Leggi qui la prima parte di questo articoloChe tempi sono questi in cui
Un discorso sugli alberi è quasi un reato
Perché comprende il tacere su così tanti crimini!
(...)
…Noi, che volevamo preparare il terreno per la gentilezza…
[Da Bertold Brecht: An die Nachgeborenen (A coloro che verranno); 1939]
Malgrado l’illuminismo e la presunzione di razionalità l’uomo moderno non si discosta poi tanto dai suoi antenati che cercavano segni e auspici in ogni cosa; né dai vituperati cinesi che a partire dalla lingua, fino alle banali decisioni della vita quotidiana, ragionano per simboli, suggestioni e assonanze.
Così i fiori neri sono stati sempre gravati da un alone di mistero e di malaugurio nell’immaginario popolare, malgrado timide proposte di riscoperta da parte di qualche rivista di giardinaggio. Certo, l’idea che la natura non sia là per noi è dura da demolire; nel mondo vegetale il nero è un colore come un altro, forse solo più difficile da trovare; tutto il resto - pericolo, luttuosità e malaugurio - è largamente una sovrapposizione culturale, e neanche comune a tutte le culture. Ma tant’è… spesso alla comparsa di un fiore nero seguono gli scongiuri o la malcapitata pianta finisce spiaccicata sotto i piedi.
Così ci accingiamo a sfidare i luoghi comuni in nome della conoscenza e anche della bellezza.
Orchidea del genere Dracula. Il nome deriva da draco (piccolo drago) e si riferisce al particolare aspetto dei sepali, con due lunghe code. Queste orchidee erano fino a poco tempo fa (1978) incluse nel genere Masdevallia.
La pianta raffigurata, dal fiore quasi-nero è una nuova specie rinvenuta recentemente nelle foreste del Vietnam: Aspidistra nicolai – Fam. Liliaceae. Il genere ‘Aspidistra’ annovera una serie di piante dal fogliame verde e fiori di solito poco appariscenti tra cui, molto comune, l’Aspidistra lurida (nomen omen: il destino nel nome!), tipica delle portinerie e degli androni dei palazzi, ove si adatta a condizioni di scarsa illuminazione.
Un fiore abbastanza comune nelle nostre campagne, è una piccola iris tuberosa selvatica: Hermodactylus tuberosa – Fam. Iridaceae. E’ conosciuta con diversi nomi: bellavedova, snake's head, widow iris. Da ragazzini avevamo il divieto di portarla alla maestra, che era superstiziosa! Tra noi la chiamavamo ‘il fiore di velluto’ ed è una delle mie personali ‘piante della memoria’
La tacca (Tacca integrifolia, Tacca chantrieri - Fam. Taccaceae) è una pianta poco nota; originaria delle foreste ombrose indonesiane, ma facile da acclimatare in altri paesi tropicali e adattabile in serra. Ha piccoli fiori nero-violacei e grandi brattee (foglie modificate) nerastre; inoltre lunghi filamenti pendenti che contribuiscono alla sua particolarità
Particolare dei piccoli fiori veri della Tacca e delle brattee nere; la pianta è anche chiamata Bat Plant, Devil Flower.
La Tacca non ha potuto essere inserita in nessuna delle famiglie note, e si è dovuta creare una famiglia apposita - le Taccaceae, appunto – per classificarla
Né hanno avuto una nomina migliore le bacche nere, anch’esse a comparsa tardo estiva – autunnale, considerate sempre pericolose (…a prescindere! - avrebbe detto qualcuno). Cosa che può essere vera; sono infatti tossiche, tra le bacche presentate nelle foto sottostanti: l’
Actea spicata, una ranuncolacea che unica nel suo genere produce bacche e non semi e l’
Atropa belladonna già incontrata tra le solanacee - leggete qui:
Piante tossiche, medicamentose, allucinogene (prima parte); anche
Polygonatum multiflorum è tossica come altre piante della famiglia delle liliaceae. Ma non sono tossiche altre bacche nere, tra quelle presentate sotto: alcune immangiabili perché amare o di cattivo sapore; altre ancora, commestibili, come le comuni more e i mirtilli.
