Home » Rivista "O" » Omeriche Visioni dicembre 2007

Cose di casa




Marmi color avorio. Illuminazione soffusa. Teche di vetro, pannelli con spiegazioni in italiano e in inglese. Un acronimo. Non manca niente della moderna concezione museale. Siamo a Taranto. E si parla del Museo Archeologico, oggi più brevemente rinominato MARTA www.museotaranto.it . Un nome di donna. E un’effigie di donna in terracotta colorata come immagine. Bellissima e austera. Con le labbra colorate di rosso e con la testa dalla quale si può capire dove venivano posti gli splendidi diademi in oro. Dopo sette anni di lavori di restauro, le porte del Museo si sono riaperte, all’inaugurazione erano presenti Rutelli e il rosso presidente della Regione Nichi Vendola. Il museo era un posto buio, pieno di vetrinette e colmo di un’infinità di reperti. Adesso ha riaperto solo un piano del museo, entro un anno riaprirà nella sua interezza. Dieci ampie sale sono visitabili, con una luminosità che fa da contrasto al ricordo del passato. Per la città è un segno forte. Il museo rappresenta la storia gloriosa di una città messa in ginocchio da politiche sbagliate. Taranto rappresenta il disastro di andare contro natura, nel vero senso del termine. La bellezza dei due mari e delle coste ne fa un luogo affascinante, turistico per vocazione. Ogni tarantino ha questi due mari dentro, il mar Piccolo e il mar Grande. Un nucleo protetto e calmo e l’altro aperto, che spinge ad andare. Il mare è ancora tra i più belli dove fare un bagno d’estate. I Greci lo sapevano allora. Una posizione di certo strategica per le rotte orientali. I Greci hanno dato a Taranto la bellezza. Si intravede nelle stanze del museo. Un artigianato raffinato ed elegante, gioielli lavorati e sobri, statuine delicate, pitture vascolari di armoniosa fattura, statue, bassorilievi, mosaici dalle linee moderne. Doveva essere veramente uno splendore.
Certo, stare a parlare sempre della stessa cosa diventa un luogo comune. La stessa cosa sarebbe l’Ilva: il complesso siderurgico che si estende alle porte della città e che compone un panorama terrificante di fumi e di ciminiere. Il mio sogno è che un giorno si trasformi in un grandissimo complesso di arte contemporanea e di architettura industriale. A Bilbao ho visto una cosa del genere, non è un’utopia. Ma è dalle cose piccole, dai piccoli gesti che è giusto ripartire. Dopo due sindaci che sono stati un disastro dietro l’altro, ora a guidare una città in dissesto finanziario è una persona onesta, Ippazio Stefàno. Già nell’accento su una vocale si distingue, come le vecchie parole poetiche accentate in modo insolito. Ha presidiato il posto di primo cittadino con un gesto esemplare: ha rinunciato allo stipendio da sindaco. Dopo amministrazioni comunali che hanno guardato solo al proprio interesse individuale e all’arricchimento alle spese della gente, mi è parso un gesto simbolico eccezionale, una sorta di schiaffo morale a quella borghesia pretenziosa, rappresentata dall’ex sindaco Rossana Di Bello, tutta apparenza e ostentazione e rampantismo forza italiota becero che qui ha molta presa. O alla mafia fascistoide di picchiatori espressa da Giancarlo Cito, icona in piccolo di una ignoranza temeraria che crede di poter fare il bello e il cattivo tempo a forza di connivenze, giochi sporchi e reti televisive. Non so quanto durerà questo periodo di amministrazione onesta. Ma per ora c’è ed è giusto constatarlo. E per ora, oltre al museo da visitare, ci sono anche due belle mostre a Taranto, che sono espressione di un’apertura intelligente. Fanno parte dell’iniziativa Nati a Taranto www.natiataranto.it, inaugurata da Mario Monicelli. L’intento è quello di mostrare talenti che si sono affermati fuori della città, in altri contesti. Ho appreso dell’iniziativa attraverso un cartellone pubblicitario: una carrozzina con due remi accanto e una coccarda fatta di un nastro blu e uno rosso (i colori della città). Una bella immagine, che fa da contrasto con l’usanza di pubblicità urlate e pacchiane e che emerge per l’intelligenza e il senso. Tra gli sponsor, però, c’è proprio il nemico, l’Ilva. Ma ci torneremo in seguito.

Le due mostre sono in due sedi anch’esse emblematiche: il fotografo di fama internazionale Pino Settanni www.pinosettanni.it espone cento ritratti all’interno del Palazzo Aragonese, che è un castello rimasto intatto nella bellezza architettonica, dal quale si staglia il famoso ponte girevole, e che è di proprietà della Marina Militare. Ora, l’Ilva da una parte e la Marina Militare dall’altra sono i due poli di sostentamento economico della città. I due poli ufficiali. Non dimentichiamoci che Taranto è anche una base Nato, o meglio la più grande del Mediterraneo. Pino Settanni, nato a Taranto nel 1949 e partito nel 1973 alla volta di Roma, fotografa con occhio da pittore. I suoi ritratti colgono personaggi italiani famosi della cultura e spettacolo in pose certamente studiate ma con un bell’equilibrio tra intensità, sensibilità e divertimento allegro. Lo specchio dell’anima è una mostra di ritratti sensuali, dove la sensualità non risiede solo nei corpi, ma nell’espressione del viso, ed è realizzata attraverso un uso intenso della luce, tanto da rendere le immagini a colori altrettanto intense rispetto al bianco e nero, cosa alquanto rara. Tra le immagini più belle, Federico Fellini che scaglia in aria matite colorate e Mario Monicelli avvolto in una sciarpa rossa, che pare la stessa ad essere sollevata dal vento di una passeggiata al mare di Marcello Mastroianni.





L’altra mostra è di pittura, è una personale di Roberto Caradonna www.robertocaradonna.com, classe 1953, che vive e lavora ad Amsterdam ed espone alla Galleria Frans Jacobs Fine Arts di Parigi assieme a Chagall, Picasso, Matisse e Vlaminck. Caradonna ha una cifra stilistica personalissima, realizza dipinti di matrice esistenziale ma è leggero nel segno e nell’uso dei colori. Spazia dai piccolissimi ai grandi formati e nel contrasto tra i contenuti forti di protesta e la forma delicata trova grande espressività. La sua Eterna Odissea è una mostra di 71 opere suggestive, che spaziano dall’uso di tele, ceramica e composizioni vicine a una sorta di pop art di matrice classica prettamente italiana. Le opere sono esposte a Palazzo D’Aquino, nella Città Vecchia. Il palazzo cinquecentesco, restaurato di recente che nasconde all’interno uno splendido giardino dall’incantevole colonnato, era sede dell’Accademia degli Audaci. Adesso, in comodato al Comune di Bari, sarà sede amministrativa dell’Università che aprirà a Taranto, sotto l’egida dell’Università di Bari. Si spera che verrà concesso ancora per ospitare mostre, data la sua evidente, seppur nascosta, bellezza.
Come si può notare, le iniziative di Nati a Taranto, seppur promosse dal Comune, sono sostentate grazie all’appoggio esterno e di privati, grazie ai quali sono dati gratuitamente persino i bei cataloghi delle mostre. Solo una pubblicazione è a pagamento: 10 euro per un volume omonimo, Nati a Taranto, che raccoglie testimonianze sulla città di chi ha realizzato la propria vita in altri luoghi. Tra chi scrive, è presente anche il magistrato Giancarlo De Cataldo, ormai più noto come scrittore. Dei 10 euro, 5 vanno in donazione alla biblioteca cittadina. Come fare a criticare, dunque, la presenza di uno sponsor scomodo in una iniziativa così ben studiata? L’unica speranza è che ci sia un’apertura all’interno della stessa Ilva, che cioè si faccia qualcosa di reale e concreto per ridurre il preoccupante inquinamento. O che ci sia, come forse è più realistico, una sorta di dialogo aperto tra tutte le forze in campo a Taranto sulla via della riapertura di un canale culturale che possa davvero contribuire a cambiare la fisionomia di una città che, seppur bastonata, conserva ancora bellezze sommerse.
Come dimostrano le immagini di Danilo Carriglio, fotografo tarantino, autore di immagini di forza e delicatezza, forse la cosa più bella, contenuta nel volume Nati a Taranto, fatta da chi la città la conosce davvero vivendoci e la sa raccontare: http://www.flickr.com/photos/dankar

