E’ da poco giorno sul viottolo in ripida salita per cui quel matto del professore ci sta conducendo a grandi passi… Pare che non ci sia altra strada per arrivare al posto della vendemmia; prima salire e poi scendere dall’altra parte. Ovviamente a piedi. Ma le arrampicate non ci fanno paura.
Siamo i più mattinieri di un folto gruppo del
Club Alpino in visita a una delle isole minori del Tirreno e il ‘professore’ è il nostro contatto locale.
– Pensate che i contadini di qui l’hanno sempre fatta a piedi, conducendo l’asino per la cavezza – sta dicendo il professore – ma ormai sono rimasti veramente in pochi a mantenere queste tradizioni; tre o quattro vecchi… Che il Signore li conservi per mille anni… -
La novità di quest’anno sono stati gli incendi: stiamo salendo infatti per un sentiero calcinato, fiancheggiato da entrambe le parti da terra nerastra e rami scheletriti di arbusti. Il professore è abbacchiato; ci mostra i resti bruciati delle vigne: - Gli arbusti riprenderanno da sotto e in un paio d’anni sarà di nuovo tutto verde, ma pensate al lavoro che è andato perduto, a tutti gli animali del sottobosco; e meno male che almeno qui non ci sono state vittime umane… -
Parte della zona interessata dagli incendi di fine agosto; eliminata la vegetazione, sono ben evidenti i tipici terrazzamenti isolani per la coltivazione della vite
Finita l’erta, che abbiamo risalito con il sole nascente alle spalle, e passato il crinale, possiamo dare un colpo d’occhio su entrambi i versanti; quindi cominciamo la discesa. Qui non c’è traccia di incendi, ma la vegetazione è riarsa da un’estate completamente senz’acqua.
- Tutta la zona è ancora in ombra – spiega ancora il professore – e lo resterà fino a che il sole non supera quella cresta, diciamo fino a verso le dieci; ma poi picchia duro fino al tramonto. Perciò il vino è buono; questa è la parte dell’isola tradizionalmente dedicata alla coltivazione della vite. Guardate i terrazzamenti: è il tipico metodo isolano per recuperare all’agricoltura le aree scoscese. Sulle terrazze vengono messe a dimora le viti, addossate ai muri a secco; davanti vengono piantati i carciofi, le lenticchie, le cicerchie… -
Guardiamo… Assentiamo… Qualcuno di noi ha ancora la bocca di caffè e non è troppo incline alle minuziose spiegazioni del professore.
- Vedete – sta dicendo il professore, che si è ripreso dalla momentanea depressione per le zone incendiate - a settembre le essenze profumate sono al massimo della concentrazione, dopo tutto il sole dell’estate. Notate com’è riccamente rappresentata qui la flora mediterranea: lentisco, mirto, i vari tipi di cisto, l’inula… Basta sfiorare una qualunque delle piante, e immediatamente capite che cosa avete toccato…
Purtroppo sono quasi tutte piante resinose e in questa stagione secca basta un niente, per appiccare il fuoco. –
Per altre immagini della flora mediterranea: Cfr. Piante mediterranee. L'isola misteriosa del 27.05.2007.
Sullo sfondo del mare i rami nudi dell’Euforbia (Euphorbia dendroides – Fam Euphorbiaceae) nel suo aspetto di fine estate. Come tutte le piante della stessa famiglia i rami e le foglie, se spezzati, secernono un lattice irritante.
Per l’aspetto della stessa pianta in primavera Cfr. Piante mediterranee. L'isola misteriosa del 27.05.2007.
L’incontro con un asino inselvatichito che sbuca dalla macchia mediterranea. Alle sue spalle sono riconoscibili dei cespi di elicriso (Helichrysum italicum – Fam. Asteraceae) in versione tardo-estiva, dalle foglie verde-glauco e i fiori non più gialli ma marrone spento. Il profumo della pianta, se stropicciata, é pungente e aromatico, molto caratteristico.
Finocchio marino (Crithmum maritimum - Fam. Apiaceae), un’ombrellifera dalle foglie succulente, con un sapore che ricorda il finocchio, ma a differenza di questo è salmastro; le foglioline e i semi non maturi si possono conservare sottaceto
Adesso stiamo scendendo dall’altro versante. Le cantine consistono in due grotte scavate nella roccia, a mezza costa, biancheggiate a calce. Nulla di superfluo. Un panorama di terrazze coltivate a vite ritagliate a forza di braccia tra la prevalente macchia mediterranea; giù in basso una punta rocciosa che si protende sul mare.
Terrazzamenti coltivati a vite tra la macchia mediterranea. Nel passato – alcuni Vecchi ancora ricordano quel tempo - tutta questa zona era terrazzata e densamente coltivata
Vista dalla zona delle vigne fino alla punta sul mare.
