Le piante e un raccontino di Natale
Le feste di Natale. Quelli che… ‘Mi ricordano l’infanzia’; quelli che ‘Non me ne frega niente’… quelli che ‘Non se ne può più dei bambini sempre per casa’…quelli che ‘A Natale si è tutti più buoni’… quelli che ‘Oddio, i regali di Natale!... Quelli che ‘Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi…’
Arrivano le feste di Natale e come tutti gli anni ci prendono di sorpresa:
- Ma come? Ancora non abbiamo disfatto le valigie con i costumi da bagno e già compaiono gli addobbi e le luminarie di Natale?
La sorpresa un po’ dipende dal tempo atmosferico, dal lungo autunno mite che sembra quasi un prolungamento dell’estate. C’è che quando la natura si preparava al freddo nei modi e al tempo in cui eravamo abituati, il suo messaggio in qualche modo arrivava - anche alla gente di città dall’attenzione distratta - in forma di cieli plumbei, strati di foglie cadute sull’asfalto, fiato che usciva di bocca a nuvolette, al cui calore si cercava di scaldare le mani.
Ma è anche il tempo-tempo che rema contro, e scorre indifferente ai nostri tentativi di frenarlo. O non sarà uno degli effetti dell’età, aver perso la meravigliosa sicurezza nell’infinità del tempo, nella regolarità del suo scorrere? Passato, presente, futuro… Un’altra illusione?
“Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta!”
(Paul Valery)
“Il tempo si lacera. Dove ritrovare i prati della mia infanzia? I soli ellittici rappresi nello spazio nero? Dove ritrovare il cammino che oscilla nel vuoto? Le stagioni hanno perduto il loro significato. - Domani.. Ieri - Che vogliono dire queste parole? Non c’è che il presente. Una volta nevica, Un’altra volta piove. Poi c’è un po’ di sole, un po’ di vento. Tutto ciò è adesso. Non è stato, non sarà. E’. Sempre. Tutto insieme. Perché le cose vivono in me e non nel tempo. E in me tutto è presente.”
[Agota Kristof,
Ieri (Hier) - Einaudi; 2002]
“Si può procedere avanti e indietro sul crinale del tempo? Scendere e salire come su questi sentieri?
Tutto si muove. Proprio tutto. Ma in circolo o lungo una linea? - questo si chiedeva Shitao, e forse era troppo”
[Da: Maurizio Ciampa
Tutto quello che offre il mondo. Vita del pittore Shitao e del principe Zhu Ruoji; p . 186; Bollati Boringhieri, 2006]
Sarà che questi che scrivono sono di una certa fascia d’età e hanno scoperto cose che ai giovani sono precluse, ma davvero sono mondi diversi, quelli che ci sembra di ricordare dai nostri anni giovanili e quello che ci passa per la mente adesso…
D’altra parte, mentre stiamo ad elucubrare su vertigini metafisiche, la realtà ci sovrasta, con il traffico delle compere natalizie, le luminarie, i regali e, naturalmente,
le piante di Natale.
I festeggiamenti, nel periodo dell’anno che coincide pressappoco con il Natale dei cristiani, hanno un’origine antichissima. Sono infatti i giorni del solstizio d’inverno, o ‘del sole fermo’: il 21 dicembre (nell’emisfero Nord) è il giorno più corto dell'anno e la notte più lunga. Gli uomini antichi, attenti osservatori e conoscitori degli eventi celesti, un po’ per solennizzare l’evento – ma un po’ anche per paura del buio! – hanno istituito in relazione a questa data dei rituali di festa e di scambio di doni, con il significato di celebrare la rinascita, ovvero la vittoria della vita sulla morte, della luce sull’oscurità, dell’abbondanza sulla penuria. Di qui la predilezione per gli alberi sempreverdi e per le luci: torce, candele o, più recentemente, lampadine…
Forse
l’abete è la più nota delle piante legate a questi riti; se ne ritrovano tracce storiche in Germania, in epoca medioevale, dove esisteva una tradizione religiosa chiamata il gioco di Adamo ed Eva (
Adam und Eva Spiele); nella ricorrenza del 24 dicembre le piazze e le chiese venivano riempite di alberi, di frutta e altri simboli di abbondanza per ricreare l'immagine del Paradiso. Comunque varie città dell’Europa dell’Est (Riga, Brema) rivendicano l’onore di aver ospitato il primo albero di Natale della storia. Dalla Germania, la tradizione si diffonde ai vicini paesi europei, inizialmente come vezzo o moda tra i potenti, poi integrata nelle abitudini borghesi. E’ solo nell'Ottocento che il principe Alberto di Sassonia, marito della regina Vittoria, fa conoscere ‘Xmas tree’ agli inglesi. Dalla vecchia Europa al Nuovo Mondo il passo è breve e il successo travolgente. Tutti ricorderemo
Un albero cresce a Brooklyn [
A Tree grows in Brooklyn - romanzo di Betty Smith (1943) e film di Elia Kazan (1945)], con la famosa scena dei due bambini, tanto poveri da non poter comprare un albero di Natale, che partecipano ad una lotteria per strada: vince chi riesce a prendere un albero lanciato con forza dal venditore senza cadere a terra. La bambina ce la fa!
Si parla genericamente di ‘abeti’, mentre in termini botanici il genere
abies (cui appartiene l’abete bianco) andrebbe distinto dal genere
picea, anche detto peccio o abete rosso (benché entrambi appartenenti alla fam. delle Pinaceae) per alcune differenze degli aghi, della corteccia e del portamento, ma soprattutto per il fatto che l’abete ha le pigne (propriamente gli ‘strobili’) rivolti verso l’alto e il peccio li ha pendenti.
