Kate Ruth Schamberger spense la sigaretta nel portacenere, finì di scolare ciò che rimaneva nel bicchierino di brandy che aveva in mano, e si alzò in piedi.
Era molto alta.
Si trattava di una dote di famiglia, del resto: gli Schamberger erano tutti così, a cominciare dal padre di Kate, Pius.
Oscillando come l’albero di una nave col mare in tempesta, la signora si aggiustò il cappellino sulla testa e tentò di darsi una specchiata al vetro della finestra. Si spolverò la gonna con una mano, e si abbottonò il cappotto.
“Allora io vado, Herman. Sono in ritardo. Ringrazia tu per me quel prete, come si chiama, Padre Mathias, per il brandy”
Herman era seduto su un tavolino, e balzò giù con un salto.
Aveva sedici anni, e la sua statura si avvicinava al metro e novanta: “Ciao, ma’. Quando tornerai a trovarmi?”
“Non lo so ancora, Herman. Lo situazione la conosci: io e tuo padre abbiamo molto da fare. Dobbiamo lavorare”
“Però, dall’ultima volta che sei venuta qui, sono passati tre anni”
“Si. Lo so. Abbiamo avuto un mucchio di problemi. Mi dispiace. Spero che per la prossima volta passerà meno tempo, Herman”
Il ragazzo chinò la testa e si stropicciò un occhio con un dito grosso come una salsiccia. Chiese quasi sottovoce: “E…papà?”
“Papà lavora giorno e notte al saloon, e non ha un attimo di tempo. Ma mi chiede spesso di te. Ti vuole molto bene, Herman, anche se quando stavi a casa lo facevi arrabbiare tutti i giorni”
“Si. Ne combinavo di tutti i colori” – gli occhi del ragazzo si spalancarono, e divennero simili agli oblò di un piroscafo – “Ma ora sono cambiato, ma’, lo giuro. Chiedi a Padre Mathias, se non ci credi”
La signora Ruth sorrise: “Ci ho già parlato, con il prete, Herman. Mi fa piacere che tu sia cambiato. Fino a pochi anni fa eri un bambino che beveva, fumava, e combinava un mucchio di guai. Ci hai fatto impazzire”
“Ero un ragazzaccio”
“Si. Ed è per questa ragione che ti abbiamo portato qui” - Kate indicò con un dito lo spazio intorno a sé, sollevando solo una palpebra - “Come si chiama esattamente questo posto, che non me lo ricordo mai?”
“St. Mary's Industrial School” rispose Herman.
“Ah, si, St. Mary’s”
“Sai una cosa, ma’?”
“Dimmi”
“Padre Mathias ci fa giocare a baseball, qui, nel cortile del St. Mary's”
“Ah, si?”
La bocca di Herman si allargò: “Si, e sono già diventato il miglior lanciatore della scuola. Non ci crederai, poi: quando gioco sono mancino”
“Mancino? Non inizierai a scrivere con la sinistra, ora?”
“No, no. Tranquilla, ma’. Sono mancino solo quando lancio o batto”.
Kate Ruth Schamberger guardò fissa il figlio per qualche secondo, con un sorriso appena accennato sulle labbra. Poi, lo accarezzò su una guancia. “Cerca di studiare, Herman, o di imparare un mestiere. E’ meglio per te”
Il ragazzo arricciò un naso che somigliava a una zucchina schiacciata: “Perché mi chiami sempre Herman, e non George?”
“La storia la conosci, Herman: te l’avrò raccontata centinaia di volte. Tuo padre e io eravamo in disaccordo sul tuo nome quando nascesti: lui voleva un nome americano, e scelse George. Io, invece, quello del tuo bisnonno. Tu sei per metà tedesco, Herman: non lo dimenticare mai”
“Lo sai come mi chiamano tutti qui, però?”
“No. Come?”
“Babe. Mi chiamano così. E a me piace”
“Babe? Non mi piacciono i nomignoli. Ne parlerò a Padre Mathias, e…”
“No!”
“No cosa?”
Le sopracciglia di Herman si piegarono in basso, e la sua mano si posò sulla spalla della madre: “Non parlare con Padre Mathias, ma’. Non parlare con nessuno. Lasciami fare la mia vita, qui”
Il ragazzo non voleva certo farle male, ma la donna sentì la forza di quelle dita enormi, e di una mano che sembrava la pala di un’escavatrice: “Mi fai male, Herman, lasciami. Va bene, non dirò nulla a quel prete, ma lasciami”
Kate uscì di corsa dalla stanza, seppur traballando un po’ sulle gambe, e Babe la osservò alla finestra, finché non attraversò il cancello dell’istituto.
