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Il Peperoncino, il Falso e il Pepe


Pepe nero. A voler prendere la storia molto alla lontana, Serendip è il nome di un’isola dell’Oriente misterioso (Ceylon, l’attuale Sri-Lanka) dove si svolgono le avventure di tre principi che nel loro peregrinare scoprono sempre delle cose che non cercano. La storia è riportata dallo scrittore inglese Horace Walpole (1717 – 1797) che riferisce di averla tratta a sua volta da una antica favola persiana, poi tradotta in francese e in inglese, intitolata The Travels and Adventures of Three Princes of Serendip.
Di qui il termine serendipità (serendipity in inglese; molto usato in astrologia e astrofisica): cercare una cosa e trovarne per caso un’altra, eventualmente più interessante o migliore di quella che si cercava.
Il concetto in sé si applica a molti casi della vita e può diventare quasi un modo di stare al mondo, tra il caso e la necessità.
Per i nostri fini la applichiamo alle scoperte di Cristoforo Colombo, che andava alla ricerca di un nuovo passaggio per le Indie e trovò l’America; voleva trovare la via delle spezie e trovò un’altra spezia – il peperoncino – fino ad allora sconosciuta nel vecchio mondo; cercava oro e pietre preziose, ricchezze per pochi e, anche se ne trovò, ben altri tesori portò indietro dal Nuovo Mondo: pomi d’oro (nel senso di pomodori), pomi di terra (pommes de terre, patate) e altre piante ancora, della (a noi) ben nota famiglia delle Solanacee. Tesori per tutti, che nei secoli a venire avrebbero salvato dalla fame milioni di persone.
E ora… si potrebbero immaginare i tedeschi senza le patate? I napoletani senza il pomodoro e i calabresi senza il peperoncino? O i turchi senza il tabacco? Eppure era questa – priva di ortaggi e altre piante fondamentali - la dieta dei popoli europei e mediterranei prima delle scoperte di Colombo.

Il commercio delle spezie fu il motivo principale che spinse il navigatore portoghese Vasco De Gama ad aprire la rotta per l’India, doppiando l’Africa al Capo di Buona Speranza. Il 20 maggio 1498 De Gama giunse nel Malabar (attuale Kerala), sulle coste sud occidentali dell’India; era quella la prima volta che una nave europea approdava in India. E le spezie furono anche tra i motivi che portarono Colombo a cercare, nella direzione opposta, una rotta rapida e sicura per le Indie (1492), con i risultati che conosciamo.
L'apertura del collegamento via mare finì col ridurre drasticamente il monopolio commerciale di veneziani, turchi e arabi nel commercio delle spezie e diminuì l'importanza delle antiche rotte terrestri come la Via della Seta e la Via dell’Incenso. Questi commerci, insieme a quelli successivi del thè e del caffè, cambiarono il corso della storia mondiale; spinsero a cercare nuove vie e mezzi di collegamento tra l’Europa e le (future) colonie, e indirettamente portarono alla scoperta e colonizzazione del continente americano.

All’epoca degli antichi scambi con l’Oriente, la spezia piccante per eccellenza era il pepe nero.



Il pepe nero (Piper nigrum – Fam. Piperacee) è una liana sempreverde e rampicante.
È originario dell'India del sud e dello Sri-Lanka e può raggiungere anche 4 -5 metri d'altezza



Piper nigrum ha foglie di un bel verde brillante; i fiori sono piccoli, bianchi, di forma allungata.
Della stessa famiglia delle piperacee fanno anche parte il piper longum e piper retrofractum,
attualmente di limitata importanza commerciale



Piper nigrum ha frutti rotondi, disposti in grappoli allungati, di diverso colore in relazione allo stadio di maturazione


Il pepe che si trova in commercio, seppure derivi dalla stessa pianta, si presenta sotto forme diverse a seconda delle modalità di lavorazione. Distinguiamo il pepe nero, più conosciuto e diffuso, ottenuto per essiccazione dei frutti, la cui polpa assume un aspetto rugoso; ha un sapore ben noto, piccante e dominante, che i cuochi usano con moderazione.
Per ottenere il pepe bianco le bacche vengono messe a macerare in acqua per separarne l'involucro esterno (la polpa del frutto); quindi i semi, chiari e lisci, sono messi ad essiccare. Questo tipo di pepe é diffuso nella cucina cinese; rispetto a quello nero ha un sapore meno acuto, che meglio si accorda ai gusti agrodolci.
Il pepe verde, più aromatico ed erbaceo, è il pepe acerbo, raccolto immaturo. Anche esso può essere essiccato, previo trattamento per mantenere il colore verde del frutto. In alternativa può essere conservato in salamoia o sotto aceto. Nella cucina thailandese, e sud-est-asiatica in genere, vengono comunemente usati i grani di pepe acerbo appena raccolti dalla pianta.



I tre tipi di pepe in commercio: nero, bianco e verde (v. testo)


Il pepe ha proprietà revulsive (irritanti cutanee), carminative (stimola le secrezioni gastro-intestinali), diaforetiche (fa sudare) e genericamente stimolanti sul metabolismo e sull’assorbimento degli altri nutrienti.

Le proprietà farmacologiche e il piccante del pepe derivano dal suo contenuto di piperina, un alcaloide che si trova sia nella polpa che nel seme. Il seme contiene anche una resina amara denominata cavacina (chavicine). L'asprezza si attribuisce alla piperina ed alle resine.
La polpa, che è mantenuta anche se essiccata nel pepe nero, contiene inoltre olii essenziali aromatici che danno sapore di limone, di legno e di fiori alla spezia. Questi profumi sono assenti nel pepe bianco in quanto completamente privo della polpa.
Il pepe, specie se macinato, perde abbastanza presto il suo aroma quando viene esposto alla luce, a causa della degradazione della piperina; molte ricette di cucina raccomandano di macinare il pepe al momento, con un macinino da tavola o con un mortaio.

Il pepe nero è genericamente irritante, controindicato nei pazienti con gastrite o ulcera gastro-duodenale e nei portatori di emorroidi; è anche sconsigliato nelle affezioni infiammatorie delle vie urinarie e organi connessi. In linea di massima ha una tollerabilità minore e un effetto irritante maggiore rispetto all’omologo piccante peperoncino, sebbene la piperina raffinata sia piccante circa l'uno per cento rispetto alla capsaicina contenuta in quest’ultimo.