- I Vecchi – dice il professore – arrivano qui che è ancora notte. Vivono nel centro abitato naturalmente; qui hanno solo le cantine e la vigna. Ogni mattina si fanno tutta la salita, e poi la discesa. Qualcuno viene su con l’asino e il cane. Eh.! ..questa è una terra dura; se è ancora coltivata è merito loro...
Ci presenta ai Vecchi (…lui ha parecchie conoscenze da queste parti!): età media sui settantacinque; qualcuno anche oltre. Ma che strana gente, questi Vecchi…
Noi del gruppo siamo un po’ spaesati; a poca distanza dal nostro mondo di città è già tutto diverso: l’ambiente, i profumi, i volti… E il modo di parlare: un dialetto musicale che somiglia al napoletano, ma non lo è. Questa stessa vendemmia cui partecipiamo, che ‘il professore’ ci ha ammantato di aspetti antropologici. Lui invece sembra essere del tutto a suo agio; partecipa alle chiacchiere, alle battute salaci dei Vecchi sui ritardatari che continuano ad arrivare per la vendemmia. Ci spiega gli scherzi, i doppi sensi… E’ allegro e entusiasta.
- Straordinario..! – dice – ..Tutti gli aspetti di una sub-cultura contadina sul punto di essere perduta. -
Per noi anche altre spiegazioni: da uno dei Vecchi. Secche, gridate con malagrazia, più che altro:
- Uee.. ..E ch’amma fa cu’ tutte ’sti chiacchiere ..Facimm’ambress’ -
- Lavate’v’i’mmane.. ..’A’cca… -
- E attenzion’ ..’Nnaita fa cadé’ all’uva pe’ terra… ca chell’é preziosa! ..Av’it capit’o no? -
Poi ci distribuiamo lungo i filari a gradoni degradanti: si chiamano ‘catene’, mentre i muri di pietre a secco, tra una terrazza e l’altra si chiamano ‘parracine’. Sono state tra le prime cose che ci hanno insegnato..
I grappoli sono ricchi, di color giallo opalescente, malgrado la terra arida. Un assaggio ogni tanto, solo l’acino più bello; il resto nel secchio. Si trasferiscono i bigonci lungo le catene, fino alle cantine, man mano che si riempiono. Gli ordini sono gridati; voci e risa si rincorrono da un filare all’altro. Dopo un po’ il sole supera la cresta e inonda il costone.
In fondo c’è sempre il mare; ora che la luce è cambiata è passato dal blu cobalto all’azzurro turchese.
‘Catene’ con le viti addossate ai muri a secco su terrazze a diversi livelli. La terra davanti alle viti, in primavera e inizio estate, è utilizzata per colture ortive (v. testo)
Viti con grappoli di uva bianca e nera. E’ evidente il seccume delle foglie indotto dalla stagione particolarmente siccitosa, oltre che dal vento ricco di salsedine
E’ proprio vero - l’aveva detto il professore! -, ci si ritrova immersi in un altro tempo, come in un film: facce vecchie e barbe incolte; denti fuori posto, sporgenti, mancanti; facce sudate, magliette luride su cui cola il succo dell’uva durante il trasporto a spalle, attraverso i filari, fino alla cantina. L’odore del mosto che si mescola a quello del sudore. Gli ordini gridati con violenza, senza cortesia.. Parolacce, bestemmioni…
Ci spiegano che negli ultimi anni c’è stato l’inserimento di lavoratori rumeni, assunti stabilmente, per dare una mano ai Vecchi.
La novità è il nome del rumeno di turno (il ricambio è frequente), storpiato in tutti i modi possibili:
- Mi chiamo Costèl, da Costantino – cerca garbatamente di spiegare lui, sotto pressione fin dal mattino, una sigaretta dopo l’altra, sempre più prossimo ad esplodere. Ma lo chiamano in tutti i modi possibili: - Rossèl.. Rocco.. Rocchetto… -
- ROSSELLAA...- gli urla uno dei Vecchi, con la voce rabbiosa che rimbomba tra i filari e la cantina – Addò cazzo stai..? ..Porta i bidoni…Noo.. Nun purta’ cchiù ’nniente, vien’accà… Rossè’… ROSSELLAA… E giù imprecazioni… -
A metà mattina (le 9,30 circa, ma si sta raccogliendo da prima delle 7) arriva l’ordine perentorio:
- ’A marén’… ’a marén’… (‘la merenda’, che sarebbe la colazione!) – seguita dalle solite imprecazioni per i ritardatari: - Avanti.. avanti …é da mo’ che é pronto… -
Un po’ rudi questi Vecchi… Ospitali ma rudi!
Tutti seduti a tavola; il vino comincia a scorrere a fiumi – molto più di quello che si produce, si direbbe –, il cibo viene cacciato in bocca a forza, quello che non c’entra sporge dalle labbra o cade sul tavolo. Le gote si abbuffano, sui volti sudati gli occhi diventano lucidi.