Era il 1912.
George Herman “Babe” Ruth non rivide la madre, due settimane dopo.
Non la rivide più, per lo meno in quel luogo.
In pratica, nel resto della propria vita non incontrò che pochissime volte i propri genitori, i quali gestivano un saloon in Camden Street, a Baltimora.
In altri termini, i suoi genitori si dimenticarono di lui, in quella via di mezzo fra un riformatorio e un orfanotrofio che era il St. Mary's Industrial School for Boys di Baltimora.
Lui, però, ebbe poco tempo per pensarci, perché nel giro di pochi mesi – dall’epoca di quella conversazione con la madre – era già diventato uno dei più promettenti giovani giocatori di baseball della città.
Il buon Padre Mathias, infatti, che gli aveva dato i primi rudimenti del gioco, si era reso conto in breve tempo che quel ragazzone con la faccia buffa aveva del talento, e non poteva certo continuare a giocare nella squadra dell’oratorio.
Ne aveva parlato, perciò, a un amico che si occupava sul serio di Baseball, Jack Dunn.
Quest’ultimo era un talent scout professionista, nonché proprietario della migliore squadra di Baltimora, e intuì immediatamente le qualità del ragazzo di origine tedesca.
Nel 1914, quindi, dopo un breve allenamento primaverile in Florida nel corso del quale fece sfracelli, il diciannovenne lanciatore mancino George Herman Ruth, detto “Babe”, esordì fra i professionisti con la maglia dei Baltimores Orioles.
Da quel giorno in poi, la carriera di Babe Ruth fu esplosiva e i successi inarrestabili.
Nell’arco di pochi mesi, infatti, divenne il giocatore più popolare di Baltimora.
I tifosi, poi, lo adoravano, anche per via dei suoi atteggiamenti istrionici e un po’ fanciulleschi, che suscitavano simpatia e divertivano il pubblico.
Le difficili condizioni economiche della squadra, però, a metà stagione costrinsero Dunn a vendere Ruth e gli altri gioielli della squadra a una società di Boston, i Red Sox, per una cifra vicina ai 30 mila dollari.
A Boston Ruth incontrò all’inizio dei problemi per giocare, perché la squadra era zeppa di lanciatori mancini come lui.
Tuttavia, dopo un brevissimo periodo di prestito a una società minore, anche coi Red Sox l’escalation della promessa di origine tedesca proseguì senza interruzioni.
Tra il 1915 e il 1919, i Red Sox vinsero tre volte il campionato professionistico americano, e Ruth si alternò nei ruoli di lanciatore e di battitore, dimostrando di essere un campione in entrambi: tanto per far capire ai non esperti, sarebbe come se un giocatore di calcio dei giorni nostri si cimentasse indifferentemente sia nel ruolo di centravanti che in quello di stopper.
In quegli anni Babe ottenne vari record, alcuni dei quali rimangono tuttora imbattuti, e gli stadi si riempivano di spettatori ansiosi di assistere ai suoi “fuoricampo”.
All’inizio del 1920, però, anche i Red Sox andarono incontro a una crisi finanziaria, alla quale il proprietario, Harry Frazee, mise rimedio vendendo i propri giocatori più forti a una squadra di serie B, i New York Yankees: quell’operazione fu denominata in seguito “il crimine del secolo”.
Frazee era un organizzatore di spettacoli teatrali, e pare che abbia dismesso il patrimonio dei Red Sox per finanziare il proprio ultimo musical: “No No Nanette”.
Ad ogni modo, agli Yankees Babe Ruth costò 125 mila dollari, più un prestito di 300 mila, basato su un’ipoteca dello stadio in cui giocavano i Red Sox.
Il campione non fu contento della cessione, ma l’aspetto più singolare di quella vicenda fu che negli 86 anni successivi i Red Sox non vinsero più un campionato.
Per questa ragione, nella storia del baseball la cessione di Ruth ai New York Yankees viene spesso citata come la causa della “maledizione di Babe”.
A New York, Ruth trovò uno stadio nel quale le proprie insuperabili qualità di battitore ebbero modo di esprimersi al meglio.
