Domani alle sette di Fulvia Giannunzio
Apro gli sportelli del pensile sopra il lavello di cucina. A sinistra c’è la scatola del sale. La sollevo con la mano sinistra e rimango ferma. La soppeso. È abbastanza leggera, è piena a metà. Osservo l’angolo che il mio braccio alzato fa con il busto. L’angolo è acuto, il ripiano non è alto. Tutto ciò che c’è sopra lo raggiungo facilmente: dopo il sale, il dosatore del caffé, lo zucchero, la pasta, il tè. Sposto le scatole e trovo l’infuso per fare il vino brulé. Non ricordavo di averlo, forse non l’ho mai usato. Lo ripongo a vista, davanti alla camomilla.
Per arrivare al secondo ripiano tendo il braccio, che forma col corpo un angolo ottuso, quasi una linea retta. È troppo alto. Controllo quello che c’è in alto. Barattoli fermi da tempo. Una scatola di argilla verde, il cous cous, le spezie.
Fa caldo.
Sul balcone ho le piante di salvia e rosmarino. Strofino tra le dita una foglia di salvia. Annuso. Stacco un ramo di rosmarino, lo tengo tra le dita che sanno di salvia e lo porto di nuovo vicino al naso. È odore di vacanza.
Ho voglia di una sigaretta. Sulle indicazioni per l’operazione il medico ha sottolineato “smettere di fumare almeno una settimana prima dell’intervento”. Forse una sigaretta sola non farebbe differenza.
La lantana ha cominciato a fiorire, bei fiori grandi color fucsia. Quella gialla ha buttato fuori di malavoglia foglie molto piccole, e ancora nessun fiore. Anche l’anno scorso ha fatto pochi fiori. Forse ha bisogno di un vaso più grande. Forse tra un po’ di tempo la potrò travasare. O comprarne un’altra. Sta sbocciando un rampicante dai fiori azzurri, a grappolo, golosi come frutti.
Rientro dal balcone. Prendo il barattolo dell’aglio dalla mensola e lo lascio sul tavolo della cucina. Ho già fatto la spesa. Ho riempito il frigorifero di frutta, l’ho messa nel cassetto basso. Ho comprato le verdure. Ho lavato l’insalata, l’ho asciugata, tagliata e chiusa nei sacchetti trasparenti. Uova, formaggio. Ho comprato i gelati.
Apro di nuovo gli sportelli. Non ci sono dolci, cioccolata, biscotti, caramelle. Mangio cose sane, bevo il tè bianco. All’inizio rinunciare ai dolci mi ha dato forza. Il corpo si risvegliava. Mi parlava. Magari per chiedere cibo, ma vibrava, si faceva sentire. Chiedeva, gli rispondevo. Alcuni cibi sono silenziosi. Il riso bianco, la sera, non porta ricordi. I ricordi mi arrivano con gli odori dei condimenti. Origano e ginepro, aglio e peperoncino. Un nuovo amore. Il mare.
Avevo cucinato il pesce al sale, quando è arrivata la telefonata dell’ospedale. “Venga domani, dobbiamo parlare”. Mi avevano detto di chiamare dopo quindici giorni, ne erano passati nove.
Ho dimenticato il pesce nel piatto. Quando me ne sono ricordata era freddo. Anch’io sentivo freddo, gelo, anche se fuori era caldo. Mi sono costretta a mangiare. Ci sarebbero state bene le scaglie di zenzero.
Una volta lui disse che preparava le vongole per la pasta buttandole subito in padella, dopo averle sciacquate in fretta.
“Devono stare in acqua e sale per spurgare, altrimenti ci resta dentro la sabbia”, obiettavo.
“Le compri, non le peschi. Non c’è la sabbia dentro quello che compri”, diceva.
La sua pazienza, la sua capacità di attendere per far schiudere i sapori, gli odori, i ricordi, non riguardava il mare. Sapeva attendere la montagna, i campi. Il mare gli metteva fretta di consumare e fuggire. Al mare chiudeva il naso e le orecchie e volgeva lo sguardo altrove.
Da bambina non ero attenta agli odori. Ora so riconoscere l’odore della mela, della menta, del sottobosco, del miele amaro, del tabacco, del cuoio.
Mia madre non amava cucinare. Anche di domenica i pranzi erano sbrigativi. Da lei non ho imparato l’amore per il cibo.
Nel congelatore ho due pasti al giorno per quasi un mese. Mi hanno detto che non potrò sollevare pesi e dovrò usare poco le braccia. Ho congelato tutto in singole porzioni. Ho anticipato le cure del dopo. Mi sembra di aver calcolato tutto. C’è il pesce, la carne. C’è un sacchetto con la cipolla tritata, uno con il prezzemolo sminuzzato. Uno con le foglie di basilico.
