Home » Rivista "O" » I racconti di Omero ottobre 2007

Racconti di Diana Giannunzio, Silvia Baldini e Carla Chiaramoni




Quello che non volle scoparsi quella gran fica dell'Adele di Diana Giannunzio

Le sei del mattino. Adele era lì di fronte a quello gnomo orrendo e lo guardava con insistenza. Lui niente. Eppure era bella. Gli stivali di vernice rossa, il vestito aderente, corto da far paura. Invece lo schifoso mostriciattolo era lì impassibile e manco uno sguardo, almeno di traverso, visti gli occhi stralunati che aveva. Occhi poi. Due palle rotanti. Con insistenza lei continuava a fissarlo. Faccia da cazzo. Sì, infatti il naso sembrava proprio quello. Il resto, uno spasso. Il tronco sembrava diviso in due parti esattamente simmetriche, sporgenti che sembravano due culi sovrapposti. Ora pensò, uno passi ma due! Come se non bastasse, portava una tuta verde ramarro che gli ricopriva il corpo in parte, così stretta da sottolineare i piedi enormi e le mani a forma di chele da granchio.
Dunque, pensò: hai davanti una strafica pazzesca che ti guarda e resta in attesa e tu che mi fai? Te ne stai acquattato, no, stravaccato sulla sedia di questo cazzo di bar a guardare altrove. Le cose non tornavano. Che quello scherzo della natura fosse così indifferente proprio non poteva sopportarlo. Cominciò a osservarlo meglio ed ecco che quegli occhietti che prima aveva visto porcini adesso le sembravano profondi, attenti. Il naso, quel naso… beh poteva anche diventare interessante, che so un tratto di carattere. Come sarebbe stato accarezzare quel corpo a forma di culo? Doppio poi. Le sembrava che al tatto quelle eccessive rotondità, avrebbero potuto offrire un piacere morbido, rassicurante. Adesso lo stendo, pensò. Si aggiustò la scollatura del vestito in modo che i seni venissero fuori con prepotenza, agguantò la sedia e sedette decisa accanto al ramarro.
Occupato, fece lui.
Occupato? Pensò Adele, ma se stiamo in mezzo al niente alle sei di mattina nel bar più sfigato della zona e non c’è nessuno. Scattò in piedi come una molla. Chiunque avrebbe sbavato solo perché lei gli rivolgesse la parola, lui no. Lui continuava a tenere la faccia sghimbescia rivolta alla strada. Schifoso ramarro. La saliva le riempì la bocca. Ora gli sputo pensò, in fin dei conti sono stata pure una miss. Invece di sputare fece una cosa ancora più stupida, allungò una mano e gli tocco uno dei culi davanti. Era morbido e un calore partì dalla mano e si piantò dritto nello stomaco. L’hot dog che aveva mangiato da poco si fece strada velocemente verso la gola e appresso uno degli innumerevoli margarita che aveva bevuto al Suspiria.
Lui come colpito da una scarica elettrica fece un balzo all’indietro e la guardò strabuzzando gli occhietti. Aveva paura di lei, pensò Adele, anzi ribrezzo. Lo aveva visto chiaramente.
Mi chiamo Adele piacere, disse stendendo la mano, magari lui aveva bisogno di certe distanze.
Niente, niente, niente. Neanche un cenno.
Sentì una lacrima salire e per ricacciarla si mise a camminare nervosamente avanti e indietro sollevando un macello di polvere che sembrava si fosse alzata la nebbia. Nella confusione di polvere e lacrime si accorse che le facevano male i piedi. Avrebbe voluto che lui glieli massaggiasse. Non si era mai offerta a un uomo. Le piaceva tenerli in sospeso gli uomini. Poi quando sceglieva non è che ci trovasse gran gusto.
Accidenti che freddo. Un brivido la percorse. Si tirò in basso la gonna, ma c’era poco da coprirsi. Si accorse di avere una calza smagliata, sembrava un solco che salendo dal ginocchio verso l’inguine la stesse spaccando in due. Si avviò decisa verso l’interno del bar lasciando lo stronzo lì fuori. Pure dentro faceva freddo. Al bancone c’era un tipo di spalle. Rapida gli fu accanto. Ti va di scopare, gli disse secca. Quello fece occhi bovini. Di certo, pensò, stamattina la madonna mi ama. Andarono alla toilette.