Bacche nere. Dall’alto e in senso orario: Actea spicata (Fam. Ranuncolaceae); Atropa belladonna (Fam. Solanaceae); Iuniperus communis (Fam. Cupressaceae); Laurus nobilis (Fam. Lauraceae).
Le prime due bacche sono tossiche
Altre bacche nere. Dall’alto e in senso orario: Polygonatum multiflorum (Fam. Liliaceae); Rhamnus cathartica (Fam. Rhamnaceae); Rubus fruticosus (Fam. Rosaceae); Vaccinium myrtillus (Fam. Ericaceae). Le prime due sono velenose: la prima per la presenza di saponine; la seconda a causa degli antrachinoni, sostanze fortemente purgative. Le more e i mirtilli sono invece commestibili
Né potevano, da questa breve carrellata autunnale sulla natura ‘in nero’, essere esclusi i funghi [a proposito, l’etimologia della parola fungo deriva dal latino funus = morte e ago = portare; quindi "portatore di morte"]; uno in particolare, Craterellus cornucopioides, di colore nero, più conosciuto con ironia un po’ macabra, come ‘trombetta dei morti’. Ma a onor del vero pare che questo nome gli sia stato attribuito, più che per il colore o per qualunque sinistro presagio, il relazione alla sua comparsa ai primi di novembre.
Fungo Craterellus cornucopioides (ovvero: piccolo cratere a forma di cornucopia) su un letto di foglie di faggio. Commestibile (è detto anche ‘il tartufo dei poveri’); particolarmente apprezzato essiccato e quindi sbriciolato sugli alimenti.
E torniamo all’autunno e alle sue atmosfere; ai colori smorzati… Alle nebbie che nascondono, suggeriscono, fanno immaginare… La luce gioca con le foglie e il rumore del vento riempie il silenzio. Siamo disabituati al silenzio; avvezzi a sovrastarlo o riempirlo con ogni mezzo.
Ma ci sono anche estimatori …e c’è una letteratura del silenzio:
“…Vorrei scrivere parole che siano inserite in un gran silenzio, e non parole che esistono soltanto per coprirlo, e disperderlo: dovrebbero accentuarlo, piuttosto... […] …E’ così che voglio scrivere [come aveva visto ad una mostra di stampe giapponesi – Ndr]: con altrettanto spazio intorno a poche parole […] …Mi piacerebbe dipingere poche parole su uno sfondo muto […] e la cosa più importante sarà stabilire il giusto rapporto tra parole e silenzio: il silenzio in cui succedono più cose che in tutte le parole affastellate insieme... […] …Non sarà un silenzio vago e inafferrabile, ma avrà i suoi contorni, i suoi angoli, la sua forma: e dunque le parole dovranno servire solo a dare al silenzio la sua forma e i suoi contorni, e ciascuna di loro sarà come una piccola pietra miliare, o come un piccolo rilievo, lungo strade piane e senza fine o ai margini di vaste pianure.”
[Da: Etty Hillesum - Diario (1941-1943), Adelphi Milano 1996].
Etty Hillesum è una giovane intellettuale ebrea-olandese, morta ad Auschwitz a 29 anni.
Bosco autunnale, nebbia e silenzio
Mono no aware; wabi e sabi. L’autunno è stato variamente abusato nella letteratura occidentale, per un’analogia tra la fine del ciclo vegetativo e aspetti della vita umana. Più connaturato sembra invece l’autunno con la sensibilità orientale.
Un coinvolgente uso letterario e metaforico dell’autunno si ritrova nell’arte giapponese (e in parte anche cinese, per quanto di comune hanno avuto le due culture, prima della traumatica dicotomia dell’ultimo secolo). La poesia giapponese, lo
haiku in particolare, riesce a cogliere l’essenza e il fascino di un evento minimo, semplice e naturale; ne fa apprezzare la quiete, la modestia o la sottile, delicata tristezza.
“Mono no aware” è il termine giapponese usato per descrivere la consapevolezza della precarietà delle cose ed il lieve senso di rammarico che comporta il loro trascorrere.