Nel 1922, fu sottoposto a una serie di studi scientifici presso la Columbia University, i quali evidenziarono che aveva delle qualità neurofisiologiche fuori dal comune: riusciva a “vedere” la pallina prima di chiunque altro, la colpiva con una velocità di rotazione e una forza molto superiori alla media, e aveva una precisione stupefacente.
In parole povere: era nato per il baseball.
In quegli anni, la squadra degli “Yankees” poteva contare su diversi campioni leggendari, il più noto dei quali era un altro atleta di origine tedesca, Lou Gehrig.
Le imprese compiute in battuta da Ruth e Gehrig, nel corso delle stesse partite, rimangono ancora insuperate.
Talora i due sembravano più gareggiare fra loro, a forza di fuoricampo e di battute spettacolari, che contro gli avversari.
Dato che Gehrig era sempre in turno di battuta subito dopo Ruth, quando si verificava una successione di fuoricampo ad opera dei due campioni, veniva usata l’espressione: “il tuono dopo il fulmine”.
Gehrig, tra l’altro, divenne il protagonista di una vicenda che colpì tutto il mondo: sul finire degli anni ’30 si ammalò di una gravissima malattia neurologica che porta gradualmente alla paralisi, e che da quel giorno ebbe il suo nome: la sclerosi laterale amiotrofica.
Quando Gehrig – giunto al record incredibile di 2130 partite giocate di seguito in sedici anni di carriera - si rese conto di non poter più continuare, decise di abbandonare il baseball e di salutare il pubblico nel corso di una cerimonia che ebbe luogo nel famoso Yankee Stadium, nel 1939.
Quel giorno, di fronte a decine e decine di migliaia di spettatori commossi, e alla presenza del suo grande compagno di squadra e amico Babe Ruth, un visibilmente rallentato Lou Gehrig annunciò il ritiro con un discorso, dal titolo "The luckiest man on the face of this earth", che tuttora viene citato fra quelli più memorabili nella storia degli States.
Gehrig morì nel 1941.
La sua vita e il suo famoso discorso furono messi in scena in un film strappalacrime del 1942, “The Pride of the Yankees” (“L’idolo delle folle”), nel quale un atletico Gary Cooper interpretava il ruolo di Lou.
La carriera di Babe Ruth ebbe fra il 1920 e il 1929 i propri momenti migliori.
In quegli anni, però, lo stile di vita del campione non era proprio quello ideale per un atleta.
Ruth, infatti, fumava, beveva, faceva vita notturna, ma soprattutto mangiava senza porsi alcun limite.
Il suo fisico divenne - già nei primi anni passati a New York - parecchio appesantito, ma ciò non pareva limitarne le qualità in battuta.
Ruth era uno dei personaggi più popolari d'America, e divenne il testimonial di vari prodotti commerciali: spesso, poi, veniva coinvolto in brevi performance cinematografiche, nelle quali interpretava sempre sé stesso.
In campo, cominciò col passare degli anni ad assumere atteggiamenti abbastanza aggressivi, e fu espulso varie volte nel corso delle partite: una volta, addirittura per essere venuto alle mani con uno spettatore.
La sua vita sentimentale fu altrettanto burrascosa.
Sposato nel 1914, si separò dalla moglie agli inizi degli anni ’20.
Malgrado la separazione, essendo cattolico non divorziò mai, ed ebbe varie avventure con le veline dell’epoca.
La moglie morì in un incendio nel 1929, e Babe ne approfittò per risposarsi con una sofisticata protagonista del “jet set”, Claire Hodgson, la quale gli rimase vicino fino alla morte.
Negli anni trenta iniziò il calo del grande campione, il quale continuò a esprimersi ad altissimo livello, senza tuttavia primeggiare incontrastato nelle statistiche della stagione.
Rimasero memorabili alcuni episodi di quegli anni, e in particolare quello di una partita svoltasi nel 1932, nel corso della quale il vecchio Babe avvertì il pubblico di un imminente fuori campo, che puntualmente realizzò.
La conclusione dell’attività agonistica in “Premier League” - la serie A del baseball americano - avvenne nel 1935, a 40 anni, con un record formidabile di ben 718 fuori campo, che fu battuto solo diverse decine di anni dopo.
Per qualche anno ancora Babe continuò ad esibirsi negli stadi, raccogliendo sempre gli applausi e il “tutto esaurito” di un pubblico che vedeva in lui una vera e propria leggenda vivente.