Albero di Natale con il Colosseo sullo sfondo (Foto Russo-Mouton)
La stella di Natale (o
Poinsettia) è forse, delle piante natalizie del mondo occidentale, la più recente e diffusa.
Originaria del Messico, spontanea e invasiva in tutto il centro America, ha un portamento non compatto e un’altezza fino a 2-3 m. Si può dire che in natura non aveva caratteristiche tali da far prevedere l’enorme successo commerciale che ha avuto.
Stella di Natale nel suo ambiente naturale: Euphorbia pulcherrima – Fam. Euphorbiaceae. La pianta fu introdotta negli Stati Uniti nel 1825 dal primo ambasciatore americano in Messico: Joel Roberts Poinsett, da cui l’eponimo di Poinsettia.
Ai primi del ’900 fu messa a punto da una famiglia californiana - che ne ha mantenuto il monopolio per decenni - un metodo consistente in innesti e tagli, trattamento con ormoni nanizzanti e una particolare esposizione alla luce, per trasformare la pianta, dall’arbusto disordinato che era, nella piantina dal portamento compatto e ricca di fiori brillanti che conosciamo. Tale metodo è rimasto segreto fino ad una ventina di anni fa, quando una ricerca universitaria lo ha reso di pubblico dominio.
Anche la Stella di Natale, come tutte le specie della famiglia delle Euphorbiaceae, secerne dai rametti e dalle foglie spezzate un lattice biancastro, causa di dermatiti e irritazioni se viene a contatto con pelli sensibili o con gli occhi
Stella di Natale in diversi cultivar del commercio. Quello che a prima vista sembra il fiore è una corona di foglie trasformate e colorate (brattee), mentre i fiori veri, maschili e femminile, sono raggruppati nella piccola struttura giallastra al centro. La pianta è tipicamente fotoperiodica o brevidiurna, nel senso che fiorisce in pieno inverno quando le giornate sono più corte.
Euforbia pulcherrima in forma arborea, in un giardino pubblico di S. Diego - California (Foto da Wikipedia)
Il vischio è una tipica pianta di significato beneaugurante delle feste natalizie, con un’antica storia. La tradizione è di origine celtica: per il fatto di crescere in alto sugli alberi ed essere apparentemente senza radici, si riteneva che fosse deposta sugli alberi dalle folgori divine. In realtà il vischio è una pianta parassita (
absit iniuria verbis!) le cui bacche, appetite dagli uccelli, sono deposte con le loro feci sui rami degli alberi; qui in una intercapedine nella corteccia, dove trovano condizioni favorevoli, possono germogliare e ingrandirsi. A meno di grosse infestazioni, il vischio non determina un danno alla pianta ospite. Le bacche bianco-perlacee non sono tossiche per gli uccelli; lo sono invece per l’uomo. Poiché l’ingestione anche di poche bacche può dare problemi, è bene tenere le composizioni con il vischio ben in alto, fuori dalla portata dei bambini.
Vegetazioni di vischio (Viscum album - Fam. Lorantaceae; mistletoe in inglese); sono visibili specie in inverno, quando gli alberi spogliano
La tossicità delle bacche del vischio dipende dal loro contenuto di viscumina, causa di sintomi gastrointestinali, alterazioni pupillari, neurologici e anche ematologici (emoagglutinazione).
L’agrifoglio è tra le più diffuse piante del Natale. Il suo uso risale addirittura ai
Saturnalia dell’antica Roma: feste popolari che celebravano il solstizio d’inverno. E’ apprezzato per le sue bacche rosso-vivo e le foglie sempreverdi; lucide, coriacee e pungenti, di colore verde intenso o variegate, che evocano simboli di prosperità, lunga durata e resistenza alle avversità.
Una specie sud-americana di
Ilex, della stessa famiglia dell’agrifoglio (
Ilex paraguayensis) ha foglie molto ricche di caffeina, da cui viene preparata una bevanda simile al thè nota come
yerba mate o mathè.
Agrifoglio (Ilex aquifolium – Fam. Aquifoliaceae) di due diverse varietà
Tra le piante ‘povere’ del Natale, e anch’esso ornato di bacche rosse, c’è
il pungitopo.
E’ un cespuglio sempreverde, con una radice rizomatosa da cui nascono più fusti.
I giovani germogli del pungitopo. dal caratteristico gusto amarognolo, sono conosciuti e ricercati dagli amatori; possono essere lessati e consumati come gli asparagi (uno dei nomi popolari della pianta è infatti ‘asparago pazzo’). I semi, opportunamente tostati, venivano - in tempi di autarchia - impiegati come sostituti del caffè. Le bacche rosse contengono i semi circondati da una mucillagine che, se ingerita, può dar luogo a fastidiosi sintomi gastrointestinali. La raccolta incongrua del pungitopo per le proprietà medicinali della radice rizomatosa – contenente ruscogenina e rutina, sostanze con proprietà anti-infiammatorie e capillaro-protettive – ne hanno determinato l’estinzione in alcune aree geografiche dove era endemica (ad esempio in Turchia); in Italia in molte regioni è ora specie protetta.
Pungitopo o Ruscus aculeatus – Fam. Ruscaceae (precedentemente incluso tra le Liliaceae). Quelle che sembrano foglie, coriacee e con l’estremità spinosa, sono dei rami trasformati, detti cladodi (cladòdi); svolgono funzione clorofilliana in piante che hanno ridotto il loro l’apparato fogliare per limitare la traspirazione (anche le cosiddette ‘palette’ del fico d’India sono propriamente cladodi)
Pungitopo. Quasi al centro della foto, tra i fusti maturi, si può vedere un giovane germoglio (primaverile) di aspetto simile ad un asparago selvatico, e come questi commestibile.
