Piante e storie dall’Africa (seconda parte)
Leggete qui la prima parte di Piante e storie dall'Africa
La casa dove abito sta in collina, con una bella vista sul mare e sul porto di Mogadishu.
Di notte, tra i versi degli uccelli notturni e gli alterchi delle scimmie arrivano suoni di musica occidentale. Dischi di musica classica, e a volte anche il suono di un pianoforte; forse dalla casa dell’ambasciatore inglese che sta proprio sopra di noi. Ah! Il fascino discreto del mondo coloniale, nutrito a Graham Greene, Conrad e Somerset Maugham…
La notte ha un profumo che resta sconosciuto a lungo, fino a che per caso una sera non mi scontro con il fiore che lo produce. Si tratta della
Plumeria alba , ed è il mio primo incontro con lei. [
ritrovatelo qui nell'articolo intitolato “Paese delle illusioni: la strategia della lucertola” del 18.03.07]
La sera è il momento della comparsa dei
‘mbara ‘mbara: il nome locale di una specie di scarafaggi rossastri dotati di ali, abbastanza tipici del posto, mi dicono. Sono animali che danno da pensare: pare che risalgano le fogne, quindi sono anfibi. Sono in grado di volare ed hanno una corazza così dura che per schiacciarli bisogna saltarci su a piè pari con gli zoccoli. E’ dura da ammettere, ma sono ben più adattabili e resistenti dell’uomo (…l’ultimo grido dell’evoluzione: i
‘mbara ‘mbara erediteranno la terra?)
La casa è anche una specie di camera di compensazione con il mondo esterno, che a volte può diventare molto ostile. Come la volta che un messo dell’ambasciata italiana fa il giro di tutte le residenze per avvisare di non uscire, che c’è una specie di coprifuoco. La guerra dell’Ogaden non sta andando bene per il paese e ci sono state delle sommosse interne soffocate nel sangue. L’emergenza dura solo qualche giorno, ma prima che finisca c’è un brutto episodio: una notte siamo svegliati da grida, poi passi di corsa, il crepitio di un fucile mitragliatore e altre grida ancora. Tutti svegli, nella casa degli italiani; nessuno riesce più a dormire con l’angoscia che monta, la confusione delle notizie, l’incertezza del futuro. E’ che da occidentali siamo abituati ad altre regole e ad una sicurezza che basta poco a dimostrarsi illusoria. Ma l’Africa è anche questo.
Quando piove pesante (
heavy rain) - succede spesso – la zona in basso, rispetto alla nostra residenza sopraelevata, si allaga, essendo l’intera città sprovvista di fogne. In questo caso la mattina, per andare al punto d’incontro con la
jeep per la facoltà, ci si arrotolano i pantaloni alle ginocchia; quando non basta si tolgono, e si va in mutande. Non si è molto formali; tra l’altro si fa l’abitudine alle scimmie che ad ogni angolo di strada copulano in atteggiamenti che appaiono umani in modo imbarazzante.
Sul muro di cinta della casa è addossata una bouganvillea maestosa, pianta che da allora in poi ho sempre associato all’Africa.
Nella città e nei dintorni sono (erano?) molto diffuse le bouganvillee (Bouganvillea spp. - Fam Nictaginaceae): coloratissime, spontanee, spinose, adattate alla siccità. Ho appreso in seguito che la pianta non è di origine africana: fu scoperta in Brasile nel 1768 dall’ammiraglio e botanico Louis Antoine de Bouganville e da lui prese il nome. Nel particolare è evidente che quel che chiamiamo ‘fiore’ sono soltanto delle brattee (foglie modificate e colorate), mentre i fiori, in numero di tre per ogni elemento, sono piccoli, bianchi o color crema, all’interno delle brattee
La grande bouganvillea sta mezza fuori e mezza dentro il cortile della casa.
Il cortile è ampio e biancheggiato a calce. Di giorno Jeylani ci lava i panni e ci fa la brace per cucinare. Di sera è abitato da un’altra presenza. All’imbrunire, qualunque tempo faccia, monta di servizio il nostro guardiano notturno. Ogni residenza ne ha uno; fa parte delle dotazioni della casa e non viene pagato direttamente da noi. Agli abitanti della casa spetta però di fornirgli il pasto serale.
Il nostro è un uomo alto, magro e dignitoso, di età indefinibile: quasi vecchio, ma non del tutto; irradia un senso di maestà e di forza tranquilla. Penso a lui – senza averne peraltro mai visto se non nei documentari – come a un guerriero Masai (..un Masai non farebbe mai il guardiano di notte, mi dico… Però se capita che vada io, ad aprirgli, non resisto alla tentazione di guardare se ha la lancia, con sé).
Arriva sul far della notte; si lava accuratamente, stende un lenzuolo a terra e fa le sue devozioni. Lo vedo la maggior parte del tempo in piedi, ma immagino che per la notte si accucci nella stretta guardiola.
Nel suo giorno libero settimanale Jeylani gli lasciava un pasto già preparato. Da quando ci sono io, mi sono proposto di sostituirlo in questo compito; lo ritengo un onore. E’ un pasto molto parco - un piatto di riso o poco più - e lo preparo con cura, ma neanche so se i guerrieri Masai in pensione diano importanza al gusto o non, magari, alla quantità o a chissà cos’altro. So che quel momento - portargli il cibo e ricevere in cambio il suo sorriso bianco e gli occhi scintillanti nella notte - mi è restato infisso nella memoria.
“Flamboyant”, fiammeggiante o Albero di fuoco è la Delonix regia, Fam. Fabaceae (anche nota come Poinciana regia), una leguminosa dalla fioritura esplosiva a diffusione tropicale; la si trova anche in Asia e in sud-America
Insieme al collega romano, quello della cena ‘dal Cinese’, andiamo spesso al mare. Appena fuori dalla città, e lontano dal porto, c’è un luogo balnenabile, con una struttura rudimentale di accoglienza: ci si può spogliare e lasciare le proprie cose. Anche mangiare, al ritorno dal mare. Aragoste pescate con le proprie mani o anche ordinate e preparate sul posto, per poche rupie.
Al Lido si arriva in ‘taxi’, ma su questa parola bisogna capirsi. C’è un andirivieni di vecchie Fiat che fanno su e giù per il lungomare della città, che è anche la strada principale. L’autista si ferma a chiunque faccia segno fino ad un numero di cinque passeggeri, lui incluso. A volte il taxi si ferma, ma sembra non debba salire nessuno; la portiera si apre e si arrampica, striscia sul sedile un uomo deforme per una poliomielite allo stadio delle deformità più invalidanti. Me li hanno fatti vedere i primi giorni, indicandoli come ‘uomini ragno’ (…abbiamo già visto come i rudi cooperanti non brillino per
esprit de finesse, con la lingua). Spesso chiedono l’elemosina; a volte fanno piccoli lavori sedentari, come i calzolai. Le loro gambe sono piegate in modo inverosimile e possono solo trascinarsi a forza di braccia, poggiando il bacino o i moncherini delle gambe su un carrello basso o su copertoni di pneumatici tagliati. Per il resto sono esseri umani: parlano, ridono anche. Ma questo è un assunto teorico. E’ prenderci il taxi insieme che te lo fa capire davvero!