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Schinus mollis. Alcune piante sono comparse da poco, in Italia. Si resta sempre in dubbio se sia un reale cambiamento indotto dalle variazioni climatiche degli ultimi decenni, o il risultato della diffusione da parte di pochi vivaisti entusiasti con conseguente effetto a cascata, o se infine sia stata la nostra ignoranza a produrre nei loro confronti una cecità selettiva.
Certo che questa pianta l’abbiamo incontrata per la prima volta non troppi anni fa in Guatemala e Costarica, dove era sembrata oltremodo attraente ed esotica, e alcuni anni dopo eccola qui da noi, perfettamente acclimatata, non negli orti botanici, dove forse è stata sempre presente, ma nei giardini condominiali e davanti alle case. Certo, ora da noi trova più facile sopportare il freddo invernale, da che ‘gli inverni non sono più quelli di una volta’.
In motivo dell’inclusione di questa pianta in appendice al pepe si può sospettare dal nome comune con cui è conosciuta: falso pepe. Parliamo dello Schinus mollis, caratterizzata da un portamento regale, fogliame elegante e last but not least, la produzione di bacche – il pepe rosa - anch’esse prima comprate a peso d’oro nei negozi di raffinatezze gastronomiche e ora alla portata di ogni conserviero casalingo.
I grani hanno lo stesso sapore del pepe, ma sono del tutto non piccanti. Non solo: tutta la piana emana un gradevole odore di pepe, dalla resina del tronco, alla corteccia rugosa, alle foglie stropicciate tra le dita.



Schinus mollis: Falso pepe o pianta del pepe rosa - Fam. Anacardiacee. Bell’albero dal fogliame elegante,
a crescita rapida, qui fotografato in una sede così esotica come la via Nettunense, nei dintorni di Roma



Schinus. Fiore - (Didascalia) I piccoli fiori bianchi a grappolo, dello Schinus mollis, che poi si trasformeranno nelle bacche pendule
(v. foto successive)



Schinus mollis in autunno presenta grappoli di bacche:
di un bel colore rosso a piena maturazione, trascolorano al rosa antico con l’essiccazione.


Le bacche di pepe rosa possono essere conservate secche, in salamoia o sotto aceto e anche le foglie sono commestibili - leggermente alleganti per una certa quota di tannini - in insalate con un tocco esotico.
Nei paesi di origine (America centrale e del sud) lo Schinus ha determinato vari casi di sensibilizzazione allergica al legno, ma sebbene non se ne consigli l’uso in grandi quantità, non ci sono segnalazioni di tossicità per l’uso alimentare contenuto sia delle bacche che delle foglie. Le bacche vengono usate in Perù per insaporire sciroppi, aceti e varie bevande; in Cile vengono aggiunte ai vini e sono usate come sostituti o adulteranti del pepe nei tropici. Praticamente tutte le parti della pianta (foglie, corteccia, frutti, semi, resina) sono state usate a scopo medicinale da qualche popolazione, fin da tempi molto lontani.


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Il peperoncino. La sensazione di bruciore che prende alla gola, invade tutta la bocca, la lingua e l’interno delle guance, è sconvolgente! Gli occhi si riempiono di lacrime e gocciole di sudore compaiono sotto le palpebre; il naso comincia a scolare come per il peggior raffreddore. Il dolore è intenso come quello che siamo abituati ad associare a profonde ferite. Cerchiamo in fretta uno specchio e ci guardiamo la bocca.
Con quel bruciore ci aspetteremmo di vedere di tutto: dalle lingue di fuoco, a lame taglienti infisse nella carne sanguinante. Tutto! …meno la mucosa delle guance e la lingua perfettamente rosee, umide e innocenti, senza alcun segno di danno, neanche un leggero arrossamento o gonfiore. Ohibò! …Che mistero è mai questo?

Tra le serendipità arrivate dalle Americhe in seguito aIl’impresa di Colombo ci furono diverse specie di peperoncino, che a differenza del Piper nigrum - pianta più esigente e relegata ai climi tropicali - presentarono una facile adattabilità ai climi europei e si diffusero ben presto a tutto il mondo.
Perchè – e la notizia sconvolge gli stessi indiani, quando sono messi davanti alla realtà dei fatti – il peperoncino non è originario dell’India, ma vi fu importato (e vi si acclimatò perfettamente) lungo le stesse rotte che dalle Americhe lo trasportarono in Europa e poi, con il periplo dell’Africa, a tutto l’Oriente. Infatti non è mai stato riportato nelle cronache di epoca greco-romana, né successive, in cui era del tutto sconosciuto, a differenza delle altre spezie orientali e dello stesso pepe.



Essiccamento del peperoncino, più o meno per strada, in Rajasthan. A differenza di quanto si crede,
il peperoncino non è originario dell’India (v. testo)


Da sempre conosciuto invece, e largamente utilizzato dalle popolazioni dell’America centrale e del sud, il frutto piccante era chiamato dagli Inca ajì e dagli Aztechi chilli, che poi gli spagnoli cambiarono in chile. Nelle lingue europee presenta sempre una radice in comune con il pepe (Ingl.: chilli pepper, hot pepper o red pepper, Fr.: poivre de l’Inde, Ted.: indianischer pfeffer) per l’iniziale confusione degli occidentali che lo considerarono proveniente dall’India e imparentato con il pepe nero; un errore non dissimile da quello che fece chiamare ‘indiani’ i pellerossa nativi americani. In realtà il peperoncino ha in comune con il pepe solo il gusto piccante; per tutti gli altri aspetti quest’ultimo è una bacca e appartiene ad una diversa famiglia botanica.
Profondamente democratico per facilità di acclimatazione e coltivazione, il peperoncino divenne ben presto ‘il pepe dei poveri’.