Cladodi e fiori del pungitopo. I fiori, piccoli e bianco-violacei, sbocciano al centro dei cladodi, dove si sviluppano quindi i frutti: tonde bacche rosse che maturano in inverno.
Può essere una bella esperienza, se ci si trova a passare il Natale all’estero, ritrovare i simboli cui siamo abituati in un contesto diverso; per certi aspetti incongruo e straniante. Quanto può sembrare strano infatti trovare un presepe in un villaggio indiano o singalese, completo di fiocchi di bianco cotone sulla capannina sovrastata dalla stella cometa? O per strada, in Guatemala o Costarica, vedere davanti alle case cactus
Cereus o
Saguaro adornati con regolamentari palle e luminarie di Natale?
Con il nome di Cactus di Natale è conosciuto lo Zygocactus truncatus da zygòs (giogo), per i suoi fusti congiunti – Fam. Cactaceae. Pianta epifita; cresce e si sviluppa ricadente da altri alberi. Di origine sudamericana, mostra la sua vistosa fioritura rossa appunto nel periodo natalizio.
Sono molte altre le piante che con aggressive tecniche di
marketing vengono ogni anno proposte come irrinunciabili, prestigiosi regali di Natale. Finita la festa e inaridite dal caldo secco degli appartamenti di città, finiscono tristemente nei cassonetti orchidee e bonsai rinsecchiti.
Più resistenti, a patto di osservare elementari norme di innaffiamento e cura, piante meno esigenti come la
Ardisia, dalle bacche rosso vivo in tema natalizio e la
Medinilla, una tropicale relativamente poco conosciuta ma adattabile all’ambiente domestico con qualche attenzione.
Ardisia crenata – Fam. Myrsinaceae; piccolo arbusto originario delle regioni a clima temperato dell’India e della Cina. Le bacche di colore rosso brillante permangono sulla pianta dall’autunno all’estate successiva
Medinilla magnifica – Fam. Melastomataceae Originaria delle Filippine, nasce spontanea nelle foreste tropicali, in posizione ombreggiata. Ha fiori rosati pendenti in racemi che ricordano un grappolo d'uva. Tra le grandi foglie, di un verde brillante con venature molto marcate, si sviluppano gli steli con i grappoli di fiori. A ricoprire il fiore vi sono delle brattee (foglie trasformate), di colore rosa intenso
Infine, tra le tradizioni più radicate nel nostro paese, quella del presepe. Forse molti ricorderanno, prima ancora dell’albero e dei raffinati e costosi regali di Natale, quei momenti di raccolta creatività domestica e di selvaggio dispiego della fantasia di cui il presepe era l’occasione. Cartoline sbiadite del tempo che fu: dal tirare fuori dalla loro protezione i pastori e le pecorelle, a ricreare l’ambiente naturale in cui il tutto doveva essere sistemato. Le piccole costruzioni di cartone o di sughero e la raccolta del materiale. Ai ragazzini era affidato il reperimento di ramoscelli e piantine, per simulare la vegetazione, e delle
pastocchie (sic! ...non ha un equivalente italiano): strati di muschio staccati con attenzione da certe ripe scoscese, da certi fossi misteriosi che solo i ragazzini conoscono, nelle loro scorrerie tra la realtà e l’immaginazione.
Ah..! il presepe…
Micròn. Le vecchie zie stavano in una casa in alto, sopra al porto; entrambe ‘signorine’ nell’animo, anche se la maggiore era stata sposata per alcuni anni, prima di restare di nuovo e definitivamente da sola.
Si erano messe a vivere insieme, le due sorelle, per antica consuetudine, ma la meno anziana delle due coltivava una sua gelosa autonomia ed aveva sempre voluto mantenere una casa propria. Viveva di fatto con la sorella rimasta vedova – nella casa del marito di lei – per una sorta di carità cristiana; almeno così la intendeva lei.
In effetti non potevano essere più diverse. Un po’ svanita e con la testa tra le nuvole, la maggiore, che negli ultimi anni non usciva quasi più; ma per il resto geniale nelle arti domestiche, dalla cucina, ai dolci, ai ricami. Queste sue capacità erano riconosciute da tutti: aveva sempre generosamente insegnato a chiunque glielo avesse chiesto e regalato a piene mani. Quelli che aveva conservato, dei suoi lavori giovanili, erano veri pezzi da museo, accurati e complessi, eseguiti con le tecniche più diverse: chiacchierino, tombolo,
macramè. Li teneva in una cassa vicino al letto e li mostrava con orgoglio a qualunque ospite fosse appena interessato; magari anche più di una volta, perché stava perdendo la memoria per i fatti recenti. Ma quando prendeva in mano il suo ‘lavoro’ non dimenticava una maglia né un punto particolarmente difficile, così come non aveva bisogno di consultare le ricette, per ricordare le dosi di un dolce.
La minore delle sorelle era pratica e attiva. Devotissima, aveva dedicato la vita alla maniacale osservanza di un cattolicesimo vecchia maniera. Seguiva tutte le funzioni religiose e ogni mattina non mancava mai alla messa delle 7, estate e inverno, qualunque tempo facesse. Di fatto, nel
mènage familiare che si era stabilito tra le due sorelle, era lei che faceva tutto in casa, dalla spesa alle piccole faccende domestiche...