Comunque arriviamo al Lido con i fucili subacquei (a molla) che ci siamo portati dall’Italia. Il mio amico si studia accuratamente le maree e sa quanto tempo possiamo restare, prima che la corrente diventi tanto forte da trascinarci via. C’è una fascia di acqua bassa poco dopo la riva che si estende per più di cinquecento metri, prima di trovare acque più fonde. Si può pescare anche lì, nelle pozze dove rimangono intrappolati i pesci, ma andiamo di solito oltre il
reef. Ci hanno consigliato di non portare i pesci con noi, per la scia di sangue che si portano appresso, ma a distanza, legati ad una lunga sagola. I pescicani ci sono e si sentono raccontare storie truculente su di loro. Un giorno che stiamo tornando a riva con un carniere di belle prede sentiamo uno strappo alla sagola. Via! …Andati 50 metri di filo e tutti i pesci presi… Meglio loro che noi! Ma quando si comincia a entrare in paranoia, a tirare indietro le gambe con la sensazione di averle sottratte appena in tempo alla bocca di uno squalo, allora è meglio tornare.
Il mare incontaminato riesce a dare anche altre emozioni; immagini che continuano a tornare nei sogni. Come una immersione casuale, in un posto dove non siamo mai stati prima. Ci troviamo davanti ad una parete verticale di roccia che al primo sguardo sembra muoversi, tremolare: come per quelle diffrazioni causate da strati d’acqua a diversa temperatura. Ma lì il mare è uniformemente caldo. Guardiamo meglio… La roccia è traforata da migliaia di anfratti da ciascuno dei quali emergono le antenne di un’aragosta: migliaia di aragoste! Quello che non si crede, a raccontarlo, è che ci siamo buttati sulle aragoste con una bramosia frenetica e da ripetute immersioni abbiamo recuperato solo antenne monche, ma nessuna aragosta. Serviva un ferro apposito, per tirarne fuori almeno qualcuna, ma non siamo più riusciti a ritrovare quel posto dopo che la corrente ci ha trascinato via.
Spathodea campanulata (Fam. Bignoniaceae) è un altro grande albero dai fiori rossi brillanti e dal fogliame verde scuro, ma di gran lunga meno appariscente del Flamboyant
Come gruppo rappresentativo di italiani all’estero i miei colleghi e io riceviamo qualche volta degli inviti ufficiali. Come per l’inagurazione del nuovo ospedale pediatrico (messo su dai cinesi, mi pare: a quel tempo il regime aveva una alleanza strategica con Russia e Cina, che fornivano anche sostegno economico e opere pubbliche). La sede del festino è nel giardino interno del nuovo edificio; ci sono piante trapiantate da poco e grandi foglie di banani messe come festoni. Il buffet è un lungo tavolo guarnito anch’esso di foglie di banani, che vengono usate anche come vassoi su cui appoggiare il cibo. Molta gente è in piedi e si serve come può; gli ospiti di riguardo, tra cui i medici della Cooperazione, vengono fatti sedere su un terrapieno ad un lato della tavolata, e mescolati ai notabili di qualche potente clan locale. Mi ritrovo a fianco un grasso signore gioviale, con una tunica dai colori sgargianti, che si fa premura di indicarmi i cibi migliori in una lingua incomprensibile: ma questo sarebbe il meno. Il fatto è che prepara per me con le sue mani, dalla grande foglia a centro-tavola, delle polpettine speziate e me le dà da assaggiare. Appare molto contento del mio apprezzamento, si lecca le dita e riprende con rinnovata lena a nutrirmi. Ci scambiamo sguardi disperati, con i colleghi, ma da quello che vedo gli altri non sono messi meglio di me: l’ospitalità è sacra e va onorata!
Di tutt’altro genere il ricevimento offerto presso l’ambasciata degli Stati Uniti (…era ancora quel mondo!) a tutto il team degli italiani, per non so quale brillante intervento compiuto sulla caviglia dell’augusta moglie dell’ambasciatore. Ci presentiamo tirati a lucido e un po’ intimiditi; ai cancelli picchetti di
marines che scattano sull’attenti (…Ma proprio per noi? Ci guardiamo attorno stupiti!). La padrona di casa, splendida americana cinquantenne
casual-chic, ci riceve in tunica bianca e a piedi nudi (…impossibile non guardarle la caviglia guarita!). Una scala contornata di gelsomini profumatissimi porta ad un terrazzo aperto sul golfo dove è imbandito un buffet ‘all’italiana’: salumi e raffinatezze che la maggior parte di noi aveva dimenticato da un pezzo, date le limitazioni collegate all’osservanza musulmana e all’economia di guerra del paese. Mentre si brinda a champagne penso che non può essere vero… che sto in un film! Mi aspetto da un momento all’altro che un Hemingway con la barba bianca -
Papa doc – compaia nel vano della porta e ci cacci via tutti, in malo modo: -
Italian go home..! …E altre parolacce che nessuno di noi capirà…
La pianta del karcadè, Hibiscus sabdariffa (Fam. Malvaceae), è un arbusto erbaceo annuale. Alla caduta dei fiori, i calici rossastri si ingrossano; vengono quindi raccolti e messi a seccare. Il loro infuso dà luogo ad una bevanda nota come karkadè, da gusto dolce-acidulo simile al mirtillo
Out of Africa. Negli oltre tre mesi passati in Africa mi ero giornalmente confrontato con un senso di inadeguatezza. E’ che quando vieni in contatto con un mondo nuovo e diverso – e l’Africa è davvero un altro pianeta – ti sembra di avere davanti una montagna, da cui ogni giorno stacchi scaglie (sassi, macigni) di comprensione. In ogni momento conviene guardare al poco che si è fatto, piuttosto che all’enormità che resta, per non farsi prendere dallo scoramento. All’inizio assesti grandi picconate di sgrezzamento: cominci a dare nomi alle cose che vedi, significati ai comportamenti delle persone. Una parte non secondaria in questo processo di penetrazione ha per me il riconoscimento del mondo vegetale intorno; le spedizioni al mercato insieme a Jeylani erano fondamentali, al riguardo. Con il passare dei giorni, poi dei mesi, l’entità delle scoperte fatte ogni giorno si riduce e contemporaneamente hai la sensazione di cominciare a muoverti al ritmo e con le regole del posto. Ma quanto questa impressione sia illusoria ti viene ricordato da piccole cose incomprensibili che di tanto in tanto ti capitano e ti fanno riconsiderare tutto: la montagna sta sempre là, anche se ti senti incongruamente fiducioso e sicuro.
Nell’ultimo periodo del mio soggiorno ho cominciato ad aver paura: Avevo visto così tante cose nuove, da allargare la mente e cambiare la vita, che quasi sul punto di tornare sentivo di dover evitare ogni rischio… le stesse battute di pesca fuori dalla barriera. Come quando hai trovato un tesoro e non vuoi che succeda qualcosa sulla via del ritorno, che te lo porti via. Contavo i passi, le ore…
Pensavo che quello che tornava non era lo stesso che era partito, solo tre mesi prima; portavo dei regali di un artigianato sconosciuto - tutte cose che ora sarebbe vietato esportare - piccole sculture in ebano, il legno nero e durissimo, borse di zebù fatte su misura, gioielli in oro e avorio. Ma pensavo che neanche fosse questo il tesoro più grande… Niente di comparabile con l’esperienza, l’allargamento degli orizzonti geografici e mentali, il ricordo dei grandi cieli d’Africa…
Avevo sottovalutato la centrifuga della vita quotidiana.
