Home » Rivista "O" » I racconti di Omero novembre 2007

Racconti di Fulvia Giannunzio, Linda Barbarino e Claudio Ferrarini




Nel buio di Fulvia Giannunzio

Non accende più la luce da quando lui se ne è andato. Ha tagliato le corde delle serrande e ha svitato tutte le lampadine. I primi giorni sbatteva contro gli spigoli. Inciampava nelle sedie, scivolava sui torsoli di mela buttati in terra. Una bottiglia piena era rotolata vuotandosi sul pavimento, aveva imbevuto il tappeto che aveva puzzato di vino rancido per giorni. Ora ha imparato a muoversi nel buio. Sta a piedi nudi, si muove con passi piccoli, precisi, misurati. Sfiora gli ostacoli con la punta degli alluci. Pulisce dove le serve, dove si appoggia. Ascolta la musica. Allunga le dita e trova l’esatta posizione dei tasti del lettore. Quando l’accende la sua piccola luce rossa le fa stringere gli occhi, sceglie la musica a caso e butta fuori piccoli soffi dal naso mentre parte un pezzo di John Surman, pieno di note prolungate, addolorate, morbide e umide, poi rabbiose, intense, e poi lievi, strusciate.
Una finestra si apre e sente che la casa cambia odore, e dall’odore sa che è cambiato il vento. Entra in camera da letto, da dove un po’ per volta ha tolto tutto, conta i passi e si ferma esattamente davanti al letto che ha spinto al centro della stanza. Allunga un braccio e trova il comodino, solleva il bicchiere che vi ha lasciato sopra, ancora pieno, va a vuotarlo nel lavandino in cucina. Apre il frigo e la luce improvvisa le fa muovere il collo di scatto in un gesto di rabbia e tende i muscoli. Sceglie rapidamente quello che le serve, e chiude in fretta. Cucina al buio, ricorda dove sono le provviste e riconosce i condimenti dalla forma dei barattoli. Dosa con le dita il livello dell’acqua nella pentola. Accende i fuochi e la luce le risveglia i ricordi e le indurisce gli occhi. Mangia il suo pasto accovacciata sui talloni. Sulla porta del bagno lascia cadere i vestiti in terra, si muove tra gli spigoli con piccoli movimenti del bacino, entra nella doccia e apre l’acqua con un gesto preciso. Calda, molto calda. Si versa il sapone liquido addosso e lo lascia colare a lungo prima di strofinarsi. Apre il getto al massimo e rimane ferma sotto l’acqua bollente, poi con un gesto secco spinge la manopola verso sinistra e rimane immobile sotto lo scroscio ghiacciato. Si avvolge in un telo che ha appeso a un chiodo. Ha piantato chiodi un po’ ovunque, dove le andava. In corridoio, sopra la fila di bottiglie che ha allineato lungo la parete, ha appeso la borsa del portatile, una manciata di collane, le sue sciarpe, il cappello di lana. Cammina lungo il corridoio senza urtare la fila di bottiglie che ha allineato lungo la parete. Entra nella stanza grande, da dove ha tolto il tavolo spingendolo finché non lo ha sentito sbattere contro il muro, va al centro della stanza, sul tappeto dove ha accatastato i cuscini del divano. Resta seduta in terra, ad occhi aperti. Gioca con i sassi che tiene in terra dentro una ciotola di argilla. Li ha raccolti durante i viaggi. Li fa scivolare nelle mani, vi scorre sopra le dita, sente le rotondità, le punte aguzze, ed il tatto, a tratti, le riporta frammenti di ricordi.
Poi un rumore le fa drizzare la schiena. Un tintinnio metallico. Resta immobile, gli occhi spalancati nel buio, poi sente ancora un rumore sottile come un graffio di unghie. Si alza in piedi, veloce. Si avvicina alla porta d’ingresso strisciando lungo la parete. Trattiene il respiro. Una chiave gira nella toppa, e una riga di luce entra dalla porta. Un’ombra entra e subito la porta si richiude. Lo spostamento d’aria le porta addosso un odore conosciuto. Le sue narici si dilatano. Sente premere più volte l’interruttore della luce. Poi, i passi si spostano verso l’interno della casa. Li sente prima spediti, poi esitanti. Lei si muove nella stessa direzione, i suoi piedi non fanno il minimo rumore. Sente il fruscio di una mano sulla parete e l’urto di piedi su un ostacolo. Poi, rumore di un cassetto che si apre. Riconosce il rumore, il primo cassetto del mobile inciampa sempre in un punto e lo scorrimento del cassetto è interrotto da un piccolo rimbalzo. Le labbra le si increspano involontariamente in un sorriso. Nel primo cassetto hanno sempre tenuto la torcia di emergenza. Lei l’ha lasciata lì dopo aver tolto le pile. Riconosce lo scatto del pulsante di accensione della torcia, a vuoto. Sente aprire un altro cassetto e sente frusciare dei