Gli adolescenti secondo Van Sant e Scimeca




Due film lontani e diversi affrontano con alcune analogie il tema dell’adolescenza: Paranoid Park di Gus Van Sant e Rosso Malpelo di Pasquale Scimeca. Lontani soprattutto geograficamente: la West Coast americana della città di Portland e l’entroterra siciliano della provincia di Enna. Vicini anche per l’utilizzo di attori non professionisti. Paranoid Park viene dopo la “Trilogia della morte” (Gerry, Elephant e Last days) che aveva segnato il ritorno alle origini cinematografiche di Van Sant, dopo i film commercialmente orientati come Will Hunting o Scoprendo Forrester, e da questo punto di vista è un’opera “cerniera” della filmografia del regista. Premiato alla 60esima edizione di Cannes, Paranoid Park è tratto dall’opera omonima di Blake Nelson (una sorta di “Delitto e castigo” sullo skateboard) scrittore di Portland, città dove Van Sant ha deciso di vivere. Rosso Malpelo è tratto dalla famosa novella verista di Giuseppe Verga contenuta in “Vite dei campi” e è il quarto lungometraggio di Scimeca praticamente non distribuito nei cinema e visto solo da alcune scuole nella settimana intitolata alla lotta contro lo sfruttamento dell’infanzia, perché la storia di Rosso Malpelo, anche se scritta più di cent’anni fa, è senza tempo e senza spazio, attuale come il lavoro dei bambini o le morti sul lavoro.
In Paranoid Park, Alex, un sedicenne apatico della middle class appassionato di skateboard, comincia a frequentare un parco conosciuto da tutti gli skateboarders della città. Lì conosce un vagabondo senza più Dharma che gli propone di saltare su un treno in corsa e uccide accidentalmente una guardia ferroviaria. Dopo la rimozione dell’accaduto, la colpa dell’omicidio incomincia a ossessionare il ragazzo che non può confessarla agli sfuocati genitori in separazione, né alla superficiale fidanzata biondina e men che meno al suo miglior amico Jared appassionato, come lui, solo di skateboard. La soluzione e la liberazione è il racconto stesso scritto a matita e indirizzato idealmente a una amica più sensibile, Macy. Malpelo è invece il soprannome derivato dai capelli rossi di un ragazzo che lavora con il padre, Miscu Bestia, minatore in una solfatara. Quando Miscu Bestia muore in un crollo per aver accettato un appalto scadente, Malpelo perde l’unica persona che gli abbia mai dimostrato affetto e viene trattato come una bestia dagli altri lavoratori, abbandonato dalla madre e dalla sorella maggiore. Il ragazzo si sfoga trattando male gli asini e i lavoratori più piccoli tra cui Ranocchio, un bambino cagionevole che viene a lavorare nella miniera e gli viene affidato. Quando però Ranocchio si ammala di tubercolosi, Malpelo dimostra tutta la sua pietà dandogli le sue razioni di cibo e facendo il lavoro per lui. Alla fine Malpelo si rassegna a trovare una morte simile a quella del padre.
Van Sant opta per uno stile più narrativo e lineare rispetto agli ultimi suoi film anche se sono sempre presenti i circuiti di ripetizione che lo caratterizzano e le fredde sfumature minimaliste. La storia dell’omicidio é raccontata in prima persona dal protagonista che scrive una lettera/confessione a un’amica per liberarsi dal peso della colpa. L’incipit è perfetto e, come in un prologo, anticipa tutto dando un carattere di iniziazione alla vicenda con la frase “non sono ancora pronto per Paranoid Park”. Ai primi piani insistiti dei personaggi, Van Sant alterna riprese molto liriche e significative in super8 di skateboarders in ambienti urbani di cemento liscio come omaggio alle prime immagini di questa sottocultura, ma che sono anche immagini definitive sulla precarietà e la vuotezza esistenziale degli stessi skateboarders. Le musiche nei film di Van Sant sono sempre significative e se da una parte il grunge appartiene proprio a quella zona d’America e la musica “Angeles” di Elliott Smith, un cantautore di Portland, sembra quasi un riassunto della vicenda quando Alex brucia la lettera, colpisce la scelta delle musiche di Nino Rota scritte per Giulietta degli spiriti e Amarcord di Fellini. Scimeca è molto fedele alla novella di Verga e quasi didascalico nella rappresentazione. Il mondo di Rosso Malpelo è diviso tra la notte e il giorno, il buio e la luce. L’oscurità è soprattutto quella artificiale dentro la miniera dove Malpelo è costretto a lavorare fino a notte fonda, ma non è per forza simbolo di morte. Alla luce del sole si svelano le ingiustizie e la violenza degli adulti e si svela anche la morte quando viene recuperato il corpo di Miscio Bestia oppure quando Malpelo costringe Ranocchio a vedere un asino malato buttato in un fosso e mangiato dai cani. La notte è popolata anche da personaggi al margine, come i poveri dentro le osterie, e le immagini diurne, piene di luce e dalla bella fotografia, sono quelle della solitudine in rapporto alla natura. Non c’è una reale caratterizzazione temporale della vicenda, potrebbe essere qualsiasi luogo in qualsiasi momento della storia dell’uomo, ma l’utilizzo del dialetto e di diversi tipi di siciliano sottotitolati, ricordano un mondo del passato che non esiste più.
Quindi per semplificare, con questi due film si hanno da una parte gli adolescenti nichilisti del mondo ricco e dall’altra quelli sfruttati e rassegnati di quello povero. Nulla li dovrebbe accomunare se non il loro essere ragazzini, non più bambini e non ancora adulti, ma già segnati, già senza speranza. Eppure sia in Van Sant che in Scimeca un briciolo di quella speranza è rimasto. Van Sant non giudica mai i suoi personaggi, neanche quelli più superficiale e omologati, quelli più corrotti, ma anzi c’è un certa tenerezza nel rappresentarli. Sono sempre delle vittime, anche se indifferenti e fragili. Sta qui il fascino degli skateboarders in equilibrio su una realtà precaria, abulici ma sospettosi che qualcosa non vada, con la guerra in Iraq sullo sfondo e adulti totalmente inconsistenti. Alla fine, l’unico aiuto, una possibile anche se illusoria via di fuga, viene dai ragazzini stessi, dai propri simili con cui si condividono le esperienze. È significativa in questo senso la scena finale di Paranoid Park con Alex che viene trainato da Macy in bicicletta. Anche in Rosso Malpelo la comunanza diventa l’ultimo valore. Nonostante Malpelo sia stato maltrattato e educato a maltrattare, riesce ancora a provare compassione verso Ranocchio chiamandolo “pulcino” per togliergli il suo soprannome e portandolo fuori dalla miniera per sottrarlo, invano, dalla morte. Da questi due film si esce rassegnati che il mondo non potrà essere salvato dai ragazzini, ma forse i ragazzini potranno essere salvati dai ragazzini stessi.