Per la comprensione delle innumerevoli varietà selezionate nel corso degli anni, diverse per aspetto, colore, dimensioni e grado di piccantezza, - dal non piccante all’estremamente piccante (v. in seguito “Scala di Scoville”) - va detto che peperoni e peperoncini appartengono alla famiglia delle solanacee, genere Capsicum, che comprende cinque specie, tra cui la più diffusa è il Capsicum annuum (annuum: che va ripiantato tutti gli anni per avere un raccolto soddisfacente), ma ne esistono anche varietà arbustive perenni (Capsicum frutescens)





Aspetto dei peperoncini più diffusi, tra cui il famoso habanero – grossolanamente della forma e delle dimensioni di una noce - uno dei più piccanti al mondo. Il primato del più piccante gli è stato recentemente sottratto da nuove selezioni (v. testo) [Illustrazione da “Gardenia” (1997); Ed. Mondadori; modificata]



Il peperoncino Naga Dorset, recentemente selezionato in Inghilterra su una varietà del Bangladesh – naja o naga in indiano significa serpente - omologato come il peperoncino più piccante al mondo nel Guinness dei primati 2006. Ha una forma allungata e una superficie leggermente bitorzoluta


Dal punto di vista evoluzionistico è sembrato strano che il peperoncino avesse sviluppato il carattere piccante; evidentemente per finalità difensiva nei confronti degli animali erbivori. Non avrebbe favorito meglio la disseminazione dei semi se gli animali avessero mangiato i suoi frutti, come succede per altre piante? Questa stranezza della natura ha una sua spiegazione nel fatto che la propagazione dei semi avviene attraverso gli uccelli, che non sono sensibili all’‘effetto piccante’; sembra anzi che su di essi il peperoncino abbia un effetto analgesico invece che irritante. Inoltre i semi che passano attraverso l’intestino degli uccelli mantengono la loro capacità germinativa, a differenza di quelli evacuati dai mammiferi.

Di fronte ad una così ampia variabilità di aspetto, forma, colore e dimensioni si è ben presto imposta la necessità di disporre di una scala di potenza del carattere ‘piccante’ del peperoncino. Non è stato facile mettersi d’accordo tra le varie proposte, ma è comunemente accettato un sistema ideato nel 1912 da un certo Wilbur L. Scoville, un farmacista di Detroit, che classifica la potenza in Unità Scoville (S.U.) su base gustativa, operando successive diluizioni fino a far scomparire il gusto piccante: per esempio dire 3000 S.U. significa che un estratto alcolico standard del peperoncino in esame ha dovuto essere diluito 3000 volte con acqua zuccherata perché il piccante non sia più percettibile. Questa tecnica di misurazione va dalle zero unità del peperone dolce alle 570.000 unità di una varietà dell’habanero messicano… e oltre, per un peperoncino recentemente sottoposto alla selezione come ‘il più piccante del mondo’ - il Dorset naga – che raggiungerebbe le 970.000 S.U.! …Ma molti rimangono scettici al riguardo.
Infatti ci sono dei campionati per il peperoncino più piccante come pure un record omologato nel Guinness dei primati per la maggior quantità mangiata. Per dire del grado di entusiasmo maniacale che si riscontra tra i proseliti del peperoncino! Per molti di essi l’habanero resta imbattibile, per altri caratteri oltre che per il piccante:



Il peperoncino Habanero, originario dello Yucatan, un must tra i cultori del peperoncino


Così Amal Naj (op. cit.): “…Nonostante sia straordinariamente piccante, l’habanero è uno dei peperoncini dal gusto più morbido che abbia mai mangiato. Il suo piccante non è pungente, e neppure persistente come quello di altri peperoncini. E’ un gusto setoso, ricco e vellutato…
…Quando mangi un habanero, la tua testa fluttua, ti sembra che non sia attaccata al corpo…”
È ben conosciuta la sensazione quasi di dipendenza da droga che l’amante del peperoncino sperimenta:
“ […]Toglietegli il peperoncino e, ogni volta che si siederà a tavola, egli cadrà in un generale stato di sconforto: potrebbe giungere alla decisione di digiunare, oppure arrivare a fare cose incredibili per procurarselo”.
Il gusto per il piccante non è naturale, ma si acquisisce; i bambini non lo amano, così come al primo contatto lo evitano gli animali superiori. Ma entrambi, una volta scoperto il lato piacevole del gusto del peperoncino non riescono a resistergli. In India cani e gatti, capre e vacche mangiano con piacere cibi molto piccanti, davanti ai quali i loro omologhi occidentali si ritrarrebbero spaventati, anzi li preferiscono a quelli non speziati.
Si sono postulati meccanismi che implicano una attivazione delle endorfine (gli oppioidi endogeni prodotti dallo stesso organismo in risposta al dolore) e interferenze con altri sistemi neurologici di gratificazione.
Per riportare il discorso in termini più sobri e scientificamente accertati va detto che la sostanza responsabile del piccante – la capsaicina - è stata identificata fin dal 1816; negli anni successivi è stata isolata e sintetizzata in laboratorio; quindi messa in rapporto con una ‘famiglia’ di sostanze dette vanilloidi, di cui solo recentemente (1997) si sono identificati dei recettori specifici nel corpo umano: più esattamente sui neuroni che regolano la sensibilità al dolore. Attualmente la capsaicina è determinabile con precise tecniche di laboratorio (HPLC: High Performance Liquid Chromatography), ma per gli usi pratici questa tecnica non ha abolito il vecchio sistema di misurazione in Unità Scoville.
Collegate ‘a cascata’ all’interesse per le proprietà del peperoncino ci sono state altri importanti scoperte, come quella della vitamina C ad opera dello scienziato ungherese Albert Szent-Györgyi, che per tale scoperta prese il premio Nobel per la Medicina nel 1937, per ricerche effettuate proprio su peperoni e peperoncini, che della vit. C contengono quantità molto elevate. Ma questo era ben noto alla sapienza popolare, tanto che già ai tempi eroici della marineria del ’600 - ’700 si diceva: “I marinai spagnoli portano con sé il chile, quelli inglesi portano il lime”; evidentemente in funzione antiscorbuto (sindrome clinica da deficit di vit. C)



La scoperta del recettore per i vanilloidi e per la capsaicina (8-metil-N-vanillil-6-nonenamide) è relativamente recente. La notizia è stata presentata con grande enfasi sulla importante rivista Nature (1997). La capsaicina è attualmente considerato un falso trasmettitore del dolore.