“Wabi” identifica la semplicità rustica, la freschezza o il silenzio, e può essere applicata sia a oggetti naturali che artificiali, o anche all'eleganza non ostentata;
“sabi” è la serenità e la bellezza che accompagnano l'avanzare dell'età per le persone, o la sorte degli oggetti quando la loro impermanenza è evidenziata dall'usura o da eventuali visibili riparazioni. Una traduzione molto semplificata di
wabi-sabi potrebbe essere bellezza triste.
Per chi non conosce la lingua giapponese (e l’autore è tra questi – NdA.) sono parole inusuali, diventate consuete, pur mantenendo sempre un’aura di indeterminatezza, attraverso la frequentazione della poesia giapponese e attraverso la lettura di un mitico romanzo-epopea. Un solo libro, immenso e modernissimo, testimonianza di una raffinata cultura fiorita in Giappone intorno all’anno mille, di Murasaki Shikibu, una dignitaria della corte di Kyoto:
Genji monogatari (Storia di Genji. Il principe splendente) [edito in Italia in due tranches, con una complicata storia editoriale: da Bompiani, con il titolo:
La signora del ponte. Il ponte dei sogni (1981) e da Einaudi (1992)].
L’atmosfera prefigura per grandi linee quella che fu da noi l’epoca dell’
amor cortese, con complicati modi di esternare i propri sentimenti e precisi rituali nei rapporti tra le persone, a qualunque livello di intimità tra loro.
Ma cosa c’entrano le piante?
A quei tempi a corte era tutto un correre di messaggeri, ciascuno recante un rotolo di pergamena avvolto con un nastro fermato con la ceralacca (altra invenzione cinese), di solito insieme al rametto di una pianta; sia il colore del nastro che il fiore o le foglie che accompagnavano il messaggio erano fortemente simbolici e a volte completavano l’atmosfera e il significato dello scritto. Il messaggio conteneva poche righe evocative e simboliche: quello che poi sarebbero diventati, nella loro forma più evoluta (e rigidamente codificata), gli
haiku, appunto. Una particolare espressione di questi messaggi è ‘la lettera del giorno dopo’. Nelle poche parole che costituiscono lo
haiku (5 + 7 + 5 sillabe nella lingua giapponese) è racchiusa in forma poetica la sensazione dominante dell’incontro, che il giorno prima poteva essere stato percepito anche il modo diverso. Costante è nei versi un accenno alla stagione e alla natura, denominato
‘kigo’ (la parola della stagione), che testimonia la forte aderenza della sensibilità giapponese agli eventi naturali.
“L’arte occidentale trasforma l’impressione in descrizione. Lo haiku non descrive mai: la sua arte è antidescrittiva nello stesso momento in cui è trasformato in una fragile essenza di apparizione… […] …Come una conchiglia in cui sentiamo il rumore del mare, il poeta diviene un'arpa eolica, che ‘si lascia suonare’, interferendo il meno possibile con la sua arte; si spoglia progressivamente della corazza del suo Ego sino a diventare un semplice occhio che guarda… [Roland Barthes].
I paesaggi naturali giapponesi sembrano dipinti e appaiono pieni di silenzio. Rara la presenza della figura umana.
I colori e l’autuno nel cinema. Senza entrare nel merito dei significati e dello stile, si sono differenze importanti nell’approccio alla natura e nell’uso dei colori nei film occidentali e in quelli di area asiatica.
L’attenzione ai colori è programmaticamente importante nella cosiddetta ‘Trilogia dei colori’ di Krzysztof Kieślowski:
Film blu (1993);
Film bianco e
Film rosso (1994). Il regista polacco, per questi tre film, si fa guidare dai colori della bandiera francese, dove il blu rappresenta la libertà (
Trois couleurs: bleu), mentre il bianco sta per
egalité e il rosso per
fraternité.
E’ uno svolgimento razionale, poco collegato al mondo della natura, che invece irrompe e pervade le opere di alcuni registi orientali, tanto che sarebbe interessante seguire questo filone, che per ora limitiamo a brevi accenni.
