglia epica. Tra il male, che è nella testa e nel cuore di Lars e che lo fa decidere di sposare una bambola, e noi, buoni e politicamente corretti che lo seguiamo e lo compiacciamo. La psicologa, il parroco, il fratello, la cognata, i colleghi di lavoro, gli anziani del paese, la ragazza che lo vorrebbe impalmare, noi spettatori, tutti insieme incoraggiamo la storia d’amore di Lars che sta rendendo reale nient’altro che una sua immaginazione sentimentale ed emotiva. E da qui, senza che ne rendiamo conto, parte la sfida enorme per trasformare il sogno fantastico e malato di Lars in una storia d’amore in carne ed ossa. Di quello che succede dopo non è cortese dire a tutti coloro che andranno a vedere questo piccolo grande film. Solo che alla fine del film il cambiamento che avrà Lars sarà inversamente proporzionale a quello dello spettatore. Io per esempio posso testimoniare di essermi affezionato come un pazzo a Bianca, che sarà pure una bambola gonfiabile, lo so, lo capisco da solo. Però è proprio una ragazza gentile e piena di vitalità. Magari adesso Lars non sarà d’accordo con me, ma sono fatti suoi. Io intanto ho ordinato proprio una bambola gonfiabile uguale in tutto e per tutto a Bianca. Specie nei sentimenti.
Quel poco d’altro che posso dire è forse importante per provare a inserire film e regista in una qualche storia del cinema. E allora posso dirvi che Craig Gillespie che ha girato Lars ha molte cose in comune con un grande regista del passato. Quel Hal Ashby che esordì tardi come regista, come lo stesso Gillespie. Quell’Ashby che vinse l’Oscar per il montaggio de La calda notte dell’ispettore Tibbs e che poi diresse una storia d’amore difficile da credere come quella di Lars: Harold e Maude. Amore straordinario e incredibilmente struggente tra un rampollo di buona famiglia che simula benissimo continui e impressionanti suicidi davanti all’indifferenza anaffettiva della madre e un’arzilla e vivacissima vecchietta che adora la vita, il sesso e l’arte. Anche lì alla fine del film si restava appiccicati in una storia d’amore, solo all’apparenza ben oltre le possibilità umane. E poi nelle espressioni dell’interprete di Lars, l’attore Ryan Gosling, sembra di ritrovare quegli sguardi idiotamente allusivi che solo Peter Sellers è riuscito a regalarci in un altro film di Ashby, Oltre il giardino. Complimenti anche alla sceneggiatrice Nancy Oliver che ha scritto tra le altre cose sette episodi di una fiction tv di culto come Six Feet Under.

Andrej Longo - Dieci (Adelphi)


Napoli. Un mondo pieno di munnezza, ma anche di incredibili contraddizioni. Un mondo putrido e allo stesso tempo fertile, dove la creatività, il genio si può nascondere nelle immagini più malfamate, più sgarrupate. C’è questo libro dello scrittore e sceneggiatore Andrej Longo, Dieci (edizioni Adelphi, pp. 144, € 15,00). Dieci come i comandamenti che definiscono i titoli di ogni racconto della raccolta. Dieci racconti che parlano di Napoli e dei napoletani, ma non solo. Parlano degli uomini e delle donne che cercano di campare malgrado il destino (o Dio?) non sia stato troppo generoso con loro. E cercano di sfuggirgli al destino balordo (o al Padreterno?) che ha già cucito a tutti l’abito su misura. Perchè quest’abito va stretto, troppo stretto, non ci si campa bene. E così cercano di allargarne le cuciture, di strapparne i bottoni che opprimono lo stomaco, la pancia, il fiato. Ma è tutto inutile, il sarto (o Dio?) ha già fatto tutto per bene. Non serve a niente muoversi troppo. Ci si fa ancora più male. Longo utilizza la forma racconto con una lucidità di visione impressionante, impiegando le parole necessarie – non una di meno, non una di più – per descrivere la realtà che viviamo. Una realtà che fa sempre più paura. Altro che munnezza.