Dal punto di vista medico e scientifico sono poche le sostanze che hanno avuto una tale reviviscenza di interesse come recentemente la capsaicina. Questo ha portato a rivedere alcuni luoghi comuni legati ad essa e all’uso alimentare del peperoncino.
A differenza di quanto credono i profani, il peperoncino non sopprime le capacità gustative, ma le riaggiusta ad un nuovo livello e le esalta.
Diversamente dal pepe, il peperoncino non è controindicato nella maggior parte delle malattie gastrointestinali, anzi per la sua capacità di aumentare la produzione e la fluidità del muco, esplica degli effetti protettivi sulle pareti dello stomaco; aumenta anche le secrezioni bronchiali, e la fluidificazione del muco può essere vantaggiosa nei bronchitici cronici.
I consumatori di peperoncino sono studiati anche per altri importanti effetti, come quello di avere una ridotta incidenza della formazione di trombi (attività fibrinolitica), alti livelli di carotene (provitamina A, contenuta in quantità nel capsicum), e di Vit. P (flavonoidi protettivi delle pareti vasali).
Ma sicuramente l’aspetto scientifico più interessante delle ricerche sulla capsaicina riguarda la sua implicazione con i meccanismi del dolore e le sostanze rilasciate in risposta allo stimolo doloroso. Si è detto che la capsaicina è ritenuta un ‘falso trasmettitore del dolore’, ossia ne evoca i sintomi ma – entro definiti limiti di concentrazione – senza i segni di infiammazione e di lesione dei tessuti.
Ha effetti antidolorifici locali nei confronti degli stimoli termici, chimici e meccanici. Ciò avviene per la sua particolare interazione con i neuroni di senso su cui provoca gli stessi effetti bioelettrici dell’attivazione fisiologica e l’invio al cervello dell’analogo messaggio (dolore). Solo che il tessuto corrispondente non sta ricevendo al momento alcun danno; la capsaicina ne determina soltanto la sensazione!
Anche questo rivoluzionario meccanismo d’azione era noto – a ben guardare - alla sapienza popolare. In Asia e in sud-America, ma pure nelle nostre campagne, si raccomandava il peperoncino per dolori molto intensi; come l’uso di una-due gocce di peperoncino piccante su un dente dolorante. Le osservazioni in proposito giunte sui giornali medici erano sottovalutate, in mancanza di una spiegazione del fenomeno. Ora si può capire, per esempio, l’impiego di una pomata alla capsaicina per un dolore tra quelli considerati tra i più insopportabili, come il ‘fuoco di S. Antonio’ (Herpes zoster). La pratica (medica!) prevede l’applicazione di un anestetico di superficie a breve durata d’azione, finchè l’area non è insensibile; quindi viene applicata, con i guanti e le opportune cautele, la capsaicina (in concentrazioni tra lo 0,025% e lo 0,075%!). Il risultato è che con la medicazione a lungo termine di capsaicina la terminazione nervosa è depleta del neurotrasmettitore e non conduce più le sensazioni dolorose al cervello, ma appena il farmaco è sospeso, i neuroni riprendono immodificati la loro funzione, senza lesioni organiche.
Un uso interessante - anche se non propriamente benefico - della capsaicina, è l’impiego come bombolette spray anti-aggressione e anche la sua dotazione alle forze dell’ordine come agente antisommossa, nel senso che nebulizzato sulla folla induce un bruciore lacrimale e nasale a prova di eroismo. Ovviamente per questi impieghi si usano concentrazioni molto diluite; problemi possono insorgere per esposizione prolungata e per contatti ravvicinati. La possibilità di incidenti anche gravi ricorda sempre che qualunque sostanza può essere tossica, per usi e concentrazioni impropri.
In situazioni più usuali, un contatto con il peperoncino è frequente motivo di consultazione di un Centro antiveleni. Esso può determinare una sensazione di bruciore a carico della cute o delle mucose. Se ingerito in grandi quantità da adulti, o in piccole quantità dai bambini, può causare nausea, vomito o diarrea dolorosa. Il contatto con gli occhi provoca bruciore, intensa lacrimazione, congiuntivite e contrazione dolorosa delle palpebre. Alcuni casi richiedono un trattamento medico, ma la maggior parte dei piccoli incidenti da manipolazione impropria possono essere risolti immergendo le mani in acqua e aceto o, per i problemi conseguenti all’ingestione, assumendo del latte, dal momento che la caseina è in grado di agglutinare la capsaicina rimuovendola dai recettori nervosi. D’altra parte è abitudine comune dei ristoranti indiani servire dello yogurt, a complemento e guarnizione dei piatti più piccanti, per graduarne l’intensità.

Epilogo. Un haiku ispirato dalla vista dei campi di peperoncino in autunno, era stato composto da Kikaku, uno dei dieci discepoli del poeta itinerante giapponese Basho (XVI sec.):

Strappa le ali
di una libellula
avrai un peperoncino


- Questo non è un haiku – aveva detto severamente Basho a Kikaku – Così tu uccidi la libellula!
E aveva ricomposto così i versi:

Aggiungi un paio di ali
a un peperoncino
avrai una libellula


[Cit. in: Amal Naj – “Bollenti spiriti”; Corbaccio Ed. 1994]

Piante tossiche, medicamentose, allucinogene (terza parte)


«…certe forme dell'ebbrezza possono sostenere fortemente
la ragione e la sua lotta per la libertà»

[W. Benjamin, 1938]


A lezione dallo stregone. A sud-est di Sonora, sotto il sole implacabile. Sabbia e dune, piante stente, pochi cespugli spinosi e cactus saguaro che levano le braccia al cielo senza pioggia. Qualche lucertola, serpenti appiattiti all’ombra dei sassi in attesa della preda: piccoli roditori delle sabbie.



Potremmo essere in un documentario della Walt Disney picture o nella pubblicità del caffè Paulista; o in un western all’italiana. Potremmo essere anche in uno dei libri di Carlos Castaneda, lo scrittore-antropologo (forse) peruviano che ebbe vasta fama tra gli anni ‘60 e ’70 per la sua esplorazione sul/nel campo delle droghe allucinogene, sotto la guida di uno sciamano (curandero) di etnia yaqui: don Juan Matus.




Copertina di TIME del 5 Marzo 1973. Il testo originale di Carlos Castaneda è del ’68: “A Scuola dallo Stregone - Una via yaqui alla conoscenza” - 1a Ed. italiana Roma, Astrolabio, 1970. 
Seguiranno: ‘Una realtà separata’
(1971), ’Viaggio a Ixtlan’ (1972) e vari altri.