fogli. E’ il secondo cassetto. Sente spostare i fogli e maneggiare la custodia di plastica per documenti che c’è sotto. Poi un altro cassetto. Rumore di stoffa spiegazzata con le mani. Un altro cassetto, sente smuovere le stoviglie, è l’ultimo. Lui continua a cercare. Lei resta ferma, e ascolta le mani di lui che frugano senza riguardo tra gli oggetti, li lasciano fuori posto nei cassetti che lascia aperti. Avanza in silenzio, a un passo da lui, dietro le sue spalle. Lui si sposta, lei si piega veloce e infila una mano nell’ultimo cassetto aperto. Le sue dita guizzano sulle stoviglie di metallo all’interno, lisce, incontrano i denti dei coltelli, li sfiorano in sequenza, afferra un lungo coltello trinciante dal bordo seghettato. Si rialza, ruota intorno a lui restandogli alle spalle. Lui va verso il posto dov’era la tavola, inciampa nel tappeto, dà un calcio alla ciotola che cade, il tonfo attutito dei sassi sul tappeto, si allontana a tentoni, sbatte sul tavolo addossato alla parete, cerca di nuovo di accendere una luce, quella del lume che vi è sopra. Si muove ancora per la casa e lei lo segue, ascolta il respiro di lui, lei non emette suono. Sente che lui cerca qualcosa ed è curiosa di sapere che cosa. Entra in cucina e lei è ancora alle sue spalle, sente che apre gli sportelli, quello in basso, sotto il lavello. Sposta le bottiglie, che rotolano, sente i vassoi che cadono sul pavimento, rumore di stoviglie. Sente strappare il rivestimento di plastica di una scatola e qualcosa balla all’interno. Lei resta dietro di lui e stringe il coltello. Continua a muoversi per la casa nella sua ricerca. Ormai non tenta più di accendere la luce, prosegue a tentoni, si accorge di quello che è stato spostato, di quello che è cambiato. Cerca la libreria che era appoggiata al muro, le sue mani strusciano sul muro. Il rumore delle sue mani lei lo ricorda, ha ancora lo stesso modo di tastare nel buio, le stesse pause. Cerca sul muro la libreria, non la trova, i suoi palmi incontrano i chiodi, e poi la sciarpa morbida che lei vi ha appeso. Lei sente che il tessuto è sollevato lentamente. Poi, uno strappo. Il respiro di lui, un soffio di rabbia. Il respiro di lei, una nebbia. Lui sembra preso da una nuova fretta, da un nuovo slancio, si muove più in fretta, inciampa nelle bottiglie in corridoio, che cadono con frastuono, lei sente le direzioni in cui rotolano e scansa i suoi piedi leggera e comincia a sentirsi quasi allegra. Lui prosegue e lei lo segue, nella sua camera da letto fruga tra i gioielli, i suoi vecchi gioielli, trova le collane appese al chiodo, lei riconosce il gemito soddisfatto di quando lui si appropria con forza di qualcosa. Il cassetto delle fotografie, carta strappata, un sibilo di trionfo viene da lui, lei sente lo strappo entrarle nella pancia. Si piega su se stessa. Ora lui non è più alla ricerca di qualcosa da portare via, se ne accorge dai suoi ritmi, ora è preso dalla rabbia, dalla voglia di penetrare in ogni nuovo spazio, di mordere tutto, di consumare tutto. Lei ritrova il respiro. Si raddrizza, apre le spalle. Solleva la testa. Si sente di nuovo lucida. Lui entra nella camera, rovista tra la biancheria di lei, poi si sposta, inciampa nel letto, cade sopra. Un mugolio soffocato, lei, in piedi davanti al letto, dal rumore ricostruisce esattamente i movimenti di lui. Comincia a muoversi anche lei, ondeggia in armonia con lui che, steso sul letto, stropiccia le lenzuola. Lei è in piedi, i piedi davanti a dove sono i piedi di lui, i movimenti di lei ritmati con quelli di lui, sale in ginocchio sul fondo del letto quasi sopra di lui, senza toccarlo, lo sfiora soltanto, e lui continua a non accorgersi della sua presenza, intanto lei sente salire dentro di sé una gioia, una scintilla, un calore, un incendio, una luce. Alla fine lui si ferma, lei si ferma. E’ ancora inginocchiata, ancora a un palmo dal corpo di lui. Gli si avvicina al viso, così vicina da poter quasi toccare le sue labbra, il calore del respiro di lui le scalda i denti. Si ritrae ed è di nuovo in piedi, fissa nel buio il punto del letto dov’è lui. Lui è immobile, adesso. Lei ascolta il respiro che viene dal centro del letto, dal punto dov’è lui. Si infila tra i denti il coltello che ancora stringeva, per liberare le mani e tirarsi indietro i capelli. Poi lo riprende in mano, lo impugna bene e si prepara a mirare il centro della gola di lui. Una finestra sbatte e lei sente un odore nuovo. E’ di nuovo cambiato il vento.




