Home » Rivista "O" » Scrittura e manutenzione del giardino gennaio 2008

Con le piante attraverso l’inverno


"L'uomo cammina per giornate tra gli alberi e le pietre. Raramente l'occhio si ferma su una cosa, ed è quando l'ha riconosciuta per il segno d'un'altra cosa: un'impronta sulla sabbia indica il passaggio della tigre, un pantano annuncia una vena d'acqua, il fiore dell'ibisco la fine dell'inverno [...] Finalmente il viaggio conduce nella città di Tamara… […]
[…] Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo.
Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Dalla forma che il caso e il vento danno alle nuvole, l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…"

[Italo Calvino: Le città invisibili. Le città e i segni. 1 - Letterat. Ital. Einaudi; Torino, 1972]

Tra le tante cose che abbiamo perso, negli ultimi anni, in un modo così graduale da passare quasi inosservato, c’è anche l’inverno. Il buon vecchio inverno con i ghiaccioli appesi alla barba bianca dei ‘sussidiari’ di terza elementare, con il corollario dei doni dell’inverno, i ciocchi nel camino e i bambini con le guance rosse dal freddo. Poesia del freddo che abbiamo quasi dimenticato, ma che si trova, a ben cercare, nella letteratura di altri popoli: qui in un haïku giapponese (Masaoka Shiki; 1867-1902)

Hoho kote (Quando le guance gelano)
kono kaerikuru (Il bimbo torna a casa)
yuge kana (la cena è pronta)

Ora i bambini sono preservati dal freddo - come da molte altre esperienze - così niente fantasie sul gelo, nessuna regina delle nevi potrà più lasciare un cristallo di ghiaccio nel cuore di un bambino, che per quel malvagio incantesimo diventerà cattivissimo e dimenticherà la sua amica di giochi infantili… E con gli inverni che si sono così addolciti, alle nostre latitudini, neanche più pupazzi di neve, né le selvagge battaglie con le palle di neve o i maldestri tentativi di fare un igloo con mattoni di ghiaccio, che hanno segnato le nostre infanzie.

Ma c’é qualcosa di conosciuto, che rimane, dell’inverno; della neve in particolare. Una memoria antica, una quiete. La coltre di silenzio e di bianco che copre tutto, non importa quanto rumore e sporco ci siano stati prima; una immobilità che fa presto a cambiare di significato, sul terreno sdrucciolo dei segni e delle metafore…

Come gli uomini, anche il mondo vegetale patisce l’attuale, repentino cambiamento climatico; i vecchi contadini dicono che l’allegagione della frutta, in primavera, è scarsa, quando l’inverno precedente non è stato freddo abbastanza. Anche le nuove piante, quelle messe di recente a dimora nei nostri giardini, non hanno avuto esperienza del freddo vero, quello che si vedeva e si sentiva solo alcuni decenni fa, e danno l’impressione che resterebbero stupite - come fanno talvolta i nostri bambini, con la bocca aperta - a guardare la neve che cade.
A certi gradi di empatia con il mondo vegetale, si riescono quasi a sentire i pensieri delle piante – come degli animali, del resto; a riconoscere da segni indiretti i loro bisogni: la sete di un pomeriggio d’estate, la violenza del vento, e d’inverno, il freddo…
C’è che le piante non possono scappare, nascondersi al riparo. Stanno lì, a prenderla come viene.
La neve sarebbe il male minore: “sotto la neve pane, sotto l'acqua fame”, dicevano gli antichi, intendendo che il grano seminato stava al sicuro sotto la neve e avrebbe germinato all’inizio della primavera, mentre dalla troppa acqua sarebbero venuti marciume e dilavamento dei campi.
Più insidiose per le piante sono la brina e la galaverna. La prima consiste nella formazione di piccoli granuli di ghiaccio (o piccole scaglie o aghi) per condensazione del vapore che esala dal terreno, quando questo si trova ad essere più caldo dell’aria sovrastante; è lo stesso fenomeno che dà luogo alla rugiada, quando la temperatura è più alta del grado di congelamento dell’acqua.
La galaverna invece, che somiglia per aspetto alla brina, si forma per il congelamento delle microgocce di acqua contenute nella nebbia, quando la temperatura è inferiore allo zero.
Per la loro parte, le piante sono ben adattate a superare il freddo: uno dei meccanismi che mettono in atto a questo scopo, è proprio la perdita delle foglie, di cui si è già detto nello scorso autunno [vedi su “O”: Autunno: le piante e i colori (parte prima)]: le piante sfoglianti adottano questa strategia. Altre piante, cosiddette sempreverdi, posseggono adattamenti diversi contro il freddo e la neve: hanno foglie più piccole, spesso aghiformi, un rivestimento protettivo ceroso e resinoso, i rami e le stesse foglie sono rivolti verso il basso, per non essere schiantati dal peso della neve. Ovviamente anche le sempreverdi sostituiscono le loro foglie, ma in maniera più lenta, continua e meno appariscente.
Nessun problema per le piante, allora? Non proprio. Le piante soffrono quando si trovano ad affrontare temperature cui non sono adattate; quando, per effetto di un autunno troppo caldo, non hanno perso le foglie; quando dopo una breve quiescenza cominciano a germogliare. Per questo i contadini temono gli inverni che finiscono troppo presto e i colpi di coda del freddo – le gelate tardive – che colgono impreparate le tenere gemme foliari o i boccioli dei fiori.