Don Juan addestra il volenteroso discepolo, nel suo cammino per diventare un uomo saggio, alla raccolta, alla preparazione e all’uso di almeno tre droghe, principali ‘alleate’ dell’uomo sul sentiero della conoscenza. ”Ma è un mondo” - avverte don Juan – “dove nulla viene regalato; non c’è una scorciatoia per imparare tutto quello che c’è da imparare”
“Il mescalito è considerato un potere unico nel suo genere, simile a un alleato, in quanto permette di trascendere i confini della realtà ordinaria […] E’ anche un protettore, perché ti parla e guida le tue azioni; insegna
a vivere nel modo giusto. Puoi vederlo, perché è fuori di te. In realtà il mescalito non è adatto a chiunque, e risulta incompatibile con alcuni individui in particolare. Secondo don Juan, l’incompatibilità è causata dalla moralità inflessibile del mescalito e il carattere discutibile degli esseri umani. Ma il mescalito è anche un maestro. Dà la direzione e la guida, indicando il comportamento corretto e mostrando la strada giusta.
La yerba del diablo.. È possessiva, è violenta, è imprevedibile, ha un effetto deleterio. […] L’erba del diavolo è per quelli che cercano di ottenere il potere, mentre Il fumo (humito) (una miscela di funghi allucinogeni e altri componenti – Ndr) invece è per quelli che vogliono guardare e vedere”



Il cactus peyote (mescal) - Lophophora Williamsii, Fam. Cactacee, il cui principio attivo, la mescalina (3,4,5-trimetossi-ß-fenetilamina), è il prototipo delle sostanze allucinogene. La sua potenza è comunque a
parità di peso circa 4000 volte minore dell’LSD, che è attivo in quantità di microgrammi (mcg); da qui la minore diffusione.


Peyote (Mescal). “ […] Don Juan mi esortò dolcemente: “Masticalo, masticalo (masca, masca). Avevo le mani sudate e lo stomaco contratto […] Sentii il sapore amaro forte e pungente e un attimo dopo la mia bocca perse di sensibilità. Con il passare del tempo il gusto amarognolo aumentava, producendo un’intensa salivazione. La sensazione che provavo alla bocca era uguale a quella provocata dalla carne o dal pesce essiccati e salati, che costringono a masticare ancora di più […] Sentivo un forte desiderio di vomitare, ma non mi ricordo di averlo fatto. Chiesi dell’acqua: la sete era diventata insopportabile […] L’acqua era stranamente splendente, lucida come vernice densa. […] Girai la testa e scorsi un cane nero di taglia media avvicinarsi in direzione dell’acqua. Quando fece per bere, alzai la mano per allontanarlo. Focalizzai la mia visione mirata su di lui per continuare il movimento e tutto a un tratto lo vidi diventare trasparente. L’acqua si era trasformata in un liquido splendente e viscoso che scendeva nel corpo del cane attraverso la gola. La osservai scorrere uniformemente lungo tutto il corpo e poi guizzare fuori dai peli. Vidi il fluido iridescente passare attraverso ogni singolo pelo, per poi fuoriuscire formando una lunga criniera bianca e setosa… […] …il suo corpo emanava una luce intensa. […] Bevvi anch’io, finché il fluido non mi uscì dal corpo attraverso i pori, proiettandosi all’esterno come fibre di seta e donando anche a me una lunga criniera bianca e iridescente, Guardai il cane e vidi che era uguale alla sua. Una felicità assoluta pervase il mio corpo e insieme corremmo verso una fonte di colore giallo che proveniva da un luogo indefinito, dove iniziammo a giocare.
[…] A quel punto (Alla fine dell’esperienza – Ndr.) si verificò la transizione più difficile; il passaggio dal mio stato normale era avvenuto senza che quasi me ne rendessi conto […]… Ma questa seconda trasformazione, il risveglio a una coscienza seria e sobria fu davvero sconvolgente. Avevo dimenticato di essere un uomo! La tristezza causata da uno stato così contraddittorio fu così intensa da farmi piangere.






La datura (yerba del diablo) – Datura stramonium; D. inoxia, D. meteloides; Fam. Solanacee. Sono numerosi i suoi principi attivi; tra di essi gli alcaloidi josciamina, joscina e atropina contenuti in concentrazioni diverse nella varie parti della pianta


“…La yerba del diablo ha quattro teste: la radice, lo stelo e le foglie, i fiori e i semi. Ognuna di loro è diversa […].
La testa più importante si trova nelle radici; il potere dell’erba del diavolo viene conquistata attraverso le radici.
Lo stelo e le foglie sono la testa che cura le malattie; se viene usata in maniera corretta rappresenta un dono per l’umanità.
La terza testa si trova nei fiori e viene usata per far impazzire la gente, o per renderla obbediente, o per ucciderla. Per tale ragione, l’uomo che ha tale erba come alleato non mangia mai i fiori, e nemmeno lo stelo e le foglie, se non in caso di malattia. Mentre ingerisce le radici e i semi, soprattutto i semi, che costituiscono la quarta testa dell’erba del diavolo e la più potente.
L’erba del diavolo è così. Arriva di soppiatto alle tue spalle come una donna. Non te ne accorgi neanche. L’unica cosa che conta è che ti fa star bene e ti fa sentire potente: i muscoli pieni di vigore, le mani che prudono, i piedi che fremono dal desiderio di rincorrere qualcuno. Quando un uomo la conosce, comincia ad avere un’infinità di desideri…”



I funghi allucinogeni (los honguitos;) – Psilocybe mexicana, Fam. Stropharia). I principi attivi allucinogeni sono la psilocybina e la psilocina. Don Juan chiama humito (fumino) la miscela da fumo preparata con i funghi allucinogeni e altri ingredienti


Humito è un alleato; ti trasforma e ti dà potere senza mai mostrarsi […] Quando hai bisogno di lui il fumo arriverà e tu lo sentirai. Ti renderà libero di vedere tutto quello che vuoi […] ma chiunque lo cerchi deve avere un intento e una volontà irreprensibili, perché deve intendere e volere il proprio ritorno, o il fumo non lo lascerà tornare indietro..”
[Ibidem da Carlos Castaneda (1968 ) - “A Scuola dallo Stregone - Una via yaqui alla conoscenza” - 2a Ed. italiana; Rizzoli, 1970]

Fin qui Castaneda e le suggestioni tratte dalla sua opera.
Nella realtà storica e antropologica forse non tutti sanno che il peyotismo - l’uso rituale del peyote in cerimonie di gruppo - è attualmente praticato da non meno di 50 tribù di nativi latino-americani sparsi tra Texas, Arizona e New Mexico, con un numero di circa 300.000 aderenti. In seguito alla loro conversione al Cristianesimo, le popolazioni del centro America hanno incorporato il culto del peyote nei rituali cattolici. Nel 1918, questo singolare sincretismo e' stato proclamato ufficialmente ‘Chiesa indigena americana’ - Native American Church (NAC) . Dopo varie vicissitudini legali, i suoi riti attualmente non sono perseguiti dalle leggi federali americane.