Il forno a microonde – chiamato fin dall’inizio
micròn - lo avevano avuto in regalo dai nipoti - bianco e lucido, pieno di pulsanti e spie luminose - e avevano cominciato ad usarlo più per fare piacere a loro che per reale bisogno: giusto scongelare qualcosa ogni tanto, o scaldare il latte direttamente nel bicchiere. In questo caso, malgrado le istruzioni dettagliate che avevano ricevuto – regolare il tempo, regolare la potenza, premere
start - spingevano i pulsanti a casaccio, fino a che il piatto non cominciava a girare. Ma la maggior parte del tempo il
micron era tristemente inattivo, con la spina staccata, semplice piano d’appoggio per ninnoli e centrini.
Da quando la minore delle zie è restata sola, ha trasferito anche il micròn nelle sue due stanze in affitto, e in mancanza di una vera cucina l’ha sistemato nella sala da pranzo, sul piano di una credenza in fòrmica, vicino al televisore.
Forse per contiguità, forse perché collegato alla stessa presa elettrica, anche il microonde, insieme al televisore è stato investito dalla potente scarica elettrica di un fulmine, durante un temporale che ha messo fuori uso la maggior parte degli apparecchi elettrici della zona del porto, all’inizio dello scorso autunno.
La zia si é subito preoccupata del televisore, la sua unica compagnia: prima ha provato a farlo aggiustare, poi, quando dopo una lunga attesa le hanno detto che non le sarebbe convenuto, si è fatta aiutare dai nipoti per comprarne uno nuovo.
Del danno al
micròn si è accorta solo qualche tempo dopo, e ha chiesto ad un altro dei nipoti – elettrotecnico di professione – se gli dava un’occhiata.
-
’A zì... – le ha detto lui, dopo aver smontato il pannello posteriore – ccà s’adda cagnà l’avvolgimento… è ‘na bella spesa… –
- No..no ..pe’ carità.. Ma pecché nu’ funziona?? Chille ’u piatte gira..!
- ‘A zì… ma chille ggire sul’ ‘u piatte, e s’appicci’a luce.. Ma tutt’u rieste nun funzion’..!
- Ah.. accussì’yé...!
– ha fatto la zia - ..Ma.. è pericoloso?
- E no! ..e c’adda esse’ pericoloso… ‘cca l’onne elettromagnetiche nun se formane proprio…
- Ah.. vabbé.. Allora m’u teng’ accussì -
Il nipote elettrotecnico è rimasto appena un po’ perplesso, ma non ha chiesto altro: la zia ha un discreto ‘caratterino’ ed è meglio non contraddirla. Per quanto lo riguardava, la sua consulenza era terminata. Ha riavvitato il pannello posteriore e ha rimesso il
micròn nello stesso posto dove l’aveva trovato.
Le feste stanno arrivando, con il loro seguito di piccoli e grandi impegni, riunioni di famiglia e un carico ancora maggiore di solitudine, per chi già è solo.
Per la zia significano una maggiore presenza alle attività parrocchiali, le domeniche dell’Avvento, gli addobbi in chiesa… Arriva a sera ‘stanca ma felice’, perché la giornata è stata in qualche modo impiegata.
La sera dopo l’ultima funzione non si ferma mai a parlare con le altre fedeli della parrocchia, ma si avvia con passo leggero e veloce alla volta di casa.
La zia va alla novena serale tutte le sere, nelle settimane dell’Avvento.
La notte di Natale la sua presenza in chiesa è stata quasi ininterrotta, tante sono le cose da preparare: in sacrestia, sull’altare e tra i banchi. Ma tutto si conclude con la ‘funzione’ di mezzanotte. Sono venuti in tanti, alla Messa solenne, sfidando il vento freddo e la pioggia sottile ma insistente.
La piccola zia esce dalla chiesa dopo tutti gli altri, quando già la strada è deserta. Apre l’ombrello e si guarda intorno, nella notte lattiginosa illuminata dai grossi fanali del porto. Ora che tutte le devozioni sono state compiute, tutte le mani strette e gli auguri fatti e ricevuti, si sente inspiegabilmente sola e svuotata.
Nel suo mondo di vecchia bambina tacciono le voci che di solito vengono a farle compagnia, quando è sola come adesso.
Tace la vecchia madre, dalla voce chioccia e petulante, che ha assistito con devozione e carità cristiana per tutti gli anni della sua lunga vecchiaia; le voci della numerosa famiglia che si è portata nel cuore, i fratelli e le sorelle nel loro aspetto di allora, quand’erano giovani e tutto doveva ancora accadere; il papà amato, burbero e dal cuore tenero. Anche la voce della sorella maggiore ora tace, come se all’improvviso non avesse più bisogno di niente. Ecco. Tutti l’hanno lasciata sola adesso, senza più niente da fare: proprio lei, che tutti aveva aiutato, senza mai lamentarsi.
Ora rallenta il passo e dà un’ultima occhiata alle luci del porto che tengono a bada lo scuro del mare, prima di entrare sotto l’arco e salire la breve scalinata che la porterà a casa.
Percorre il vicolo lucido di pioggia che l’ultima arrivata - una signora ‘forestiera’ troppo ricca – ha ulteriormente ristretto con grandi vasi di coccio.
Si guarda intorno ancora una volta, prima di aprire le due porte - quella leggera più esterna, con la rete metallica e quella interna a vetri - ed entrare in casa.
Sente un’ansia senza nome e un vuoto che non riesce a colmare...
Attiva il
micròn e rimane un bel po’ a guardarlo.