Nel firmamento del baseball, cominciava a splendere la stella di colui che sarebbe diventato un altro mito: Joe Di Maggio, futuro marito di Marilyn Monroe, e anche lui giocatore dei New York Yankees.
Babe Ruth morì nel 1948, a soli 53 anni, per un cancro alla gola, e da quel giorno gli Yankees ritirarono il suo numero di maglia, il 3.
Nel Yankee Stadium, c’è una statua in suo onore.
Presso la casa natale, in Elmore Street, a Baltimora, esiste oggi un museo a lui dedicato.
Nella via dove si trovava il saloon dei genitori di Babe, Camden Street, sorge oggi il nuovo stadio dei Baltimore Orioles.
Botescià
“Se la caverà, professore?”
“Ha la testa spaccata come un cocomero, Maresciallo, ma ancora è vivo. In tutta franchezza, mi chiedo come mai non abbia ancora tirato le cuoia”
“Ce lo siamo chiesti anche noi, quando l’abbiamo trovato così, in una pozza di sangue, sulla provinciale per Gemona”
Il professor Viganò si tolse gli occhiali, e iniziò a pulirli con una pezzetta: “Avete appurato, poi, se sia stato investito da un auto?”
“No. Non ci sono tracce sulla strada, ma soprattutto: la sua bicicletta era intatta. Questo è di sicuro il fatto più strano”
“Ma qualcuno ha visto cos’è successo? Avete indagato?”
“Nessuno ha visto niente. Non passava un'anima, al momento dell’incidente. E’ un mistero. Non si capisce, ad esempio, se abbia avuto un malore e sia caduto. Ci sarebbe qualche segno sulla bici, però. Rimane solo un’altra ipotesi…”
“Cioè?”
“Lasciamo perdere, professore. Vi porgo i miei ossequi”
Il Maresciallo dei Carabinieri Rinaldi salutò il Professor Viganò, primario del reparto di chirurgia dell’ospedale di Gemona, e si avviò verso l’uscita.
Non era certo allegro.
Ottavio Bottecchia era un personaggio fin troppo noto, e non solo in Italia: un ciclista professionista che vince due Tour de France di seguito non è certo uno qualsiasi.
“Botescià”: a Rinaldi tornò in mente che lo chiamavano così i cugini d’oltralpe, dopo che nel ‘24 e nel ‘25 si era imposto con grande facilità su tutti i migliori ciclisti dell’epoca, compresi i grandi fratelli Pellissier.
Quella storia, però, non lo convinceva per niente e, proprio per l’importanza del suo protagonista, rischiava di trasformarsi in un evento di risonanza nazionale: esattamente ciò che Rinaldi voleva evitare come la peste.
Non gli piaceva per nulla, infatti, l’idea che la notizia sollevasse l’interesse di qualcuno, a Roma, e che si ritrovasse a ricevere le telefonate imperiose di qualche gerarca imbufalito in fez e camicia nera, in cerca di capri espiatori: erano tempi in cui non c’era da stare tranquilli, con certe persone.
Qualche informazione lui però l’aveva già raccolta, tanto per non trovarsi impreparato, e risultava che il Bottecchia Ottavio, e perfino suo fratello Giovanni, avessero manifestato in passato qualche simpatia un po’ troppo sospetta per le idee socialiste, e addirittura per quelle anarchiche: il campione, quindi, non prometteva di essere il tipo di personaggio più amato a Roma, per lo meno nel corso di quel 1927.
Forse, però, proprio per questa ragione a Rinaldi il Bottecchia stava simpatico.
Innanzitutto, era un eroe della Grande Guerra, e quella guerra il Maresciallo l’aveva combattuta, e ci aveva perso perfino un fratello.
Le storie di guerra che si raccontavano su Bottecchia, poi, lo descrivevano come un tipo fuori dal comune.
Pare che facesse il bersagliere ciclista, e che una volta stesse trasportando di notte, lungo la linea, una mitragliatrice da campo: uno scherzetto da almeno una trentina di chili.
Sorpreso dalle sentinelle austriache, invece di nascondersi o scappare, Ottavio si era messo a pedalare ancora più forte sotto il fuoco, ed era riuscito a consegnare l’arma appena in tempo, prima che arrivasse un attacco.
Un attacco bloccato grazie alle sventagliate di quella mitragliatrice, la quale aveva quindi salvato centinaia di uomini, e impedito un’avanzata del nemico.