Al ritorno ripresi esattamente il ritmo di prima, ritrovai gli stessi problemi e le stesse modalità di reazione, come se quel viaggio non mi avesse insegnato niente, quel periodo fosse passato invano…
Invece le ricadute di quel periodo hanno agito per una via inaspettata, indiretta. Niente viene perduto mai davvero di quel che si vive intensamente; semmai ritorna sotto forme diverse.
Da allora questo è stato lo spauracchio di ogni mio viaggio, da contrastare con tutte le forze: che le esperienze fossero accantonate, appiattite, sommerse e infine dimenticate; solo un timbro in più nel mucchio dei passaporti scaduti.
La pianta del Khat (Catha edulis - Fam. Celastraceae). Recentemente inserita tra le droghe d’abuso e ‘sottoposta ad attenzione’ da parte della legge italiana, il khat è una droga ‘etnica’ consumata quasi esclusivamente nelle zone di origine (Etiopia, Somalia, Kenia, Yemen) e, in Italia, dagli immigrati dal Corno d’Africa. Le foglie e i gambi, trattenuti in un bolo all’interno della guancia e lentamente masticati, contengono un principio attivo psicostimolante (catinone) simile alle amfetamine per struttura chimica ed effetti, che degrada rapidamente; quindi la droga vegetale va consumata fresca
Epilogo. Ho ripreso in mano foto quasi dimenticate e spolverato ricordi messi da parte per anni.
Non sono mai più tornato in Africa. I miei viaggi successivi mi hanno portato in sud-America e soprattutto in Oriente. Neppure mi sono più interessato al destino della Somalia di cui ho sentito di tanto in tanto solo brutte notizie. Il regime al potere durante il mio soggiorno è stato definitivamente rovesciato nel ’91, ma già in seguito alla sciagurata guerra con l’Etiopia per le alture dell’Ogaden aveva perso ogni credibilità. Del ’93 è il fallimento della missione dell’ONU “Restore Hope” cui partecipava anche l’Italia. Cancellata ogni speranza, il paese si è dibattuto nelle convulsioni di una sanguinosa guerra civile di cui ancora non si vede uno sbocco.
Se la nostalgia era il sentimento prevalente distillato dai ricordi di Karen Blixen, non è stato così per me. Il pensiero della Somalia che ho conosciuto nel ’78 e dell’Africa in generale è, nei miei ricordi, doloroso.
Vi avranno sicuramente contribuito la nostra cattiva coscienza di europei; colpe accumulate nei secoli che sembra si siano cristallizzate in situazioni non più modificabili; e poi fattori esterni - i rivolgimenti climatici, la tragedia dell’Aids - non aggredibili per la volontà positiva individuale o di piccoli gruppi.
Altre tragedie abbiamo vissuto, in giro per il mondo: in terra d’Asia - nello Sri-Lanka - persone e cose conosciute e amate sono state travolte dalla furia dello
Tsunami del 26 dicembre del 2004. Ma non è lo stesso. In quel caso rimboccarsi le maniche è venuto spontaneo; ricostruire è stato naturale. Con l’Africa è andata diversamente.
Immagino - spero! - sia solo un modo personale di sentire, una risposta caratteriale alle esperienze vissute, ma il mio sentimento prevalente, al pensiero dell’Africa, è la perdita della speranza.
Impossibile da vincere, pesante da sostenere.
Piante e storie dall’Africa (prima parte)
“…Ora io so una canzone dell’Africa; la canzone della giraffa e della luna nuova sdraiata sul dorso, dell’aratro nei campi e dei visi sudati degli uomini che raccolgono il caffé… Ma ricorda l’Africa una canzone che parla di me..? Vibra nell’aria della pianura il barlume di un colore che io ho portato.. C’è tra i giochi dei bambini un gioco che abbia il mio nome.. Proietta la luna piena sulla ghiaia del viale un’ombra che mi somiglia..? Vanno… in cerca di me le aquile del Ngong?…”
[Karen Blixen: “Out of Africa” (1937); ‘La mia Africa’ (1959): Feltrinelli ed.]
Grande l’Africa. Immensa e inconoscibile. Tranne i pazzi e gli eroi nessuno avrebbe la presunzione e l’ardire di avvicinarla, o di andarla a scoprire. Per fortuna c’è una stagione della vita in cui si è giovani; ci si imbarca in imprese pazze o bizzarre - perché si sta appunto vivendo - senza intenti ben definiti e senza il bisogno di capire perché. Questo è un tema che appartiene ad una stagione successiva della vita: quasi per tutti è così.
Lo è stato anche per Karen Blixen, almeno da quanto risulta dai suoi libri; soprattutto dal suo più conosciuto, scritto quando l’esperienza africana era terminata (il titolo originale
Out of Africa possiede una nota di nostalgia in più rispetto al titolo italiano).
Karen Dinesen andò in Africa nel 1914, all’età di 29 anni e vi rimase per sedici anni, con una breve interruzione per motivi di salute; lì fu coinvolta seppur da lontano dagli sconvolgimenti della prima guerra mondiale. Alla seconda era definitivamente in patria, su posizioni naturalmente antinaziste.
Ma rimaniamo all’avventura africana, che affrontò non giovanissima, con l’armamentario mentale di una signora nord-europea di buoni natali, culturalmente evoluta. Accanto a un uomo (Bror von Blixen), ricco e viziato, una passione smodata per la caccia, le donne e la bella vita.
L’Africa, che per un verso la rese sterile, per altri aspetti la fecondò con la sua anima – voci, suggestioni, atmosfere - che attraverso le pagine delle sue note africane ci arrivano intatte; particolarmente preziose ora che tante cose sono cambiate. E’ l’atmosfera favolosa che vediamo nelle scene iniziali del film di Sidney Pollack: l’arrivo nella Nairobi affollata di gente e di mille traffici, il viaggio in treno di Karen verso la fattoria sulle colline Ngong… Sono belli gli inizi delle storie e delle avventure: è sui finali che non ci siamo!
L’interazione della ragazza del secolo scorso con la grande madre Africa è la storia di una fascinazione reciproca. Ama la gente (i maestosi Masai e i fidati Kikuyu della sua piantagione di caffè); si avvicina ad una natura per lei aliena, alle piante, agli animali con curiosità e meraviglia e ce li restituisce trasfigurati in poesia.
Questa è una sua descrizione, quasi all’incipit: “
…era un’Africa distillata lungo tutti i suoi milleottocento metri di altitudine, quasi l’essenza forte e raffinata di un continente. I colori, asciutti e arsi, parevano colori di terracotta. Gli alberi avevano un fogliame delicato e leggero, di una struttura diversa da quelli dell’Europa: non si curvava in archi e cupole, ma si tendeva in strati orizzontali, il che dava agli alberi, alti e solitari, l’aspetto un po’ delle palme, o un piglio eroico e romantico di navi tutte attrezzate e pronte a partire, ma con le vele non ancora spiegate; e al margine dei boschi un’apparenza strana, come se l’intero bosco vibrasse leggermente. Nelle grandi pianure crescevano, sparsi, i vecchi spineti nudi e torti, l’erba aveva l’odore pungente del timo e del mirto delle paludi: in certi punti il profumo era così forte da far dolere le narici. […] Ogni cosa dava un senso di grandezza, di libertà, di nobiltà suprema.”