I colori e Juliette Binoche in Film blu di Kieślowski. Nella complessa simbologia del regista polacco il blu rappresenta la libertà; per il personaggio di Julie, che ha perso la famiglia in un grave incidente (notare i segni delle ferite sul volto e sulle mani), la risalita dall’abisso della disperazione. Ma qual’è la vera libertà per Kieslowski, attraverso la vicenda di Julie? - Quella dal dolore, innanzitutto; e poi dal possesso delle cose, dal peso della memoria, persino dal coinvolgimento degli affetti – ci viene risposto nel film.
I colori dell’autunno in Dolls, un film in tre episodi di Takeshi Kitano: uno dei classici per approfondire il sentimento della natura e l’uso del colore nel cinema orientale. I colori si sostituiscono alle parole. Qui, nell’episodio degli amanti legati, il giovane e la giovane attraversano il paese e le stagioni, legati da una fune rossa.
I colori dell’autunno e Maggie Cheung in una sequenza del film Hero, di Zhang Yimou (2002): un personale omaggio del regista cinese al genere wuxiapian (arti marziali in costume).
In questo film i colori hanno un ruolo importante, al limite dell’eccesso e un preciso significato simbolico, a caratterizzare le varie parti della narrazione
Aki kaze ya
ganchu no mono
mina haiku
Vento d’autunno
Allo sguardo
tutto è haiku
[Takahama Kyoshi (1874- 1959)]
Sul colle di olivi
Ondate di vento
Come un brivido bianco
[Haiku di anonimo poeta contadino; tardo XX sec.]
Di qua della rete
fermate dal vento, due foglie
guardano passare l’autunno
[Haiku di anonimo poeta contadino; tardo XX sec.]
Non tutti seguono il calendario, per scandire i ritmi della propria vita; per me la fine dell’anno coincide con la raccolta dei kiwi, di solito nella prima metà di novembre. Una grande festa-raccolta con gli amici di sempre e qualcuno dei nuovi. Per tutti l’occasione di rivedersi, forse di fare bilanci e proponimenti, o di trarre auspici: proprio come si fa alla fine di ogni anno. Così il capodanno per me non è bianco di neve, ma colorato di tutte le sfumature del rosso, dal giallo-ocra attraverso l’arancio fino al rosso-bordeaux, per finire al bruno e alla nudità essenziale dei rami. Un finale a togliere o, letteralmente, ‘in levare’, con qualche sfumatura simbolica. Ma restiamo ancorati al reale…
La raccolta dei kiwi si fa nelle nostre zone circa un mese dopo la vendemmia dell’uva. I kiwi si raccolgono ancora acerbi (immangiabili) e vanno incontro ad un processo di automaturazione che può essere affrettato o rallentato con opportuni accorgimenti
I colori delle foglie in autunno cambiano ogni anno in un modo diverso. L’anno scorso per esempio, abbiamo avuto un ‘novembre rosso’; quello di quest’anno è più sui toni del giallo-marrone. La colorazione dipende da vari fattori: da come è arrivato il freddo, se tutto insieme o per gradi; se l’estate è stata secca o piovosa, ma soprattutto dal tipo di pianta e dai pigmenti che ciascuna di esse specificamente contiene.
In termini di fisiologia delle piante, l’efficientissimo laboratorio biochimico presente nelle foglie – responsabile in definitiva della vita sulla terra – viene svuotato di tutte le sue specifiche attività prima della quiescenza invernale. La pianta libera le foglie di tutto il materiale riutilizzabile in esse contenuto. Proteine, amidi, zuccheri sono demoliti a componenti più semplici e richiamati nelle parti della pianta destinate a durare. Quasi tutto viene dunque salvato, prima della caduta delle foglie, tranne la cellulosa. Quindi in autunno è una vera pioggia di cellulosa che, con il distacco delle foglie, cade al suolo. Poco poetico, ma aiuta a capire qualcosa della vita. Nel terreno la cellulosa (per il 50% fatta di carbonio) viene decomposta ad opera di batteri e muffe, così che la gran massa del carbonio che le foglie avevano fissato dalla anidride carbonica atmosferica viene restituito all’aria.