Non desiderare la donna d’altri

“Adelina, a mammà, e mò perché piangi?” ho chiesto.
Ho provato un’altra volta con la scarpa bianca, ma pareva che a entrare non ne voleva sapere. Ho preso un momento fiato. A stare in ginocchio il vestito mi stringeva e tenevo paura che si strappava. È vero che aderente me lo sono scelto io, però da quando l’ho scelto è passato buono un mese e nel frattempo ho messo quasi due chili. Al peso ci sto attenta, anche perché il fatto d’ingrassare è di famiglia. Guarda come si è fatta mia sorella, Mariannuccia, che pure è un anno più piccola. Quanto a ‘n elefante s’è fatta. Due chili so’ cos’ ‘e niente, e siamo d’accordo, ma due chili oggi, due chili domani, ci vuole un amèn a diventà ‘n’elefantessa pur’io. Ho preso un bel respiro, ho buttato un sorriso a mia figlia, però intanto lei, seduta sopra alla cassapanca, continuava a piangere, con le lacrime che scendevano sulla guancia e pareva ‘na fontana.
“Adelina, a mammà, è la felicità che ti fa piangere, non ti preoccupare”.
Con la mano ci ho accarezzato il piede, poi ho cercato di farlo entrare dentro alla scarpa. Mentre stavo a inciarmare con il piede, ho cominciato a sudare un poco. Non era solo per lo sforzo. Era che l’estate, quest’anno, si è presentata prima. Una domenica attufata di scirocco che facevano più di trenta gradi.
“Ci mancava lo scirocco” ho pensato.
Mi sono asciugata il sudore con il dorso della mano. Ho gettato l’occhio sopra all’orologio che segnava già le undici e mezza.
“Si sta facendo tardi” ho detto.
Adelina non la finiva di piangere. E mò alle lacrime si erano aggiunti pure i singhiozzi, e per i singhiozzi si muoveva tutta, e la scarpa così non traseva né ora né mai.
“Lo sai che pure io piangevo quel giorno. E come piangevo Adelina” ho detto mentre prendevo fiato un’altra volta. “E’ la felicità che fa piangere” ho precisato.
Sarà stata pure la felicità, intanto continuava a piangere. Con le lacrime che si mischiavano col rimmel e la sporcavano di nero sulle guance.
“Adelina e mò basta a mammà, jà, finiscila. Pari ‘na zingara co’ chella faccia nera”.
Ho alzato appena appena il tono della voce. Ho sentito una goccia di sudore che se ne scendeva in mezzo ai seni.
“Che caldo!” ho detto. “Hai visto che caldo Adelina?”.
Lei ha lanciato un allucco da bestia. Si è messa le mani nei capelli, dentro ai ricci scuri, che ci avevo passato mezz’ora buona a sistemare quelle ciocche arravogliate, e mò era fatica sprecata, mò stavamo punto e a capo, in più co’ quella faccia nera che pareva ‘na zingara, mica la sposa di Carmine Acciardi.
“Adelina, e finiscila che mi fai paura” ho detto alzando il tono della voce.
Qualcuno ha bussato alla porta.
“Donna Carmè, tutto a posto? Abbiamo sentito gridare”.
“No, quello era la televisione. Sta tutt’a posto” ho detto.
Adelina intanto si era alzata, e camminava per la stanza, scalza, con il vestito da sposa che strusciava sopra alle mattonelle bianche, con quei pugni chiusi che colpivano l’aria, e quei lamenti che riempivano la stanza.
“Adelina, ma che tieni, che tieni? Parla!”
Niente. Mia figlia continuava a piangere, come un uccello che l’hanno sparato, con i pugni chiusi che non sapevano dove colpire.
“Che tieni? Fatti capire” ho detto ancora.
Si è gettata per terra, tirando certi cazzotti disperati sopra al pavimento.
“Alzati Adelì, alzati che sporchi il vestito”.
Un animale, questo sembrava. Sudata, con i ricci arravogliati, la faccia nera, quei lamenti da bestia, tutta sbattuta dai singhiozzi.
Mi sono avvicinata a lei camminando in ginocchio, come un animale pur’io. La volevo calmare, volevo capire, stavo pure preoccupata perché mancava mezz’ora a mezzogiorno, ci stavano tante cose da fare e quella tarantella non sapevo come finirla.