Nel piccolo mondo del giardino, l’inverno è una stagione di riposo
…Per le piante, non certo per ‘il giardiniere tenace’, che ha un maledetto calendario di lavori, sempre urgenti, sempre rimandati, per i quali è costantemente in ritardo: una specie di Bianconiglio che tira fuori l’orologio dal taschino del panciotto, lo guarda e ancora di più si affretta: “…Oh dear! Oh dear! I shall be too late!..
A parte i lavori, uno dei motivi che rendono il giardino meritevole di essere frequentato anche d’inverno è la presenza del calicanto.
E’ stata una delle prime piante importate dalla Cina, già nel 1766, quando il forziere con i tesori botanici di quella terra era ancora strettamente serrato [vedi su “O”: Piante e uomini in viaggio (terza parte)].



Calicanto d’inverno (Calycanthus praecox o Chimomanthus fragrans – Fam. Calycanthaceae) è, delle piante fiorite dell’inverno, tra le più affascinanti. I fiori sono delicatamente profumati e la pianta ha una fioritura prolungata; l’arbusto, lasciato senza potature, viene alto fino a tre metri.





I fiori del calicanto, dall’apparenza cerosa e di colore giallo chiaro con un cuore rossastro, hanno un intenso profumo dolce. I rami fioriti sono molto apprezzati anche recisi; tenuti in acqua si mantengono per due tre settimane e i boccioli continuano ad aprirsi, perpetuando la loro fragranza.


Seducente al pari del calicanto è l’amamelide, anch’essa originaria dalla Cina (Hamamelis mollis, H. arborea), anche se una varietà nord-americana (H. virginiana) dai fiori meno appariscenti, fu riconosciuta e apprezzata dai primi coloni, che la chiamarono ‘nocciolo delle streghe’ attribuendo ai suoi rami la proprietà di vibrare tra le mani dei rabdomanti, per la presenza di acqua nel sottosuolo.







L’amamelide è un piccolo arbusto a fioritura tardo-autunnale o invernale nelle sue varietà più diffuse (Hamamelis virginiana; H. mollis; H. vernalis – Fam. Hamamelidaceae). I rami e le foglie della pianta hanno proprietà vasocostrittive, emollienti e antiinfiammatorie. I fiori, dai piccoli petali nastriformi contorti, di colore dal giallo pallido al giallo intenso, sono delicatamente profumati



Una rosa, sorpresa ancora in fiore dalla brina. Sono i giapponesi, nei loro haïku, a trovare le parole più appropriate per descrivere la bellezza fugace


Fuyu sobi ni (Grazie alla rosa d’inverno)
Tsuki no ka takaku (il profumo della terra)
narinikeri (si è slanciato verso il cielo)

(Iida Dakotsu; 1865 – 1962)



Bacche in inverno, sotto il ghiaccio e il gelo. I semi - all’interno di una cuticola protettiva e di una mucillagine che li riveste – sono un altro dei meccanismi messi in atto dalle piante per superare il tempo. In entrambi i significati: nel senso degli anni e dei rigori atmosferici