Quando ‘la colazione’ finisce, il vino comincia a fare effetto e il sole a scaldare. Il cammino si fa barcollante…
Vista dal basso della zona della vendemmia. La pianta erbacea in primo piano è lnula viscosa (nome locale: ‘a prùdeca): una Asteracea molto comune nei terreni incolti o anche sul bordo delle strade, a fiori gialli e foglie aromatiche lievemente appiccicose. E’ tra le poche piante a fiorire in settembre
La zona a macchia mediterranea al di là dei terreni coltivati a vite. Al centro dell’immagine, un rudimentale spaventapasseri
Ma avanti ancora, di filare in filare, sotto il peso quasi insostenibile dei bidoni traboccanti di uva.
L’atmosfera è sensibilmente più allegra, ora; vengono fuori a raffica battute sguaiate, ironie, doppi sensi grevi..
Il professore, incrociato tra un filare e l’altro, non rinuncia ai suoi commenti; da dopo ‘colazione’, tra un brindisi e l’altro, è particolarmente su di giri:
- Non siete più abituati a questo mondo… Eh? Lo trovate crudo, volgare..
…Invece è il giusto contraltare all’oscenità televisiva, alle ‘veline’, alla pubblicità …Credevate davvero che il mondo fosse fatto solo di giovani e belli!? Ah..! ..Io li amo, questi vecchiacci, per la vitalità non addomesticata, le ruvide verità sulla vita, la loro resistenza spontanea… Tanto più eroica della nostra...! -
- A professò – dice qualcuno – …e falla finita! …Già co’ ’sto caldo... -
La storia che tiene banco, quest’anno, riguarda la dentiera di uno dei vecchi: lo chiamano tutti ‘lo Zio’ (u’ Zi’). Lo guardiamo, noi che non lo conoscevamo prima: una barbaccia bianca, di tre giorni, la bocca sdentata.
- Ohè ‘u Zi’.. ma.. ’a dentiera? – lo provoca il professore.
Lui ridacchia e si passa la mano sulle labbra e sul mento ispido.
Così dalle chiacchiere sparse, tra frequenti interruzioni e sghignazzi, riusciamo a ricostruire l’intera vicenda.
Il nuovo proprietario delle vigne, che fa il dentista, gli aveva preparato una bella dentiera, al vecchio, ma lui non aveva voluto lasciare l’isola per fare il calco, le prove e altre scemenze; così, fatto con una certa approssimazione, l’apparecchio gli stava un po’ lento. Con la dentiera in bocca, quando parlava, muoveva un po’ il viso, come se cercasse di riacchiappare i denti che volevano andarsene per conto loro.
Raccontano che se n’era accorto Rossella (Costèl), il ragazzo rumeno:
La sua voce aveva rimbalzato tra le catene alla volta di un altro degli anziani:
- Salvatoree ...cane rubato te dentiera… -
- Ma ch’ cazzo dici ...I’ ’a teng’ ’mmocca… -
- Allora è dello Zio… -
- Zzio.. – grida ancora il ragazzo - Dentiera… Dentiera... -
Lo Zio, che si è appisolato sotto un albero, si riscuote all’improvviso. Si tocca la bocca e la trova vuota:
- P’a’ matò! Brutta bestiaccia... Port’accà ‘a dentiera… -
Il cane si avvicina di malavoglia e molla per terra quello strano osso senza sapore, che non ha più neanche un po’ di carne attaccata.
Lo Zio si china a prenderla, la strofina alla meglio contro i pantalonacci da lavoro e se la rimette in bocca; ma adesso gli traballa ancora più di prima ed é tutta sbilenca. Così il dentista l’ha presa indietro per ripararla. Ecco perché l’abbiamo trovato senza denti…
Vista del sito della vendemmia dal basso; i terrazzamenti sono il modo più razionale ed economico per recuperare alle coltivazioni una costa così scoscesa
Strano tipo, lo Zio… Non si sa come prenderlo; ringhia contro tutto e tutti, tanto che non ci aspetterebbe che tratti in maniera così premurosa gli asini e i cani. Pare come combattuto tra due opposti demoni; la lotta tra il buon diavolo e quello violento produce a volte manifestazioni grottesche.
C’era stata un’altra vendemmia, qualche anno prima, cui eccezionalmente aveva partecipato anche la figlia dello Zio, una ragazza schiva e timorosa. Per l’occasione aveva regalato a quel padre burbero una maglietta con una scritta sopra; di quelle che fanno su ordinazione, con la frase scelta da lei stessa.
- PAPÀ ..TI VOGLIO BENE!! – aveva fatto stampare sulla maglietta.
Il Vecchio l’aveva indossata con riluttanza e solo per le insistenze degli altri, ma poi aveva grugnito con evidente compiacimento. Applausi di tutti i presenti… Ma il momento idilliaco era durato poco.