Karen scopre il senso di libertà che i grandi cieli d’Africa suscitano; assapora l’attenzione con cui le sue parole - prima di donna bianca, poi di persona saggia e giusta - sono ascoltate dai nativi.
L’Africa di quel tempo! Le foreste ancora vergini, gli animali… Tanti che sembra non debbano mai finire..! Una potenzialità illimitata.
Prima delle guerre interne e dell’Aids - anche se in Africa le guerre ci sono sempre state, la malaria e il tracoma non si sono mai mossi di là, la sifilide e la tubercolosi hanno solo ceduto il passo ad altre malattie; la povertà e la lebbra, le carestie e le cavallette hanno antecedenti addirittura biblici. Sarà il senso di rimpianto che prende al pensiero di come le cose potevano andare e non sono andate; sarà che è dura essere realisti e prendere atto delle lezioni della storia, ma le pagine di Karen Blixen delineano un mondo, un giardino che ha la bellezza di un paradiso terrestre: ancora più commovente perché perduto per sempre.
Fiori della pianta del caffè (Coffea spp. - Fam. Rubiaceae). Il profumo del caffè prima di essere quello che conosciamo tutti, è il profumo dei suoi fiori, che “ha un aroma delicato e leggermente amaro, come quello dei fiori di biancospino” - dice Karen Blixen.
Il frutto del caffè, detto ciliegia, è una drupa ovale che maturando da verde diviene rossa. La drupa contiene uno strato di polpa e due semi appaiati (che si guardano per la parte piatta), rivestiti da una sottilissima pellicola argentea
Veduta d’insieme della pianta del caffè. Il genere Coffea ha due specie: la Coffea arabica tipica degli altopiani africani e la Coffea canephora (tra cui la var. robusta), più resistente al caldo, alla siccità e ai parassiti
Fenicotteri rosa (Phoenicopterus ruber; Greater flamingos) in colonie. Anche se davvero Denis Finch-Hatton ha portato Karen in aereo “a guardare il mondo con gli occhi di Dio”, il volo tra i fenicotteri è una bella invenzione visiva del film di Pollack.
Ritratto del viaggiatore, da giovane. La ‘prima volta’ - azzardo o salto nel vuoto che lo si voglia chiamare - c’è, credo, per tutti i viaggiatori. E’ una strana sensazione, quella di non riuscire a immaginare il giorno dopo. Quando quel che ti aspetta, nel posto dove andrai, è talmente indeterminato da non figurarti il paesaggio che ti farà da sfondo, le persone intorno… Come se il mondo conosciuto finisse al momento dell’imbarco e di lì in poi ci fosse il vuoto.
Prima c’erano state esperienze abbastanza comuni: viaggi su e giù per l’Italia, qualche paese europeo; la ‘botta di vita’ al festival dell’Isola di Wight (
che potete rileggere qui), ancora da studente universitario.
Ma ora é tutta un’altra cosa.
Ohè! Questa volta è l”Africa”! E non è ancora l’epoca del turismo da viaggio o del
Camel Trophy (…la sua prima edizione si tiene solo nel 1980); men che mai dei computer e dei telefoni cellulari.
Una tipica proposta del caso. C’è un progetto del Ministero degli Esteri, attraverso il servizio di cooperazione con i paesi in via di sviluppo, per istituire una università in Somalia. Nei primi anni diverse università italiane inviano personale docente; col tempo si dovrebbero costituire dei docenti locali e la struttura dovrebbe diventare autonoma.
Ora accade che ‘il Professore’ che abitualmente partiva per queste brevi missioni di circa tre mesi ha un problema familiare; tutti gli altri possibili sostituti nella scala gerarchica si defilano con varie motivazioni, fino a giungere a chiederlo all’ultimo arrivato, il più giovane del gruppo.
Alcune occasioni non le scegli spontaneamente, ma quando ti arrivano non puoi rifiutarle… Quindi impacchettato e messo sull’aereo: pronto al martirio. Questo è lo stato d’animo alla partenza.
Neanche sotto tortura riuscirei a ricordare cosa ho pensato durante il volo: ore sul deserto con la testa appoggiata al finestrino, a seguire il serpeggiare del Nilo (blu) tra le sabbie.
Ricordo l’arrivo. I pantaloni diventati subito roventi al contatto con la pelle, che per qualche minuto ancora mantiene la temperatura condizionata dell’aereo. L’aeroporto: una pista di cemento che finisce nella sabbia; il trasferimento a piedi sotto un sole rovente fino alla casamatta in fondo alla pista; i capannelli di persone con le tuniche della gente del deserto accoccolate a terra intorno ad un piccolo fuoco e ad un bricco di acqua che bolle. Odori, suoni nuovi, inusuali.
Poi il trasferimento in
jeep con l’uomo della Cooperazione, attraverso dune di sabbia mai viste prima; arbusti stenti e spinosi, capanne e baracche di lamiera e di fango, sempre più fitte. La cintura intorno alla città è immensa; sembra non debba finire mai. Poi si arriva nella città vera e propria. La sistemazione provvisoria è in un fatiscente alberghetto coloniale: ‘La croce del sud’.
Gli oltre tre mesi passati a Mogadiscio sono un ricordo indelebile: a tutti gli effetti la prima vera esperienza di diversità, di ‘altro da me’.
I primi giorni sono di acclimatazione, i colleghi da conoscere, il luogo di lavoro, gli studenti cui avrei fatto lezione. Un collega cortese, che conosco da Roma, si occupa di accompagnarmi una delle prime sere in un localaccio: ‘Dal cinese’, per la ‘ricolonizzazione batterica intestinale’. Fidati di me… - mi dice – Io faccio il gastroenterologo… Effettivamente..! Poi a mia volta anch’io, da buon ospite, accompagno altri novellini dal ‘Cinese’: se ne ricava una diarrea da lasciare tramortiti, ma poi ci si riprende e da quel momento si può mangiare di tutto.
Dopo vari tentativi trovo un alloggio diverso dall’albergo. Funziona così: la Cooperazione mette a disposizione dei ‘professori’ varie tipologie di case; ciascuna ha un responsabile locale – cuoco, domestico, tuttofare – che pensa agli aspetti pratici della conduzione domestica. Questa persona è indicata comunemente come ‘boy’ se è un uomo, ‘boiessa’ se una donna (..Ah! il genio italico per i nomi!).
C’è un numero variabile di ospiti, da tre a cinque, a seconda delle stanze disponibili. Mi ritrovo con un pediatra di Roma e sua moglie e con una anatomo-patologa di Firenze. Abbiamo (la casa ha) un boy che si chiama Jeylani; parla un misto di italiano e inglese e non ci sono problemi a capirsi.
