La femminile pornografia del ricamo

Tempo fa
scrissi di una mostra su Boltanski. Ci portai idealmente mia nonna, per immaginare che effetto le avrebbe fatto una mostra di arte contemporanea. Era spaventata. La maggior parte dell'arte contemporanea indaga il rapporto con la morte e con aspetti cupi del vivere.
Ma ci sono due tipi di atteggiamenti per relazionarsi con la vita. Uno è il disagio di vivere, che paradossalmente mi pare appartenga ai giovani. L'altro è la realistica accettazione che ci è dato un tempo per stare a questo mondo. E in questo tempo non c'è tempo da perdere in inutili pensieri. Bisogna vivere, prendendo ciò che c'è di buono e di vitale. Questo è l'atteggiamento che noto nella maggior parte dei cosiddetti vecchi. Un paradosso, no? I giovani sembrano (sembriamo) vecchi e i vecchi sembrano giovani e non comprendono l'atteggiamento delle generazioni successive. Questo porta a una distanza e a una mancanza di dialogo. Un tempo erano i giovani che supportavano e tiravano su di morale i loro vecchi. Adesso è come se si fosse invertita la naturalezza delle cose. Il fatto di avere un corpo vitale non vuol dire avere una mente altrettanto felice. Forse la chiave sta proprio nel corpo. L'arte contemporanea, che dovrebbe riflettere il mondo attuale, si è slegata dal corpo stesso. Lo indaga, certo, ma come cosa. Non come veicolo. Lo destruttura, scompone, svuota. Non è il corpo, la materia vitale che interessa, ma il lato concettuale, simbolico. Ci si perde così, inevitabilmente. Perché il corpo e tutto ciò che gli sta attorno è imprescindibile dalla vita, persino dalla ribellione ad essa.
Pasolini diceva che "Un corpo è sempre rivoluzionario; perché rappresenta l'incodificabile. E' in esso che viviamo le situazioni codificate - vecchie e nuove - rendendole instabili e scandalose".
A tutto questo mi ci ha fatto pensare una mostra di un'artista di origini egiziane: Ghada Amer, classe 1963, originaria del Cairo, che ha sviluppato la propria arte in Occidente, e adesso vive e lavora a New York. Le sue opere sono state esposte nei principali musei, dal MoMa di New York al Centre Pompidou di Parigi al KW Institute di Berlino ed è stata insignita per premio UNESCO.
I suoi lavori, ben 40 opere, sono esposti per la prima volta in un museo italiano, al Macro di Roma fino al 30 settembre. Se stavolta ci avessi portato nonna, sarebbe rimasta abbastanza spiazzata. Credo meravigliata, per certi versi, con una apparente scandalizzazione.
Neanch'io ho mai visto nulla di simile. Si tratta di ricami erotici. Detto così è un po' riduttivo.
Vediamo per bene.
La Amer usa le tele come se fossero telai, restituendo alla tela, supporto pensato prettamente per dipingere, e la pittura storicamente è sempre stata appannaggio degli uomini, uno strumento di lavoro tipicamente femminile. Ci sono proprio i fili sulle tele che prendono il posto del tratto del disegno. Amer disegna ricamando. Questo ha un valore simbolico, in quanto il ricamo fa parte anche del modo di pensare di una donna. Si ricamano storie, aneddoti, ricordi. Mentre il disegno, il tratto, rimane un atto superficiale, cioè serve a mettere i contorni di una forma su una superficie, il ricamo agisce in profondità. Buca la tela, va all'interno e fuoriesce. Questo lavorio certosino di entrare in profondità, di scavare, fa parte delle donne. Ma c'è anche un ulteriore elemento femminile espresso attraverso la forma dei quadri della Amer: la confusione. O meglio, il richiedere all'osservatore uno sforzo per rintracciare i contorni delle figure. A prima vista appare tutto ingarbugliato, quasi fossero quadri astratti, con il colore tenue e delicato che arriva per primo all'occhio in una apparente levità e leggerezza. Mantenendo gli occhi sui quadri, invece, si delineano i contenuti, che sono precisi e definiti: si tratta di corpi di donna, sempre, in pose provocanti e intenti ad assaporare il piacere. Lo sforzo dell'osservazione provoca allo stesso tempo piacere e frustrazione, forse la stessa sensazione che ha un uomo nel cercare di comprendere appieno una donna.