Tra le varie sostanze presenti nelle foglie, quelle che ne determinano la colorazione sono i pigmenti. Il normale colore verde delle foglie è dato dalla clorofilla, un pigmento particolare, eccitabile dalla luce e capace di produrre dalla energia radiante, energia chimica, e dar così inizio alla reazione di fotosintesi. Oltre alla clorofilla, altri pigmenti sono presenti nelle foglie - antocianine, flavonoidi, carotenoidi - responsabili, in varia associazione tra loro, delle colorazioni autunnali.
Parthenocissus tricuspidata (o Ampelopsis tricusp. o Cissus tricusp. - Fam. Vitaceae), è una comune tappezzante capace di vistose variazioni di colore, in autunno. Rampicante, aderisce ai muri con piccole ventose. La tricuspidata copre in modo continuo e regolare ogni spazio disponibile del muro, mentre la P. quinquefolia (v. foto successiva) ha una vegetazione disordinata, a volte a colonne di foglie
Parthenocissus quinquefolia dello stesso genere della precedente; sono spesso confuse e impropriamente chiamate ‘vite canadese’ o ‘vite americana’. Si distinguono tra loro per la forma delle foglie, a tre o cinque punte, unite nel primo caso (tricuspidata), separate nel secondo, oltre che per il portamento.
Oltre alle viti sopracitate, alcune piante, famose tra gli estimatori delle colorazioni autunnali, sono note per dare le sfumature più intense.
Una specie di sport, più diffuso di quanto non si creda, consiste nel riconoscere ‘a colpo d’occhio’ un fiore o una pianta, durante un veloce passaggio, dalla macchina per esempio.
I profani spesso si stupiscono della capacità di attribuire un nome al lampo fugace che si osserva per strada; una conoscenza di base è certo necessaria, ma non è poi così difficile come potrebbe sembrare. Le fioriture e i colori si susseguono nel corso dei mesi e delle stagioni. In un certo periodo solo poche piante fioriscono di bianco, per esempio, o di giallo. Se si fa un minimo di attenzione (che poi diventa automatica) alle dimensioni e al portamento della pianta, il campo si restringe ulteriormente.
Così è anche per le colorazioni autunnali. Per dire: sono poche le piante capaci di virare ad un giallo così intenso da illuminare tutt’intorno, come il ginkgo (
ginkgo biloba), che abbiamo già incontrato altre volte in questa rubrica [leggete l'articolo
Piante e uomini in viaggio (terza parte) del 28.10.07]
Per le sfumature del rosso, più o meno intense e durature, come si è detto, il numero delle piante è anch’esso limitato e alcune di esse si vedono con maggior frequenza
Albero solitario e maestoso la quercia (Quercus robur – Fam. Fagaceae) al cui abituale portamento regale la stagione conferisce un’unghiatina aggiuntiva: i colori autunnali delle foglie e le ghiande.
Lagerstroemia indica - Fam. Lythraceae: particolare dei fiori tardo-estivi e del tronco chiaro e liscio. I giapponesi la amano molto, così che la si trova citata in numerosi haiku con il nome di berusuberi, che significa ‘cremisi dai cento giorni’, perché alla generosa fioritura estiva segue la colorazione autunnale rosso-arancio delle foglie, che precede la caduta.
Gli aceri - Fam. Sapindaceae, nelle loro innumerevoli varietà (qui Acer palmatum dissectum), hanno il loro momento di gloria in autunno per le vistose colorazione, dal giallo al rosso scuro (nella varietà A. atropurpureum).
Liquidambar Styraciflua – Fam. Hamamelidaceae. E’ un grande albero, alto fino a 10 metri; le foglie pentalobate assumono un tipico colore rosseggiante in autunno
Sommacco americano (Rhus thyphina) - Fam. anacardiaceae; insieme alle varietà nostrane (sommacco selvatico o scotano) sono tra le piante dalla colorazione autunnale più appariscente
Le antocianine (dal greco
anthos = fiore,
kyáneos = blu) sono un gruppo di pigmenti presenti nei vegetali, responsabili della colorazione blu di alcuni fiori come il fiordaliso (
centaurea cyanus) o di alcune salvie (v. foto più avanti). Il colore può variare dal rosso, al marrone scuro, al blu, in relazione al pH del mezzo.