Poi, senza accendere altre luci si prepara per la notte. Va nel bagno, si spoglia e mette la camicia lunga e le scarpette da notte di lana. Si toglie gli occhiali e si corica.
Per fortuna è sempre riuscita a prendere sonno senza problemi…
Sul piatto di vetro coperto di muschio girano tutti insieme sotto la luce… La folla dei pastori, il bue e l’asinello col Bambino nella mangiatoia, S. Giuseppe e la Madonna… e anche i sogni da bambina della piccola zia, che dorme sul letto lì a fianco.
Come eravamo. C’era l’Italia del dopoguerra, lacera e affamata, e Roma era l’emblema di tutto il paese. Per chi non c’era, o l’ha dimenticato, ci sono i libri e molti film dell’epoca che estraggono dal passato strade e volti spazzati via dal tempo; ne restituiscono la percezione attraverso le immagini e gli umori.
Alla fine dell’ottocento, quella zona di Roma - già quartiere Esquilino, tra la stazione Termini e la chiesa di Santamaria Maggiore - era stata ‘risistemata’ in termini urbanistici, dalla calata dei ‘piemontesi’. Piazza Vittorio Emanuele II era il centro ideale del quartiere, disegnato a immagine di Torino, con strade perpendicolari l’una all’altra; sulla piazza convergevano ben 14 strade, dai nomi tutti cambiati rispetto alle denominazioni originali: Via Cavour, Via Carlo Alberto, Via Principe Amedeo... A sua volta il mercato era il cuore della piazza e dell’intero quartiere, distribuito - negli anni che ciascuno di noi può ricordare - intorno alla cancellata che contornava il giardino e i ruderi, con la famosa
Porta Magica e le leggende ad essa collegate. Ma questa storia, di leggende ed esoterismo, andrebbe in un’altra direzione…
La nostra Piazza Vittorio, nel dopoguerra, è una bolgia; con la stazione dei treni alle spalle, un brulicare di folla, il mercato e tutti i piccoli traffici della povera gente! Per dire, quando ad Antonio - il personaggio di
Ladri di Biciclette di De Sica - rubano la bicicletta che gli serve per il lavoro, è a piazza Vittorio che lo indirizzano, per andarla a cercare, intera o già fatta a pezzi…
Addentriamoci ora tra i banchi, le ceste di verdura e il chioschi del mercato. Possiamo immaginare che a quell’epoca, in cui la fame più cupa era appena passata, non si andasse tanto per il sottile, quanto a mangeria, e alcuni miti della cucina romanesca sono sopravvissuti fino ai nostri tempi di abbondanza: erbe miste di campo (
a’ misticanza), cicorione arricciato (
e’ puntarelle), chiocciole (
e’ ciumache), intestino tenue di vitello, agnello o capretto da latte, ancora contenente il chimo (
a’ pajata), …mentre di tanti altri cibi, già solo a distanza di cinquant’anni si è perduta la memoria
La ‘misticanza’ è un tipico misto di erbe fresche primaverili da consumare crude in insalata; compaiono a inizio primavera, o anche a fine inverno se la stagione è stata mite. Vanno conosciute e raccolte una per una.
‘Le puntarelle’ si ottengono dai fusti cavi della cicoria catalogna (cicorione) tagliati a striscioline per il verso della lunghezza e lasciate ad arricciare nell’acqua; condite poi con un intingolo di olio, aceto, aglio e acciughe salate
Ma lasciamoci guidare alla scoperta del mercato da un anfitrione d’eccezione… Il milanese Carlo Emilio ingegner Gadda che in
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana manda ‘il Biondone’ - perspicace galoppino del commissario Francesco ‘Ciccio’ Ingravallo – proprio a piazza Vittorio, a ‘pizzicare’ un sospetto di un furto di gioielli e dell’omicidio di una bella e ricca signora. Eventi ricostruiti da una vicenda realmente accaduta a Roma, in via Merulana, nel marzo del 1927 (“Il Pasticciaccio…” esce in cinque puntate tra il '46 e il '47 su una rivista fiorentina e va in stampa nel giugno del '57 per Garzanti)…
“…L'indomani alle dieci esatte il Biondone era in loco (dopo aver dato una giratina fra i palmizi): è l’ora che le donne sogliono provvedere a mercato, in vista non solo della cena, quanto anzitutto del pranzo alle cure loro imminente: l’ora delle mozzarelle, dei formaggi, delle vermìfughe cipolle, e dei cardi, sotto la neve pazientemente ibernanti, degli odori, delle insalatine prime, dell'abbacchio […]
…Involtato nel turbine degli inviti e degli incitamenti alla compera e in tutte le conclamazioni di quella festa formaggia [il Biondone – Ndr], trascorse piano piano davanti le bancarelle abbacchiare, oltrepassò carote e castagne e attigue montagnole di bianco-azzurrini finocchi, baffosetti, nunzi rotondissimi d'Ariete: ivi insomma tutta la repubblica erbaria, dove alla gara dei costi e delle profferte i novelli sedani già tenevano il campo: e l'odore delle bruciate in sul chiudere pareva, da pochi fornelli superstiti, l'odore stesso de l'inverno fuggitivo.