In un’altra occasione, si diceva che Bottecchia fosse andato addirittura a recuperare in una trincea austriaca la propria bicicletta, che gli avevano fregato, e che avesse mormorato un “Buonanotte fioi de’ cani”.
Rinaldi aveva dei dubbi sull’attendibilità di questa versione ma, in effetti, nelle poche occasioni in cui aveva avuto modo di incontrare Ottavio, aveva ricavato la sensazione che in quell’uomo ci fosse qualcosa di strano, e forse di un po’ pazzo: inoltre, era stata un’impresa epica anche il semplice scambio di due parole.
Ripensò all’aspetto di “Botescià”: era magrissimo, e aveva due occhi grandi come castagne, in un viso di forma triangolare, nel quale spiccavano un naso aquilino che sembrava il becco di una civetta, e una fronte solcata da un pentagramma di rughe profonde.
Nel complesso aveva la bruttezza contadinesca di un individuo che portava scritto sulla faccia un passato di fame, privazioni, fatica.
“Maresciallo Rinaldi?”
Il Maresciallo fu riportato alla realtà dalla voce dell’appuntato Grosso, che grosso era di nome e di fatto: un bisonte che pesava non meno di un quintale.
Lo guardò senza dire nulla, e attese che l’appuntato eseguisse il saluto regolamentare.
“Comandi, Maresciallo. C’è un giornalista, un certo Borrella, che vorrebbe parlarvi”
“E tu cosa gli hai detto, Grosso?”
“Che sarei venuto da voi per dirvelo, signore”
Le palpebre di Rinaldi scesero minacciosamente di quasi un centimetro: “E ti sembra che abbia voglia di parlare con un giornalista? Ora?”
“Beh, non so: voi non mi avete lasciato comandi in proposito, Signor Maresciallo”
Rinaldi fece un sospiro profondo, alzò gli occhi al cielo, e rispose: “Dov’è, questo Borrella?”
“In caserma, Signore. Vi sta aspettando lì da un’ora”
Dieci minuti dopo, Rinaldi era seduto dietro la propria scrivania, e di fronte a lui c’era un omino coi baffetti, la cui semplice vista già lo infastidiva.
“Signor Borrella, mi dispiace che siate venuto da Bologna per fare un buco nell’acqua”
Borrella sorrise, scoprendo un incisivo d’oro: “Ma no, Maresciallo. Sono certo che il mio viaggio si rivelerà utile”
“Non vedo come. Non c’è alcuna notizia di scalpore, qui a Gemona. Questo è un posto tranquillo”
“E secondo voi il ricovero in fin di vita di un grande campione come Ottavio Bottecchia sarebbe una notiziola da quattro soldi?”
Rinaldi rimase in silenzio: in effetti, il tipo non aveva tutti i torti, e sembrava che la sapesse lunga.
Borrella proseguì: “In tutto il mondo si parla del fatto, e in Francia la notizia occupa le prime pagine dei giornali. ‘Botescià’ è una celebrità, a Parigi, e il fatto che si trovi in un ospedale con la testa aperta a metà rappresenta, credetemi, una vera e propria bomba” – il giornalista prese fiato – “Soprattutto, poi, perché non si conoscono le dinamiche esatte del…ehm….dell’infortunio”
Rinaldi guardò fisso negli occhi il proprio interlocutore, e recitò una litania con il classico tono da verbale di ogni carabiniere che si rispetti: “Presto detto: in data 3 giugno 1927 Bottecchia Ottavio ha avuto un improvviso malore, da causa sconosciuta, ed è caduto nel corso del suo quotidiano allenamento mattutino in bicicletta, in località Peonis di Trasaghis - a pochi chilometri da qui - sbattendo violentemente il capo per terra, e procurandosi la frattura cranica per la quale è ricoverato all’ospedale di Gemona, in stato comatoso”.
“Tutte informazioni che già conosco, Signor Maresciallo, grazie. Non avete altro da dirmi, in proposito?”
“No”
“Allora gliene do qualcuna io: ho parlato con uno dei contadini che hanno trovato Bottecchia semisvenuto sulla strada. Come mai la sua bicicletta era intatta, e non c’erano segni sul terreno di una frenata, di un’improvvisa deviazione, di una caduta?”
“Tutti elementi da accertare e da valutare”
“Sapete, almeno, cos’è successo nel marzo scorso? Poco più di due mesi fa, insomma?”