Raccontano che era una scena da vedere: solo mezz’ora più tardi, per chissà quale minima mancanza di lei, il padre già la inseguiva attraverso le catene, con il falcetto per tagliare i grappoli tra le mani…
- …IO TI AMMAZZO!! - gridava lui, correndole dietro...
- PAPÀ… TI VOGLIO BENE!! – diceva la maglietta sulle spalle del vecchio.
A metà del pomeriggio, anche grazie all’arrivo di un gruppetto di rinforzi, il lavoro è finito. Dopo il lavaggio di secchi, tini e attrezzi vari ci sarà il pranzo finale.
Siamo già seduti alla tavolata apparecchiata sullo spiazzo davanti alle cantine, parzialmente in ombra; ma si aspetta, per portare a tavola, che ci siano tutti.
- Fermi! – grida qualcuno – manca lo Zio… -
Lazzi e ironie su dove potrebbe essere andato, lo Zio...
Torna dopo un quarto d’ora: è andato a prendere l’asino che era rimasto legato e non aveva bevuto dalla mattina.
- …E un po’ d’umanità ..P’a’ mato’! – dice quando torna, come per giustificarsi del ritardo.
Durante il pranzo, ricco e ben innaffiato, con un panorama incredibile davanti, il professore va a ruota libera:
- Ah..! Si continua a credere in giro che per la vendemmia servono l’uva, la cantina.. e la pigia-deraspatrice e il torchio ..e poi botti tini damigiane bottiglie… Falso! ..Tutte balle..! Servono le persone, invece… Queste qua! L’entusiasmo… Serve crederci! …E non c’è più nessuno ormai… Quando ci perderemo lo Zio e gli altri, non ci sarà più nessuno! -
Il vino scorre a fiumi.
Quasi gli vengono le lacrime agli occhi, al professore…
Più tardi un altro dei Vecchi si addormenta riverso, con le braccia incrociate sul tavolo. Per la fatica, il vino e uno scherzo della prostata si è pisciato sotto. Uno lo indica al professore con un cenno della testa…
- E allora? – dice lui – che c’è di strano? Va beeene..! Va bene così! …Così è la vita vera …senza diaframmi né mediazioni! ...Ah! ..Non ci rendiamo conto di quello che stiamo perdendo… Stiamo perdendo il contatto con la natura... Ecco qual’é il problema… -
- ’A professo’… -
Sulla via del ritorno il professore è loquace e di buon umore; saltella da un sasso all’altro come un ragazzino, malgrado abbia una certa età..
- Allora? - ci chiede tutto eccitato – Allora? …Che ne dite, eh? …Che ve ne è sembrato? -
Nessuno di noi ha tanta voglia di rispondergli; siamo stravolti dalla fatica, e il pranzo, a quell’ora, ci ha dato il colpo di grazia. Tutto quel vino, poi…
Incontriamo un gruppetto di turisti, due coppie; sembrano veneti, da come parlano.
Uno degli uomini porta in mano, come un trofeo, una paletta di fichidindia con una diecina di frutti ancora attaccati. L’altro tiene le mani sollevate a mezz’aria, con le dita aperte, come un chirurgo che si è appena lavato.
Il professore li guarda incredulo:
- Ehi..! Ma non avrete toccato i fichidindia senza protezione?! -
Sembra proprio di sì, invece; l’uomo si guarda preoccupato le mani..
- Ma.. ma.. Avrete le dita piene di spine!? – dice il professore.
L’altro scuote la testa: - Le dita? ...Le dita è niente… Sapesse la bocca! -
Guardiamo tutti il professore: - Io non ho detto niente, eh..! – dice lui
I fichi d’India (Opuntia ficus-indica – Fam. Cactaceae) crescono spontaneamente nelle parti scoscese e assolate delle isole mediterranee. Con il loro succo privato dei semi, insieme al mosto d’uva cotto e alla semola, si fanno delle conserve tipiche dette ‘mostarde’
Leggi qui la prima parte dell'articoloI riti degli altri. Non c’è mai nessuno al cimitero di Matara (piccola città della costa sud-occidentale dello Sri-Lanka), la mattina; solo un guardiano sparuto, con le gambe secche che spuntano dai pantaloncini kaki. Gli chiedo:
– Faccio un giro… posso? (
puluan-deh?) –
Mi risponde con il solito dondolìo della testa e un sorriso.
Le tombe sono tutte lì, ben visibili dal vialone centrale ricoperto di ghiaia. Si incontrano per prime delle sepolture cristiane, con la croce di marmo e una simbologia conosciuta: viticci, colonne spezzate. Alcune sono vecchie di un centinaio di anni, e hanno preso un bel colore verde-brunito, muschioso.