Su molti banchi gialleggiavano, oramai senza tempo e senza più stagione, le arance in piramidi, noci, nelle ceste, susine di Provenza nere, lustrate col catrame, susine di California: alla cui sola veduta gli rampollava acquolina dal retrobocca…
[…] …Le porchette dalla pelle d'oro esibivano i lor visceri di rosmarino e di timo, o un nòdulo qua e là verde-nero dentro la carne pallida e tenera, una foglia di menta amara pigiatavi a guisa di lardello con un gran di pepe, che la grida elaudava nel bailamme: …[…] …“La porca, la porca ! Ciavemo la porchetta, signori! la bella porca de l'Ariccia co un bosco de rosmarino in de la panza! Co le patatine de stagione..!” (la staggione se la sognava lui, erano le patate vecchie fatte a pezzi, tutte puntolini di prezzemolo, inficiate nella grascia della porca). “ Patatine de staggione, sori cavajeri e consijeri, sore spose mie belle! che so' mmejo che l'ova. toste pe l'insalata. Mejo dell'ova deli capponi so', ste patate. V'oo dico io. Assaggiatele! ” […]
…“Pe’ quattro lire v'oo do tutto”, diceva l'abbacchiaro presentandolo a mezz'aria, tutto cioè mezzo: e i bianchi cespi de la lattuga romana, o insalatine ricciolute tutte riccioli verdi, polli vivi coi loro occhi che smicciano da un lato solo e vedono, ognuno, un quarto del mondo, galline vive chiotte chiotte stipate nelle loro gabbie, o nere o belghe o padovane avorio-paglia, peperoni secchi gialloverdi, rossoverdi, che al mirarli solo ti pizzicavano la lingua, ti mettevano in salive la bocca: e poi noci, noci di Sorrento, nocciuole di Vignanello, e castagne a mucchi.
Addio, addio. Le donne, le polpute massaie: lo scialle scuro, o verde erba, una spilla da balia co la punta aperta, ahi! da pinzar la poppa alla vicina d'un attimo: così fan tutte. Polponi semoventi, esse ambulavano a fatica da uno spaccio e da un ombrellaccio al successivo, dai sèlleri ai fichi secchi: si rivolvevano, si strofinavano i rispettivi gregori l'uno all'altro, annaspavano ad aprirsi il passo, con borse ricolme, soffocavano, boccheggiavano, grasse carpie in una piscina-trappola dove l'acqua a poco a poco decèda, stipate, strizzate, intrappolate a vite con tutta la lor ciccia nei vortici della gran fiera magnara.
(Carlo Emilio Gadda:
Quer pasticciaccio brutto de via Merulana - Garzanti Ed. pp. 240-47; 1999)
Nel gran mercato il Biondone, ma anche Gadda e il lettore stesso si perdono tra mille stimoli, effluvii, sensazioni e vengono portati lontano;
dalla verità, dalla soluzione dell’enigma poliziesco, ma anche dall’illusione che ci sa un ordine nelle cose. Perché il mercato, con la sua confusione e indeterminatezza è metafora della vita; per dirla con Gadda: uno
gnommero.
Gnommero (da gluommero o glomerulo) che in romanesco vuol dire gomitolo. Una sorta di buco nero, in cui tutto scompare, dove ci si perde storditi dall’insensatezza del mondo.
Ricorda Pierto Citati, in un suo recente articolo, di aver accompagnato lui Gadda “…nell´inverno 1956-1957, al grande mercato di piazza Vittorio, presso la stazione Termini”. […] Gadda voleva controllare la scena, che credo avesse già composto. Il Biondone arriva alle dieci di un 23 marzo: noi, tanti anni dopo, giungemmo alle undici di una chiara mattina invernale. Gadda scese dall´automobile e si incamminò: io accanto a lui. Mentre ci inoltravamo tra le bancarelle, il suo sguardo mutò: diventò attentissimo, intenso, inquisitivo, come se non potesse perdere nemmeno un colore della «
gran fiera magnara»; e insieme grave, perché la realtà, quale essa sia, ha bisogno del nostro rispetto. Sembrava in trance. Percorse l´itinerario del Biondone nel romanzo… […] …L´inquisizione non fu lunga: circa mezz´ora. Quando uscì dal trance, si distese, accennò un sorriso, e mi pregò di riportarlo a casa.
[Pietro Citati, in:
Come nacque il pasticciaccio - da Repubblica, agosto 2006]
Dalla pubblicità di un ristorante romano. Allegoria geniale di alcune componenti della cucina romanesca
Anche ambientato in un mercato – nel mio immaginario in un punto preciso della vecchia ‘Piazza Vittorio’ - è un bellissimo racconto di Clara Sereni. Qui due donne s’incontrano: una è una venditrice al banco delle verdure; l’altra la mamma - protettiva e lievemente imbarazzata - di un bambino che, da come è descritto, sembra portatore di una sindrome di Down.
“Sulla piazza del mercato brillano tre fuochi di cassette, intorno imbacuccati i commercianti bevono cappuccini bollenti, battono i piedi sul selciato ghiacciato per scaldarsi, scambiano commenti sul freddo e la stagione.
La vecchia al banco degli ortaggi ha il fazzoletto di lana stretto attorno al viso chiuso, lo scialle incrociato sul petto sfatto. Pulisce spinaci con mani spaccate, il suo freddo è solitario e irrimediabile.
Davanti alle fiamme arancioni il bambino batte le mani contento, il riverbero brilla sul vetro dei suoi occhiali spessi. …”
[…] …Madre e figlio avanzano attraverso il mercato, le voci intorno non li riguardano, le parole che si scambiano non penetrano il muro di vuoto che li circonda.
Un sorriso più largo scopre i denti brutti del bambino, gli occhiali gli ballano sul naso in una felicità non trattenuta: allora sua madre gli lascia la mano, lascia che come ogni giorno vada correndo verso il banco delle verdure.
II viso amaro della vecchia ha mille rughe, più incise adesso mentre il bambino va verso di lei: in una mano ha la carota, ben chiusa in un sacchetto di plastica, con l'altra gli fa ciao.