Odio il Natale




Il tavolino di un bar all'aperto, quattro persone sedute intorno.

Estragone
: Dicono che nei prossimi giorni pioverà, però non farà freddo.

Vladimiro: Per fortuna sono una persona previdente. Mi sono appena comprato l'impermeabile nuovo.

Pozzo: Qualcuno ha per caso scritto la lettera a Babbo Natale?

Estragone: Io no.

Vladimiro: La lettera a Babbo Natale? Scherzi? E se poi non mi risponde che faccio? Io non le sopporto più le delusioni.

Estragone: Parole sante.

Lucky: Oggi, alla Feltrinelli, ho preso a pugni una vecchietta che voleva passarmi avanti nella fila per fare i pacchi di Natale. Poi ho mozzicato in testa la cassiera che non voleva scalarmi i punti della tessera. Infine ho preso a calci il nero che mi stava aspettando fuori per vendermi uno dei suoi libri.

Pozzo: Durante le feste natalizie le Librerie Feltrinelli sono il ricettacolo dei nostri peggiori istinti.

Estragone: Che cosa hai comprato in libreria?

Lucky: Ho comprato gli ultimi tre libri di Moccia... per Agata. In allegato c'era anche il Dvd "Le parole che non ti ho detto".

Vladimiro: Forse era meglio la lettera a Babbo Natale. Il fare da soli a volte è controproducente.

Pozzo: Io la lettera comunque l'ho scritta.

Estragone: Davvero?

Pozzo: Sì.

Vladimiro: Che coraggio!

Lucky: Che slancio!

Estragone: Che sprezzo del pericolo!

Vladimiro: E cosa gli hai chiesto a Babbo Natale?

Pozzo: Adesso non me lo ricordo.

Lucky: Agata è partita.

Estragone: Non è possibile!

Vladimiro: Agata? Non ci credo!

Lucky: Con il suo nuovo fidanzato. Due settimane a Cuba. Ha detto che lui la comprende, la stima, la tiene in considerazione, e poi le ha regalato l'ultimo romanzo di Ken Follett.

Pozzo: Lo dicevo io che era meglio la lettera a Babbo Natale.

Vladimiro: E adesso con i libri di Moccia, che ci fai?

Estragone: Neanche a dire che possa far freddo. Si poteva organizzare un bel falò. Ma qui le previsioni parlano chiaro. Piove ma non fa freddo.

Pozzo: Certo è un guaio avere tutta questa grazia di Dio, e mandarla sprecata.

Lucky: Aspettiamo, magari l'ondata di freddo arriva.

Vladimiro: Non ne sono convinto.

Pozzo: Neanch'io.

Estragone: Aspettare comunque non costa niente.

Lucky: ...Forse dovevo regalarle l'autobiografia di Zeffirelli.

Pozzo: Certo, con Zeffirelli andavi sul sicuro.

Vladimiro: Avresti conquistato pure la sua famiglia. Le madri amano quelli che amano Zeffirelli.

Estragone: Adesso comunque è inutile parlarne.

Pozzo: Aspettiamo.

Vladimiro: Tanto qualcosa arriva di sicuro.

Lucky: ...e a Capodanno?

Estragone: C'è sempre tempo per Capodanno. Adesso aspettiamo Babbo Natale.

Vladimiro: Parole sante. Io comunque già sento un po' di freddo.

Pozzo: Pure io.

Lucky: Aspettiamo...

The toilet gallery


C’è chi lo chiama wc, chi bagno, chi gabinetto, chi toilet e chi cesso. Chiamatelo come vi pare ma è proprio lui a vivere in questo momento una vera celebrazione. Non sarà un trend di classe ma siamo di fronte al revival del gabinetto pubblico.
A Kingston è un docente d’arte universitario, Paul Stafford, a lanciare la moda sfruttando uno spazio pubblico da tempo fuori uso. Si tratta di uno storico edificio che ha servito gli abitanti di Clarence Street, sobborgo residenziale a sud-ovest di Londra, e divenuto oggi una galleria d’arte di tendenza: il Loo-vre.
Nello slang anglosassone “loo” è il nome affettuoso che viene dato al wc, e da qui l’appellativo per la The Toilet Gallery. L’inaugurazione dell’insolita galleria è avvenuta lo scorso 25 ottobre e a farle da padrino erano presenti Gilbert e George, duo portavoce della BritArt e autori di creazioni molto discusse nel loro paese sulle funzioni corporali.
Il comune ha finanziato parte della bizzarra iniziativa, e ora nella sala da bagno del Loo-vre vengono esposte opere di giovani artisti inglesi ed è possibile assistere a rappresentazioni e proiezioni di film.
Intanto sul web si assiste ad una epidemia d’arte che sta contagiando diversi paesi in gara tra loro per i bagni pubblici più alla moda. In testa alla classifica Chongqing, città cinese con 31 milioni di abitanti, in cui è stato costruito il bagno pubblico più grande ed originale del mondo. La cosa che lascia senza parole sono le forme, diciamo originali, che hanno assunto i vecchi urinatoi: gambe sexy, teste di mostri e addirittura l’effige della Vergine Maria.
Ma non è finita qui perché anche i più prestigiosi hotel, i ristoranti alla moda, i musei e i teatri gareggiano tra di loro ingaggiando famosi architetti da tutto il mondo e celebri designer per trasformare le toilet in vere opere d’arte. Mosaici, cristalli, ceramiche pregiate, specchi in oro zecchino, sculture e materiali hi-tech fanno da cornice nelle sontuose sale da bagno.
A questo proposito è nato un portale The Bathroom Diaries, guida fondamentale per chi volesse vivere un’esperienza a metà strada tra l’artistico e il tecnologico. Raccoglie pagine di diario che vanno dai viaggi nelle toilet avveniristiche come astronavi, a quelle che offrono un servizio di tecnologia wireless. Il sito è diventato talmente famoso che qualcuno ha pensato di dare il via ad una gara con tanto di premio tipo Oscar. E per i vincitori ci sarà lo Smith College Museum of Art di Northampton, in Massachusetts.