Piante coperte da un velo di gelo; se sarà brina o galaverna si potrà dire in base alle condizioni dell’ambiente circostante



Molte piante vengono sorprese dai primi freddi ancora in fiore, specie sui rilievi. Qui una campanula (Campanula spp. – Fam. Campanulaceae) ricoperta da un velo di brina



Bucaneve (Galanthus nivalis L. - Fam. Amaryllidaceae). Letteralmente: fiore-color-latte-della-neve. Piccola pianta alta 15-20 cm, che in altura fiorisce alla fine di marzo, allo scioglimento delle nevi; più precocemente da noi. Come per tutte le amarillidacee, i bulbi e le foglie contengono sostanze tossiche.



Fioriture invernali tardive (o primaverili precoci) di ellebori e bucaneve; nell’angolo in alto a sin. della foto sono anche visibili piccoli crochi blu. L’elleboro o Rosa di Natale (Helleborus niger – Fam. Ranuncolaceae), una delle tante specie di elleboro, benché abbia il fiore di colore bianco o rosato, deve il suo nome latino alla radice rizomatosa, che è nera e ha proprietà tossiche


E’ bello tornare nel proprio giardino dopo un viaggio, a rassicurare le piante - e anche se stessi - che non ci si è perduti.
Sebbene a gennaio sia ancora troppo presto, ci sono nel giardino e nell’aria i segni che l’inverno sta per finire.
Le camelie sono in fiore dalla fine di novembre e continueranno ancora per un paio di mesi; il calicanto è già sciupato e in parte sfiorito.
A guardare le piante, la primavera è in anticipo anche quest’anno, ma non come lo scorso anno, che le mimose cominciarono a fiorire già in dicembre e l’otto di marzo, per la festa della donna, arrivarono ciuffi sparuti già sfioriti, di color giallo spento screziato di marrone.
Della bergenia (vedi foto in seguito) nessuno parla mai, perché è umile e quasi inapparente, ma è una delle poche piante fiorite nel pieno dell’inverno.
Al riconoscimento delle piante in relazione alla stagione di fioritura già si era accennato [Vedi su “O”: Notizie dai giardini - Giardini veri e sognati]; se si vuole cominciare è questa la stagione adatta. Pur nell’infinità di piante che ci si presentano alla vista, gettando un colpo d’occhio nei giardini o per strada, soltanto poche, di un certo colore, sono fiorite in una particolare stagione, e d’inverno le piante fiorite non sono molte…





Bergenia (Bergenia cordifolia; B. crassifolia e altre varietà) è un genere di piante perenni della famiglia delle Saxifragaceae. Molto rustiche e poco appariscenti; si adattano a qualunque terreno. Sono tra le poche piante fiorite nei giardini nostrani, in questa stagione



Narcisi selvatici [Narcissus spp. (numerose specie) – Fam. Amaryllidaceae], fioriti in anticipo, già a fine gennaio, nella campagna romana. Come altre amarillidacee, i bulbi di narciso contengono un alcaloide tossico.



Viburno (Viburnum tinus - Fam. Adoxaceae), un arbusto comune e poco appariscente, anche spontaneo nelle nostre siepi. In questa stagione presenta contemporaneamente foglie di color verde scuro, fiori bianchi a corimbi e le caratteristiche bacche di un inconsueto colore blu metallico






Hardenbergia (Fam. Fabaceae) è un genere di leguminose rampicanti originarie dell’Australia, recentemente introdotte sul mercato italiano. Sono di fioritura molto generosa e hanno diverse sfumature di colore, dal blu-viola al lilla pallido, al bianco. In questa stagione si preparano a fiorire


Ancora un componimento giapponese, di buon augurio:

Dura l’inverno
e fioccano dal cielo
petali di fiori.
Al di là delle nuvole
è certo primavera


[Kiyohara No Fukayabu – epoca indefinita: si sa di lui che partecipò alla redazione dell’antologia in versi “Kokinshu” completata nell’anno 920 (!)]

Piante di Socotra. L’erbario di Atlantide


Al principio del tempo sta Socotra, giada verde nel mare cobalto. Tra la storia e le leggende raccontate intorno ai fuochi degli accampamenti, mentre il vento del deserto disperde le parole degli uomini sopra le rovine di antiche civiltà.
Fascino del passato e di mondi perduti per sempre: Atlantide e tutte le civiltà scomparse dalla storia dell’umanità, di cui affiorano talvolta segni indecifrabili: frammenti di mura, ossa, legni corrosi dal tempo.