“No. Di che si tratta?”. Rinaldi rispose chiudendo leggermente gli occhi: già sapeva dove quel Borrella voleva andare a parare.
“Il fratello di Ottavio, Giovanni, è stato investito da un auto, mentre si allenava in bicicletta, ed è morto sul colpo: vi sembra una coincidenza?”
“Volete che sia sincero? Si. Mi pare proprio una deplorevole coincidenza”
Borrella si sporse verso la scrivania del maresciallo, e domandò:”Vi dispiace se fumo un sigaro, Maresciallo Rinaldi?”
“Fate pure. Ma non potrò dedicarvi molto altro tempo: ho un mucchio di cose da fare”
Il giornalista accese un toscano, aspirò la prima boccata, e sparò il fumo verso l’alto con un sorriso che esprimeva soddisfazione.
Rinaldi lo osservò in silenzio.
“Sapete perché mi sto interessando così tanto a Ottavio Bottecchia?”
“Francamente no”
“Glielo dico. Lo conobbi alla Stazione di Bologna, quattro anni fa, nel ‘23”
“Ah, si?” – Rinaldi simulò un interesse di cortesia – “E come mai?”
“Avevo ricevuto l’incarico da Desgrange, l’organizzatore del Tour, di trovare qualche buon ciclista italiano che se la sentisse di correre come gregario nella squadra dei Pelissier, l’Automoto. Campioni come Girardengo, il miglior italiano dell’epoca, costavano troppo, e cercavano gente economica”
“E quindi?”
“Me lo trovai lì, l’Ottavio: seduto su una panca della stazione, mentre sgranocchiava una crosta di pane con un pezzetto di formaggio. Al suo fianco, c’era bene in vista il sacchetto dei rifornimenti dell’ultima gara alla quale aveva partecipato, il giorno prima. Sapevo bene cosa c’era dentro: tortelli di riso, mezzo pollo, marmellata, zucchero”
Rinaldi fece una risatina: “Interessante. Ci avete scritto un articolo per il vostro giornale?”
“Si, ma solo un anno dopo, quando vinse il suo primo Tour e l‘episodio mi tornò alla mente. Ad ogni modo, gli chiesi come mai non aveva mangiato il proprio rifornimento. E sapete cosa mi rispose?”
“Sentiamo”
“Che lo aveva conservato per portarlo a casa, ai suoi. “Cussì i pol magnar calcossa”, mi disse in dialetto. Capite chi era Bottecchia, ora? Soffriva la fame, correva per centinaia di chilometri su strade dove non si arrampicherebbe nemmeno un mulo, e portava perfino il mangiare a casa”
“Indubbiamente si trattava di una persona fuori dal comune, ma da queste parti ce ne sono diversi così: contadini temprati da mille privazioni, e abituati a fatiche spaventose”
Borrella aspirò una lunga boccata dal suo sigaro: “Pare che Bottecchia negli anni scorsi avesse espresso, in qualche occasione, idee socialiste, e che avesse perfino ricevuto delle minacce di morte: lo sapevate, Maresciallo?”
“Dove volete arrivare, Borrella?”
“Da nessuna parte, Maresciallo. Da nessuna parte. Vi tolgo il disturbo e vi auguro un buon lavoro. Speriamo che Ottavio si rimetta presto, e ci racconti com’è andata”.
Ottavio Bottecchia in realtà non si riprese mai dallo stato di coma in cui era caduto quel 3 giugno del 1927, e morì circa dieci giorni dopo, lasciando dunque irrisolto il mistero sul tragico incidente di cui era stato vittima.
Nessuno, insomma, riuscì a spiegare come il grande ciclista si potesse essere procurato una frattura della volta e della base cranica, più numerose contusioni in varie parti del corpo.
Si parlò di una bevanda ghiacciata che avrebbe potuto causare un malore e la conseguente cadura del ciclista, ma questa supposizione non appariva verosimile, in rapporto al numero e alla gravità delle lesioni subite da Bottecchia.
Inevitabilmente emersero, dunque, i sospetti che si fosse trattato di un'aggressione.
Qualcuno parlò di una spedizione punitiva di tifosi francesi, ma non era un'ipotesi credibile.
Qualcun altro tirò fuori la solita storia del marito geloso, ma anche in questo caso nessuno potè dimostrare nulla, né alcuno rivendicò mai il delitto.