Ho le vertigini.
Le mani sanno ancora di salvia e rosmarino. Mentre mi muovo per casa a controllare i cassetti mi porto continuamente le mani vicino al naso, e mi sento più giovane. Ho trascurato i profumi per tenere a bada i ricordi.
Avevo le piante aromatiche in giardino. Preparavo la pasta. Aggiungevo il basilico, a volte la maggiorana, quello che di volta in volta mi attirava gli occhi. Scaldavo in padella i semi di sesamo, tagliavo il parmigiano a scaglie. Aprivamo il tavolo di legno in giardino. Quando venivano gli amici, mi piaceva il fatto che sapevano muoversi in cucina, che conoscevano il posto del caffé e delle tazze. Prima che io e lui smettessimo di parlarci. Prima che in quella casa mi sentissi soffocare e me ne andassi via.
Non ho fame. Ma voglio preparare qualcosa di più buono. Per il dopo. Qualcosa di più caldo e affettuoso. In frigo ci sono i peperoni, accendo il forno e li metto ad arrostire, intanto scaldo l’olio, l’aglio, il pomodoro. Nel ripiano in alto c’era un barattolo di alici nell’olio, ancora chiuso, l’apro, ne aggiungo due al soffritto. Quando i peperoni sono cotti li spello, li taglio a strisce, li aggiungo al sugo, li rimetto un po’ sul fuoco. Torno ancora al ripiano alto, scelgo tra gli aromi, aggiungo il timo. L’odore è allegro.
L’aria è calda. Apro le finestre. Spengo il fuoco, lascio che il sugo si raffreddi. Poi lo dividerò in porzioni, nei barattoli di vetro.
C’è qualcos’altro che mi ronza nella mente, qualcosa che non riesco a ricordare. L’odore di vaniglia. C’è stato un tempo senza pensieri. Senza preoccupazioni. C’è stato un breve momento in cui mi sono sentita protetta. Distesa a occhi chiusi mentre lui mi leggeva racconti a voce alta e le parole mi arrivavano alle orecchie insieme ai rumori, e sentivo profumi di passaggio, e il vento, e le sue dita che mi carezzavano i fianchi.
Frugo ancora nel ripiano alto, è una miniera, ci trovo l’uva passa e il lievito per dolci. In frigo ho le mele, c’è tutto per fare una torta. Scaldo un po’ d’acqua, metto l’uvetta a rinvenire. Scaldo il burro in un pentolino. Mescolo farina, uova, zucchero, lievito. Sento i muscoli delle braccia che lavorano, le mani che rispondono ai comandi. Penso a quando il corpo sarà debole. Quasi brucio il burro. Lo tolgo dal fuoco, riprendo a mescolare gli ingredienti con forza. Sbuccio le mele, le taglio a fettine, le aggiungo all’impasto con l’uvetta e la cannella, spruzzo un po’ di liquore, metto in forno.
Mentre la torta cuoce faccio la doccia.
Mi asciugo. Passo il telo di spugna sulla cicatrice che ho sul polpaccio. Lentamente ci passo sopra le dita. La pelle è liscia. Sotto le dita sento la rientranza che fa la carne, un lieve avvallamento è rimasto dopo la ferita. Mi lecco le dita e le passo di nuovo sulla cicatrice. Chissà l’altra come sarà. Le mie mani sono calde. Sposto le dita sul seno. È ancora bagnato dalla doccia. Con i polpastrelli parto dal capezzolo e disegno cerchi sul seno. Formo una spirale e porto via l’acqua nei punti che tocco. Riflesso nello specchio, in controluce, il disegno brilla come le lacrime negli occhi. Mi passo le mani nei capelli corti. Li spettino, mi guardo ancora allo specchio. Premo le mani sulle guance. Tiro la pelle. Le lacrime scendono al mento e cadono sul bordo del lavandino.
Ho già prenotato il taxi per domani mattina, alle sette, per andare in ospedale. Anche la borsa è pronta. Vorrei che domani non arrivasse. Gli ho scritto che avevo voglia di andarlo a trovare, se aveva un po’ di tempo e un po’ di caffé e se gli andava di vedermi. Ha risposto che era fuori città, ma tra qualche giorno sarebbe tornato, e ci saremmo visti. Poi, più niente.