Beccati questa stronzone, mentre tu stai la fuori a tirartela, questo qui mi fotte.
La cosa fu veloce, il tipo frastornato dalla fortuna che gli era capitata e dal culo parlante di Adele, fu sbrigativo. Mentre si tirava su le calze, la smagliatura si fece più larga e dall’inguine salì fino alla pancia. Il contrasto fra il colore della carne strinata dal freddo e la calza bianca la fece pensare al sangue. Si sentiva tagliata. Con la mano, di piatto, pulì un po’ lo specchio appannato del bagno per sistemarsi i capelli. Era bella, sicuro, una dea. Oddio, forse aveva preso un chilo? Le parve pure di vedere una ruga vicino all’occhio sinistro.
Forse il ramarro non la voleva per questo? Non capiva il perché di quella ossessione, ma un dolore assurdo, straziante si fece strada, scavò nello stomaco. Vomitò, piangendo. Aveva fatto il vuoto pneumatico dentro di sé, ma quello stava ancora là fuori come una tigna. Sfinita, le spalle curve, sparita l’aria spavalda, uscì fuori dal bar. Lui era là, immobile. Cazzo, cazzo, cazzo, ma perché continua a non degnarmi di uno sguardo? Gli si piantò davanti, con le mani sui fianchi: se non mi scopi mi ammazzo, gridò come una furia, guarda che lo faccio, prese la bottiglia che lui aveva davanti, la spaccò sul bordo del tavolo e fece per portarsela alla gola. Lo guardò in faccia. Lo amo pensò, per favore, ti prego, cadde in ginocchio.
Cristo non si era mai umiliata così.
Sollevando la testa si accorse che quello la guardava meticoloso esaminandola come si fa con le cavie. Gli lesse negli occhi che la trovava brutta, ripugnante. Un attimo dopo era di nuovo distratto e guardava altrove come aspettasse qualcuno. La smagliatura le raggiunse la gola, salì verso il naso, passò in mezzo agli occhi, si sentì spaccare in due, svenne.
Il bar nel frattempo si era animato. Parecchi accorsero e vedendo la bottiglia spaccata che stringeva fra le mani pensarono a una rissa, ma c’era solo lei e un uomo strano, un extraterrestre. Comunque la presero e la adagiarono sul pavimento di legno. Signorina, signorina, si sente male? Acqua e zucchero, datele acqua e zucchero, disse qualcuno, meglio un cognac disse un altro.
Ma io la conosco: è l’Adele, disse un terzo.
Non mi vuole, sussurrò lei.
Tutti all’unisono si girarono verso il tipo con la tuta verde seduto lì accanto.
Signore non si tratta così una ragazza, dissero. È distrutta, incalzarono. Un po’ di pietà per Dio. Ci vuole tanto a darle una botta? Qui faremmo la fila.
Nel frattempo arrivarono altri. Si era sparsa la voce che l’Adele stava male, che era svenuta, che aveva dato fuori di testa e che la colpa era di un tipo di fuori che non se l’era voluta scopare.
Lei era ancora a terra, pallida, come morta. Ammazzatelo disse in un soffio, ammazzatelo.
Lo fecero. Gli si gettarono addosso con furia, lo fecero a pezzi, ognuno portò via un souvenir. Chi una chela, chi il naso a forma di cazzo. Si vide uno andare via di corsa tenendo due culi sotto le braccia. Ognuno ebbe un pezzetto di tuta verde.
Adele, quando rinvenne, portò via l’unico pezzo rimasto. L’occhio porcino che era rotolato dietro una sedia.





Milano apparecchia alle sette di Silvia Baldini

È mercoledì. Emma è in cucina e sta preparando la cena. Sono le sette meno cinque. Tra cinque minuti Paolo aprirà la tenda del soggiorno. Emma lo sa e aspetta. Paolo entra in casa, si toglie la giacca, appoggia la ventiquattrore vicino all’ingresso e sposta la tenda. Sono le sette. Milano sotto di loro sta tornando a casa. Il chiasso e la luce del giorno che finisce entrano nei loro rispettivi appartamenti.