Le tombe buddiste hanno sempre la ruota, incisa sul marmo; oppure è l’intera tomba ad essere costituita da una ruota, che in alcune rappresentazioni sembra un timone. Poi alcune simbologie ricorrenti: pavoni o colombi che si guardano; per le coppie di coniugi, immagino.
Le tombe musulmane sono giù in fondo, più strette e raggruppate insieme; nel complesso meno curate, ma sempre contraddistinte dalla mezzaluna e la stella.
Cimitero di Matara (vedi testo). E’ visibile sulle tombe il simbolo buddista della ruota della vita. Tra le lapidi, gli alberi nodosi del fiore dei templi (Plumeria alba) e una vacca che bruca l’erba.
Una tomba recente del villaggio, a pochi passi dalla spiaggia. Sono visibili i simboli della vita spezzata e i resti dei nastrini bianchi di carta che hanno pavesato il luogo il giorno della cerimonia. Un cane dorme all’ombra della scritta
Il cimitero principale del villaggio: le lapidi sono sul bordo della strada con il mare alle spalle, tra alberi di Plumeria alba, Pandanus e alte palme
E’ bello, il cimitero di Matara su Aukana Rd. Conserva in parte il fascino dei cimiteri da strada che si incontrano dovunque qui, sulla costa, appena finita la sabbia. Ma è un vero cimitero, anche piuttosto grande, con una parte più antica, di tombe in pietra, scure e austere, ed una moderna, a maioliche lucide preferibilmente bianche.
Il bianco qui è il colore della morte, come il nero da noi. Quando per strada si trovano drappi e bandierine bianche vuol dire che la casa che le espone - o a cui conducono - ha subìto un lutto.
Piante e fiore di loto (Nelumbo nucifera – Fam. Nelumbonaceae; dello stesso ordine delle ninfee). La pianta del loto nasce da acque fangose ed emerge in superficie con un lungo stelo che termina con un bocciolo e poi un fiore di particolare bellezza. Di notte il fiore si chiude e torna sott’acqua, per riemergere all’alba. Il loto è uno dei più antichi simboli floreali, sacro alle religioni buddista e induista con sfumature diverse. Simboleggia la perfezione e il risveglio alla vita spirituale. La simmetria del fiore rappresenta l'ordine del cosmo e viene utilizzata come modello per la realizzazione di mandala.
Fiori e foglie di Plumeria rosea - Fam. Apocynaceae. Seppure meno profumate rispetto alla varietà alba, bianca con sfumature gialle al centro, anche le varietà rosea e rubra sono diffuse ai tropici
Tanti fiori bianchi a terra, caduti durante la notte dagli alberi di frangipane (
Plumeria alba).
(Leggete qui l'articolo sul Paese delle illusioni: la strategia della lucertola). Questi alberi nodosi sono caratteristici di tutti i luoghi di culto - qui li chiamano anche
temple flower - ma si trovano un po’ dovunque, lungo le strade.
Non si è visto nessuno per tutta la mattinata: qualche cane, un paio di varani e molti
king-fisher (martin-pescatore) sui fili della luce, con la testolina rosso-mattone e il corpo elegante di colore verde-azzurro metallizzato; sto imparando a fischiare come loro…
Ho visto molti cestelli votivi fatti con la scorza intrecciata dell’albero del banano; contengono infiorescenze della palma da cocco, riso bollito,
fiori bianchi di gelsomino e qualche fiore di loto strapazzato, insieme a una ciotola per bruciare l’incenso.
Ma cosa chiedere? E a quale Dio? ..in questo pezzo di terra spartito fra tre religioni diverse dove, bene che vada, almeno i 2/3 dei presenti - nel senso di Assenti - si devono essere sbagliati?
Fiori di gelsomino, di allamanda, di plumeria e alcuni fiori di loto, su un piccolo altarino votivo, in Sri-Lanka
Molte cose abbiamo imparato qui, vivendo nello stesso posto nel corso degli anni, prendendo parte alle diverse attività, alle feste, ai ricevimenti di nozze e, quando accadeva - perché momento importante nella vita del villaggio - alle cerimonie funebri.
Con il tempo e una maggiore confidenza derivata dallo spartire momenti lieti e meno lieti, abbiamo conosciuto un po’ meglio le loro tradizioni e idee – si tratta di una popolazione per la stragrande maggioranza di religione buddista - su un argomento così delicato.
Le anime uscite dal corpo – ci hanno spiegato - sono spaventate e indecise, come quando ci si trova in una terra sconosciuta. Esse tendono a tornare nella loro casa, tra le persone e le cose cui sono abituate. Vanno incoraggiate perciò a prendere atto del cambiamento e della loro nuova dimensione, e a lasciare la casa. E’ per questo che per tre giorni almeno, non si devono chiudere le finestre; se trovasse tutto chiuso, l’anima non potrebbe uscire e trovare la sua strada, nel cerchio delle vite. Esse non sono legate troppo al corpo; sono gli affetti a trattenerle e gli oggetti e il luogo che meglio avevano conosciuto in vita. Anche le anime che si sono separate dal corpo su una strada, o in ospedale, è a casa che tornano. E qui, nella casa, bisogna evitare gesti o rumori che possano trattenerla, ora che un ciclo si è concluso e un altro deve cominciare. Perciò i monaci raccomandano di non piangere o gridare, e di evitare i rumori della vita quotidiana. Così, per quanto grande sia la pena della perdita, non ci saranno mai gesti scomposti e urla di dolore; il dolore sarà contenuto e sottotono: questa è la regola.