A Jeylani devo tutta la mia gratitudine, per avermi fatto scoprire, con le conoscenze di uno del posto, un mondo completamente nuovo.
Con Jeylani vado al mercato, nei negozietti per compere, a procurare la legna per il fuoco (per un’emergenza bellica - la guerra dell’Ogaden - le bombole di gas sono introvabili); sto anche a guardarlo mentre cucina sulla carbonella.
Mi dice i nomi locali di piante e fiori, che poi vado a cercare nei miei libri; mi spiega stranezze locali, che uno straniero mai riuscirebbe a capire. Per esempio, perché gli asini (diffusissimi) portano una specie di braghe fatte con la carta resistente delle sacchette di cemento, fermate alla coda e alle zampe posteriori da legacci di fortuna. Per usare gli escrementi come concime - uno pensa - o per non sporcare in giro o anche, data la maggioranza musulmana, per non far vedere ‘le vergogne’... Macché! Gli escrementi vengono raccolti per essere impastati con il fango e fungere da collante per il rivestimento delle capanne di legno e frasche; il fango da solo sarebbe dilavato dalle prime piogge, di quelle violente che ci sono qui. Una volta secco il tutto è assolutamente inodore.
Il mercato è una continua fonte di meraviglie. Nei sacchi di juta appoggiati tra la polvere ci sono semi e cereali mai visti; su banchi improvvisati, frutti anch’essi sconosciuti e decine di varietà di banane, oltre a quelle che conosco: da minuscole a enormi, quelle rosse, quelle piccole al sapore di mela che chiamano ‘zanzibarine’. Quando, passando con Jeylani, vedo qualcosa di incomprensibile, lo tiro per la
jellaba e lui mi spiega; come davanti a un banco dove sembra vendano mosche: blocchetti di mosche. Jeylani si avvicina e le scaccia con la mano: è il banco dell’uva passa.
Mercato africano. Sono in vendita, per uso alimentare, una varietà incredibile di semi, tuberi e radici, a noi occidentali del tutto sconosciuti
L’edificio dove si svolgono le lezioni é fuori città, quattro chilometri circa; ci si arriva con un percorso in
jeep, su una strada prima asfaltata, poi di sabbia tra le dune. All’ombra dei pochi alberi, o tra gli arbusti spinosi, ci sono sempre donne che preparano il the, dolcissimo, con il latte (affumicato) di cammella.
Gli studenti sono volenterosi e ambiziosi: più che fare i medici nel loro paese vogliono andare all’estero e diventare ricchi: in Italia o in America. Le ragazze sono abbastanza numerose, emancipate e non velate. Il regime, che si professa ‘socialista’, favorisce ‘le pari opportunità’.
Prima di accedere ai corsi di Medicina gli allievi fanno un addestramento intensivo alla lingua italiana, il che spiega la presenza degli insegnanti di lingue tra i ‘professori’.
La pianta del cotone (Gossypium spp. – Fam. Malvaceae) prospera in climi caldo-umidi. Giunge a fioritura dopo due o tre mesi dalla semina; quando il fiore appassisce, la capsula si sviluppa ancora per sei settimane fino a diventare come una grossa noce contenente i semi insieme ad una lanugine bianca (bambagia). Giunta a maturazione, la capsula si apre e compare il bioccolo bianco e peloso; a questo punto può iniziare il raccolto
Particolare delle capsule dei semi (due capsule ancora chiuse ed una aperta). I semi veri e propri sono corpiccioli piccoli e neri alla base del batuffolo di bambagia, che ha la funzione di favorirne la disseminazione con il vento
Una attività che i ragazzi odiano (ma non possono sottrarvisi) mentre alcuni dei docenti la considerano fondamentale, sono le ricerche ‘sul campo’, generalmente finalizzate alla preparazione delle tesi di laurea. Si va per villaggi sperduti, utilizzando come guida uno degli studenti, di solito originario della zona. Spostamenti in
jeep fin dove è possibile, poi a piedi o come capita; non si sa bene cosa si troverà. Guida il manipolo di circa cinque persone, l’epidemiologo-infettivologo della facoltà (anni dopo lo rivedrò in televisione, rettore di una importante università italiana: -
Toh! Chi si rivede! ..Piccolo il mondo!). Sicuro e attento nel ruolo di capogruppo, con una grossa tanica – un thermos da cinque litri d’acqua - sempre per mano. Lo studente che funge da ‘pratico locale’ è alquanto a disagio sulle prime; come se si vergognasse delle condizioni di vita primitive del suo popolo. Ma poi si rinfranca e si concentra sul suo compito. Attraversiamo sentieri di campagna, zone di sabbia e arbusti spinosi; anche corsi d’acqua da guadare con il sistema rudimentale della chiatta tirata su un cavo d’acciaio teso tra le due sponde.
A volte, ad una svolta del sentiero, ci si para davanti un enorme baobab. Altre volte, per caso, ci si ritrova in un campo di cotone (
…Io che ci faccio qui? …Nei campi di cotone dello zio Tom?); altre volte è l’emozione per la bellezza gratuita di un albero fiammeggiante (flamboyant) in mezzo al verde. O altre scoperte (
…Il karkadè! …Ma questo è il karkadè!)…
Il baobab (Adansonia digitata - Fam. Malvaceae) (Foto da Wikipedia, modif.). Alto (fino a 25-30 m) e tozzo (con un diametro alla base fino a 7-11 m), presenta un tronco fibroso e cavo, come fibra erbacea indurita, più che vero e proprio legno. E’ famoso per la sua capacità d'immagazzinamento dell’acqua all'interno del tronco rigonfio (riesce a contenerne fino 120.000 litri), per resistere alle condizioni di siccità. Per la sua longevità, resistenza al clima e per i simboli collegati al tronco e ai rami contorti, è ritenuto sacro, osservatore e protettore della vita dei villaggi, attraverso le generazioni. All'interno del tronco si usava seppellire il griot del villaggio, il menestrello-cantastorie, archivio orale delle generazioni.
Il fiore del baobab dura una sola notte, dal tramonto all’alba; quella notte l'albero si popola di una fauna variegata, attratta dal dolce nettare dei fiori: pipistrelli, soprattutto. Secondo la leggenda, quella notte l'albero è abitato dagli spiriti
I frutti del Baobab di cui sono ghiotte le scimmie (è detto pane delle scimmie) contengono numerosi semi. Ha numerosi impieghi in medicina tradizionale. Se ne fa anche una bevanda dal gusto acidulo
Arrivati a destinazione - nessuna macchina, solo terra battuta tra le capanne, poverissime ma dignitose e pulite – l’aspetto più delicato è l’incontro con il capo-villaggio. La conversazione si svolge di solito all’ombra di una acacia maestosa, nello spiazzo centrale del villaggio; può essere laboriosa e sfiancante. Il giovane studente funge da interprete. Il capo deve essere convinto e dare il suo benestare ad una visita medica e a dei prelievi (sangue, urine) da eseguire sui membri della comunità. Il punto critico è la credenza che si possano fare pratiche magiche avendo a disposizione sangue e urine delle persone (…o unghie e capelli). A volte, dopo tanto parlare, l’autorizzazione non viene data. Il Capo è gentile e ospitale – fa portare del thè (
chai), manghi e papaye – ma altrettanto deciso e irremovibile. In quel caso salutiamo e torniamo indietro con nulla in mano. Quando lo sbocco della trattativa è positivo, ciascuno del gruppo esegue il compito che gli è stato affidato con rapidità ed efficienza. Malgrado la difficoltà della lingua si impara a leggere la storia medica dei pazienti visitati dalle cicatrici sul loro corpo. Le ‘bruciature’ o cauterizzazioni della medicina tradizionale hanno una sede specifica e diversa per ciascuna malattia. Con un po’ di esperienza, si ‘legge’ la loro pelle come una cartella clinica. Quella loro pelle vellutata e odorosa… Parola del nostro dermatologo:
- Ero venuto a curare le malattie della pelle… Ce ne sono eh! …Ma me ne torno sbalordito! Questi hanno una pelle che è una meraviglia!