[…] …Nudo di carezze il bambino resta come saldato sull'asfalto, la bocca aperta e le braccia abbandonate, desolato.
Sua madre ha gli occhi bassi, passa da un braccio all'altro le buste con la spesa, la mano libera le servirà per portarlo via.
Rischiarato da una decisione che ha preso il bambino la strattona con un'energia improvvisa che quasi la fa cadere, usando la testa e tutto il corpo la spinge dietro il banco… […] (
Il racconto continua, ma non si può sintetizzare; è da leggere per intero perché - come accade per la vera scrittura - ogni parola, ogni piccolo gesto sono indispensabili)
[Clara Sereni:
Marcia trionfale - In:
Manicomio primavera - Giunti ed.; 1989]
Qui il mercato è solo una cornice, per l’incontro tra due donne - avvicinate dalla carica di positività e amorosa determinatezza che i bambini Down sanno spandere intorno a loro - e per un finale travolgente…
Zucche di diversi tipi, forme e colori: caratteristiche presenze dei mercati di questa stagione
A questo punto sembra che siano pochi quelli che vanno semplicemente al mercato a fare la spesa: oltre alle metafore, alla ricerca dell’ispirazione e alle situazioni d’incontro, tante altre possono essere le motivazioni che portano la gente al mercato; a quello di piazza Vittorio, in particolare.
C’era un mio amico – uno che faceva un lavoro duro, a volte con impegnativi turni di notte - che ci andava per liberarsi delle scorie di pesantezza e negatività, che gli facevano pensare – mi diceva – di aver contratto una grave forma depressiva. Aveva freddo, e una stanchezza invincibile e nessuna voglia di cominciare alcunché di nuovo. Così se ne andava, dopo la notte di cose pesanti da mandar giù, a gironzolare oziosamente tra ceste di verdure e banchi di spezie, a far quattro chiacchiere a vuoto sul prezzo e la qualità della merce. Poi comprava, a secondo della stagione, della frutta, o un cartoccio di castagne calde e un mazzo di fiori rossi, e solo dopo riusciva ad andare a casa a dormire…
Qualcosa è cambiato. Dai tempi di Gadda, perfino rispetto al nostro stesso ricordo del mercato di piazza Vittorio, ci sono stati cambiamenti sostanziali. Intanto la sede del mercato non è più la piazza – che è tornata giardino, spazio per passeggiare e per la conservazione delle antichità - ma un’area adiacente, ricavata dalla destinazione ad uso civile di due spazi preesistenti. La caserma Pepe, che dal 2001 ospita il mercato alimentare e la caserma Sani, ristrutturata più di recente, che funge da ‘centro shopping’ e mercato dell’abbigliamento. Lo stesso nome è cambiato, in ‘Mercato dell’Esquilino’. Tutt’intorno il quartiere è diventato multiculturale, con negozi di abbigliamento (soprattutto cinesi), centri alimentari (orientali) e ristoranti ‘etnici’ (indiani, nord-africani e anche cinesi).
Ma è nello spazio ristrutturato del mercato - che gli irriducibili nostalgici continuano ancora a chiamare ‘il mercato di piazza Vittorio’ – che si ha la sensazione concreta del cambiamento.
Tuberi di topinambur, commestibili e quasi sconosciuti da noi (a differenza che in Francia); sono comuni e ben riconoscibili ai bordi dell strade come alte margheritone di colore giallo a fioritura tardo-estiva (v. sotto). Hanno interessanti proprietà alimentari e un gradevole sapore di carciofo
Fiore dell’elianto o topinambur o girasole tuberoso (Helianthus tuberosus - Fam. Asteraceae). I tuberi vanno scavati quando la parte aerea della pianta è essiccata (a fine autunno – inizio inverno)
Qualche anno fa nel nord della Thailandia (Chang Mai, per la precisione), mi sono trovato a frequentare un corso di cucina locale (
Thai cooking). Ne ho un ricordo piacevolissimo. Il corso, della durata di alcuni giorni, era organizzato in maniera geniale: prendevamo il thè tutti insieme, di prima mattina; poi la spesa al mercato, e quindi il ritorno alla sede della scuola per preparare i cibi, che venivano infine degustati dagli stessi preparatori-allievi, insieme ai docenti; e di nuovo era una festa e un’occasione di incontro. Il ricordo che ho più vivo è proprio di quelle visite al mercato, quando un intero e sconosciuto universo sensoriale ci si riversava addosso… Passavamo di sorpresa in sorpresa, frastornati dalla miriade di cibi nuovi, verdure e frutti mai visti, dal riso glutinoso cotto nella canna di bambù (
sticky rice), agli spiedini di cavallette, alle fioriture e ai profumi delle orchidee. E per ogni curiosità era lì pronto il nostro accompagnatore, che ci faceva toccare, assaggiare, capire…
Allievi della scuola di thai cooking a Chang Mai (Thailandia): a fare la spesa al mercato e ai fornelli della scuola
E’ quasi naturale richiamare alla mente quell’episodio e l’atmosfera di un mercato orientale (o anche sud-americano), se si passeggia tra i banchi del nuovo mercato dell’Esquilino con lo spirito giusto.
Perché davvero, se qualcosa di sostanziale è cambiato a Roma negli ultimi anni, è l’apertura alle genti e alle culture del mondo intero. Le esperienze e le sensazioni che negli anni ’70 si andavano a ricercare nella Londra tardo-
hippie, sono ora a casa nostra, alla portata di qualche fermata della Metro. Chissà come ci avrebbe sguazzato Carlo Emilio, e se ci sarà mai qualcuno che riuscirà a prenderne il posto! O se a qualcuno è già venuta l’idea di aprire una scuola di cucina etnica, qui da noi, preceduta da una visita al mercato (…Ma si… Andiamo al sodo! …Basta con tutte queste Scuole di Scrittura!)