Parecchi anni dopo un contadino del posto, in punto di morte, rivelò di aver preso Ottavio a bastonate perché gli stava rubando l’uva dal vigneto: una versione dei fatti altamente improbabile, se non altro perché l’incidente era avvenuto in giugno, e in quel mese non c’era uva commestibile nei campi.
Qualche anno dopo, un esule italiano in America - probabilmente un mitomane - raccontò di essere stato l’autore di un omicidio commissionato dal Regime, in ragione delle idee socialiste del campione trevigiano.
L'ipotesi dell'omicidio politico, però, che in quel periodo circolò con insistenza in Francia, fu in qualche modo suffragata anche dall’ex parroco di Gemona, il quale disse chiaramente - molti decenni dopo il fatto - che la morte di Bottecchia fosse da attribuire a un attentato fascista.
Il povero Maresciallo Rinaldi, che non era un cretino e nemmeno una persona malvagia, scrisse un verbale nel quale esprimeva tutte le proprie perplessità in merito all’episodio, e purtroppo i suoi timori di rogne in arrivo e di possibili ripercussioni si rivelarono fondati: fu trasferito in Sardegna, e lì concluse la propria carriera.
Ottavio Bottecchia è stato uno dei più grandi ciclisti della storia di questo sport.
Nell'arco di quattro stagioni è riuscito in imprese che tuttora si ricordano, e ha vinto quasi tutte le competizioni più importanti, fra le quali brillano i due Tour e la Milano-Sanremo.
Era soprattutto uno straordinario “faticatore” della bici, che emergeva nelle tappe di montagna più dure, in un’epoca nella quale le strade erano sterrate, le bici erano pesantissime, i percorsi erano lunghi diverse centinaia di chilometri - al punto che la partenza avveniva spesso nel cuore della notte – e non c’era il più delle volte la minima assistenza in gara.
La famiglia - che era originaria della marca trevigiana - era molto povera, e di sicuro Ottavio e i suoi due fratelli soffrirono la fame nell'infanzia.
Scoprì la bici in occasione del servizio militare svolto come bersagliere ciclista, durante la Prima Guerra Mondiale-
Proprio in quegli anni iniziò ad allenarlo il suo luogotenente, un certo Gallia, che era stato un buon corridore dilettante in Piemonte.
Lo stesso Bottecchia raccontò che al ricordo dei ripidissimi sentieri di montagna percorsi con il fardello di armi pesanti, le più impegnative montagne del Tour - come il Galibier e l’Izoard - gli erano sembrate delle passeggiate.
La sua carriera iniziò nel 1923, in un’età - 29 anni - abbastanza avanzata per lo sport, e durò poche stagioni, forse proprio per lo stress indicibile cui era stato sottoposto il fisico di quest’atleta, che veniva da un passato di fame, stenti, fatiche, e perfino da una guerra combattuta sul fronte. Dopo la stagione di esordio, nel corso della quale solo la sfortuna e il boicottaggio degli avversari francesi gli impedirono di vincere il suo primo Tour, nel 1924 e nel 1925 la forza di Bottecchia esplose in modo incontenibile.
Ad esempio, vinse la sua prima “Grand Boucle” indossando la maglia gialla dal primo all’ultimo giorno della competizione: un’impresa che solo il francese Anquetil sarebbe riuscito a emulare in seguito, negli anni ‘60.
Dopo una vita di povertà, finalmente per Bottecchia arrivò la ricchezza, ma anche i primi guai: lettere anonime con minacce di morte per il suo antifascismo.
Nel 1926 iniziò il suo declino, e nel 1927, dopo una brutta caduta, ma soprattutto in concomitanza con la morte del fratello Giovanni - anch'egli ciclista - si era praticamente già ritirato.
Nel maggio del 27, però, il Giro d’Italia passò dalle sue parti, e la nostalgia della bici ebbe la meglio: ricominciò ad allenarsi, con l’idea di tornare alle competizioni.
L’episodio che segnò la sua fine avvenne poche settimane dopo la ripresa dell'attività, proprio nel corso di uno dei suoi quotidiani allenamenti.
Quando si parla di ciclismo del passato, tutti ricordano Bartali, Binda, Coppi, Girardengo: ma pochissimi il povero, piccolo grande uomo “Botescià”, il quale fu l’ultimo protagonista del ciclismo eroico.
A Peonis, nel luogo in cui fu trovato il suo corpo, c'è oggi una statua.