Paolo cerca con lo sguardo Emma. Si guardano. Già da qualche settimana “cenano insieme”. Emma prende dal cassetto della cucina la tovaglia di fiandra rossa e la stende sul tavolo di fronte alla finestra. Paolo prende i due tovaglioli e li dispone uno di fronte all’altro. Poi Emma toglie le posate. Paolo i bicchieri. Emma i piatti. Paolo il pane. Si siedono uno davanti all’altra. In mezzo a loro la città. Sono le nove. Mangiano senza fretta, talvolta tra un boccone e l’altro si fermano e bevono un sorso di vino. Anche dopo cena restano così, a guardarsi per ore. Sono le undici. Paolo inserisce nel lettore un cd di musica jazz. Emma prende un vecchio disco in vinile e lo posiziona sul piatto del giradischi. Si avvicinano alla finestra e iniziano a danzare. Lui ondeggia lentamente da destra a sinistra, un po’ impacciato. Lei si muove, dondolandosi impercettibilmente, anche se Paolo crede che a muoversi sia solamente la sua sottoveste bianca. Ballano come se ascoltassero la stessa musica. Sopra e sotto di loro Milano dorme, ma non al sesto piano. È mezzanotte. Paolo spegne la luce. Emma si allontana. Anche lei spegne la luce.
È giovedì. Emma è in cucina, sta preparando la cena. Sono le sette meno cinque. Tra cinque minuti Paolo aprirà la tenda del soggiorno. Emma lo sa e aspetta. Paolo entra in casa, si toglie la giacca, appoggia la ventiquattrore vicino all’ingresso e inizia ad apparecchiare la tavola. Sono le sette. Milano fa ancora rumore e il giorno, anche stasera, sta finendo, ma la tenda di Paolo resta chiusa. Emma si avvicina al vetro, aspetta ancora per un po’. Paolo con un gesto veloce, abitudinario, apre la tenda e si volta, continuando ad apparecchiare da solo la tavola. Sono le nove. Milano comincia ad abbassare la voce. Emma è davanti alla finestra, i palmi appoggiati al vetro, non riesce a spostarsi, è ancorata. Vorrebbe abbassare la tenda, o più semplicemente chiudere gli occhi, ma le palpebre non vogliono saperne di scendere, continua a osservare i due che cenano nell’appartamento di fronte. Paolo è seduto al tavolo con la schiena rivolta alla città. La donna con il vestito rosso mangia, parla e ride. Quando ride getta violentemente il capo all’indietro come dovesse staccarsi da un momento all’altro. Sono le undici. Paolo inserisce nel lettore un cd di musica jazz. La donna si alza e iniziano a ballare insieme, stringendosi, accarezzandosi. Lui è sempre impacciato. Emma è ancora ferma davanti alla finestra, ora appoggia la fronte al vetro e un alone si forma davanti alla sua bocca ogni volta che respira. Per un po’ la scena davanti a lei si opacizza, per qualche breve istante scompare, poi tutto ritorna chiaro, nitido.