Proviamo a rifare per immagini lo stesso percorso, dopo cinquant’anni e passa, sulle orme e nello spirito dell’ingegnere…
Fiori di banano in vendita al mercato: sono commestibili dopo essere stati tagliati trasversalmente a rondelle e cotti. A sinistra della foto, mazzetti di coriandolo
Pianta di banano (Fam. Musaceae) completa del casco dei frutti e del fiore, nel suo ambiente naturale. All’estremità del casco la pianta non riesce più a legare i frutti (le banane) e il fiore, a questo punto inutile, viene tagliato
Vari aspetti della pianta del coriandolo (Coriandrum sativum - Fam. Apiaceae): fresco, in semi e in polvere. Il sapore è nettamente diverso. Le foglie fresche, quasi indistinguibili dal nostro prezzemolo, hanno un sapore molto forte (i detrattori dicono ‘di cimice’!), ideale complemento dei piatti indiani. I semi sono dolci e gradevoli; qualcuno li ricorderà insieme ai pistacchi come guarnizione dell’italica ‘mortadella’! I semi macinati del coriandolo sono tra i costituenti di base della polvere del curry (miscuglio di spezie).
I coriandoli di carnevale derivano il loro nome dall’antico uso di lanciare semi di coriandolo ricoperti di zucchero
Zucchette africane (Sechium edule – Fam. Cucurbitaceae), comuni nei mercati in questa stagione. Impropriamente chiamate anche ‘melanzane spinose’, hanno ben poco in comune con queste; piuttosto un sapore e un uso assimilabili a quelli della nostra zucchina

Una verdura che si vede sempre più spesso da noi sono le cosiddette dita di dama (Abelmoschus esculentus – Fam. Malvaceae; Okra), qui su un banco del mercato di piazza Vittorio

Parte di uno dei ricchissimi banchi di spezie, gestiti da orientali, gentili e prodighi di notizie; ma l’impiego delle spezie in cucina non si può improvvisare da notizie carpite al mercato

‘Trionfo’ di tuberi su uno dei banchi. Alla destra delle patate che tutti conosciamo, tuberi di eddos o taro (v. sotto); alla loro sinistra patate dolci; più in alto tuberi di manioca (v. sotto)
Coltivazione di manioca, anche conosciuta come cassava (Manihot esculenta - Fam. Euforbiaceae), i cui tuberi sono un’importante fonte di carboidrati nei paesi asiatici, africani e sud-americani; utilizzati anche per farine. Dai grossi tuberi si estrae la fecola (tapioca)
Pianta e tuberi di taro (Colocasia esculenta – Fam. Araceae), importante fonte di amidi nelle regioni tropicali. I tuberi delle piante di questa famiglia (come della calla e del gigaro nostrani) contengono cristalli di ossalato di calcio, che hanno un effetto irritante sulle mucose della bocca e sull'esofago; l'effetto cessa però con la cottura o con la fermentazione delle parti destinate al consumo
In primo piano platano, una specie di banana (Musa spp.) da mangiare cotta (fritta in rondelle come le patate). Sulla sinistra, nella foto, tuberi di manioca (o cassava) e di yam
Alcuni tra i più noti frutti tropicali sullo stesso banco: dall’alto papaya, avocado e mango
Sopra: frutti di litchi (Litchi chinensis – Fam Sapindaceae), comuni ai tropici, ma esportati anche da noi. Il frutto ha la polpa bianca, di consistenza simile all’uva, con un delicato, vago odore-sapore di rosa.
19. FOTO Maracuja (didascalia) - Al centro della foto, in primo piano frutti di maracuja, (Passiflora edulis – Fam. Passifloraceae) uno dei tanti tipi di passiflora commestibili (v. anche sotto). La polpa è dolce-acidula e gelatinosa, molto profumata, stipata di numerosi semi. In basso a destra granoturco nero
20. FOTO Passiflora quadrangularis (didascalia) – Altri frutti della passione e il fiore della passiflora quadrangularis. Diffidare dalle false informazioni: la passione si riferisce a quella di Cristo, della quale Linneo identificava i simboli nel fiore
L’orchestra di Piazza Vittorio E’ un esperimento, un’orchestra e anche un film. Alcuni mesi fa ha avuto una serie inaspettata di repliche al Nuovo Sacher, e un gran successo di pubblico, specie quando al film seguiva una performance dal vivo dell’orchestra stessa. A pensarci - con quello che sappiamo dai
media e per esperienza diretta sulle incompatibilità culturali e le chiusure tra genti diverse - l’esistenza stessa di un’orchestra multietnica, unita dal piacere di fare musica insieme, sfiora le categorie dell’inverosimile; eppure c’è. Esiste! Significativo, tra l’altro, uno scambio di battute tra Mario Tronco - già tastierista degli
Avion Travel, direttore-animatore del gruppo, e uno dei componenti della Band.
Stanno imparando le parole di una nenia nord-africana e lui insiste perché tutti la imparino…
Uno dei musicanti dice: -
Ma non ci riesco… Io sono indiano!
E lui: -
E allor’? …Iye song’ i Caserta… e me l’aggi’mparàte..!
L’orchestra di Piazza Vittorio, nella locandina del film omonimo, con alcuni dei componenti della band, fotografati sotto i portici della piazza.