So perché continuo a rincorrerlo, inutilmente. Non rincorro lui. Lo faccio per non fermarmi. Se mi fermo non so se avrò la forza di rimettermi in moto. Come adesso. Sto per fermarmi. Voglio chiudere gli occhi e abbandonarmi alla debolezza, addormentarmi sul pavimento del bagno, non alzarmi più. Fare finta che non venga mai il giorno. Mi gira la testa. Mi sento svenire, istintivamente mi aggrappo al lavandino. C’è troppo calore. Apro la porta del bagno per far uscire il vapore e mi siedo sul bordo della vasca. Il profumo della torta di mele si infila dentro e mi raggiunge, una folata di cannella mi scuote, mi risveglia. Finisco di asciugarmi. Levo la torta dal forno.
Ormai è notte, ma mi vesto. Metto la gonna ricamata di rosso e oro, e sopra una maglietta rossa. E la collana di corallo. C’è un’altra cosa che voglio fare.
L’ultimo piatto che preparo è la parmigiana di melanzane. Lui mi aveva insegnato la sua ricetta, ma non l’avevo mai preparata. La cucinava lui. La prima volta mi portò il piatto a letto, con un bicchiere di vino che aveva un sapore secco e un odore dolce di ciliegia.
Taglio le melanzane a fette, le faccio asciugare all’aria, in balcone. Poi le friggo. Una pietanza da domenica familiare, cucinata in piena notte, con le finestre aperte, per i giorni a venire. Le lascio a scolare, preparo il resto. Il pomodoro, la mozzarella sgocciolata. È troppo tardi per dormire. Faccio il caffé. Col naso nella tazza, distribuisco foglie di basilico nella teglia. La casa è piena di odori. Apro varie bottiglie di vino, le dispongo in fila sul tavolo della cucina, calcolate per bastare nei giorni.
Ho fatto tutto quello che potevo fare. Adesso non resta che aspettare. Esco in balcone, mi siedo sulla sdraio. In fondo, una sola sigaretta non fa differenza. Io non fumo quasi mai. Ci infilo dentro un chiodo di garofano. L’accendo. Aspiro, guardando la piccola luce nel buio.
Piccolo animalario estivo di Abramo Teodoro Balsamo
Ederone (Ellerobibens rugentis)
In mezzo alle foglie d'edera velenosa nasce e cresce l'Ederone, animale dallo sguardo strafottente e con le palpebre perennemente socchiuse, che si mimetizza perfettamente grazie alla bassa statura e alla capigliatura "a cespo di scarola", solo più scura. Arrampicandosi lungo i muri delle abitazioni dei quartieri residenziali, l'Ederone s'intrufola in casa dove, nelle ore pomeridiane della calda stagione, ama suggere la sua bevanda preferita: la FANTA ghiacciata. A notte poi, quando il silenzio cala sovrano, l'Ederone si dedica al canto amoroso: un verso a metà strada tra il gracidìo delle rane ed un rutteggio persistente.
Bcocco (Coccòlitem bombarolus)
La caratteristica del Bcocco è quella di attendere l'imprudenza di qualche turista che decida di trascorrere almeno una mezz'ora sotto i lussureggianti palmizi di Fncul. Appena il turista nota la tipica infruttescenza a mela, con gli occhietti giocondi e i sorrisini beoti, in mezzo a tutte quelle belle fronde, non resiste alla tentazione di tirarne giù un esemplare. Quello allora si agita, si rompe in due e dall'interno biancastro erutta una marea di cuoricini rossi. Solo che non sono cuoricini, ma bacetti di Marilyn Monroe disegnati col rossetto waterproof, che ti si stampigliano addosso – stronzissimi – in modo indelebile. Hai voglia a spiegare a tua moglie che era un Coccòlitem bombarolus!
Come sarei venuta a letto con te di Chiara Colafranceschi
Più volte.
Molte, ho pensato.
Solo pensato, certamente.
Così mentre mi parlavi, ho spinto il mio sguardo dentro al tuo.
Senza preavviso alcuno, con estremo vigore.
Dapprincipio hai continuato a parlare, poi però avendotelo messo veramente fino in fondo,
alcune lettere delle tue parole ti sono cominciate ad uscire dagli occhi.
Ti sei dovuto fermare, a forza.
Senza più parole.
E a quel punto l’hai fatto pure tu.
E allora non ci stavamo più solo guardando, seduti ad un tavolino all’angolo, due bicchieri a calice lungo ed una sola bottiglia a troneggiare.
Siamo diventati improvvisamente i nostri occhi.
Di più, i nostri bulbi oculari, ancora, le cornee con tutti i nervetti annessi,
ancora, il tondo ottuso dell’immagine.