È mezzanotte. Milano ha spento la luce. Paolo e la donna con il vestito rosso stanno ancora danzando, anche se la musica è già finita. Il vestito rosso inizia lentamente a scendere dal corpo della donna e le mani di Paolo le scorrono lungo la schiena, anche la camicia di lui si sta slacciando e presto sarà a terra, poco lontano dal vestito. Emma inizia a scivolare verso il basso. Si ritrova in ginocchio. Le sue mani restano sempre appoggiate alla finestra e due strisce lucide descrivono sul vetro opaco il suo cammino verso il pavimento. I pantaloni di Paolo ora con una forma scomposta sono appoggiati accanto alla camicia. I corpi nudi continuano a danzare. L’alone opaco davanti alla bocca di Emma si espande e si ritrae seguendo il ritmo veloce del suo respiro. Paolo spinge la donna contro la finestra, le sue natiche e le sue spalle schiacciate contro il vetro assumono una forma innaturale. Milano si è fermata. Emma bianca, come morta osserva la scena immobile. Paolo dentro la donna si muove non troppo velocemente, spinge, si ritrae, spinge, si ritrae. Emma respira affannosamente, ora la sua sottoveste bianca è appiccicata bagnata al suo corpo. Spinge, si ritrae, spinge, si ritrae. I capelli ricci di Emma sono incollati al volto sudato. Il viso di Paolo affonda tra i capelli biondi della donna. Emma appoggia una mano a terra e inarca la schiena verso il vetro. Spinge, si ritrae, spinge, si ritrae. Il volto di Paolo ha un segno di sofferente piacere attorno alle labbra. Emma inarca sempre più velocemente la schiena verso il vetro. Paolo sempre più velocemente si muove sulla donna. Spinge, si ritrae, spinge, si ritrae. Emma reclina il capo all’indietro e il suo corpo disegna un arco perfettamente teso verso la città. Milano è scomposta. Paolo alza gli occhi e vede Emma e la sua sottoveste bianca danzare. Emma continua a muoversi, sentendo il ritmo di questa nuova musica. Paolo bianco, come morto resta immobile dentro la donna che un’ora fa indossava il vestito rosso che adesso è steso sul pavimento accanto alla camicia e ai pantaloni scomposti. Emma chiude gli occhi e il piacere le dipinge una strana smorfia sulle labbra. Paolo innaturalmente fermo vede Emma alzarsi, sorridergli e allontanarsi voltando la schiena alla finestra, mentre la tenda lentamente scende.





Il torero e la medusa di Carla Chiaramoni

Un completo di lino azzurro polveroso, la giacca lunga, la camicia chiusa sul petto da piccoli alamari di seta, i pantaloni morbidi, larghi in fondo. Aveva scelto un modello asiatico per il suo vestito da sposo; lo indossava un semidio patinato dagli occhi azzurri, scalzo. Sembrava più indicato a un amore consumato in isole lontane di mari tropicali, che a una cerimonia formale, con parenti e torta a tre piani. Anche un occhio poco esercitato avrebbe trovato quel vestito orientale incompatibile con un uomo come lui, lo stereotipo fisico del siculo. Ma non lui.
Lo cercò ovunque, in tutti i negozi della città e della provincia. Era introvabile. Telefonò anche alla ditta torinese che lo produceva che si scusò e spiegò che in realtà, così come era stato fotografato, non esisteva: si trattava di due modelli diversi, assemblati solo per quell’immagine promozionale.
“Idioti. Pubblicizzano un vestito che nessuno può comprare”, pensò.
Decise di rivolgersi a un sarto per farlo realizzare su misura. Franchino era famoso per due cose: perché era nano e perché era bravo. Lo fece accomodare nella stanza; un campionario di stoffe preziose copriva uno dei due tavoli della sartoria, insieme a metri rigidi di legno, matite, gessi colorati, modelli tracciati su carta lucida e trasparente. Due manichini nudi guardavano da una pedana.
Franchino valutò lo sposo e il vestito che aveva scelto. Prese il metro e lo spinse da terra fino ai testicoli di lui per misurare il cavallo dei pantaloni, con un movimento esperto, ma così rapido che lo sposo contrasse istintivamente le chiappe. Misurò la pancia. Poi recuperò dal fondo della stanza una scaletta di quelle piccole, a tre scalini, d’alluminio; ci salì con cautela, aiutandosi con le mani, per girare il metro intorno al petto e al collo dello sposo.
Fu da lì sopra che formulò la domanda.
“Sicuro?” disse. “Sicuro del modello? Indosso a un uomo come lei io vedrei altro”.
“Perché? Come sono io?”
Il sarto non scendeva, lasciava oscillare il metro, avanti e indietro, davanti alla faccia di lui. Lo sposo era piantato in mezzo alla stanza con le gambe un po’ divaricate, il gomito destro alzato, come se fosse appoggiato a qualcosa.
“Un vestito deve valorizzare il fisico. Il giorno è importante, le foto resteranno per sempre. Insomma se desidera il mio parere…”
“Desidero l’abito”.
“Lo dico francamente. Lei è troppo basso per questo vestito, la sconsiglio”.
Uscì da lì offeso, umiliato.