Un’intera generazione ha letto avidamente i libri di Carlos Castaneda e ha avuto una specie di imprinting su quel mondo tra la magia, l’esoterismo e l’antropologia, nel senso di mondi diversi dal nostro.
Molto si è scritto sull’opera di Castaneda: sulle veridicità o meno delle sue osservazioni, sulle incongruenze e contraddizioni sparse nei suoi diversi libri. Forse, semplicemente, ci abbiamo creduto finché abbiamo voluto/potuto crederci.
Come per il movimento hippie: a lungo e contro ogni evidenza abbiamo creduto che potesse cambiare la testa alla gente; o che ‘fare l’amore e non la guerra’ fosse un’opzione praticabile per il genere umano.


Le ‘Porte’ di Huxley. Con la curiosità e l’apertura mentale dello scrittore e dell’uomo di scienza, scettico q.b., ma anche desideroso di lasciarsi stupire, Aldous Huxley “in un luminoso mattino del maggio (del 1953 – Ndr.), ingoiò i quattro decimi di un grammo di mescalina sciolta in mezzo bicchiere d’acqua e sedette ad attendere le conseguenze”. Assistevano all’esperimento lo psichiatra inglese Humphrey Osmond e la moglie dello scrittore. Quello che accadde fu fedelmente registrato e successivamente trascritto. Ne vennero fuori due testi-bibbia per le nuove generazioni, dagli anni ’60 in poi: “Le porte della percezione” (1954) e il breve saggio “Paradiso e inferno” (1956), poi riuniti in uno stesso testo.
Huxley produce una testimonianza di prima mano sugli effetti della mescalina, soprattutto sulla qualità della visione. Dalle sue pagine traspare come la sostanza non introduca ad un mondo di visioni immaginarie, ma permetta di percepire la realtà sotto un aspetto del tutto diverso.
«Il grande cambiamento era nel regno del fatto obbiettivo […] “…Una visione sacra della realtà” […]
Ma è piacevole?
– disse qualcuno
“Né piacevole, né spiacevole – risposi. “È”
Istigkeit: non era questa la parola che Meister Eckhart amava usare? “Essenza” »
«Un mondo in cui non hanno più importanza le categorie dello spazio, né quelle del tempo […] La mente percepisce in termini di intensità di esistenza, profondità di significato, relazioni entro uno schema… »
«…Poi mi fu proposto un giro in giardino. […] Il sole era alto e l’ombra dei listelli (della pergola – Ndr.) formava uno schema di strisce sul piano del sedile e lungo lo schienale di una sedia da giardino che stava a questa estremità della pergola. Quella sedia, potrò mai dimenticarla? Dove l’ombra cadeva sulla tappezzeria, le strisce d’un indaco splendente si alternavano con strisce di un’incandescenza così intensamente brillante ch’era difficile credere potessero essere fatte di altro se non di fuoco blu. Per un tempo che mi sembrò immensamente lungo fissai senza sapere, perfino senza desiderare di sapere, ciò che avevo di fronte. In qualsiasi altro momento avrei visto una sedia tagliata da luci e ombre alternate. Ora la percezione aveva inghiottito il concetto. Ero così completamente assorto nel guardare, così sbalordito da ciò che vedevo, che non potevo accorgermi di niente altro. Mobili da giardino, listelli, luce solare, ombra. Questi non erano che nomi e nozioni, mere verbalizzazioni per scopi utilitari o scientifici, dopo l’avvenimento. L’avvenimento era questa successione di azzurri sportelli di fornace, separati da abissi di impenetrabili genziane. Era inesprimibilmente magnifico, magnifico quasi al punto di essere terribile. E d’un tratto ebbi un barlume di quel che si deve provare a essere pazzi.»
[Ibidem da Aldous Huxley: “Le porte della percezione. Paradiso e inferno” – Piccola Biblioteca Oscar Mondadori 1° ed., XVI Rist. 2005]

Nella seconda parte del saggio (Heaven and Hell) Huxley estrae dalla sua esperienza una ipotesi suggestiva; egli indaga con rigoroso metodo associativo-descrittivo su un mondo fenomenologico in gran parte sconosciuto.
Descrive situazioni diverse, tutte in vario modo capaci di indurre uno stato visionario: oltre alla sua esperienza con la mescalina (e a quelle simili con LSD), riporta le visioni dei mistici e degli asceti; quelle legate ai digiuni e alle ferite autoinflitte degli indiani d’America nei loro riti di iniziazione. Ma parla anche di altri stati allucinatori e visionari, come la deprivazione sensoriale.
Identifica quindi alcune forme comuni e ricorrenti dell’esperienza visionaria: l’aspetto traslucido degli oggetti, che sono come illuminati da una luce interna; la ricorrenza di gemme e pietre preziose, di luce e colori preternaturali, di cristalli, fiori e frutta di fantasmagorica ricchezza. Altrettanto fantastiche sono le relazioni degli oggetti tra loro e i punti di intersezione.
È esperienza comune di coloro che l’hanno assunta che la mescalina sia in grado di far accedere ad un mondo visionario, per così dire ‘esterno’ al soggetto; non suscita sogni né ricordi, anche se la qualità delle visione risente dello stato emotivo e fisico dello sperimentatore.