Marina Canale di Linda Barbarino

A Marina Canale mangiare non era mai piaciuto. Se c’era una cosa che detestava erano le cene, i libri di cucina e le abbuffate. Non beveva perché soffriva d’insonnia e andava a letto presto. Un buon sonno sazia più di ogni altra cosa, le diceva sempre sua nonna, ma tanto lei non usciva. Tutti in ufficio sapevano che alle dieci Marina Canale, con mezzo bicchiere di latte in una mano e la sveglia puntata nell’altra, se ne andava a letto. Portava la pancera Marina Canale e la maglia di lana e si lavava il reggipetto a mano. Alcune tra le colleghe insistevano che uscisse con loro ma Marina Canale andava solo ai concerti, quelli delle sette e mezza di sera, la domenica.
Colse un profumo strano Marina Canale un giorno in corridoio. Nessuno le aveva detto del nuovo collega nella stanza accanto alla sua.
Non c’aveva mai pensato Marina Canale a quanto le pareti fossero sottili. Le capitava di sentire i colpi di tosse, il ticchettio sul computer. Ora era lo sfrigolio dell’accendino, sicuramente stava accendendosi una sigaretta. Si schiarì la voce Marina Canale, forte, mentre s’avviava alla finestra. Fece per sbattere l’imposta, poi vide le dita che tenevano la sigaretta, il braccio coi peli appoggiato al davanzale… in fondo non era vietato gettare il fumo fuori, pensò.
Amava la pulizia Marina Canale. Ogni lunedì portava in ufficio i detersivi più profumati, cominciava a sgrassare tutto: le sedie, la scrivania, gli armadi. Metteva una pezza su una scopa e si dava a cacciare la polvere dai ninnoli dell’armadio, dalle pareti. Si era accorta così di un buco su in alto: to’ guarda, pensò, qualche stupido prima di lei aveva pensato di spiare i colleghi al lavoro.
Amava la radio Marina Canale, cercava una musichetta allegra, un po’ di pausa dalle carte non le faceva male. Anche lui dall’altra parte ascoltava la musica, persino mentre lavorava: metteva le cuffie, l’aveva visto lei dal buco.
Si dava da fare Marina Canale arrivava puntuale al lavoro e dava l’acqua alle piante. Lui era già lì o arrivava dopo, non si erano mai incontrati in corridoio. Appena lo sentiva fuori dalla stanza, a volte pensava di uscire con la scusa del bagno, ma poi ci ripensava, mica poteva fare la stupida Marina Canale. Ogni tanto comprava un dolcetto, che c’era di male? Il babà alla crema: se lo tirava piano col cucchiaino gironzolando per la stanza. Il lavoro di scartoffie lo sbrigava presto Marina Canale. Si metteva scalza, chiudeva la porta e saliva su una sedia: il buco stava in alto. Adesso la maglia di lana era troppo per Marina Canale e la pancera si scordava di metterla. C’erano dei reggiseni molto carini dentro la vetrina di un negozietto vicino all’ufficio; di quelli che vanno anche bene in lavatrice.
Ora andava ai concerti del sabato sera, Marina Canale, quelli delle nove.
Un giorno pensò che aveva voglia di entrarci in quella stanza. Nessuno li aveva ancora fatti conoscere; non l’avevano neanche invitata per la festa di benvenuto al nuovo arrivato. Si fece coraggio Marina Canale.
L’odore intenso di tabacco e di profumo maschile in agguato dietro la porta la fecero oscillare. Meno male che faceva sempre colazione Marina Canale. La stanza non era pulita come la sua, si vedeva, ma anche lei da un po’ di tempo aspettava di farlo fare solo alla donna delle pulizie e trascurava lo straccio: era cambiata Marina Canale.
Le cicche dentro il posacenere erano tante, lei toccò solo le più recenti. Prese quella che le sembrò la più umida, un mozzicone consumato fin dove iniziava il filtro coi segni delle dita là dove era stato schiacciato e delle labbra dove era più umido. Marina Canale cercò di indovinarne ogni odore, lo fece scorrere delicatamente sulle labbra, lo tastò con la punta della lingua, le parve di trovare un sapore di menta, forse dentifricio o il retrogusto del tabacco. Si accorse di alcune bottiglie di vino Marina Canale. Avrebbe dovuto tenerle pure lei, pensò, che male ci fa un goccetto ogni tanto? La poltrona di pelle dietro la scrivania era quella che vedeva da lassù, dal buco, sembrava più consumata da vicino, più vissuta. Sulla spalliera alcuni tagli e sfilacciamenti della stoffa lasciavano intravedere l’imbottitura. Si sedette Marina Canale, un colpetto coi piedi e ruotò leggermente, poi poggiò le mani sui braccioli e avvertì un brivido che cominciò dalla schiena, partì da sotto le mani; così stava seduto anche lui, pensò, le sue mani sentivano quel che sentivano le sue: la similpelle rugosa, le parti in ferro e legno; accarezzò tutto il bracciolo, sopra e sotto ripetutamente, come aveva visto fare a lui dal buco. Tastandolo ancora sprofondò con le dita nell’imbottitura dietro un taglietto della stoffa, ci lasciò un dito e ci giocò dentro Marina Canale, come aveva visto fare a lui. Si alzò il vestito dietro Marina Canale, aprì leggermente le cosce perché il suo corpo aderisse perfettamente, sentì immediatamente il calore, quella pelle farsi parte della sua pelle, e la sensazione che la sua si strappasse appena cercava di muoversi. Tra poco avrebbe sudato. Pensò che se avesse avuto un perizoma di quelli esposti nel negozietto accanto all’ufficio, avrebbe sentito di più dietro e anche le calze autoreggenti che ce l’avevano pure nel negozietto. Si tolse i collant Marina Canale, li sfilò giù fino al ginocchio. Con le dita cercò di infilarsi le mutande nell’incavo dei glutei, abbandonò di più la schiena e aprì le cosce ma le mutande le tiravano, allora se le tolse Marina Canale, le buttò da una parte e afferrò la bottiglia di vino, poi si guardò il reggipetto, ne aveva uno di quelli che si lavano a mano, si sbottonò la camicetta e cercò di sfilarselo, in quel momento si aprì la porta, era lui che tornava. La vide così Marina Canale, come un fiore aperto: la bottiglia in mano e un mozzicone di sigaretta spento tra le labbra.