In villaggi simili a questo si svolgevano le spedizioni ‘sul campo’ (v. testo). Le capanne hanno il tetto di paglia e le pareti di fango secco. Per il rivestimento esterno il fango è mescolato a sterco di animali erbivori, che lo rende resistente all’acqua
Le acacie africane (Acacia spp. - Fam. Fabaceae) sono alberi maestosi apprezzati per la loro ombra; spesso si trovano al centro del villaggio dove fungono da luogo di riunione. Sull’albero della foto si possono vedere alcune arnie mobili, per le api, che al momento della fioritura produrranno in loco del pregiato miele d’acacia
(fine prima parte)
Le piante e il tempo.
I think that I shall never see
A poem lovely as a tree…
[Joyce Kilmer in
Trees (1913)]
Viviamo insieme alle piante da così tanto tempo (come specie umana, intendo) che quasi potremmo pensare a loro come entità conosciute, coabitanti, vicini di casa: quasi da non farci più caso. Non facciamo abbastanza attenzione al loro essere vive in una dimensione e in un modo completamente diversi dal nostro; raramente ci fermiamo a riflettere - travolti come siamo da cure più pressanti - sui loro bisogni e sulla loro sensibilità.
Può essere una sequenza di pensieri che si innescano per caso, in una mattinata fredda di gennaio, prendendo la strada di tutte la mattine, che giorno dopo giorno porta a passare davanti alle stesse piante.
Guarda – si pensa - è gelata; questa non ce l’ha fatta… Una pianta, un albero, non possono scappare, o mettersi al riparo, quando fa troppo freddo. Sfogliare in tempo, possono, e alcune piante lo fanno; o rivegetare ogni anno dalle radici rimaste sotto terra. Ma di tanto in tanto qualcosa non funziona: è un fatto che ogni stagione lasci dei morti, al suo passaggio.
Si percorre la stessa strada anche d’estate e quasi automaticamente si registrano gli effetti della siccità: le foglie pendule, opache, poi accartocciate e completamente secche. Anche in questa occasione, piuttosto che improbabili misure di pronto soccorso idrico, si pensa alla ricerca che le radici stanno facendo in proprio, per cercare negli strati più profondi del terreno qualche stilla di umidità per sopravvivere… e per quanto possibile si fa il tifo.
E’ necessario un certo grado di empatia con le piante per avere questi pensieri; qualcuno potrebbe pensare che sia un dono del cielo, o una predisposizione. Invece è un’altra di quelle cose che si possono imparare.
Tempo fa avevo dei pregiudizi nei confronti dei bonsai; mi sembrava una forzatura della natura, una violenza gratuita. Poi ho letto un racconto, che mi ha fatto vedere le cose da un diverso punto di vista. A questo servono i libri: quelli importanti che mettiamo da parte e ricordiamo lungo tutta una vita, e che ci fa piacere partecipare.
Parla di una donna con un male dentro e di un uomo scontroso che ha per compagno un albero alto 5 metri e lo chiama bonsai (!)
Bonsai di ginepro (Juniperus communis – Fam. Cupressaceae) coltivato in un vaso appositamente modellato. Sono visibili delle parti ‘a legno secco’ - Jin - e la presenza del filo di rame per piegare i rami nella direzione voluta
Sebbene il termine bonsai (composto da due ideogrammi: bon, piccolo vaso e sai, coltivare) indichi la coltivazione in un piccolo vaso di piante miniaturizzate, il termine è estensivamente usato per indicare una educazione della pianta secondo il senso estetico ed il reciproco influsso tra l’uomo e la natura, caratteristici delle filosofie orientali. Qui un grande esemplare di Loropetalun chinensis - Fam. Hamamelidaceae
“ […] Solo il compagno di un bonsai - vi sono anche dei proprietari di bonsai, ma appartengono ad una categoria inferiore - comprende pienamente quel rapporto. Vi è una natura esclusiva ed individuale dell'albero, perché è una cosa viva, e le cose vive cambiano e vi sono modi ben definiti in cui l'albero desidera cambiare. Un uomo vede l'albero, e la sua mente opera certe estensioni ed estrapolazioni di ciò che vede, e si accinge a realizzarle. L'albero, a sua volta, fa solo ciò che può fare un albero, e resiste ad ogni tentativo di fargli fare ciò che non può, o di farglielo fare in meno tempo di quanto gli occorra. Perciò la formazione di un bonsai è sempre un compromesso ed è sempre una collaborazione. Un uomo non può creare un bonsai, e non può farlo un albero: sono necessari entrambi, e debbono capirsi. Occorre molto tempo per riuscirvi.
L’uomo impara a memoria il suo bonsai, ogni ramoscello, l'angolazione di ogni crepa e di ogni ago, e quando rimane sveglio una notte, o in un momento di pausa, a mille miglia di distanza, ricorda quella linea o quella particolare piega, e fa i suoi progetti. Con il filo di ferro e l'acqua e la luce, inclinandolo o piantando erbacce che sottraggono l'acqua, o mettendo strati pesanti di sfagno che ombreggiano le radici, spiega all'albero ciò che vuole, e se la spiegazione è abbastanza chiara, e se la comprensione è abbastanza viva, l'albero reagirà e obbedirà.
Quasi. Vi sarà sempre una variazione individuale, piena d'amor proprio:
- Bene, farò quello che vuoi tu, ma lo farò a modo mio –
E per queste variazioni, l'albero è sempre disposto a presentare una spiegazione chiara e logica e molto spesso - quasi sorridendo - farà capire all'uomo che avrebbe potuto evitarla, se avesse compreso meglio.
E la scultura più lenta del mondo, e qualche volta non si sa bene che cosa venga scolpito, l'uomo o l'albero.”
[By Theodore Sturgeon – Slow sculture; Hugo Awards: XXIX Convention - Boston, 1971;
Scultura Lenta in:
Asimov. I premi Hugo; Ed. Nord (1978)]
Come l’uomo e gli altri esseri viventi, come i pianeti e le stelle, le piante hanno dei cicli; tipicamente legati alle stagioni e ben più marcati di quelli umani. A chi vive in campagna o ha occhio e sensibilità adeguati, le variazioni di aspetto delle piante al variare delle stagioni ricordano – e con discrezione sottolineano - il passare del tempo. La sottile malinconia che colleghiamo all’autunno e alla caduta delle foglie, la spinta vitale della primavera, hanno una cornice e un’eco nei corrispondenti eventi del mondo vegetale.