Nella casa della persona scomparsa non si deve cucinare, finché il funerale non è avvenuto; parenti, amici e vicini provvederanno per il cibo e le bevande.
E’ sempre il bianco, il colore del lutto; dalle bandierine sulla strada, ai paramenti, alle vesti dei partecipanti. Anche la strada che dalla casa conduce al cimitero è cosparsa di sabbia bianca, per tutto il percorso.
Intorno alla bara i parenti stretti del defunto sono seduti a terra. Per l’ultimo addio essi si prostrano con il capo a toccare la terra e chiedono perdono per qualunque mancanza possano aver compiuto nei confronti del loro congiunto in vita.
Il saluto viene fatto con le mani chiuse a pugno, a significare che essi non hanno niente da dare al defunto, perché niente di questa vita potrà a lui servire per il viaggio che va ora a intraprendere.
In casa, nel posto dove era appoggiata la bara, viene accesa una lampada che viene mantenuta per tre giorni: è un ricordo, un faro e un esorcismo.
I buddisti seppelliscono o anche inceneriscono i loro morti. In quest’ultimo caso, abbastanza infrequente, vengono preparate delle pire funebri molto elaborate e costose, che solo poche famiglie possono permettersi.
I cimiteri possono essere quello grande, in città, oppure degli spazi dedicati, lungo le spiagge o tra i campi; qualunque posto, in realtà, anche lungo la strada o nel cortile di casa.
I parenti stretti, subito dopo la cerimonia abbandonano il cimitero; essi dovranno entrare in casa dalla porta posteriore; lasciare i vestiti all’ingresso e lavarsi.
Sarà un membro anziano della famiglia a ringraziare coloro che hanno partecipato e ad invitarli a tornare nelle loro case.
Dopo la cerimonia funebre, nella casa si tiene un pranzo cui partecipano anche amici e parenti, a significare che nonostante la mancanza, la famiglia continua ad essere unita e a spartire il cibo, così come ha fatto per il dolore.
In termini più prosaici, nei tre giorni che la salma viene esposta, gira per casa tutta la gente del villaggio; si consuma molto
Arrak (il brandy locale) e ai tavolini disposti intorno alla casa, illuminata a giorno dai riflettori dall’organizzazione delle pompe funebri, si beve e si gioca a carte per tutta la notte.
Al settimo giorno dall’inumazione viene tenuto un’altra cerimonia (
daané in
sinhala; almsgiving in inglese (
alms: elemosine) che consiste in doni e cibo per i monaci che a loro volta li distribuiranno ai poveri; le elemosine così elargite saranno messe nel conto dei meriti del defunto.
Pira funebre secondo il costume singalese. Il corpo è nella bara e un baldacchino di fantasia ricopre il tutto; non brucerà che quasi alla fine della cerimonia. Vengono esplosi mortaretti e girandole di fuochi d’artificio. Niente di comparabile con la sacralità delle pire funebri viste in India, a Varanasi (Benares) sul Gange
***
Le perdite impongono pause, momenti di riflessione. Si cerca di capire il senso di quello che succede, si fanno a se stessi e agli altri domande globali, impegnative. Ma forse si è troppo coinvolti. Si conosce, ma non si accetta e non si applica, quel pensiero di Confucio: “
Il lutto deve portare all’afflizione, ma non più lontano” (Dialoghi 19, 14)
Forse è la distanza, quella che manca; il tempo che necessariamente dovrà passare, come la sapienza popolare ben conosce, ma che ogni singola persona deve riscoprire da capo.
La ricerca è sempre la stessa. Trovare un senso alla vita; a quella di chi ci ha lasciato e di riflesso alla nostra. Basterebbe una indicazione, un’immagine; come quella evocata da Antonio Tabucchi, in una intervista letta non troppo tempo fa.
“
…E’ come uscire a fare una passeggiata nella neve… tornare in casa e vedere nelle orme, dalla finestra, il senso che ha avuto il camminare.”
La siepe della mia infanzia era in una proprietà vicino casa.
La città era distante solo 3 km – a quei tempi neanche una città, un paesone - ma da noi si era in aperta campagna, anche se la grande strada statale, la Casilina, passava proprio davanti casa.