Leggerezza di Claudio Ferrarini

"Ti amo Lia, ti voglio possedere qui ora, sotto questa Luna, sopra questa tromba, cioè, tomba".
"Piantala stupido e leva quella mano".
"Certo, certo, figurati, ehm vuoi un altro po' di birra?".
Notte estiva, a pochi metri dalla tomba di Jim Morrison. Gail aveva progettato da settimane, anzi, mesi, quel momento. C’erano tutti gli ingredienti: scaricata da Diagu, birra, marijuana e nel peggiore dei casi qualche pasticchetta. Il vecchio Jim, poi, lo avrebbe protetto.
Mezz’ora dopo le era sopra e la montava come un animale epilettico. In pratica Lia sentì poco e il giorno dopo non ricordò quasi nulla. In fondo era una notte fatta per dimenticare. Quel poco che ricordava di quella notte con Gail lo rimosse come un brufolo pieno di pus.
Tre settimane dopo il gsm di Gail squillò. “Lia, ciao, finalmente, come stai? Ti ho cercata un sacco ma non ti trovavo mai, sai? Magari eri in palestra o in vacanza, ma dimmi, hai ricevuto i miei messaggi?”.
Silenzio
“Pronto, pronto. Lia? Lia ci sei? Tutto bene?”.
Dall’altra parte respiri, sospiri, quasi singhiozzi, interrotti, qualcosa di troppo grosso per trasformarsi in suono. Gemiti. Qualcosa di così grosso da far male. Gail capì al volo. Sapeva di essere un tipo sveglio.
“Lia anche per me è una grande emozione sai? Non ti vergognare. Anche per me è la stessa cosa sai? Anch'io provo la stessa cosa. L’ho sempre provata. Da quando ti ho conosciuta, sai. E ti ho aspettata per tutto il tempo che sei stata con Diagu, sai? Ero sicuro che anche tu, in fondo mi amavi. Non mi sono sbagliato! Sono felicissimo che anche tu te ne sia resa conto. Sono veramente felicissimo. Proprio contento. Ma come una Pasqua proprio. Vedrai staremo benissimo insieme. T…pronto? Pronto?”.
Caduta la linea, succede. Aspettò che lo richiamasse per evitare di chiamarsi a vicenda, ma ricevette un sms di Lia: “Sono incinta”. Rispose “Che bello”, poi ne scrisse un altro “Ho dimenticato il preservativo, ma tu non usavi la pillola?” e concluse con “Ti sposerò e saremo felici per sempre”.
Un mese dopo Gail tornò sulla stessa tomba sulla quale avevano fatto l’amore. Ripensò a quella notte e al biglietto che era stato ritrovato dopo il suicidio di Lia: “Piuttosto la morte”. Proprio non capiva, “Piuttosto” di che. Cosa poteva essere successo. Boh, chissà. Oppure era semplicemente una ragazza superficiale, che la vita e la morte la prendeva così, alla leggera. Si accese uno spinello e si ascoltò i Pink Floyd. “Bella giornata – pensò- e che caldo”.