Hanno bussato di nuovo alla porta.
“E’ pronta la sposa?”.
“Ancora un poco” ho risposto. “Un quarto d’ora e abbiamo fatto” ho aggiunto. Ma non stavo più tanto convinta.
Ho provato a scotoliarla per la spalla. Niente.
“E andiamo, Adelì, tu mi vuoi fare uscire pazza stamattina”.
Lei ha lanciato un lamento esagerato e io, per il nervoso, le ho azzeccato un paccaro in faccia.
All’improvviso il miracolo è successo.
Di punto in bianco ha finito di piangere. E ha cominciato a guardarmi co’ quegli occhi scuri e silenziosi, che pareva mi voleva scavare da dentro.
“Adelì, come ti senti a mammà? È passato?”.
Ha fatto segno di sì con la testa.
L’ho aiutata ad alzarsi.
“Donna Carmè, qua ci sta lo sposo che vorrebbe vedere la futura moglie” ha detto qualcuno da dietro la porta.
“No, no, la sposa non si può vedere” ho risposto.
Sudata, mezza sbattuta pure io, con la paura che entrava Carmine Acciardi e si vedeva tutta la scena. Ci mancava solo quello.
Per sicurezza sono andata vicino alla porta e ho chiuso a chiave.
“Porta male vedere la sposa prima” ho detto mentre chiudevo.
“Ma guarda la miseria che ci doveva prendere a mia figlia il giorno del matrimonio, ci sta tutto il quartiere, è venuto pure il vescovo a benedire le nozze, meno male che si è calmata” ho pensato.
(…)
“Mò proviamo un’altra volta ‘ste scarpe” ho detto.
Mi sono inginocchiata di nuovo, tornando a inciarmare con il piede di mia figlia.
“Dev’essere un numero più piccolo,” ho detto “perciò non trasono. Ma mò vedi che ci riusciamo, non ti preoccupare a mammà”.
“Io a Carmine Acciardi non me lo sposo” ha detto.
Con la voce tranquilla, uguale se stava dicendo che il caffè lo preferiva amaro.
Un altro poco mi veniva un colpo. La mano mi è tremata e la scarpa è caduta per terra.
“Mannaggia a te, era quasi entrata” ho detto ad alta voce.
Ho ripreso la scarpa e ho tornato a fare il tentativo d’infilarla.
Come niente fosse. Come se non avevo sentito.
“Può essere che ho sentito male” ho pensato.
“Tanto è inutile,” ha detto Adelina “ non me lo sposo”.
Ho dato un colpo secco alla scarpa e finalmente il piede è entrato.
Poi l’ho guardata.
“Ma che sei scema? La cervella non ti funziona più?”.
“Piuttosto mi ammazzo” ha detto.
“Non c’è bisogno, quello ti ammazza lui. E ammazza pure a tuo padre, a me e ai fratelli tuoi” ho detto.
Non si è mossa. Ferma, immobile. Pareva la Statua della Libertà ch’è uscita pazza.
“Ma che ti è preso oggi?” ho detto.
Con un fazzoletto ci ho pulito la faccia dal rimmel.
“Mammà…”.
“Mammà niente. Carmine è la fortuna tua. È ricco. È bello. È rispettato da tutti. Ti porta in palmo di mano. Ma che vai trovando?”.
“Non me lo sposo”.
“E se non lo volevi ci pensavi prima”.
Ho tornato a inginocchiarmi e a inciarmare con l’altra scarpa.
“Mettiamo questa e abbiamo finito”.
“Tenevo paura” ha detto.
“Che?”.
“Tenevo paura”.
“Tenevi paura?”.
“Sissignore. E poi pensavo che ci stava tempo. Speravo che succedeva qualcosa, che lo sparavano, che lo menavano in galera, che si scocciava di venirmi appresso”.
“Adelì, mò è troppo tardi”.
“E io mi ammazzo”.
E chissà come, dentro alle mani teneva stretto un paio di forbici. Ha buttato la testa un po’ all’indietro e si è messa le punte della forbice contro la gola, proprio là dove si vedeva il cuore che batteva.
“Che giornata di merda” ho pensato.
“Adelì…”.
“Mi ammazzo” ha ripetuto.
E ha spinto le forbici contro la gola. Giusto una ‘ntecchia, giusto quel poco ch’è uscita una goccia di sangue.
“Adelì, fermati!”.
“Mi ammazzo, te l’ho detto”.
“Parliamone…”.
“Non ci sta niente da parlare”.