Frigge la curiosità e lavora sotto [vedi su “O”: Piante e uomini in viaggio (prima parte)]. Allora c’è davvero una terra che conserva tracce di quei mondi scomparsi, come un tesoro riaffiorato da un relitto, o l’avventura immaginata per una macchina del tempo?
Questa è Socotra: un’isola interposta tra la penisola arabica e il corno d’Africa, residuo dell’immane separazione dei continenti. Una terra di origine non vulcanica, ma ferma e preesistente al distacco, avvenuto circa sei milioni di anni fa. Il massiccio dell’Hagghier, al centro dell’isola - che secondo i geologi non è mai stato sommerso dalle acque per qualcosa come 135 milioni di anni - ha evoluto una floro-fauna che ha preso una direzione parallela ma diversa, rispetto a quella del resto del mondo. Qualcosa di simile a quanto è accaduto per l’Australia e per le isole Galàpagos. Non a caso non esistono specie autoctone di mammiferi a Socotra, ma piante, rettili e uccelli che sono presenti solo lì…



Mappa del’isola di Socotra. L'arcipelago è composto dall'isola principale Socotra (3.625 km²) e tre isole minori (non indicate nella mappa), tra la Somalia e l’isola principale: Abd Al Kuri, Samha, Darsa


C’è sempre un rischio, quando si va a disturbare un mito: che le sovrapposizioni operate dalla fantasia portino ad una delusione; che qualunque cosa si trovi non riesca ad eguagliare le aspettative.
Ben consapevoli di questo, siamo andati a vedere: in punta di piedi, parlando d’altro, mascherando un pellegrinaggio sotto l’apparenza di una vacanza appena più inconsueta di altre.
D’altronde, come resistere al richiamo di quelle stranezze botaniche dalle forme inusuali, allo stesso fascino di un viaggio mai fatto e circonfuso di mistero? Come l’isola appunto, in cui si diceva nel passato vivessero stregoni capaci di renderla invisibile. Cosa in un certo senso accettabile, agli occhi degli antichi spalancati alla magia, perché per molti mesi all’anno, nel tempo delle tempeste monsoniche e in mancanza di porti sicuri, l’isola é pressoché irraggiungibile.
Ma da novembre a marzo è buona stagione – dicono - così si prende un volo per Sanaa (la capitale dello Yemen) e di qui si fa un salto a Socotra “a vedere con gli occhi”: con disinteressate finalità di documentazione e per conto della rivista “O”… Naturalmente!

L’isola dall’alto appare variegata, con molte zone verdi e altrettante gialle. Man mano che l’aereo si avvicina si identificano cumuli di nubi intorno alle montagne più alte; pianori verdeggianti, estensioni quasi desertiche e spiagge bianchissime su cui frangono le onde.
L’arrivo è un caos, da cui a fatica si riesce a districarsi. Il fatto è che sull’arrivo settimanale dell’aereo si basa gran parte dell’economia isolana. La maggior parte dei viaggiatori arriva già in gruppi organizzati. Degli altri, qualcuno più previdente ha preso contatto con un’organizzazione locale prima di arrivare sul posto; altri ancora sono allo sbaraglio, tirati da ogni parte e frastornati da offerte che neanche riescono a comprendere.
Dopo alcune ore di confusione una logica sembra comunque delinearsi. I servizi dell’isola sono organizzati in unità autonome costituite, per ogni viaggiatore – singolo, coppia o gruppo che sia – di una o più macchine fuoristrada (Land Cruiser 4WD, 4500 di cilindrata o similari), un autista, una guida e la dotazione completa per jeep-camping: tende, stuoie, materassini, e l’occorrente per cucinare: spezie, provviste di scatolette, patate, frutta e quanto di altro possa servire per un viaggio sobrio ma confortevole.
Così si va su e giù per un’isola che misura 130 Km di lunghezza e 30 – 40 di larghezza, per strade raramente asfaltate; per la maggior parte tracciati aperti recentemente tra le montagne dai caterpillar e lasciati a sé stessi, percorribili solo con fuoristrada molto potenti.