Passando al contenuto, le donne della Amer sono nude, con le gambe aperte, con il sesso in mostra, in pose altamente erotiche. L'erotismo è dato dalla forma, ma sono pose pornografiche ricamate e il ricamo leva l'elemento più volgare. La Amer è partita proprio dall'osservazione delle riviste porno maschili, come lei stessa afferma "inventate dai maschi per i maschi. Volevo rappresentare la donna all'interno di un veicolo che fosse manifestamente femminile al fine di potenziare le immagini (cioè quella che chiamo doppia inferenza) e liberarle tramite il potere della seduzione".
Per cui il meccanismo è quello di appropriarsi di un codice comune di rappresentazione del corpo femminile e di liberarlo. La stessa cosa la fa utilizzando gli stereotipi dei cartoni animati: in alcune opere ci sono personaggi codificati dell'infanzia, come le principesse o come i nani di Biancaneve, attorno ai quali si innestano sempre donne intente in atti amorosi.
Anche se il lato porno-erotico è l'elemento dominante, la ricerca della Amer si spinge anche ad indagare il rapporto con la scrittura. Vi è infatti una intera sala dedicata alla ricerca filologica delle parole. Le parole, radicate nel vocabolario femminile, come Attesa, Dolore, Assenza, Tormento, Desiderio, sono riportate su grandi tele e ricamate insieme a tutta una serie di analisi e collegamenti ipertestuali, che in apparenza paiono piogge di dati alla Matrix, ma che danno il senso del lavorio incessante e a volte ripiegato su se stesso del modo di pensare femminile.
Non so quale sia l'orientamento sessuale della Amer, ma osservando i suoi quadri si avrebbe la sensazione di stare in mezzo a una sorta di orgia lesbo: le donne si procurano piacere da sole o tra di loro, senza aver bisogno dei maschi. Solo in un quadro vi è l'elemento fallico, ma è slegato dalla presenza maschile, come fosse un semplice strumento. Questa però mi pare una lettura un po' troppo di superficie. Ricamando anch'io, presumo invece che l'intento della Amer sia quello di liberare con slancio la capacità di godere delle donne e di renderle allo stesso tempo consapevoli e orgogliose del loro potere di seduzione. Come se giocassero con un ideale osservatore maschio, che di sicuro andrebbe in visibilio, e allo stesso tempo mantengano un velo sull'erotismo (forse reminiscenza del velo islamico), che è magistralmente ottenuto attraverso ricami espliciti ma nascosti da cascate di linee e spennellate di colore.
Esco dalla mostra con un ideale risolino sarcastico ma nascosto di mia nonna e con in testa le parole di Picasso, che affermava che sesso e arte sono la stessa cosa. Solo che adesso a ribadirlo è un'artista donna.
La maratona dei pirati dei Caraibi
Mia sorella è una adolescente e è già una consumatrice impenitente. Il suo mondo è fatto di canzoni degli “Zero Assoluto”, telefilm di “Una mamma per amica” (da me ribattezzato “Mia mamma è una strafica”), vestiti di un negozio che si chiama Brandy Melville (che pare vada per le maggiore tra le dodicenni) e discutibili abitudini alimentari. Da tempo ho smesso i panni del fratello maggiore censore-bacchettone, constatando, con questo atteggiamento, di non ottenere nulla o peggio un acuirsi, per dispetto, di questi comportamenti superficiali e materialisti. Da un po’ di tempo, dicevo, ho cambiato tattica: mi sforzo di ascoltare i testi di Tiziano Ferro, di cantare le canzoni dello stucchevole “High School Musical” e ho provato a leggere Moccia e anche il primo libro della saga di Harry Potter. Tutto questo è finalizzato non solo alla conoscenza di questo fantastico mondo adolescenziale, ma, soprattutto, alla dissacrazione interna di questo mondo di merda. Ecco con lei mi comporto come se stessi affrontando una popolazione aborigena. Così quando in settimana