“Vediamo che dice tuo padre…”.
“Se chiami a papà mi ammazzo subito” e ha spinto un altro poco le forbici contro la gola.
“Vabbè, statti ferma, non chiamo a nessuno. Però posa ‘ste cazzo di forbici”.
“Non le poso”.
“Non le posare ma statti calma”.
Stavo un bagno di sudore. Mi sono seduta di fronte a mia figlia. Mi sono asciugata il sudore con un pezzo di scottex.
“Adelì, spiegami bene, se no esco pazza appresso a te”.
Lei muta. Con le forbici in mano, pronta a tutto.
(…)
“Ma tieni a un altro?”.
Non ha risposto.
“Questo è, allora, che tieni a un altro?”.
“E tengo a un altro. Che cambia?”.
“Niente, un morto in più, uno in meno…”.
“Io non me lo sposo a quello, inventati qualcosa”.
“E che mi debbo inventare, Adelì?”.
“Non lo so. Che sento le voci, che ho perso la parola, che mi voglio fare suora. Ecco, sì, mi faccio suora e non ne parliamo più”.
Ho chiuso gli occhi. La testa ha cominciato a farmi male e non sapevo che fare.
“E chi è quest’altro?” ho chiesto. Così, tanto per prendere tempo.
Adelina non ha risposto.
Mi è venuta un poco di curiosità.
“Chi è? Che fa? Come campa?”.
“Campa onesto, quest’è sicuro”.
“Eh, vabbè, ho capito. Ma che fa?”.
“Sta imbarcato”.
“Che?”.
“Sta imbarcato, fa il marinaio”.
“Ma tu guarda la vita” ho pensato.
“Adelì, senti a me. Tu mò ti sposi a Carmine Acciardi. Passato l’entusiasmo dei primi mesi tuo marito molla la presa, tu sei più libera e ti fai tutte le cofecchie che vuoi, col marinaio, co’ l’idraulico, co’ chi ti pare a te. Con attenzione, si capisce. Da che mondo e mondo funziona così e non per questo noi donne abbiamo campato male”.
“Tu hai fatto così con papà?”.
L’ho guardata dentro agli occhi. Ho alzato la mano per tirarle uno schiaffo. Però mi sono controllata e ci ho fatto una carezza sui capelli.
“Lascia stare a tuo padre”.
“Però è così vero? Tu non lo amavi a papà. Te lo sei sposato solo perché ti conveniva, per i soldi”.
“Tu non sai niente”.
“E che ci sta da sapere, che ci sta da capire?”.
“Adelì, non è il momento”.
“Io la fine tua non la voglio fare”.
“E che vuoi fare, la rivoluzione?”.
“Non me lo sposo a quello, hai capito?”.
E un’altra volta si è messa le forbici contro la gola. Ho fatto un respiro profondo. Mi sono alzata. Mi sono fatta il giro della stanza. Volevo dirle che non ho fatto nessuna fine, niente di speciale. Che il mondo così funziona. Un marinaio! La vita è proprio strana. Mi è venuto da sorridere. Ho gettato un’occhiata all’orologio. Mancavano dieci minuti a mezzogiorno. Tempo per parlare non ce ne stava più. Ho pensato di nuovo che era una giornata di merda.
E che bisognava trovare una soluzione. Una soluzione qualunque.
“Diciamo che ti sei paralizzata”.
Adelina mi ha guardato. Zitta. Aspettando il resto.
“Hai avuto una crisi epilettica e non ti senti più le gambe. Stai spaventata. Ti fa male la testa. Non sai più come ti chiami. Ti dobbiamo portare urgente all’ospedale…”.
“E all’ospedale?”.
“Poi vediamo”.
“Va bene” ha detto.
“Sei sicura?”.
Ha fatto di sì con la testa.
Sono andata vicino alla porta. Ho girato la chiave e mi sono voltata a guardare mia figlia. Stava già sdraiata per terra che tremava un poco e tirava i calci con le gambe, come se teneva le convulsioni.
Mi sono fatta il segno della croce.
Ho lanciato un grido forte, due volte.
Poi ho aperto la porta con un colpo secco e mi sono buttata fuori urlando:
“Aiuto! Aiutatemi! Aiutatemi! Adelina! Che disgrazia! Marò, che disgrazia! Aiuto! Aiutatemi! Adelina! Che disgrazia!”.
Mi sono inginocchiata sopra al pianerottolo. Mi sono strappata i capelli, sbattendo la testa contro al muro.
“Madonna mia! Aiuto! Aiutatemi! Adelina! Che disgrazia!”.