E si va… Per rocce scoscese e dirupi, tra valli verdissime e montagne di sabbia in riva al mare.
Ma sono le piante la vera attrattiva dell’isola: varietà diverse di specie note e dalle forme inconsuete, alcune delle quali esclusive di Socotra. Molte di esse a rischio di estinzione, dato l’areale limitato di diffusione.
Trovandosi sul posto era d’obbligo andar a cercare, e imparare a riconoscere, le piante dell’incenso e della mirra, alla cui ricerca si erano mossi perfino i faraoni d’Egitto. Le vie commerciali per il trasporto delle resine aromatiche - per le cerimonie religiose, per i riti di conservazione dei corpi - dai luoghi di provenienza ai mercati di smistamento, sono state nell’antichità di importanza pari alle vie delle spezie e della seta.



Albero dell’incenso (Boswellia serrata - Fam. Burseraceae). Alle spalle i contrafforti del massiccio dell’Hagghier.
Frankincense’ è il nome generico con cui sono indicate diverse varietà botaniche di Boswellia



Albero dell’incenso (bis) (didascalia) – Particolari dell’albero dell’incenso. Il tronco presenta delle caratteristiche esfoliazioni giallastre della corteccia; la resina si può rintracciare in corrispondenza delle asperità o delle ferite del tronco. Le foglie sono pari-pennate, di color verde-scuro



Albero della mirra (Commiphora myrrha – Fam. Burseraceae, la stessa dell’incenso). Esistono almeno quattro varietà dell’albero della mirra in Socotra. Uno di essi (Commiphora ornifolia) produce grappoli di bacche commestibili, di aspetto simile a piccole ciliegie verdi



Euphorbia abdelkuri – Fam. Euphorbiaceae. Spontanea a Socotra dove é molto diffusa in forma di macchie a portamento prostrato: E’ originaria della vicina isola Abd Al Kuri, da cui la denominazione. Come tutte le euforbiacee secerne un lattice biancastro irritante per gli occhi



Euphorbia arbuscula - Fam. Euphorbiaceae. Questa euforbia arborea è caratteristica dell’isola di Socotra. Anche se per l’aspetto generale e il portamento somiglia alla Dracaena cinnabari (l’albero del sangue del drago: vedi in seguito), se ne differenzia nettamente per l’aspetto delle foglie trasformate, di aspetto succulento, e per il colore verde glauco (vedi foto successive)





Euforbia arborea (Euphorbia arbuscula): particolari della stessa pianta a ingrandimenti maggiori





Aspetto generale e particolare dei fiori e boccioli di Caralluma socotrana. Questa pianta, simile ad una succulenta, appartiene alla famiglia delle Asclepiadaceae (la stessa famiglia cui appartengono le ‘Stapelia’). La pianta è impollinata dalle mosche, che sono attratte dallo sgradevole odore dei fiori



Alberi bottiglia (Adenium obesum var. sokotranum – Fam. Apocynaceae) di varie forme e dimensioni. Come tutte le apocynaceae (letteralmente: ‘tengo lontano il cane’) tutte le parti della pianta sono velenose. In alcune culture africane nel succo della pianta vengono intinte le punte delle frecce per uccidere piccoli animali



Alberi bottiglia (Adenium obesum var. sokotranum) dal tipico tronco liscio di colorito ramato o bronzeo



Albero bottiglia: particolare dei fiori. La pianta tende a fiorire sui rami nudi



Albero cocomero (Dendrosicyos socotrana – Fam Cucurbitaceae; Cucumber tree). Per il portamento generale e l’aspetto del tronco potrebbe essere confuso con gli alberi bottiglia, anche se le foglie sono molto diverse. Le due piante appartengono a famiglie botaniche distinte



Cucumber tree. Gli alberi cocomero sono molto meno diffusi a Socotra degli alberi bottiglia, per il fatto di essere appetiti dal bestiame (soprattutto capre), mentre gli Adenium sono evitati perché contengono un lattice velenoso



Albero cocomero: particolare del fiore (giallo, al centro della foto). Il fiore ma anche le foglie e il frutto somigliano agli elementi analoghi delle congeneri cucurbitacee