In autunno le reazioni chimiche di trasformazione e riciclaggio della clorofilla generano collateralmente dei composti pigmentati non recuperabili per altre attività della piante, che quindi si accumulano nelle foglie: oltre alle antocianine, i carotenoidi (rosso e arancio), e i flavonoidi (giallo). Le colorazioni autunnali esplodono per l’aumento di questi pigmenti nel momento in cui viene meno l’effetto mascherante del colore verde della clorofilla. Le antocianine sono anche responsabili, in particolari concentrazioni e in varia associazione con gli altri pigmenti, delle colorazioni dal bruno scuro fino al quasi-nero, esistenti in natura.
Le antocianine sono contenute in misura rilevante nella buccia delle melanzane (750 mg x 100 gr. di alimento), oltre che in altri vegetali colorati (ciliege, pompelmo rosso, uva rossa).
Sotto: Fiori di colore bruno scuro per la presenza del pigmento; da sinistra: rudbeckia, tulipano, aquilegia
Altri fiori di colore scuro; da sinistra e dall’alto: Althea, nemophila, salvia discolor, viola del pensiero e papavero nero (var. ‘Evelina’), qui insieme ad una pansée
I fiori neri. Strana storia, quella dei fiori neri; in teoria le piante non possiedono pigmenti per produrre il nero assoluto, ma un effetto quasi-nero è associato ad una particolare concentrazione di antocianine, da sole o insieme ad altri pigmenti. In più – mai dire mai – l’ingegneria genetica potrebbe in un futuro anche molto vicino, riuscire a produrre un fiore completamente nero, obbiettivo a cui legioni di ibridatori nel corso dei secoli hanno lavorato senza successo.
La creazione del fiore nero assoluto, come quello della trasmutazione degli elementi in oro, è stato un mito che ha attraversato la storia della botanica. Ogni tanto si sente parlare di una ‘rosa nera’, di un’orchidea nera, oppure, ai tempi della
tulipemania, di un tulipano nero. Tra l’altro, l’aspettativa di un fiore nero ha indotto diversi floricoltori a lanciare sul mercato fiori spacciati per neri, che dovevano la colorazione a dei particolari liquidi nutritivi, capaci di colorare il fiore, ma non influenti sull’assetto genetico della pianta. Molti compratori ingenui hanno fatto l’esperienza di acquistare una pianta - una rosa o un tulipano spacciati per neri - che si rivelava alle fioriture successive di color rosso scuro e ulteriormente si schiariva con il passare del tempo.
Come pure a volte si notano sui banchi del fiorai delle iris di un colore falso in modo pacchiano - arancio, verde, nerastro - ottenuto immergendo il fiore già reciso in un liquido colorato. Come se la varietà dei colori delle iris esistenti in natura fosse poco bella!
Fiori colorati artificialmente; in questo caso delle comuni margherite (Fam. Asteraceae)
C’è un racconto di Alexandre Dumas padre, appunto intitolato
‘La tulipe noire’, dove è riportato il seguente sillogismo:
"Disprezzare i fiori è offendere Dio.
Più bello è il fiore, più si offende Dio nel disprezzarlo.
Il tulipano è il più bello di tutti i fiori, perciò, colui che disprezza il tulipano offende Dio oltre misura".
Per non parlare di vari libri e film, sul tema dei fiori neri, a metà tra la botanica e la metafora: la rosa nera, l’orchidea nera e l’ultimo, in ordine di tempo: la dalia nera!
Una salvia blu (Salvia guaranitica – Fam. Labiate) con i petati blu intenso e i sepali neri, facile da coltivare nei nostri climi; arriva ad un’altezza fino a due metri
La copertina di un libro di Dumas, scritto nel 1850 e ambientato nella metà del 1600, su un tema avventuroso che si incrocia con l’accaparramento di un tulipano nero
Ma questi mitici fiori neri, esistono davvero?
(1. continua)