Sos di Claudio Ferrarini

“Scusami per la coltellata in pancia”
“Scusami tu. So che non è una buona ragione ma ero appena uscita dal coma pensavo che eri mio marito”.
“Figurati, anch’io ti ho investita perché pensavo che eri mia moglie”.
Si guardarono a lungo nelle palle degli occhi. Lui resse lo sforzo titanico di non guardarle il seno. Poi pensò “Chi se ne frega”.
Nonostante il pigiama da ospedale calcolò con precisione trigonometrica altezza, profondità, peso e soprattutto peso specifico e resistenza all’impatto. Giudizio finale: otto e mezzo tendente al nove, da verificare assolutamente.
Lei inarcò impercettibilmente la schiena pensando “Maiale”.
Si riguardarono negli occhi. Fuori pioveva. Rumori di martello pneumatico. Lui le disse “Mi aiuti a tirarmi su?”. Lei esitò.
“Giuro e spergiuro che non cerco di accoltellarti come hai fatto tu con la stessa scusa l’altra volta”.
Lei sorrise. Gli si avvicinò e gli mise le mani sotto le ascelle. Tirò. Lo spostò solo di poco. Il resto lo fece lui appoggiandosi sui pugni. La ferita gli fece male. I punti erano freschissimi e doveva stare attento a non farli aprire. Però lo scopo era raggiunto “Nove”, pensò e aveva ancora nelle narici il suo odore. Anche lei aveva gustato l’odore di lui. Si guardarono negli occhi e fu un attimo.

Quello che successe nel successivo quarto d’ora risultò dal verbale redatto dal carabiniere messo di guardia alla porta della camera di ritorno dal bagno:

Sono stato attirato nella camera del dott. Guazzaloca da strani rumori e voci. Quando ho aperto la porta ho visto la s.ra Durante di schiena completamente nuda sopra al dott. Guazzaloca in evidente atteggiamento erotico. Il pigiama del dott. Guazzaloca era coperto di sangue. Temendo per la vita del dott. Guazzaloca ho cercato di staccare la s.ra Durante prendendola per la vita. Lei mi ha preso di sorpresa. Ha messo la mano dietro la mia nuca e schiacciato la mia faccia contro i suoi capezzoli. I capezzoli e il seno erano coperti di sangue presumibilmente del dott. Guazzaloca. Ho perso l’equilibrio ed ho dovuto appoggiare la mano destra sullo stomaco del dott. Guazzaloca. Il dott. Guazzaloca ha urlato e presumo di aver toccato la ferita, ma era difficile sapere dov’era perché il sangue era dovunque. La s.ra Durante mi ha costretto con una mossa di strozzamento a leccarle i capezzoli. Con una mano mi teneva la testa e con l’altra mi strozzava leggermente ma decisamente. Poi ha messo la mia faccia e la mia barba contro il suo pube in movimento. Questo sembrò eccitare entrambi. Tra urli e gemiti la signora mosse il suo corpo in maniera sempre più sincopata. Entrambi raggiunsero l’orgasmo. La signora Durante si accasciò sul dott. Guazzaloca, dimentica della mia testa schiacciata tra i due corpi.
Quando la ritirai avevo barba e capelli pieni di sangue e liquido seminale e nessuno dei due si muoveva né respirava. Mezzo soffocato e con la vista appannata ho raggiunto l’allarme.

Post Scriptum
Prima di svenire ho notato che la finestra si era aperta e la pioggia entrava nella stanza

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