Albero del sangue del drago (Dragon blood tree: Dracaena cinnabari - Fam. Ruscaceae). Anche se le dracene sono piuttosto diffuse in diversi ambienti, questa specie è caratteristica di Socotra. Prende il nome (‘cinnabari’: del cinabro) dall’omonimo minerale di colore rosso noto fin dall’antichità. La linfa che si estrae dalla pianta, usata come colorante e con qualche impiego nella medicina tradizionale, si presenta, essiccata, in granuli rosso-bordeaux



Albero del sangue del drago (Dracaena cinnabari) con piccole piante di Adenium obesum intorno. A differenza di queste ultime, che si riproducono indisturbate, non si trovano piante giovani di Dracaena, per lo sterminio causato dalle capre. Sono allo studio programmi di rimboschimento protetto, ma ancora non hanno dato risultati degni di nota



Albero del sangue del drago (Dracena cinnabari). Impalcatura della pianta fotografata dal basso



Albero del sangue del drago (Dracaena cinnabari). Da lontano, e per un osservatore distratto, l’insieme delle piante ha l’apparenza di una pineta dei nostri litorali


Appunti di viaggio
. Non dappertutto portano le strade; per molti sentieri si va solo a piedi. L’arrampicata sulla cima dell’Hagghier (1.525 m.) si può fare, ma sarà per un’altra volta.
Anche alcune delle spiagge, bianche a perdita d’occhio, non sono raggiungibili via terra e ci si arriva solo dal mare. Le barche dei pescatori sono in vetroresina, della forma allungata diffusa in tutto l’oriente. Branchi di delfini – almeno un centinaio - incrociano il percorso della barca e la seguono per un bel pezzo facendo evoluzioni.
Gli animali. L’isola è ricchissima di specie endemiche, soprattutto di uccelli. Il giovane che fa da guida li conosce e me li indica spesso per nome, ma ho occhi solo per le piante. Però gli avvoltoi del Nilo (Egyptian vulture: Neophron percnopterus) non si può fare a meno di vederli. Li chiamano ‘gli spazzini municipali’ e assolvono alla loro funzione con molta diligenza…
Le capre sono dovunque. La diffusione del bestiame semi-selvatico è un’altra delle caratteristiche dell’isola e uno dei suoi problemi. Sono soprattutto le capre - poche sono infatti le pecore e radi i bovini – le responsabili della decimazione delle piante. Qui si comprende sul campo la necessità (vitale) da parte delle piante di dotarsi di mezzi di dissuasione nei loro confronti. Sopravvivono alle capre solo le piante non commestibili o velenose (per es. gli Adenium) e quelle dotate di spine.
I compagni di viaggio. La guida e l’autista sono attenti e disponibili, espansivi e allegri. Amano la loro isola e la presentano nella luce migliore. Dignitosi, rilassati, mai servili, non rinunciano ai loro piccoli piaceri, come il rito della masticazione pomeridiana del khat (Catha edulis: vedi Piante e storie dall’Africa (seconda parte) del 27.08.07), qui molto diffuso. Se ne riempiono la bocca e poi aggiungono nuove foglioline ogni tanto, fino ad averne una guancia piena. Fumano anche (sigarette), mentre masticano, ma non bevono alcoolici.
Magico viaggiare tra le dune, con i finestrini aperti al vento dal mare, in compagnia della musica molto ritmata dalla radio della macchina, con i ragazzi che ci cantano sopra.
Gradevole il fuoco del camping, alla fine di una lunga giornata. Le ombre che si muovono intorno al fuoco, l’odore del fumo e le manovre per rimanere sopravento suscitano cumuli di ricordi; come l’odore del pesce cucinato sulla brace.
Belle le stelle, che nel buio totale sono tantissime, quante uno non ricorda di aver mai visto: un’esperienza che costantemente raccontano i viaggiatori del deserto. Ma questo sarà un altro viaggio: a beffa del nome, i deserti sono pieni di piante..!



La costa nord-occidentale dell’isola vista dal mare, da Qalansiya verso Shouab. Sono visibili in lontananza numerosi esemplari di alberi bottiglia



Apertura verso il mare dagli altipiani di Homhil. E’ una giornata ventosa, ma l’aria è tersa. Alla sinistra del piccolo specchio d’acqua increspato dal vento, una Dracaena cinnabari

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