Le cure delle piante hanno le loro urgenze, ogni lavoro il suo tempo; quando è passato non si può tornare indietro. Le piante vanno potate prima dell’inizio della fase vegetativa, che corrisponde alla montata della linfa, altrimenti – dicono i vignaioli – la vite ‘piange’: il taglio continua a gocciolare per giorni e giorni (…quello che per un umano corrisponde ad una emorragia).
Non si può posticipare il raccolto: i tuberi imputridiscono sotto terra, i pomodori diventano molli, la frutta marcisce e cade.
Le piante mantengono memorie che noi abbiamo rimosso.
C’è una ‘archeologia dei giardini’ – ricostruire il disegno e gli intendimenti originali dei parchi storici. Ma anche nel piccolo di un giardino o sul terrazzo di casa, a volte ritroviamo - a distanza di tempo o dopo un’assenza - una pianta che avevamo dimenticato, un profumo, una
madeleine vegetale che ci riporta indietro nel tempo; a persone che non ci sono più, che avevano lasciato proprio lì un segno, una loro memoria.
Gli alberi hanno anche un altro modo di mantenere il ricordo: le loro storie sono scritte nei cerchi del tronco. Era un gioco che si faceva con la maestra delle elementari ricavare, dalle sezioni di tronco prese in segheria, le informazioni sull’età della pianta e le altre notizie che quei cerchi concentrici potevano dare: se una certa stagione era stata secca o piovosa, i segni di un attacco di parassiti, quelli di un fulmine. Storie di individui-alberi capaci di scatenare la fantasia dei bambini di una volta, ma anche un modo per la scienza moderna – la dendro-climatologia - di ricavare informazioni climatiche sul passato del pianeta attraverso lo studio dei cerchi di accrescimento dei tronchi degli alberi (fossili o di epoca databile): tanto è stretto il collegamento tra il mondo vegetale e la sopravvivenza della specie umana.
I giganti della Terra. Che le piante abbiano una durata di vita diversa da quella degli umani non è un fatto da poco. Perché a diverse caratteristiche biologiche, organi di senso e connessioni neurali – è una lezione della biologia comparata - corrispondono proprietà diverse. Forse con implicazioni che neanche immaginiamo.
Uno dei più grandi alberi del mondo: il Ficus religiosa, Fam Moracee, del giardino botanico di Peradeniya a Kandy (Sri-Lanka): (‘religiosa’ perché sotto la sua ombra trovavano riparo i pellegrini o perché alla sua ombra il Buddha ricevette l’illuminazione). L’area coperta dall’albero è di circa 2000 m2. Tipicamente questi Ficus sorreggono le loro grandi chiome con radici pendule che successivamente radicano nel terreno e formano tronchi accessori
Di un altro racconto mantengo un ricordo molto vivo, per avermi fatto intravedere una relazione nuova tra il tempo degli uomini e quello delle piante…
[Ha un incipit intrigante]
“L’uomo morto se ne stava ritto in piedi in una piccola radura della giungla rischiarata dalla luce della luna, quando Farris lo vide. […] Se ne stava ritto senza appoggiarsi a niente, gli occhi sbarrati che fissavano senza batter ciglio innanzi a sé, un piede leggermente alzato. E non respirava.
- Ma non può essere morto! – esclamò Farris - I morti mica se ne vanno in giro per la giungla!”
[E continua… Provo a farne una sintesi]
Quello che Farris vede - siamo nelle foreste del Laos, lungo il bacino superiore del Mekong, ancora largamente inesplorate - è un indigeno, e sembra immobile; ma avvicinandosi di più si accorge che, anche se lentissimamente, si muove. Il piede che prima era sollevato ora ha toccato terra, le palpebre si chiudono e si aprono, ad un ritmo estremamente lento, quasi impercettibile. L’uomo è incuriosito, vorrebbe capire e saperne di più, ma i portatori sono impauriti e lo convincono a non toccarlo.
- E’ hunati – dicono – Quest’uomo è hunati, non toccarlo! …anche gli animali si tengono a distanza –
Sebbene a malincuore, l’uomo dà loro ascolto.
E’ l’inviato di una grossa società di import-export di legnami e si trova in Indocina a rilevare un altro agente della Compagnia, che ha spedito rapporti sempre più radi, fino a cessare ogni trasmissione. Lui ha il compito di capire cosa è successo e se possono esserci problemi che pregiudichino la regolarità delle forniture.
La storia è complessa; l’uomo arriva nella località che gli è stata indicata e trova l’altro agente vago e reticente, dall’aspetto emaciato e febbrile, stranamente reattivo sulla possibilità di continuare a tagliare gli alberi. Sembra in preda ad una ossessione sconosciuta. Ha una sorella con sé, che lo accudisce, ma anche lei è disperata e allo stremo. Insieme - il nuovo arrivato e la sorella - assistono ad una delle crisi dell’uomo che sotto l’evidente influsso di una droga, assume uno sguardo fisso e lo stesso aspetto dell’indigeno incontrato nella pianura: quasi immobile, i movimenti lentissimi, i battiti cardiaci appena percettibili, tutte le funzioni vitali rallentate all’estremo.
[Condenso il più possibile]
La droga è stata sviluppata da una cultura animistica molto antica; chi la assume acquisisce un rallentamento tale delle funzioni vitali che permette di entrare in comunione con ‘i Giganti della Terra’, alberi antichissimi depositari di una coscienza sovra-umana e per ciò stesso sovranamente indifferente agli uomini.
In un passo successivo del racconto il protagonista è egli stesso sotto gli effetti della droga, che gli è stata iniettata per renderlo inoffensivo. Partecipa ad una cerimonia in una radura e ai suoi occhi rallentati gli eventi comuni assumono un ritmo del tutto diverso: i giorni e le notti si susseguono velocemente, gli altri umani appaiono come marionette che si muovono a velocità folle. Il tempo è quello degli alberi – su cui incombe una minaccia terribile - e la loro voce, i loro movimenti, assumono ora un significato comprensibile e solenne.
Estratto e riassunto da: Edmond Hamilton –
Hunati (1969) - In: Elwood R., Moskowitz S. (Eds.)
Alien earth and other stories (Anthology) - "Urania" (rivista di Fs - Periodici Mondadori); Febbr. 1976
E’ un racconto suggestivo che apre una quantità di speculazioni, abbastanza realistiche: che entità senzienti diverse e tra loro non interferenti possano convivere senza consapevolezza reciproca.
Un universo ‘fuori misura’ rispetto ai parameri umani: più longevo, più grande e lento. Potrebbe essere il mondo degli alberi, oppure l’intero nostro pianeta visto come organismo unitario (Gea), o entità astrologiche aliene. Come dire che perché due specie viventi si accorgano l’una dell’altra è necessario che non solo condividano lo stesso spazio-tempo, ma anche che le velocità, il
life-span, i pensieri, siano sincronizzati.
Tra le piante più antiche della terra ci sono le sequoie del Sequoia National Park (Giant Forest), in California, che solo per un caso si salvarono dalla distruzione, alla fine del secolo scorso. Gli esemplari hanno un'età che oscilla tra i 2500 e i 3000 anni e sono imponenti.