Antonio Rezza e Bahamut


Antonio Rezza. In un paese con una cultura appena decente basterebbe questo nome e cognome per chiudere subito il discorso. Qui no. Forse perché da noi il talento e il merito non sono qualità così indispensabili? Probabile. Comunque Antonio Rezza è il più grande performer vivente (concordo in pieno con quanto da lui stesso affermato), almeno qui in Italia. Da quasi un mese sta al teatro Vascello, per presentare il suo ultimo spettacolo Bahamut, ideato anche questa volta con la fedele Flavia Mastrella. Cos’è Bahamut? È Antonio Rezza che si muove, parla, salta, grida, fa i dispetti (come quando, nel corso dello spettacolo, ci tiene al buio per buoni trenta secondi e poi dice “faccio pure lo stronzo!”), e che dà vita ai suoi personaggi disperati e disperanti, figli di una società che non è morta, è proprio sottoterra: tra questi, lo zio che sul letto di morte esala le sue ultime inutili parole e se la prende con tutti (dai comunisti agli omosessuali), la perfida signora Porfirio che dirige l’azienda d’abbigliamento che veste tutti, dai bambini agli adulti, la donna incinta che spera che il figlio maschio (perché se è femmina, so’ botte!) diventi sottosegretario al ministero della difesa. Bahamut è uno scatenato e spassosissimo (avevo le lacrime agli occhi per le risate) montaggio dadaista che fa a pezzi qualsiasi idea precostituita, qualsiasi forma di potere (politico, culturale, religioso, eccetera, eccetera), qualsiasi concetto di teatro “borghese”. E lo fa utilizzando una cosa che nel teatro italiano è sempre stata tenuta in secondo piano: il corpo. Rezza lo modella, lo schianta, lo sfascia il suo corpo, per arrivare ad esprimere il vuoto che ci sta sommergendo, che ci sta soffocando. Soltanto Antonio Rezza poteva mettere in scena, dimenandosi attraverso la scarna ma efficace scenografia di Flavia Mastrella, la ricerca di Dio nella località sciistica di Kranjska Gora. Soltanto lui poteva fare degli impressionanti, meravigliosi e divertentissimi giochi di parole, impersonando un albergatore della località invernale di Kitzbuhel. Quando vedi un suo spettacolo, ti rendi conto di quanto possa essere meravigliosa l’arte, e di quanto sia straordinaria la libertà che ti concede. E poi Rezza è un generoso, non si risparmia, dona tutto se stesso allo spettacolo e agli spettatori e questo si sente sul palcoscenico. Eccome se si sente!... Soprattutto se questa generosità la paragoni alla stipsi di molti, troppi “artisti” che calcano le scene… "Il più grande performer vivente" rimane al Vascello fino al 23 dicembre. Io ci ritorno. Mi piace troppo la libertà…

Tempi di moquette




C'è una ragazza che cammina con le scarpe in mano. Cammina barcollando. Non sente il freddo dell'asfalto bagnato di neve. Il velo delle calze è l'unico strato che la protegge. E' come fosse scalza. Ma quel velo le dà l'impressione di essere protetta e le evita il dolore dei tacchi alti. Ha ballato controvoglia, il vino rosso l'ha fatta muovere e restare in piedi con un sorriso strano. Anche le sue scarpe hanno qualcosa di rosso in punta e sul tallone. Le tiene per il cinturino che si chiude sulla caviglia. Varca la soglia della porta girevole. E il nero blu della notte si accende con i lampadari di cristallo che illuminano a giorno la hall dell'hotel. Strizza gli occhi annebbiati. I piedi camminano sulla moquette. Dal sollievo che prova intuisce che faceva davvero freddo fuori. E' sempre per contrasto che si sente, pensa.
Ci sono colleghi di lavoro nella hall. Tutti rilassati e stanchi dopo la notte di baldoria. C'è chi è steso sul divanetto al centro della hall, chi organizza il proseguimento della festa in camera, qualcuno cerca una compagnia di una notte. Così, giusto per fare gruppo. La ragazza si siede un attimo. Poi si alza, vuole sentire quella moquette sotto i piedi, che le pare un massaggio caldo.
La hall sembra un sogno finito da tempo. Le note di Amarcord suonano silenziose solo nella sua testa, accompagnandola nel ritmo lento dei movimenti. Il soffitto altissimo, le tende color champagne, gli stucchi art nuveau, le colonne marmoree lisce e splendenti. Tutto porta ad alzare in alto il viso e gli occhi si posano sui lampadari con i cristalli che fremono di luce e la rifrangono attorno. Dov'è che alloggiava Fellini? Lo chiede alla reception, un omino occhialuto e sospettoso si nasconde dietro un computer, abituato forse alla solita domanda dei turisti che frequentano il Grand Hotel di Rimini. L'uomo risponde senza emozione: nella suite 315. Non si può vedere la suite, è a disposizione dei clienti, che possono prenotarla e dormirci. Ed è occupata adesso. Guardando fuori, si percepisce il vento freddo e il mare della riviera dev'essere agitato, grigio scuro di onde forti. La neve non è leggera, è pesante di pioggia che la rende terrena. La ragazza, vagando ancora, come se volesse essere emozionata dal luogo senza riuscirci, incontra quasi sbattendoci contro un uomo in livrea. Ha gli occhi di un celeste rinascimentale e i baffi folti marroni e grigi che compongono due grosse virgole sotto i lati della bocca. Potrebbe essere un uomo della Resistenza, un partigiano. Sul cellulare la ragazza ha come salvaschermo la foto del bisnonno. Con la stessa foggia di baffi. Quest'uomo le appare famigliare. Gli chiede notizie sull'albergo. Quando è stato costruito? L'uomo ha l'accento romagnolo. Ci sono due modi di parlare a Rimini. Uno a voce alta, ed è una voce allegra e scanzonata, con gli strascichi di esse e zeta che compongono ghirigori di entusiasmo momentaneo e giovane. L'altro è un tono più basso, dove l'allegria si trasforma in dolcezza. E appartiene a chi ha più anni alle spalle o a chi osserva di più la vita, il tono basso dei segreti o della disillusione. Con questo tono basso, l'uomo in livrea inizia a parlare. L'albergo è dei primi del Novecento. Originariamente aveva due cupole orientaleggianti, distrutte in un incendio nel 1920. Poi la guerra fece il resto e i saccheggi lo spogliarono di gran parte dei preziosi arredi. L'uomo diventa un cicerone e mostra alla ragazza le foto dell'albergo, di com'era all'origine. Le foto sono appese in un corridoio ampio e nascosto. Il color seppia emoziona stavolta. E l'albergo ritratto nelle immagini appare più grande e maestoso, con un'architettura che sembra un ricamo. "Lei non sa quanto era bello questo posto", dice l'uomo. "Ancora adesso rimane la sua bellezza. E' avvolgente. Se si rimane qui almeno per tre giorni, si rimane innamorati". C'è qualcosa che l'uomo vuole dire. Ma aspetta. La conversazione ha bisogno di tempo e di silenzi. L'uomo e la ragazza con le scarpe in mano, si fermano in una posizione che permette di guardare tutta la vastità della sala. La gente reduce dalla festa è più numerosa. Si guarda senza vedersi, senza sapere che dire. Qualcuno ride forte in modo grossolano. L'uomo guarda per terra. Sospira impercettibilmente. "Questa l'hanno messa di recente", si riferisce alla moquette. "Sa, ora i tempi sono cambiati. Io lavoro qui da vent'anni. Sempre di notte". La ragazza lo lascia parlare, cullata dal tono basso e ritmato come una ninna nanna. "Sotto c'è il marmo. Era tutto di marmo. Entrando c'era il pavimento lucido e maestoso. Bianco con disegni neri trasversali". "Perché l'hanno coperto?", chiede lei. "Ora la gente vuole le cose comode. A scapito della bellezza. Nessuno sa più apprezzare e proteggere la bellezza. In questi anni le cose belle che c'erano qui sono state portate via o sono state coperte. Che mobili c'erano... Spariti. I proprietari di una volta sapevano come valorizzare la cultura. Adesso si bada solo al profitto. Il profitto è finto, come questa moquette. Non lascia niente. Io lucidavo il marmo tutte le sere. Ci voleva più tempo, certo. Ora ci metto mezz'ora a pulire la moquette ma non lascia soddisfazione. Vedere il pavimento lucidato era un incanto. Arrivavo e andavo via contento".
La ragazza azzarda un giudizio generale, che le preme dentro: "Oggi il mondo va così, è tutto senz'anima". L'uomo la comprende: "Voi giovani non lottate. Assecondate chi vi comanda per il proprio tornaconto. Certo, per voi è più difficile. Ma non avete il coraggio di combattere. Io, vede, ho più di sessant'anni. Ma se voi giovani vi alzaste a lottare per quello che è giusto, noi vi seguiremmo". La ragazza sente malinconia e gratitudine verso l'uomo dai grandi baffi. Lo ringrazia. Qualcuno la chiama. E la voce la riporta a un presente da affrontare. L'uomo le dice "Sono io che ringrazio lei". Salutandosi si rivelano il nome. E decidono di darsi del tu. L'uomo scompare, come risucchiato da un sogno che finisce. La ragazza torna tra la gente. "Ma che fai, parlavi col cameriere?", dice una voce coetanea. Lei si infila le scarpe. I tacchi calpestano la moquette. I piedi le fanno di nuovo male. Esce fuori e il vento freddo che si infila tra le poltroncine di ferro bianco la riporta a una vita da ripensare.