mi ha chiesto di accompagnarla a vedere il nuovo filmone Disney ho detto subito di sì. Martedì, in tutto il mondo occidentale, c’è stata la prima globale del terzo episodio dei “Pirati dei Carabi”, una trilogia girata da Gore Verbinsky e un pool di esperti di computer grafica con gli attori Johnny Depp (nei panni di un pirata a metà tra Hunter Thompson e Keith Richards), il ciocco di legno Orlando Bloom (più moschettiere che pirata), l’anoressica Keira Knightley (più mascolina che femminina), l’australiano Geoffrey Rush (l’unica faccia da pirata-galeotto) e il cinese Yun-Fat Chow (si si: il killer di “The killer”). In occasione di questo evento planetario, quei furbastri del cinema Adriano di Roma, a piazza Cavour, si sono inventati una maratona filmica con la proiezione di tutti e tre i film: alle 17 “La maledizione della prima luna”; alle 20 “Il forziere fantasma”; alle 23 “Ai confini del mondo”. Non interrogandomi a sufficienza sul perché i film di cappa e spada siano tornati di moda, accompagno mia sorella e le sue amichette: Marta 1, Marta 2 e Marta 3. Non è uno scherzo, ma in classe di mia sorella ci sono tre Marta che vengono chiamate anche Marta A., Marta B. e Marta C. e, vi giuro, è l’iniziale del loro cognome. Sempre per rispettare la coincidenza tripartita, le tre Marta si erano divise il compito di portare quelli che vengono chiamati “generi di conforto” nel gergo dei filmofili: bibite, salati e dolci. In tutto questo mia sorella, che si chiama Annalisa, si era impegnata a comprare i biglietti per tutti. Tutti questi “generi di conforto” vengono trangugiati con ratio durante i tre film. Al primo ci mangiamo i tradizionali pop-corn con sopra, però, burro fuso all’americana che puzza veramente di piedi, accompagnati da the freddo estatè che è semplicemente al gusto di zucchero. Al secondo film Marta 2 tira fuori delle M&M, confetti di cioccolato e arachidi, e delle lingue morbide rosse ricoperte di sostanza che friccica in bocca. Alla prima pausa mi faccio offrire pure una Guinnes da mia sorella: mai quella nera broda ha avuto un sapore così amaro per il mio stomaco. Al terzo film Marta 3 svela un pacchetto di patatine in formato “contadine”, quelle più ricche di olio, e salta fuori pure una coca cola light. Mentre lo stomaco mi brucia sempre di più sotto i colpi della paprika delle Pringles, posso notare il pubblico alle pause. Constato che le mie accompagnatrici sono tra le più giovani dei, chiamiamoli così, “maratoneti”. Per lo più ci sono miei coetanei e c’è anche qualche trentenne, oddio in ultima fila pure quattro vecchietti. Il pubblico, quando appare Johnny Depp sullo schermo e, intendo, quando appare sempre, batte le mani e fa uuuu-uuuu e invece io penso che sia un insulto che l’unica candidatura agli oscar della sua carriera l’abbia presa per questa merda di film. C’è pure qualche fan indomito che si è acconciato per l’occasione con perline e nastri tra i capelli, scimmiottando la moda caraibica. Ma non dimentichiamoci dei tre film, parliamo anche di queste tre merde. Va detto che, anche a detta delle mie quattro dodicenni, sono tre film molto noiosi nonostante siano per buona parte film d’azione. Le battaglie poi sono fatte male, non appassionano per nulla. Il primo film rispetta qualche ambientazione piratesca e qualche regola proppiana, mentre il secondo e il terzo (girati tra l’altro insieme come un unicum) sembrano film fantasy dove la trama diventa sempre più strampalata, le motivazioni sempre più ridicole, i personaggi nulli. Le scene d’azione sembrano giri in giostra a Euro Disney, i galeoni si scontrano come i velieri della Coppa America, le scene d’amore sembrano delle pubblicità di Chanel e poco ci manca che i pirati tirino fuori come arma i cellulari e si mandino mail a vicenda.