Queste sequoie (Sequoiadendron giganteum, Fam. Cupressaceae) giungono ad avere un diametro fino a 32 m. alla base, ed un’altezza fino a 83 m. Sono considerati gli esseri viventi più grandi del pianeta
Gli alberi e la città perduta. Angkor emerge dai miei ricordi come un nome mitico:
- …La citta’ perduta di Angkor ...La foresta inghiotti’ la citta’ di Angkor e tutti i suoi segreti…
Un po’
Libro della Jungla, un po’
Macondo, qualche ricordo di un vecchio numero di “National Geographics”; forse anche una vecchia avventura dai primi numeri italiani di Paperino e Paperone, quando i due, insieme a Qui Quo Qua, alla ricerca di favolosi tesori sepolti, fanno crollare dietro di loro l’ultimo passaggio
…E la vegetazione si chiuse sopra la città e la nascose per sempre ad occhi umani...
L’immaginazione funziona come molla; nella realtà c’è un viaggio in Cambogia, un breve soggiorno nella capitale Phnom Penh e la ricerca di un modo per raggiungere Siem Reap, che è il centro più grande adiacente alle rovine di Angkor.
Mappa dei luoghi menzionati nel testo (da Wikipedia, modif.). Il sito più grande di Angkor – adiacente a Siem Reap - è Angkor Vat (il tempio della città), il più grande monumento religioso della storia dell’umanità.
Si scarta subito l’aereo e si scopre che c’è un passaggio veloce per la via d’acqua: un grande aliscafo che da Phnom Penh risale il
Mekong, o meglio un affluente di questo, il
Tonle sap river, che con un percorso di 110 Km si versa nel più grande lago del sud est- asiatico.
Il viaggio dura ancora a lungo (5 ore in tutto) all’interno del
Tonle Sap (Grande Lago), grande come un mare, fino all’approdo in un posto sudicio: un villaggio galleggiante e la baraccopoli retrostante. Un caos di fanghiglia, folla, mezzi di trasporto di ogni tipo: biciclette, moto-taxi,
tuk-tuk, macchine; perfino dei grandi torpedoni venuti per lo sbarco dei turisti. Il tutto mobile e provvisorio in relazione al livello del fiume. L’odore e’ quello dei pozzi neri delle latrine di campagna (..che conosciuto una volta non si scorda più). Tanti bambini, nudi e coperti di polvere. “La strada”, che è anche mercato, parcheggio, e spazio di contrattazione, non e’ una strada in realta’, ma un letto di fango e polvere: quello che si ritrova sul fondo, quando il lago si ritira.
Siem Reap è a qualche chilometro di distanza e funziona da base per le escursioni al complesso monumentale di Angkor, che si estende su un’area enorme, di 400 chilometri quadrati, inclusa una zona di foresta, e contiene i resti monumentali di tre differenti capitali dell’impero Khmer, tra il IX e il XV secolo. Esso è dal 1992 ‘mankind heritage’, patrimonio dell’umanità sotto la tutela dell’UNESCO.
Uno spettacolo ineguagliabile, in effetti, che fa venire tanti pensieri…
Un po’ si disperde, la potenza del mito, quando si decide di venir a vedere di persona cose per tanto tempo solo immaginate. Non fa gran piacere sentirsi parte di un turismo di massa - ma qui più che altrove selezionato da un genuino interesse per i luoghi - anche se si capisce che i proventi del turismo sono necessari al mantenimento dell’impresa. Disturbante è anche il ricordo dei massacri di massa da parte dei
Khmer rossi e delle distruzioni (di monumenti e memorie) avvenute sotto quel regime in tempi neanche troppo lontani (1976 - ’79). Tra l’altro la Cambogia è uno dei terreni più infestati da mine anti-uomo dell’intero sud-est asiatico -
land mines: a Siem Reap c’è un coinvolgente museo - e in numero delle persone morte o menomate ogni anno (soprattutto bambini) è molto alto.
Ma tutte queste considerazioni dileguano alla vista delle rovine.
È stato fatto negli anni - dall’epoca della riscoperta del sito archeologico da parte del francese Henri Mouhot, alla metà dell’ottocento – un enorme lavoro di disboscamento, per strappare palmo a palmo ad una vegetazione tropicale invasiva le costruzioni che essa aveva prima infiltrato e coperto; poi inglobato e fatto sparire. Per analogia si pensa agli antichissimi e antichi insediamenti del Guatemala e dello Yucatan, alle piramidi Maya e Azteche di cui solo di recente si è sospettata l’esistenza dalle vedute aeree, che dimostravano inconsuete elevazioni nel fitto della giungla.
I monumenti di Angkor costituiscono un’architettura assolutamente originale, in arenaria e laterite, ingrigite e corrose dal tempo. E la presenza degli alberi! …Mai visto prima un viluppo di vegetazione come al sito di
Ta Phrom, dove sono le radici delle piante a tenere insieme le pietre, ma al contempo le divaricano, le spostano, fanno assumere ad esse angolazioni incompatibili con la statica del mondo fisico. Mai come qui, tra i pensieri sulla caducità delle opere umane, si insinua quello di una arcana sinergia, una collaborazione; come se la natura avesse inglobato per proteggere, conservare, le reliquie di un mondo perduto.
Il protagonista principale delle rovine di Angkor, soprattutto a
Ta Phrom, è un albero di origine sud-americana (
Ceiba pentandra), ormai perfettamente acclimatato nelle regioni tropicali del sud-est asiatico tanto da esserne divenuto quasi l’emblema. La
Ceiba è un albero maestoso, già sacro nella mitologia
maya, secondo cui é l’“albero della vita”, che mette in connessione il mondo sotterraneo con il cielo.
L’albero le cui radici infiltrano - ma al contempo tengono insieme – alcuni dei monumenti di Angkor è Ceiba pentandra, Fam. Malvaceae (anche conosciuto come Kapok o Silk cotton tree)
Ta Phrom è dei vari complessi monumentali di Angkor quello maggiormente caratterizzato da una sconcertante simbiosi tra il regno vegetale e gli elementi di pietra: giganti tra i quali la presenza umana ha le proporzioni che una intrusione di formiche potrebbe avere ai nostri occhi
Altre piante tipicamente invasive e avvolgenti (qui le loro radici sono sovrapposte a quelle di un Kapok ) sono varie specie di Ficus [Ficus religiosa (pipal) e Ficus bengalensis (banyan)]
Ci sono luoghi – Angkor è uno di questi – in cui la trama del tempo sembra assottigliarsi fino quasi a lacerarsi. In improvvise e folgoranti sovrapposizioni con il presente: un taglio di luce al tramonto, un volto di pietra ricordato da un sogno, un cortile deserto – solo pietre e piante - che sembra animarsi di presenze umane e rivivere.
Cominciano ad essere visibili le prime stelle. La macchina del tempo prende a ronzare…
“…Histories of ages past
Unenlightened shadows cast
Down through all eternity
The crying of humanity.
Hurdy gurdy, hurdy gurdy, hurdy gurdy, gurdy.. He sang…”
[Da: Hurdy-gurdy man (L’uomo dell’organetto) - Song by Donovan (1968)]