Tessera stampa n. 0108




C'è persino il registratore della Sony, una scatola nera lunga mezzo metro con microfono che forse per l'epoca era considerato portatile, lo stesso con cui ha inciso su nastro le interviste a Yasser Arafat, Alfred Hitchcoch, Golda Meir, Ingrid Bergman, Totò, solo per citare una minima parte dell'elenco. Ecco perché è circondata da un alone di fascino l'immagine di Oriana Fallaci. Perché non si è limitata ad attraversare la storia, l'ha toccata con mano, nel corpo materiale di chi, di volta in volta, la scriveva in diretta. Registi, attrici, presidenti, difensori della democrazia e della dittatura. “Intervista con la storia” è senza dubbio il nome più adatto per la mostra sulla giornalista fiorentina che si tiene in questi giorni – fino al 30 gennaio – al Vittoriano.
C'è tutta la sua vita in quel percorso obbligato diviso in stanzette, che va dalla gigantografia di Oriana quattordicenne, in calzoni sulla bicicletta mentre faceva la staffetta per la resistenza contro il fascismo, alla sfilza delle Olivetti Lettera 22 che hanno dato il ritmo alle sue giornate. Ci passi in punta di piedi davanti alla sua vita, a quel “Zanna Bianca” con dedica della mamma sulle prime pagine ingiallite, alle fotografie con il suo grande amore Alekos Panagulis, a quella “tessera stampa n. 0108” con il timbro del 1960. Tessera evidentemente di molto successiva al suo primo articolo sull' “Europeo”, con il quale si era conquistata persino la copertina di quel numero. Il buongiorno si vede dal mattino.
Tutti sono passati sotto il giudizio sincero e spietato della Fallaci, in qualunque campo. E forse allora, il modo migliore per capire chi è stata davvero, è intuirlo attraverso le parole degli altri, di chi l'ha conosciuta, piuttosto che fermarsi a quei ritratti austeri che, specialmente negli ultimi anni, amava dare di sé. “I love you deeply, I give you the essence of myself”, scrive di suo pugno Anthony Quinn il 2 dicembre 1992. E ce ne sono tante altre di lettere a lei indirizzate, alcune anche tenere: “Lei è fantastica – scrive con una calligrafia da bambina Raffaella Carrà nel 1986 -, ha spiegato nell'articolo di prima pagina del Corriere la situazione Libia-America benissimo. Così si fà.” Tiziano Terzani invece preferisce iniziare in questo modo la corrispondenza con la giornalista: “O divina!”. E come sembrano lontane quelle polemiche dell'ultimo periodo della sua vita sulla sua durissima posizione verso i musulmani, e la sinistra italiana, e l'Italia tutta, nella stanza dei cimeli del Vietnam. Sembrano lontane lì, e nel libro testimonianza di quell'esperienza, “Niente e così sia”, in cui è evidente la simpatia - almeno iniziale – che la giornalista aveva nei confronti dei vietcong che si ribellavano agli invasori.
La bandiera americana che i soldati le avevano regalato – in segno di profondo rispetto – sovrasta tutta la parete destra. Ed eccolo lì, il famoso zaino militare su cui aveva fatto scrivere il proprio nome, e avvertiva chiunque avesse ritrovato il suo corpo senza vita di riconsegnarlo all'ambasciata italiana. Nella teca al centro della stanza, il berretto e la borraccia che si portava dietro nelle sue incursioni da inviata di guerra in Vietnam. E ancora, nella stanza affianco c'è un altro documento su cui vale la pena soffermarsi: tra le varie copie di “Lettera a un bambino mai nato”, in italiano, inglese, francese, ebraico, c'è, semi-nascosto, un quadernino con la copertina bianca e fiorellini rossi. “Stamani, era l'alba, ho saputo che c'eri. E' stato nell'attimo stesso in cui gli ho visto aprire la porta, senza rumore, guardarsi intorno come un ladro che teme d'esser scoperto, scivolar via svelto svelto...” Fa un certo effetto leggere il romanzo con la sua scrittura, così come lo aveva concepito, con le cancellature – poche – e le lettere alte, strette, ordinate, chiare e inconfondibilmente femminili. Così come grande femminilità rimandavano quelle fotografie alle pareti di un'Oriana giovane, bella, fanatica, con le gambe accavallate e il maglione un po' sceso sulla spalla. Sarebbe un peccato, davvero, se le prossime generazioni ricordassero Oriana Fallaci in quelle foto di lei corrucciata, con lo sguardo severo e le labbra strette. Sarebbe un peccato se di lei ricordassero solo quell'indegna presa in giro della Guzzanti che sfotteva lei e il suo cancro – con la sinistra che si sbellicava dalle risate -, e le sue ultime parole xenofobe che fanno comunque parte del giudizio di una donna che, nel bene o nel male, non ha mai avuto paura di dire come la pensava.