Il Left & Right di De Gregori


De Gregori era il mio cantautore preferito negli anni dell’adolescenza schifa. Superava Dalla, Venditti (ci voleva veramente poco con Venditti), Guccini, De André. Il tempo passa… adesso mi dovrebbero pagare per andare a vedere un concerto di Dalla o di Venditti… Guccini fa il solito Guccini. De André, invece, è diventato per me qualcosa di imprescindibile. Le sue canzoni, in direzione sempre ostinata e contraria, mi servono durante le giornate come l’aria che respiro… De Gregori rimane comunque una presenza importantissima nella mia personale discografia, anche se i suoi ultimi album non sono così belli come “Rimmel”, “Titanic”, “Scacchi e tarocchi”, “Terra di nessuno”… Venerdì 7 dicembre. Piove a Roma. Mi avvicino all’Auditorium della Conciliazione, De Gregori tiene il primo dei suoi due concerti, in concomitanza con l’uscita del suo nuovo album dal vivo “Left & right”. È la prima volta che lo ascolto in una sala decente per fare musica. Gli altri suoi concerti li ho visti al Palaeur. Una tragedia acustica che grida vendetta a Dio e agli uomini. Aspetto il mio amico, poi quando arriva entriamo. L’Auditorium è pieno. Abbiamo comprato i biglietti più economici (27 euro, sic!) e ci ritroviamo nelle ultime file, con una bella lastra di vetro in primo piano. Beh quando si spengono le luci, dice il mio amico, non si dovrebbe notare… Speriamo. Dopo un quarto d’ora si fa buio. Arrivano i musicisti che si dispongono in circolo sul palco. E poi eccolo, il Principe. Saluta, da il benvenuto alle signore e ai signori, dice che lui e il suo gruppo presenteranno le ultime canzoni che hanno scritto e poi attacca. Titanic… ecco appunto… fa sempre il Dylan Francesco, le versioni delle sue canzoni cambiano continuamente. Qui sembra veramente che c’è l’orchestrina che l’accompagna (c’è anche la fisarmonica), il suono è caldo e avvolgente. Poi I muscoli del Capitano, “tutti di plastica e di metano”… Quando l’ha scritta eravamo all’alba dell’era craxiana e lui ne aveva già previsto l’inabissarsi… “Signor mozzo io non vedo niente, c’è solo un po’ di nebbia che annuncia il sole, andiamo avanti tranquillamente”, alla fine c’è lo splendido e malinconico assolo del pianoforte che ci precede verso il disastro… Francesco attacca con L’abbigliamento di un fuochista… Le prime tre canzoni prese da un album di venticinque anni fa… “Titanic” appunto… Che vorrà dirci il Principe?... Che “la gente oggi non ha più paura di niente, nemmeno di rubare” e “a me mi rubano la vita, quando mi mettono a faticare per pochi dollari nelle caldaie sotto al livello del mare. In questa nera nera nave che mi dicono che non può affondare”… E’ soltanto una coincidenza, certo, ma io vado con la mente a Torino, agli operai morti... Insomma la situazione della nave è ancora adesso disperante (altro che “non buona” come afferma Celentano)… De Gregori fa poker con “Titanic”… La leva calcistica della classe ’68... Lui un’idea c’è l’ha per salvare questa nave alla deriva… Ci vuole “coraggio, altruismo, fantasia”… E non bisogna aver paura… Insomma la passione, come quella che ci mette lui questa sera. Si vede che gli piace cantare, gli piace fare musica con i suoi musicisti. Io sto già con le lacrime agli occhi… Poi una pausa dal passato, ecco Battere e levare… “Stasera guardo questa strada e non lo so dove mi tocca andare” (a chi lo dici France’!)… Poi Festival, una canzone scritta molti anni fa in memoria di Luigi Tenco, l’angelo che girava senza spada… La città dei fiori di cui canta Francesco è ancora lì con la sua spaventosa ipocrisia… Le altre canzoni, prima dell’intervallo, sono ancora pezzi del suo straordinario passato: Natale, Raggio di sole… una piccola intrusione nel repertorio recente: Caldo e scuro, con quello splendido verso, “L’amore insegna, ma non si fa imparare”… poi Generale… “queste cinque lacrime sulla mia pelle, che senso hanno”… Anche noi ce lo domandiamo ancora, insieme a lui… De Gregori sembra fondersi con i suoi musicisti e fare schermo per poche ore alla stupidità selvaggia che gira intorno a questa città, a questo paese… L’ultima canzone prima dell’intervallo è Sempre e per sempre, una delle più belle degli ultimi anni… E’ da solo, con il pianoforte… La sua voce mette i brividi: “sempre e per sempre dalla stessa parte mi troverai”… Già questo basterebbe… L’intervallo dura un quarto d’ora, poi lui e la sua band ritornano sul palco. Attacca Vai in Africa, Celestino!... Fa La ballata dell’uomo ragno, forse una delle sue canzoni meno riuscite. Ricordo quando l’ho sentita al Palaeur; erano gli ultimi fuochi del CAF (per i più piccini: Craxi/Andreotti/Forlani) ed eravamo tutti avvelenati, soprattutto contro Craxi… “Si atteggia a Mitterand, ma è peggio di Nerone”. Allora ci spellavamo le mani. Adesso la canzone sembra quasi addolcita dalla dimensione acustica del concerto. Ma quelle parole, evidentemente, sono ancora attuali… Com’è ancora attuale Adelante, Adelante!, scritta quindici anni fa... “Questa terra senza misura, che già confonde la notte e il giorno, e la partenza con il ritorno, e la ricchezza con il rumore, ed il diritto con il favore, e l’innocente con il criminale, ed il diritto con il carnevale”… Questo concerto è più politico di quanto ci si potrebbe immaginare… De Gregori utilizza spesso l’armonica a bocca e la band a tratti lo supporta con delle improvvisazioni rock-blues… C’è il tempo per fare Per le strade di Roma dal suo ultimo album in studio “Calypsos”, una meravigliosa indagine poetica della sua città con quel verso che mette i brividi: “ed il futuro intanto passa e non perdona”… c’è l’ha fatta sudare, ma poi eccola… Rimmel… io sto sotto la sedia per l’emozione, per questa voce, queste parole che riesco a sentire meravigliosamente bene, grazie all’acustica dell’Auditorium… e poi La valigia dell’attore, di una struggente malinconia, e Il bandito e il campione... durante quest’ultima canzone fa una pausa per far risaltare ancora di più quel verso: “cercavi giustizia, ma trovasti la legge”… Francesco ringrazia e se ne va, poi ritorna per il bis… La donna cannone, con l’accompagnamento del solo pianoforte… ho la pelle d’oca… la sua voce che sembra quasi disegnare in cielo questo meraviglioso mistero che vola… l’Auditorium è tutto ai suoi piedi… finisce con una scatenata Buonanotte Fiorellino, con lui che gli da giù con l’armonica a bocca… ringrazia tutti, adesso è proprio finita… Esco dall’Auditorium pensando non soltanto di aver ascoltato un grande concerto, ma di aver letto anche un grande romanzo, un romanzo che parla con coraggio di questo nostro paese… A marzo De Gregori tornerà a Roma per un altro concerto all’Auditorium della Conciliazione, ed io ci sarò… sempre e per sempre dalla stessa parte.