Il campo sterminato delle nostre imprese di ragazzini era un agglomerato di piccole case sparse che si estendeva su uno dei lati della statale, che avevamo la proibizione assoluta di attraversare. Dall’altra parte invece potevamo andare dovunque, fino al ‘rio’ – un ruscello di poca acqua, ma con gore e lingue di sabbia, che a noi pareva un fiume – e oltre, dove cominciava un’erta che avrebbe portato su su in alto, ad una collina, che dalla nostra parte saliva in modo abbastanza ripido, tanto da sembrare una montagna. Si sa che da ragazzini tutto appare più grande…
Per tornare alla siepe… Si saltava un fosso, si attraversava un campo e si era di fianco a un grande casolare. All’ingresso sulla via principale c’era un grande portale in pietra e la siepe fiancheggiava da entrambe le parti una stradina bianca, in fondo alla quale c’era il casale. Ci si andava a prendere l’aceto, che era famoso nei dintorni, e nelle stagioni giuste, anche a cogliere le rose per la maestra.
Era una siepe di bosso dal bel colore verde scuro e dall’odore caratteristico, ‘amaro’, se può essere amaro un odore – a me piaceva, anche se ho letto poi che puzza di ‘urina di topo’ – e c’erano le rose antiche (rosa centifolia) strette tra il bosso tanto da sembrare che spuntassero direttamente dalla siepe: non rosse, ma di un rosa intenso, con piccoli petali fitti, molto profumate.
Queste cose – il nome del bosso e la varietà delle rose - le ho sapute molti anni dopo, seguendo altre tracce, un tassello dopo l’altro, fino a che non si è completato il quadro d’insieme che avevo nella memoria. All’epoca neanche sospettavo che il bosso fosse una pianta famosa, con importanti correlati mitologici; molto usata per le siepi e le bordure dei giardini formali e nei cimiteri. (
date un'occhiata alle Passeggiate per i giardini del mondo se volete saperne di più)
Nella mitologia e simbologia degli antichi greci il bosso era sacro al dio del mondo sotterraneo – Ade, Plutone per i latini - quando all’inizio del tempo il mondo fu suddiviso in tre parti con i fratelli Zeus e Poseidone, che regnavano rispettivamente sull’Olimpo e sul mare.
Il bosso in quella cosmogonia simboleggiava, insieme ad altre piante sempreverdi, la vita che continua oltre la morte costituita dall’inverno, e quindi la perpetua rinascita della natura; in senso lato l’eternità.
Siepi e piantine di bosso (Buxus sempervirens - Fam. Buxaceae, anche noto come ‘mortella’, da non confondere con il mirto). Sempreverde, è tra le piante più usate per i giardini e le composizioni di arte topiaria. Oltre agli impieghi rituali, ha proprietà medicinali e un legno pregiato, facilmente lavorabile
Dell’innamoramento di Ade per Persefone (Proserpina per i latini) e del relativo ratto sono pieni libri e musei. Nella foto il gruppo marmoreo “Il ratto di Proserpina” (1622) di Gian Lorenzo Bernini alla Galleria Borghese di Roma
Proserpina era essa stessa figlia di dea (di Demetra o Cerere, dea delle messi e dei raccolti) e la madre molto si adirò per la scomparsa della figlia, tanto da minacciare Giove di un perpetuo inverno per gli uomini, senza più raccolti, se non fosse tornata da lei. Così Ade, attraverso Hermes messaggero degli dei, fu (quasi) convinto a lasciarla andare. Solo le chiese di rifocillarsi prima di partire. Però il cibo è un’insidia! Chi mangia il cibo degli Inferi non può più fare ritorno al mondo superno […come sappiamo da ‘The corpse bride’: ‘La sposa cadavere’ di Tim Burton!] …E Proserpina aveva assaggiato del cibo degli Inferi: alcuni chicchi di melograno! Sarebbe forse stata relegata per l’eternità alla vita sotterranea? Ma i potenti numi aggiustano e interpretano le leggi a loro piacimento e per evitare conseguenze nefaste fu trovato un accordo: siccome i chicchi di melograno mangiati da Proserpina erano solo sei-sette, per alcuni mesi sarebbe restata con Ade regina del regno sotterraneo, mentre nei mesi restanti avrebbe fatto felice la madre Cerere. Cosi tutti furono contenti e pacificati. Ade e Cerere riebbero periodicamente la rispettiva sposa e la figlia, e gli uomini ebbero le stagioni: sei mesi di freddo e gelo nei quali Cerere langue di tristezza per la figlia perduta, e sei mesi di natura ridente, abbondanza e raccolti.
A pensarci… Dire “non ci sono più le stagioni” può implicare significati più ampi del solo evento climatico. Gli stessi dei hanno abbandonato la terra!