Viene proposto un meccanismo comune sottostante a questi fenomeni. Con notevole originalità per i tempi in cui scriveva, Huxley ipotizza in tutte queste situazioni una ‘diminuita efficienza della valvola cerebrale di riduzione’, determinata, a seconda dei casi, da un deficit dell’apporto di glucosio al cervello, dalla concomitanza di malattie, stanchezza, stati di avitaminosi, dalla presenza di prodotti tossici di tessuti in decomposizione o dall’aumento dei livelli di anidride carbonica (CO2) nel sangue. In ogni caso ne risulta alterata la capacità del cervello di selezionare tra i vari input: quelli utili alla sopravvivenza e quelli (apparentemente) inutili, appartenenti al regno della visione, che lui chiama ‘gli antipodi della mente’.
A questo mondo possono permettere l’accesso, in individui particolarmente predisposti, stimoli esterni e creazioni artistiche di vario tipo. L’Autore ne fa una disamina accurata, includendovi dipinti, vetrate colorate, creazioni di cristalli, ma anche opere particolari come gli arazzi rinascimentali, le ceramiche di smalto di Luca della Robbia e (di nuovo!) gli iris di Monet e l’arte del paesaggio di ispirazione zen, i mosaici moreschi e orientali e perfino i fuochi d’artificio.
“Ma l’esperienza visionaria non è sempre beata. Essa qualche volta è terribile. Vi è l’inferno così come vi è il paradiso” (“Heaven and Hell” è il titolo del saggio! – Ndr.). […] “Questo mondo trasfigurato negativamente si è fatto strada, di tanto in tanto, nella letteratura e nelle arti. Esso si dibatteva e minacciava negli ultimi paesaggi di Van Gogh; era la base e il tema dei racconti di Kafka; la dimora spirituale di Gericault; fu abitato da Goya durante gli anni della sordità e della solitudine”.




Elaborazione grafica e vetrata ispirati alla copertina di un famoso concept album dei Pink Floyd (1973): The dark side of the moon


Nel testo di Huxley c’è un breve passaggio in cui si accenna all’ascolto di musica di diversa natura (da Mozart ad Alban Berg) sotto gli effetti della mescalina. Ma nel complesso gli aspetti visivi dell’esperienza sono di gran lunga preponderanti rispetto a quelli uditivi.
Le correlazioni con il mondo visionario sono state invece di gran rilievo per tutta la musica successiva, la cosiddetta ‘musica psichedelica’ dagli anni ’60 in poi (King Crimson, Pink Floyd, e tanti altri) - generata nell’atmosfera culturale o dal reale uso di LSD – che di quelle esperienze portano il ricordo o gli echi (‘Echoes’ è un altro titolo dei Pink Floyd). Questi nuovi aspetti del viaggio da ‘gli antipodi della mente’ (ma si potrebbe anche dire ‘the dark side of the moon’?) alle sue espressioni musicali, e viceversa, attendono ancora una analisi lucida e insieme appassionata come quella che per gli altri aspetti Huxley ci ha lasciato.

Sai cos’è… l’isola di uait… (è per noi / l’isola di chi / ha negli occhi il blu / della gioventù…)
Il campeggio di Londra sta a Crystal Palace, che sarà anche un posto famoso, ma lo saprò parecchio tempo dopo. Sono in tenda con un mio amico calabrese e abbiamo avuto l’ennesima discussione. Partiti da Roma per un viaggio in Fiat cinquecento, abbiamo attraversato la Francia e siamo nella ‘mitica’ Londra degli anni ’70 (…anche che sarà mitica lo scopriremo dopo). Ormai è quasi un mese che siamo fuori. Il motivo del contrasto stavolta è che per lui vacanza è ‘fare le vasche’ a Trafalgar Square, su e giù per rimorchiare, mentre io sono negato. È andata a finire che lui ha trovato un’austriaca focosa e passano tutto il giorno in tenda. Io mi organizzo; è ora che le nostre strade si separino per un po’. Così decido di partire con l’autostop per l’isola di Wight. Pare che ci sia un raduno, laggiù: un Festival o qualcosa del genere. In campeggio non si parla d’altro! Compro uno zaino di vimini e tela olona da un ragazzo della tenda a fianco; spazzolino e sacco a pelo, cinque sterline in tasca e sono pronto. Gli accordi sono che la (mia) macchina resti a lui; il resto dei nostri (scarsi) averi è al deposito bagagli della Victoria Station. Appuntamento sul molo di Dover di lì a una settimana per il ritorno in Italia. Il mio amico, con l’inseparabile girl-friend, mi accompagnano in macchina sulla London ring road, ed eccomi a scoprire le gioie e i dolori dell’hitch-hicking (anche la grafia della strana parola sarà una scoperta successiva).
È una fiumana di gente – scopro strada facendo (saranno 600.000 persone, alle stime ufficiali) - che si sta raccogliendo per l’evento, il primo grande Rock Festival in Europa, nella piccola isola dalla parte occidentale del Canale della Manica (English channel)





Isle of Wight Festival - 26-30 August 1970: il più ricco programma della storia del Rock!


Dopo qualche breve passaggio, quasi subito un gran colpo di fortuna. Si ferma un grosso bus colorato dipinto a fiori, con le insegne di una casa discografica. Destinazione: Straight to Porthsmouth: esattamente il porto di imbarco! …Wow!
Il bus, per un timido hitchhicker alle prime armi, italiano per di più, è la filiale viaggiante del Paradiso. Musica a tutto volume, odore di fumo d’erba e ragazze bellissime - gonne gipsy e capelli lunghi ornati di corone di fiori – che offrono thè e biscotti allo zenzero …o all’hashish, non importa! …E si va come il vento! È questo il Nirvana? Sono queste le urì?
Ma ogni felicità è di breve durata; il vecchio bus comincia a sussultare, sbuffa, tossisce -Troppo fumo, qualcuno dice! - poi si ferma del tutto.
Tutti a terra - anche le urì - e di nuovo sulla strada… Ciascuno per sè: regola d’oro degli autostoppisti.
In qualche modo a Porthsmouth si arriva, ma i traghetti sono ingorgati; file lunghissime per l’imbarco. La notte si passa sul molo, raggomitolati nel sacco a pelo insieme agli altri. Imbarco e arrivo sull’isola alle prime luci dell’alba. Altro trasferimento verso l’interno, una vasta area libera tra il villaggio di Afton Farm e la Freshwater bay.
Il sito del Concerto è una larga spianata delimitata da un recinto in lamiera ondulata. Su uno dei lati c’è una collina; al di là della collina c’è il mare!



All’interno del recinto del Festival (spettatori paganti). Sul palco si legge la scritta “3RD ISLE OF WIGHT FESTIVAL OF MUSIC 1970”



Foto dall’interno del recinto del Festival verso la collina prospiciente (Desolation hill) gremita di gente. Al di là del crinale della collina c’è la discesa che porta al mare di Freshwater bay


L’ingresso al rock-festival costa una cifra irrisoria (al senno di poi: solo tre sterline!); ma comunque al di fuori delle mie possibilità e interessi. D’altra parte i paganti sono un’esigua minoranza; ad essi viene tatuato sul polso un segno con un inchiostro indelebile per la durata dell’evento, perché si possano muovere dentro e fuori il recinto. Il grosso del pubblico non pagante, cioè gli ‘uomini liberi’ si sistema sulla collina che viene presto ribattezzata Desolation Hill (ma anche Devastation Hill). La vista è ottima, anche se il palco è lontano, ma la musica si sente bene.