Crack of Civilizations?




Vi ricordate il teschio di diamanti di Damien Hirst? E' stato esposto a Londra e, secondo un autorevole critico, ha rappresentato la nascita dell'arte del ventunesimo secolo. E' presto per dire se le cose stanno così. Fatto sta che, sempre a Londra, c'è molta agitazione per un'altra opera artistica, esposta alla Tate Modern. Si tratta di una crepa gigantesca. Tutto qui? Sì, tutto qui: una crepa che da piccola come una linea si spacca sempre più fino a raggiungere una larghezza tale da mettere in pericolo perfino i visitatori. Si cammina in uno spazio bianco, immacolato e vasto e nel mezzo bisogna stare attenti a questa specie di faglia. Una quindicina di visitatori ci sono cascati dentro. Un paio si sono feriti pare gravemente. Il che, come si può immaginare, ha creato una serie di contestazioni rivolte al museo e alle misure di sicurezza. Ed è questo che ha reso chiacchierata l'opera, più che l'intenzione e l'espressione artistica.



I 167 metri lungo i quali serpenteggia la crepa sono stati realizzati da Doris Salcedo, che ha trasformato lo spazio pubblico della Turbine Hall della Tate Modern.

Guardate qui la Turbine Hall com'è di solito


Si possono leggere le motivazioni artistiche di Doris Salcedo, classe 1958, nata in Colombia a Bogotà, dove vive e lavora. L'opera Shibboleth (così si chiama la crepa), pone domande sull'interazione tra la scultura e lo spazio, sull'architettura e i valori che racchiude, e sulle fondamenta ideologiche sulle quali sono costruite le nozioni occidentali della modernità. La stessa Salcedo dice che "la storia del razzismo corre parallelamente lungo la storia della modernità e ne è il lato oscuro taciuto". Dunque lei ricorda che anche nel nostro tempo esiste una vastissima classe sotterranea socialmente esclusa, nella società occidentale così come in quella post coloniale. La crepa esposta mostra una frattura nella stessa modernità.

Sui giornali italiani è stato detto che l'installazione ha avuto accoglienze tiepide dalla critica.
Non mi pare che sia così. Ad esempio Ben Lewis sostiene che la faglia è anch'essa espressione dell'arte del ventunesimo secolo. Le sue parole tradotte suonano così: "se il teschio di Hirst rappresenta il pinnacolo della vacuità della bolla dell'arte contemporanea, la crepa simbolizza il suo imminente collasso" e non a caso "è una crepa che corre lungo il museo più popolare dell'arte moderna". Quindi, secondo Lewis, l'opera è importante come critica al sistema dell'arte, crepato dal suo interno.
Jonathan Jones, critico del Guardian, sfoggiando un'erudizione che gli permette una sempre ricca varietà di associazioni, spiega nella sua recensione che l'opera va contestualizzata nella formazione della Salcedo e che rappresenta una metafora psicologica e politica. Doris Salcedo è stata testimone degli orrori e delle violenze accaduti in Colombia, come lo scontro del 1985 tra i guerriglieri e lo Stato, scontro culminato con la gente bruciata viva nel Palazzo di Giustizia di Bogotà e che le ha fatto affermare: "Da allora ho iniziato a concepire opere basate sul nulla". Jones da questo deduce che la Salcedo cerca di dare forma a chi non ha potere o, meglio, visto che il dare forma è esso stesso un atto di potere, lei leva la forma.
E dunque, se dare forma, costruire con mattoni e acciaio, erigere un grattacielo o una stazione di potere - fare architettura - è un atto di potere, allora fare una crepa in una costruzione può liberare le voci, esaltare le sofferenze degli oppressi.

La cosa che a me è venuta in mente è che il simbolo espresso da questa opera d'arte sia, forse più letteralmente e più banalmente, il senso della frattura, che si sostituisce a quello dello scontro. Mi sposto dunque in ambito internazionale, chiamando in causa una celebre teoria delle relazioni internazionali: il Clash of Civilizations, lo scontro delle civiltà, ideata da Samuel P. Huntington.
Forse, ora, si può iniziare ad analizzare una sorta di Crack of Civilizations, di frattura delle civilità, che implica una distanza sempre più marcata tra modi di vivere. Sia che parliamo di ricchi e poveri, sia di paesi occidentali e paesi asiatici e in via di sviluppo, di occupati e inoccupati, di giovani e vecchi. Forse questo paragone è azzardato, lo è di sicuro. Ma ciò che, da umile osservatrice e lettrice, percepisco è che esistono delle reali spaccature e distanze. E che il ruolo di chi fa arte è essere consapevole di queste spaccature e di osservarle da vicino, cercando di vedere dentro un vuoto che si è venuto a creare. Possibilmente, con parole semplici e robuste e cercando con attenzione di non cascarci dentro e farsi male.

Veramente falsi Vip


Ci sarà pure qualcuno in tutto il pianeta che ha come sogno erotico la regina Elisabetta che fa pipì con tanto di mutande di pizzo calate sulle ginocchia. Oppure qualche no global che avrebbe un gran piacere nell'introdursi nella sala dove George W. Bush e Tony Blair sembrano amabilmente godersi la sauna. C'è una persona che costoro dovrebbero ringraziare per aver concretizzato visivamente il loro desiderio. A mettere in mutande la regina d'Inghilterra – o meglio, ad abbassargliele - e a cogliere nel momento di massimo relax due simboli del potere è una fotografa inglese, Alison Jackson che non è ancora stata arrestata per violazione della privacy per un solo motivo. Il fatto è che gli scatti in questione non ritraggono i vip reali, bensì i loro sosia immortalati in alcuni banali momenti quotidiani.
In questo progetto fotografico – che si potrà ammirare in tutta la sua follia nel mese di dicembre alla galleria B+M di Los Angeles – ce n'è veramente per tutti: da Britney Spears a Monica Lewinsky (mentre accende un sigaro a Bill Clinton, in un atto di perfetta sintesi degli studi freudiani). Guardando questi scatti, non si può fare a meno di porsi una domanda: perché? Quale tipi di distorsione mentale potrebbe portare una persona a concepire queste immagini? Inutile sforzarsi più di tanto, è la fotografa stessa a fornire ampie spiegazioni. Anzi, sembrerebbe pronta a scrivere un trattato di sociologia in proposito. “Immagini potenti dominano il mondo – dice la Jackson -. Immagini di celebrità che hanno raggiunto lo status di icone o demoni. Loro sono news, e diventa difficile fare una distinzione tra ciò che è reale e ciò che è fantasia, cosa è importante e cosa non lo è”. E in un mondo che è diventato popolato da spettatori televisivi più che da cittadini, “le celebrità sono le icone di questa contemporanea religione popolare”. Di conseguenza, sostiene la fotografa, siamo portati a credere che le immagini in cui queste personalità vengono ritratte rappresentano l'intera realtà intorno al soggetto protagonista. Ed è a questo punto della riflessione che è giunta l'idea geniale. Perché non smuovere gli spettatori passivi pronti a credere ciecamente alla veridicità di tutto quello che viene loro presentato come realtà procurando loro uno shock? Perché, guardando Madonna con un ferro da stiro in mano, per qualche secondo si può anche credere che la diva sia tutta presa nelle faccende domestiche, ma poi qualche dubbio si insinua. E non è male prendere l'abitudine di dubitare sempre che quello che si vede – soprattutto se confezionato da chi ne avrebbe un tornaconto personale – sia vero o falso.
Certo, farebbe piacere alla quasi totalità delle donne credere sulla fiducia che quella ritratta con una scopa in mano e una tenuta da carcerata sia davvero Paris Hilton. Ma questo è un piccolo piacere a cui si può rinunciare se servisse a sviluppare una sano senso critico.
E per quanti abbiano provato invidia per la libertà di cui godono gli artisti all'estero – che possono permettersi di mostrare anche i reali in momenti intimi -, si rasserenino. Abbiamo una fortuna inestimabile: da noi i premier si fanno allegramente fotografare mentre fanno le corna ai loro colleghi stranieri, senza bisogno di fotomontaggi o estro artistico.