Ma, sempre per parlare di merda, al terzo film mi sono perso alcune fondamentali sequenze per correre al cesso dell’Adriano, visita che non auguro a nessuno dopo l’occupazione di una sala per 9 ore. Tutte quelle schifezze da adolescenze mi devono aver fatto reazione nello stomaco perché, corpo di mille balene, mi sono cagato tutta la Santabarbara. Prima è uscita fuori liquida e acida come i gorghi dell’inferno, poi morbida come un polipo con tutto l’inchiostro e infine dura come uno stoccafisso. Insomma quando mi sono alzato nel water closet nuotava un leviatano di merda. Mi sono spaventato e ho tirato subito l’acqua con due chili di carta igienica. Quello è andato giù, non si è intoppato, ma con un fragore di risucchio che mi ha fatto tremare le vene ai polsi. Ho avvicinato l’orecchio alle maioliche del cesso e ho sentito un rumore di tubature che si spezzano, un ululato simile ai versi dei cetacei. Per un momento o pensato il peggio: ho temuto che il mio capodoglio di merda sfondasse tutto il sistema idraulico facendo sprofondare il cinema con le sue sale. Il mio pensiero è corso alla sala adiacente, da dove provenivano le urla dei pirati, e non per simpatia per il pubblico presente, ma per le quattro dodicenni sotto la mia responsabilità, mia sorella e le tre Marta. Quando già la tragedia mi era chiara, il rumore sotterraneo si è sempre più allontanato e affievolito fino a scomparire, come un calamaro gigante che torna alle sue profondità marine.
Me la sono vista brutta insomma. Ma lasciando perdere i pirati, mia sorella e le sue amiche e, soprattutto, la merda, mi sono ricordato che l’Adriano anche un’altra volta ha rischiato di scomparire. La storia me l’ha raccontata un partigiano di nome Rosario Bentivenga nella sua casa di Piazza Adriana, attaccata a Piazza Cavour, e mi è stata confermata da numerose testimonianze scritte e orali. Durante l’occupazione nazista di Roma nel 1944, i fascisti rimasti nella capitale vollero fare il loro congresso nell’allora Teatro Adriano, l’attuale multisala. Bentivenga, insieme al suo Gruppo Armato Partigiano (GAP), sistemò un finto estintore pieno di materiale plastico esplosivo nella platea. Si tenga in conto che Bentivenga è stato uno dei realizzatori dell’attentato di Via Rasella, l’atto di guerra urbana più sanguinoso contro i tedeschi di tutta Europa, e quindi non era uno che ci andava per il sottile. Il finto estintore non saltò in aria per un inceppamento e io mi immagino tutti i fascisti seduti accanto alla morte. Quando finì la guerra Bentivenga e altri ci misero un po’ a convincere il bigliettaio dell’Adriano che c’era una bomba inesplosa in sala. Quando gliela fecero vedere, quello chiamò i pompieri, gli artificieri e l’ambulanza per la paura.
Un marziano al Lingotto
Sono uno dei marziani che si muovono da Roma per andare a Torino, a vedere la Fiera del Libro. A me piace viaggiare, ma andare a Torino non è facile. Io l’aereo lo prendo di rado, e non mi piace guidare la macchina. Quindi rimane il treno. Per Torino ci sono pochi Eurostar e molti Intercity. Gli Intercity per Torino sono delle vere e proprie bighe su rotaia. Attraversare il tratto ligure è fare un salto spazio-temporale all’indietro. La lentezza di traversata ti fa pensare ai primi del Novecento, alle grandi locomotive. Quando ti ritrovi ad Asti non puoi far altro che farti il segno della croce. Torino a quel punto è paragonabile alla Mecca. Scendi alla stazione di Porta Nuova e ti viene spontaneo cadere in ginocchio e baciare il suolo sabaudo.
Quest’anno però ho scelto l’Eurostar… e ho continuato a sentire le locomotive.
All’uscita della stazione mi aspetta il mio carissimo amico, quello che si è trasferito a Torino perché aveva qui la fidanzata. Un marziano anche lui: siamo gli ultimi epigoni di Spazio 1999.
Domani si parte per il gran giro della Fiera.
La vista del Lingotto quando arrivo mi emoziona sempre. Se non vedo le scritte dei supermercati e degli altri spazi commerciali, mi illudo ancora che lì dentro ci siano una marea di operai comunisti pronti a fare la rivoluzione.
Sul piazzale, di fronte alla Fiera, faccio lo slalom dei soliti piazzisti di colore che ti vogliono vendere i loro libri. In questi casi adotto la tattica della corsa forsennata e a quello che mi si avvicina gli dico che vado di fretta, una fretta boia. Arrivo col fiatone alla biglietteria, poi entro dentro il luogo magico.