L'arte ama le differenze


Per il consueto appuntamento natalizio con l’arte contemporanea, piazza del Plebiscito a Napoli ospita quest’anno l’installazione Amare le differenze di Michelangelo Pistoletto.
Nello spazio della piazza, si cammina tra le sagome dei paesi del mediterraneo, mentre sul porticato della chiesa di San Francesco di Paola campeggia la scritta Amare le differenze, tradotta nelle 16 lingue dell’area mediterranea.
Italia, Tunisia, Israele, Algeria, la vicinanza tra questi paesi è sottolineata dalle dimensioni dell’opera e porta a riflettere sulla necessità di dare vita a un dialogo che non seppellisca le differenze e che continui a creare contaminazione. “Le differenze bisogna valorizzarle visto che i Paesi sono più vicini di quanto si possa pensare”, dice l’artista. I paesi sono disegnati in una sorta di bassorilievo orizzontale e l’opera è veramente fruibile, i bambini giocano tra le nazioni e gli adulti camminano e chiacchierano, riconoscendo i luoghi.
L’area del mediterraneo trova, attraverso l’arte, un punto di incontro positivo nel cuore di Napoli, cornice simbolo di stratificazioni culturali e sociali. La diffidenza verso lo straniero si converte in amore per la sua differenza, tratto caratteristico dell’identità di un popolo, e la voglia di conoscersi e dialogare supera le barriere geografiche e culturali.
Ispirare e produrre un cambiamento responsabile nella società attraverso idee e progetti creativi è la finalità dell’opera di Pistoletto. L’installazione di Napoli, infatti, approfondisce e amplia l'idea di una possibile, armonica convivenza tra i popoli, espressa nel progetto Love Difference - Movimento Artistico per una Politica InterMediterranea. Il movimento è nato nel 2002, con la realizzazione, all'interno di Cittadellarte - Fondazione Pistoletto di Biella, di un grande tavolo specchiante a forma di bacino del Mediterraneo, e risponde ad una più ampia intenzione dell'artista, avviata dal 1994, che pone l'arte al centro di una trasformazione socialmente responsabile.
La nostra realtà, sempre più multi culturale, può essere ben rappresentata da un manifesto collettivo di amore per le differenze.

Te lo dò io il nuovo anno




Il tavolino di un bar all’aperto, quattro persone sedute intorno.

Vladimiro
: Qualcuno ha parlato?

Pozzo: Io sono muto da Natale.

Estragone: Io da Santo Stefano.

Lucky: Io stavo per tagliarmi la lingua.

Vladimiro: Allora sto ascoltando delle voci?

Estragone: Probabile. Ormai quasi tutti ascoltano delle voci.

Pozzo: E che dice questa voce?

Lucky: E’ affidabile almeno?

Vladimiro: Dice che siamo entrati nel nuovo anno.

Pozzo: Nel nuovo anno?

Estragone: E io che aspettavo ancora Babbo Natale!

Lucky: Ahi voglia ad aspettare quello!

Vladimiro: Io non ero proprio preparato all’entrata del nuovo anno.

Pozzo: Neanch’io.

Estragone: : Nemmeno io, e poi non ha neanche bussato.

Lucky: Quindi non siamo riusciti nemmeno a festeggiare?

Vladimiro: La situazione ci è sfuggita di mano, è evidente. Eravamo troppo presi da Babbo Natale.

Pozzo: Ma non possiamo aspettare un altro Capodanno per festeggiare!

Lucky: Non possiamo fare altrimenti… Dimenticavo… Agata mi ha telefonato da Cuba, era appena stata all’idromassaggio dell’albergo con il suo nuovo fidanzato. Ha detto che era felice, poi mi ha fatto una pernacchia e ha riattaccato.

Estragone: E’ ancora innamorata di te!

Pozzo: La lontananza fa miracoli. È evidente.

Vladimiro: E’ lampante.

Estragone: Adesso che facciamo?

Pozzo: Capodanno è andato.

Vladimiro: La Rai non ha neanche mandato in diretta il concerto di Capodanno da Vienna.

Lucky: La marcia di Radetsky in differita!

Estragone: Ma che Capodanno è senza la diretta della marcia di Radetsky? Una minestrina calda e la diretta della marcia di Radetsky: ci vuole poco a rendere felice un uomo.

Vladimiro: Meglio che aspettiamo il prossimo Capodanno.

Lucky: Vogliamo andare a Napoli? Lì è Capodanno tutto l’anno con la monnezza che brucia.

Pozzo: Meglio che rimaniamo qui ed aspettiamo. Sono fuochi fatui quelli napoletani.

Vladimiro: Molto fatui, è vero. Aspettiamo qui

Estragone: Sì, aspettiamo…

Lucky: Forse arriva l’influenza…

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