L’opera-mondo di Fassbinder


Il cofanetto sta lì, nella mia libreria, da qualche giorno. Ancora sigillato. Intonso. La sua sola presenza mi rende felice. Sulla copertina c’è lui con il suo immenso corpaccione da bevitore, il cappello, gli occhiali scuri, la barba lunga e ispida. Rainer Werner Fassbinder. Il più grande regista tedesco del secondo dopoguerra. Soltanto la saga Heimat di Edgar Reitz può arrivare a lambire la sua straordinaria produzione cinematografica. Wenders invece gli può soltanto allacciare le scarpe. Fassbinder è qualcosa di inarrivabile, di unico. Come la sua vita bohemienne. Fassbinder era un drogato. Era drogato nel senso stretto del termine (morirà per overdose nel 1982), ma era anche un tossicodipendente da film. Nella sua breve ma intensissima carriera artistica ne ha girati quarantuno. I film liberano la testa, così si intitola il libro che riunisce i suoi saggi sul cinema. E le sue creature di celluloide ne sono un’ampia dimostrazione. Fassbinder ha preso la storia della Germania e l’ha rivoltata come un guanto, senza pudore, senza cadere nei falsi miti. Non aveva in mano una macchina da presa, ma un coltello per incidere le piaghe pustolose del passato tedesco… Soltanto un genio folle poteva filmare l’ultima scena de Il matrimonio di Maria Braun, quando l’immensa Hanna Schygulla infligge a sé e al marito, che l’aveva venduta per soldi, la morte per gas. Scoppia la casa dei Braun, come scoppia la Germania che nel film sta vincendo il mondiale di calcio del 1954. Scoppia il falso rinnovamento post-bellico del paese (nei titoli di coda del film scorrono le immagini di tutti i cancellieri tedeschi del dopoguerra), come scoppia anche la vita coniugale, la vita amorosa tra uomo e donna. Nessun altro regista al pari di Fassbinder ha spiegato le logiche di potere e di sopraffazione insite nei legami affettivi. Sarà per questo che sono ancora indefessamente avvinghiato alla mia singletudine?... Probabile.

Procuratevi, se potete, una copia (ma perché non l’hanno ancora rieditato in dvd?) de Le lacrime amare di Petra von Kant, dove, oltre ad Hanna Schygulla, c’è l’altra straordinaria musa del cinema fassbinderiano, Margit Carstensen. L’amore, dice Fassbinder, è un gioco al massacro, una roulette cinese (titolo di un altro suo bellissimo film), dove la vittima può diventare all’improvviso il più spietato dei carnefici, mentre il carnefice originario si trasforma nell’agnello sacrificale. Questo sotto il tallone di ferro della logica capitalistica, che crea altre forme di schiavitù, di alienazione… La vita a due, secondo il regista tedesco, è quindi soprattutto sottomissione, annullamento, compromesso. È mancanza di libertà. E l’amore, scriveva Fassbinder, “è lo strumento migliore, più insidioso e efficace di oppressione sociale”. Guardate Martha: ancora Margit Carstensen che rimane imprigionata su una sedia a rotelle, dentro la casa del suo dispotico marito. Non c’è speranza, non c’è luce. Il finale de Il mercante delle quattro stagioni è qualcosa di agghiacciante: dopo la morte del protagonista, la moglie e il suo amante si ritrovano a vivere insieme, ma non hanno il coraggio di guardarsi negli occhi. Il loro sguardo è fisso verso la camera, a contemplare qualcosa che è irrimediabilmente sfuggito, che si è perso per sempre. La libertà, il sogno, l’autodeterminazione dalla sopraffazione…
C’è ancora quel cofanetto intonso sulla mia libreria. E’ l’opera-mondo di Fassbinder: il Berlin Alexanderplatz, tratto dal romanzo di Alfred Doblin. Uno sceneggiato televisivo composto di 13 puntate e un epilogo, per la bellezza di 15 ore e mezzo (la benemerita Dolmen pubblica ora su dvd la versione restaurata presentata al Festival di Berlino di quest’anno con un disco extra di contenuti speciali)… Franz Biberkopf, dopo aver passato in prigione quattro anni per l’omicidio della sua fidanzata, si aggira per la città… La Berlino degli anni venti… Franz si immerge con il suo corpo goffo, immenso, debordante nei canali urbani della metropoli, nei suoi splendori e nelle sue sozzure… Franz Biberkopf è Rainer Werner Fassbinder che con quest’opera mostruosa e pantagruelica compie il suo viaggio agli inferi, la sua estenuante seduta psicoanalitica… In queste 15 ore Fassbinder indaga la storia della Germania weimariana per scoprire dove aveva iniziato a prosperare il seme cattivo del nazismo… Racconta il legame “amoroso” di Franz con l’affascinante gangster Reinhold, un amore che arriverà a distruggerlo, facendolo diventare un burattino in mano al potere, il perfetto nazionalsocialista…
La felicità temporanea di Franz con le donne, soprattutto con la povera Mieze… Racconta il ventre tentacolare della metropoli, con le sue luci, i suoi rumori… In tutto questo risalta come uno splendido diamante l’amore viscerale di Fassbinder per la cultura popolare, per l’Hollywood di Douglas Sirk (lo splendido regista mitteleuropeo approdato sulle coste della California)… Il suo amore smodato, esorbitante, folle per il cinema… Fassbinder dava tutto se stesso sulla pellicola, per questo i suoi film erano la sua pelle, il suo sangue, la sua anima… Era questa la pazzia, il sogno straordinario e inarrivabile di Rainer Werner Fassbinder.


Da I libri liberano la testa (edizioni Ubulibri):

Nel 1979 una classe di allievi ha redatto il seguente questionario. Le prime ventisei domande furono inviate a tutti gli interpellati; le ultime sei, definite “Questionario personale”, furono formulate individualmente per ogni intervistato.

(Alcune domande con le risposte di Fassbinder)

Come immagina la sua vecchiaia?
Non conto di arrivarci.

Qual è il gioco di società che le piace di più?
Il gioco della verità.

Lei considera le persone malate di mente un peso per la nostra società?
Nella nostra società non c’è nessuno che non sia malato di mente.

In quali condizioni lei farebbe un grosso sacrificio?
Nell’amore.