Foto dalla collina verso il sito del Festival e il palco delle esibizioni. Sulla sinistra della foto, parzialmente visibile, lo spazio per i servizi e la tendopoli. All’estremo opposto rispetto al recinto, c’è il boschetto della perdizione (non visibile nella foto)


Dietro il recinto del palco c’è un boschetto; è lì che si sono accampati i primi arrivati: gruppi per lo più, o grandi famiglie. Ci sono delle strane moto con il manubrio alto (…mai viste prima, ma diverranno famose!), e anche piccoli van adattati in modo fantasioso; tende di diverse misure e rudimentali cucine da campo. La notte diventa un posto fantastico, tra fumo e incensi indiani, lampade a petrolio e odori di cucinato. Circolano strane voci, a proposito del ‘boschetto’: di orge notturne e di droghe pesanti. È lì che sento parlare per la prima volta di ‘eroina’. A un ragazzino come me dà l’idea dell’anticamera dell’Inferno, infatti non ci metto più piede!
Ma la vita sulla collina non è meno avventurosa. A causa della pendenza ci si deve stendere in una posizione obbligata, con i piedi verso il fondovalle. La prima notte si sperimenta e si impara tutto in necessario per la sopravvivenza. La tecnica più rudimentale consiste nello scavare due buche, o una sola più grande, in cui piantare i talloni, ma anche così, nel rilassamento del sonno, si può perdere la presa. Nessun problema, ritrovarsi addosso a qualcuno: grandi pacche sulle spalle e qualche volte anche un invito a bere qualcosa insieme. Il giorno dopo compaiono piccole nicchie o terrazzamenti fatti lavorando di badile (dig… dig…).
L’umidità notturna entra nelle ossa e sembra non ci sia modo di difendersi; i cartoni per coprirsi vanno a ruba. Ma la mattina dopo il tam-tam del campo annuncia che si vendono una specie di sleeping-bag, in cartone catramato a prova di umidità (Great! ). Anche la musica può diventare un problema. E’ vero che sul palco si avvicendano i gruppi più famosi del momento - cioè di tutta la storia del rock - e ognuno dei presenti ha un suo preferito nel programma, ma la musica è continua, giorno e notte, con una brevissima pausa nel primo pomeriggio. Quando si vorrebbe dormire, il tumb… tumb… tumb… dei bassi diventa ossessivo e somiglia a un incubo.
Però ci sono anche gioie e scoperte. La più importante è l’atmosfera di libertà gioiosa del raduno; la togetherness che si sperimenta lungo i bordi del festival site, guardando le famiglie borghesi dei residenti dell’isola che vengono in gita con i bambini, il sabato e la domenica, a guardare… come si fa con gli animali allo zoo.



La copertina di un settimanale giovanile con ampi resoconti dell’evento, all’interno. All’epoca il nudo in copertina faceva abbastanza scalpore


Poi c’è la scoperta del mare. La mattina, appena il sole comincia a scaldare, una massa di gente da ogni parte del vasto campo risale la collina, scavalcando i corpi delle persone ancora addormentate e si riversa, come per una migrazione biblica, verso il mare dall’altra parte. Sul bagnasciuga e sulla spiaggia pietrosa stanno tutti nudi; tutti parlano fluent english.
- Tu sei italiano, vero? – dice un gigante (forse) norvegese, preciso a Odino, come l’ho sempre immaginato. Cosa si può rispondere, quando un Dio nudo ti interroga?
- Beh! ..S..ssee
- E’ che sei l’unico che non si è spogliato!
- Gosh! Buu..

Un (tentativo di) bagno nell’acqua gelida da bloccare il respiro. L’aggregazione spontanea delle centinaia di persone in acqua, al suono di tamburelli, a formare la figura di un cuore [Ritroverò la foto di quell’evento, al ritorno in Italia, su un settimanale. La didascalia sotto, dice: “I teppisti… finalmente si lavano!”].
C’è anche la musica, è vero. Ma di quell’esperienza non è il ricordo più forte. Un po’ sono frastornato da tutto il resto, un po’ le mie conoscenze musicali all’epoca sono scarsine. Fatto sta che i grandi nomi - mai più rivisti tutti insieme sulla scena del rock - si confondono sul palco e nelle mie orecchie in un magma confuso.
Questo, molti anni dopo, costituirà un grande motivo di rimpianto.
Il Rock Festival ’70 all’isola di Wight è stato l’ultimo concerto pubblico di Jimi Hendrix prima della sua morte (18 sett. 1970), e anche l’ultima apparizione del gruppo dei Doors con Jim Morrison in Europa (‘King Lizard’ muore a Parigi il 3 luglio del ’71). L’eroina, le sue centrali e i suoi profeti divennero da allora e per sempre i nostri nemici generazionali. Si chiudeva una stagione esplosiva e anche il movimento hippie - che da noi in Italia sembrava ancora una novità - cominciava da lì il suo lento declino.

Ricordo molto bene la lunga strada del ritorno, sotto la pioggia. Quando più di mezzo milione di persone che erano arrivate in ordine sparso nel giro di una settimana, presero tutte insieme la via del ritorno. Sporchi, bagnati, affamati. Tanto dovevo far pena, che un buon vecchio signore inglese (…Dio benedica gli inglesi!) che mi dà un passaggio, non ha il coraggio di mollarmi per strada; mi invece porta a casa sua e insieme alla moglie mi offre un bagno caldo, una tazza di brodo e un letto per la notte…
Al porto di Dover arrivo puntale, ma il mio amico all’appuntamento non c’è, né ho idea di cosa possa essergli successo. Non solo… Ho speso gli ultimi soldi rimasti in lattine di birra inglese da portare in regalo in Italia, così mi ritrovo con lo zaino appesantito e senza una lira, per un’attesa che non so quanto potrà essere lunga.
La notte sta scendendo, sulle bianche scogliere di Dover…
Aiutooo! …Mi sono perduto nel vasto mondo..!?
Telefono… Casa…
Ma questa è un’altra storia…

(3. Fine)

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