Frutto del melograno (Punica granatum – Fam. punicaceae). E’ un alberello spogliante, ‘il verde melograno dai bei vermigli fior’. Assurse nel Medioevo a simbolo di resurrezione (e quindi ancora legato all’ l’aldilà). Presso altri popoli i semi luccicanti del frutto simboleggiano fertilità e prosperità. Le spose turche lanciano il pomo a terra: avranno tanti figli quanti sono i chicchi sparsi dal frutto.
Le piante del commiato e della memoria. Fiori e piante hanno sempre accompagnato il momento del commiato e gettato la loro ombra sulle estreme dimore degli uomini.
Immagino che alcune siano state scelte per la loro longevità a contrasto con la brevità della vita umana; altre sono state nei secoli collegate con la celebrazione di varie attività umane: per onorare gli eroi, coronare i poeti. Alcune piante devono essere state scelte, per la loro forma o portamento. Altre ancora hanno richiami simbolici; una particolare resistenza o la capacità di superare le avversità, di rivegetare dopo una transitoria interruzione. Presentiamo le più diffuse nel mondo occidentale…
Crisantemi. Gen. Chrysanthemum, Fam. Compositae (o Asteraceae); dalla radice greca (chrysós- ánthemon): ‘fiore d’oro’, probabilm. perché il colore originale del fiore prima delle successive ibridazioni, era il giallo.
In Giappone è considerato il fiore dell’amore; lo stesso ruolo che hanno le rose da noi. Un crisantemo stilizzato è sullo stemma della famiglia imperiale nipponica. Il significato che in Oriente si attribuisce al crisantemo è quello di vita e felicità. Da noi è divenuto il tipico fiore dei morti per la sua fioritura intorno ai primi di novembre.
Cipressi. Qui nella varietà Cupressus sempervirens (o Cipresso mediterraneo) - Fam. Cupressaceae. Per la loro forma affusolata sono molto diffuse come piante ornamentali e parte integrante del paesaggio di alcune regioni italiane. Il loro impiego nei cimiteri, comune in Italia ma non in tutto il mondo, trae vantaggio dallo sviluppo verticale (fittonante) delle radici, che non si estendono in orizzontale come accade per gli alberi a chioma larga (le querce, per esempio)
Mirto (Myrtus communis – Fam. Mirtaceae). Altra tipica pianta sempreverde dalla caratteristica fragranza, foglie lucide, lanceolate e numerosi fiori bianchi raggiati; produce delle bacche nere dal grato profumo, utilizzate per liquori. (
Leggete qui di altre Piante mediterranee e dell'isola misteriosa). Per i gli antichi romani il mirto era, unitamente all’alloro, simbolo di pace, vittoria e duraturo ricordo: i generali reduci dalle battaglie vittoriose, come anche i poeti e i letterati, venivano coronati di mirto [Immagine da Wikipedia].
Bristlecone Pine (non ha nome equivalente in italiano, forse pino dalla pigna ispida?). Genere
Pinus - Fam.
Pinaceae – Specie:
Pinus aristata, Pinus longaeva, Pinus balfouriana. Sono gli organismi vegetali più antichi al mondo.
Sono diffusi nelle regioni occidentali degli Usa a clima freddo e con forti venti. Ad un esemplare noto come Matusalemme (Methuselah) è stata attribuita un’età intorno ai 5000 anni. Per queste caratteristiche di longevità, esemplari miniaturizzati di queste piante maestose hanno una certa diffusione sulle tombe [Immagini da Wikipedia].
Rosmarino. Rosmarinus officinalis – Fam. Lamiaceae.
Il nome deriva del latino ros maris: rugiada del mare. Nell’Amleto di Shakespeare (Atto 4, Scena 5) Ofelia dice: "There's rosemary, that's for remembrance. Pray you, love, remember. …”. In passato rametti di rosmarino venivano messi nella bara e anche dati ai presenti per ricordo
Il salice (Salix babilonica – Fam. Salicaceae) ha derivato il suo nome da un equivoco; un verso del Salmo 176 che rievoca il rimpianto per la patria perduta degli Ebrei fatti schiavi a Babilonia: “…Lungo i fiumi di Babilonia sedemmo, lì piangemmo… Ai salici appendemmo le nostre cetre”. Linneo nella sua classificazione binaria ripropone l’errore del salmista che aveva scambiato i pioppi presenti nella regione di Babilonia per salici (!).
Nell’immaginario popolare i rami cadenti e le foglie pendule hanno fatto di quest’albero l’emblema della malinconia e del ricordo nostalgico.
Tasso (Taxus baccata – Fam. Taxaceae). Il verde scuro e il fogliame compatto dell’albero del tasso (engl.: yew) sono tipici dei piccoli camposanti inglesi (churchyard) e di qui diffusi anche nel Nuovo Mondo. L'appellativo di ‘albero della morte’ deriva al tasso dalla caratteristica tossicità delle sue bacche e in parte anche dal fatto che per secoli è stato utilizzato come arredo verde nei cimiteri.