Lei sarebbe disposto ad adottare un bambino bisognoso di cure?
No

Pensa che il Prossimo le voglia bene?
Io rendo così difficile, al mio prossimo, il volermi bene, che solo in pochi restano.

A quale personaggio si ispira? Perché?
A Heinrich von Kleist, perché è riuscito a trovare qualcuno che volesse morire con lui.

Quando e perché si è trovato in imbarazzo?
Sono sempre in imbarazzo quando sono osservato da una persona in uniforme.

Cos’è per lei l’essenziale in un paritario rapporto a due?
Che i partner verifichino costantemente i valori su cui si basa la loro parità.

A suo parere, quali sono gli ingredienti di una domenica mattina?
Caviale, champagne, l’Ottava di Mahler, Radio activity dei Kraftwerk, il Bild am Sonntag, un libro tanto entusiasmante che dispiace finirlo, un amico che sia un buon amico e la possibilità di staccare il telefono.

Alle elezioni per il Parlamento federale, a quale partito ha dato il suo voto?
A nessuno ormai.

Lei crede a quello che mostra nei suoi film?
Sì.

Come s’immagina il suo futuro professionale e privato?
Il passato non esiste, nemmeno il presente, quindi neppure il futuro.

Il ritorno dei Macchiaioli


Torna a Roma, dopo 50 anni dall’ultima esposizione alla Galleria D’Arte Moderna del 1956, una mostra interamente dedicata alla scuola dei Macchiaioli; ospitata al Chiosco del Bramante, sarà visitabile fino al 3 febbraio prossimo. La curatrice, Francesca Dini, propone un itinerario di circa 120 opere, articolato in otto sezioni, per illustrare nascita e sviluppo del movimento artistico italiano più importante del diciannovesimo secolo.
Gli artisti protagonisti della rassegna fanno parte della scuola pittorica nata a Firenze intorno alla metà del 1800, che metteva al centro dell’opera artistica il “sentimento del vero”, rifiutando ogni idealismo romantico o neoclassico, ispirandosi alle esperienze sia pittoriche che letterarie del naturalismo francese e alle suggestioni della pittura en plein air, soprattutto di Jules Breton.
Sono pittori che decidono di abbandonare lo scontato purismo accademico e sostituiscono ai temi della storia quelli della contemporaneità: dalle battaglie contro gli austriaci, da cui molti di loro sono effettivamente reduci, alla descrizione delle piccole realtà quotidiane.
Dal punto di vista estetico, la novità portata da questi artisti era l’affermazione che l’immagine del vero è un contrasto di macchie di colore e di chiaroscuro, ottenuti, all’inizio, utilizzando uno specchio annerito col fumo che permetteva di esaltare i contrasti chiaroscurali all'interno del dipinto.
Il termine Macchiaioli venne coniato nel 1862 dalla "Gazzetta del Popolo",in senso dispregiativo, ma venne presto adottato da Telemaco Signorini e da tutto il gruppo di giovani artisti che si riunivano nella saletta del Caffè Michelangelo, a Firenze, a pochi passi dall’Accademia, protetti e sovvenzionati dal loro grande mecenate, Diego Martelli che riuscirà a dare risalto internazionale al Movimento ormai esaurito, quando, al ritorno dalla Francia, nel 1879, nel corso di un’importante conferenza sugli Impressionisti, traccerà pubblicamente il parallelo con gli artisti della scuola Toscana.
La Mostra romana mette bene in evidenza, infatti, come quella dei Macchiaioli possa essere definita una vera e propria scuola, per la comunità di intenti che legavano i componenti del gruppo.
I temi preferiti sono quelli paesaggistici, la campagna Toscana è grande protagonista della prima parte dell’esposizione, sia che si tratti dei campi di Castiglioncello presso Livorno, dove Diego Martelli aveva una tenuta che vide ospiti negli anni praticamente tutti gli esponenti più importanti del movimento, sia che si tratti della campagna di Piagentina, poco fuori Santa Croce, a Firenze. Fedeli al “sentimento del Vero”, questi artisti non ci propongono mai paesaggi fissi, ma ci narrano di contadini che lavorano senza sosta nei campi con i piedi scalzi e i vestiti laceri, di pescatori bruciati dal sole che riparano reti a cavallo di muretti biancheggianti, di monelli che rubano fichi arrampicandosi sugli alberi, di butteri intenti a marcare i propri puledri, di contadine che sul finire della giornata si fermano a pregare e a godere del tramonto e la descrizione dell’incessante movimento e della fatica di corpi realisticamente descritti viene resa attraverso un uso drammatico del colore e del contrasto ombra-luce… E’il tema della realtà e della dignità del lavoro, è il tema della quotidianità dell’Italia dell’epoca, che diventa protagonista della parte centrale della mostra, intitolata “L’epica del quotidiano” dove troviamo due quadri importanti del movimento :le “Cucitrici di camice rosse” di Borrani e l’”Educazione al lavoro” di Lega. Il primo quadro, del 1862, viene dipinto in un momento critico del processo risorgimentale, all’indomani degli scontri tra Garibaldi e l’esercito sabaudo sull’Aspromonte, al centro della scena ci sono quattro donne, intente a cucire camice rosse e le tinte prevalenti del quadro rimandano al tricolore: il rosso delle camice, il bianco delle tende e il verde della tovaglia che copre il tavolo centrale e di altri elementi decorativi, la dignità del lavoro quotidiano di quattro donne viene così elevato a valore militante. Anche il secondo quadro ha per protagonista due donne, una adulta, di spalle, il cui profilo va perdendosi nel contrasto ombra-luce, così da diventare un generico viso di donna e una bambina che guarda dritta in faccia la donna che le sta spiegando il lavoro in cui è intenta; il volto della bambina, al contrario di quello dell’adulta, è molto caratterizzato soprattutto da uno sguardo deciso e attento che ci comunica il suo totale coinvolgimento e la chiara coscienza dell’importanza del momento del lavoro. Sul tavolo accanto, un libro e un calamaio ci parlano di una coscienza civile derivata evidentemente dall’accesso all’alfabetizzazione.
La mostra continua illustrando poi, come, dopo il 1870, l’osservazione e la descrizione del vero si divide in due grossi filoni, uno che continua nella rappresentazione di contesti agresti e vita dei campi e l’altro che invece comincia a osservare ambienti cittadini e borghesi, figli del compiuto processo di unità nazionale che a diversi di questi artisti ex quarantottini, mazziniani, dovette apparire una costruzione alquanto deludente, nel suo ripiegamento reazionario, e non è un caso che proprio in questi anni, andrà anche attenuandosi l’uso della “macchia” come strumento polemico e i quadri diverranno piu’ “dolci” , l’uso del contrasto di luce e colore assoluto verrà fortemente attenuato,le composizioni pittoriche, andranno, nella maggior parte dei casi, “ingentilendosi”.
Il percorso della mostra si conclude poi con tre sezioni dedicate monograficamente agli ultimi anni,quelli dal 1880 in poi, di tre grandi nomi della Scuola:Signorini che sfuma la sua pennellata raccontandoci dei bei paesaggi di Rio Maggiore e di una sempre assolata costa ligure;Lega, che abbandona ogni suggerimento politico dedicandosi invece a descrivere il suo incanto per le donne borghesi o contadine del borgo di Gabbro,dove si ritira, e Giovanni Fattori che rimane forse il nome più noto di tutto il movimento e che vivrà il suo ripiegamento artistico ed ideale utilizzando un realismo sempre piu’ esplicito e amareggiato per raccontare scene quotidiane e spesso cruente della vita in una Maremma aspra e selvaggia.

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