Continuò a provare di tutto: frac, modelli classici, semplici abiti da vita quotidiana. Mancavano ormai due mesi alla cerimonia, quando gli segnalarono uno stilista emergente; attese quindici giorni prima di poter ottenere un appuntamento. Lo fecero accomodare dentro una nuvola di tulle bianco e stucchi. Puttini rosa ancheggiavano ai bordi di un enorme specchio, al centro nella stanza, trattenendo drappi di raso. I soffitti, alti, erano decorati con scene di baccanti e cacciatori. Sui tavoli cristalli, cucchiai d’argento e confetti. Gastone, lo stilista emergente, entrò nella stanza spingendo la porta con entrambe le mani, seguito da quattro assistenti che spingevano un carrello pieno di abiti, ognuno di un colore diverso, ognuno di una foggia diversa. Lo sorpresero in piedi di fronte allo specchio. Gastone sembrava malato, un corpo senza spessore, le braccia lunghe e sproporzionate, le spalle strette e chiuse. Era vestito di bianco, una casacca di seta viscida sopra pantaloni di simile consistenza. Del viso coperto di cerone, troppo chiaro rispetto al colore della pelle, colpivano gli occhi truccati di mascara: una ferita nera. Gli fu intorno in un attimo, lo circumnavigò, lo palpò, lo fece girare e rigirare con movimenti veloci, poi si allontanò per ottenere una visione d’insieme.
Intanto lo sposo guardava gli abiti appesi in ordine sul carrello, li studiava e non li perdeva di vista un minuto, neanche quando Gastone lo obbligava a voltarsi.
“Quello”, disse puntando il dito verso un abito rosso.
Le labbra di Gastone si contrassero in un disgusto appena controllato.
“Per lei avrei pensato a questo, invece”.
Corse al carrello e tirò fuori un modello anonimo, tranne che per l’acceso color senape, quasi banale per un tipo come Gastone.
“Desidero provare il vestito rosso”, insistette lo sposo.
“Ma non prima di aver provato quello senape. Vedrà, non vorrà più indossare altro”. Gastone passò l’abito all’assistente perché lo aiutasse a indossarlo, ma lo sposo lo anticipò e andò a prendersi da solo l’abito che aveva scelto.
Sudava mentre cercava di entrare in quel completo da torero attillato e di adattarlo alle sue forme morbide, da tipo siculo. Le nappine al fondo dei pantaloni scartavano, a destra e a sinistra, a ogni colpo di reni; la fascia di stoffa alta e gretta gli murò lo sterno quando due degli assistenti riuscirono, dopo interminabili attimi di lotta, a fissarla sulla pancia. La camicia sul davanti aveva quei classici jabot ondulati, di stoffa lucida, e le maniche terminavano in volant esagerati, fuori dalla giacca corta.
Gastone, alla fine, si arrese alla ricerca di un punto vita che non esisteva.
“Una splendida tonalità di rosso”, disse. “Si volti. Ancora. Ancora. Ancora. Ancora.”
Lo sposo teneva tutte e due le braccia aperte e girava su se stesso, lentamente, lo sguardo fisso sulla sua immagine. Un derviscio rotante. Il giovane stilista lo blandiva, lo copriva di complimenti mentre registrava in uscita nel bilancio dell’azienda quel cimelio da folklore, quel pezzo di antiquariato.
“Perfetto. Solo due piccole modifiche”, disse e richiamò tutti fuori dalla stanza con un gesto molle della mano. Sciamarono via e lui rimase solo.
Da una porta in fondo alla stanza arrivavano voci. Si avvicinò e la vide, nella fessura della porta socchiusa. Era nella stanza vicina, una stanza ordinaria, senza stucchi né stoffe, senza puttini. Anche lei davanti allo specchio, a provare abiti da sposa. Due assistenti la tenevano in piedi dalle ascelle, mentre un'altra le infilava il vestito, da sotto. La testa era ricaduta all’indietro, senza forza, come spezzata, lo sguardo bloccato su un punto del soffitto oltre le spalle. Le gambe erano filamenti da medusa, il fisico da bambina, senza forme. Indossava una canottiera con le spalline grandi e mutande alte, bianche, di cotone grosso. Quando la sistemarono sulla sedia a rotelle, con un gesto lentissimo della mano lei si prese la nuca e rimise diritta la testa. Fu allora che lo vide, dentro lo specchio, vestito da torero.

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