Bambini, ragazzi, uomini, donne, anziani…
Tutti a girovagare per gli stand, che a dire il vero sono rimasti quelli dell’anno scorso. Anche le case editrici sono sempre al solito posto, come se non si fossero mosse durante l’anno. Lì Minimum Fax, qui Fazi, di là Castelvecchi con la sua bella pelata lucente e il divano nero molto bondage (anche gli addetti alla vendita di Castelvecchi, a ripensarci, sono molto bondage)… da quella parte Sellerio (quanto sono alteri quelli della Sellerio!). E poi ci sono le solite Sale gialle, blu, azzurre, rosse adibite ai dibattiti di Serie A, e gli spazi aperti per i dibattiti più micragnosi.
Da Fandango adocchio Mauro Ermanno Giovanardi, il vocalist dei La Crus che ha presentato il suo cd solista per l’etichetta discografica della casa editrice. Dal vivo sembra molto più vecchio. Potrei andare da lui e chiedergli di autografarmi il cd… No, da quei fighetti non metto proprio piede; non sarà certo un caso se lì a fianco c’è lo stand della Scuola Holden. Il Sommo è assente, ma ci sono comunque le sue compunte vestali con atteggiamento tipico da intellettuali del XXI secolo (il fumo prima di tutto, poi se mai l’arrosto).
Ecco i soliti punti ristoro: gli Autogrill Alemagna con l’inconfondibile odore di panini pre-confezionati e di caffè solubile. Il mio colon si contrae dal dolore.
Allo spazio autori si parla del romanzo di Ottavio Cappellani
Sicilian tragedi, pubblicato da Mondadori. Cappellani ha il microfono sulla panza coperta da un completo nero e l’atteggiamento da gran signorotto siculo. Emana maschialità mediterranea da tutti i pori. Dice che nel nostro paese è stata purtroppo la tragedia a vincere e non la commedia. In che senso?, direbbe Verdone. Poi parla del personaggio femminile del suo libro, una “scassaminchia”. Dice che noi uomini pur sapendo a cosa andiamo incontro, siamo dolorosamente attratti dalle scassaminchie. Nulla da eccepire in questo caso.
Mi sposto per gli stand, scorgo da lontano Francesco Piccolo, con il quale alla Omero ho fatto il primo corso di scrittura creativa. Mi verrebbe da salutarlo, ma poi arriveremmo alla solita scena: lui che finge di riconoscermi, e io che, in modo molto morettiano, gli chiedo: ti ricordi, ma ti ricordi? Passo oltre, c’è Elido Fazi che parla con un gruppo di persone e s’infila continuamente la mano dentro i capelli fluenti. Narcisismo, please! Più avanti c’è Donzelli che stringe la mano a Ferrari della Mondadori. Si sorridono beati. Questi editori somigliano pericolosamente ai nostri politici, troppo pericolosamente. Poi ci stupiamo che la gente non legga… Mi sento tanto Truman Capote in questo momento.
C’è un coro sardo allo stand della regione, mi sembra di stare in Barbagia. Ho paura che da un momento all’altro salti fuori Niffoi. Mi allontano preoccupato. Allo stand della regione umbra si offrono assaggi di vini e formaggi. La gente si accalca intorno con le bocche che fremono. Sono i momenti in cui traspare la vera tempra italica.
Alle 15,30 l’appuntamento per me imperdibile: l’intervista a Eimuntas Nekrosius, il grande regista teatrale lituano.
Nekrosius è appoggiato alla parete, in attesa di salire sul palco. Sembra un felino pigro della Tundra, ha delle fessure al posto degli occhi che poi spalanca improvvisamente.
Nella sala c’è una forte rappresentanza lituana (il paese baltico è ospite quest’anno della Fiera). Occhi chiari e capelli biondi, sembra di partecipare ad un film della Riefenstal.
Comincia l’intervista. Con Nekrosius ci sono Franco Quadri, il grande critico teatrale e l’interprete lituana. Nekrosius possiede la meravigliosa indolenza russa. Le sue parole sono sibili, a volte sembra che parli a se stesso, che si faccia, marzullianamente parlando, una domanda e si dia una risposta. Poi ha delle improvvise epifanie che gli fanno spalancare quei profondi occhi e lo fanno udire a noi miserabili mortali. Franco Quadri somiglia all’abate Faria e ha il potere straordinario di farmi assopire quando prende la parola. In questi momenti rimpiango gente come Vittorio Sgarbi. L’interprete lituana fa fatica con l’italiano: alcune frasi di Nekrosius, tradotte nella nostra lingua, sembrano uscite da uno spettacolo di Ionesco. Mi appunto qualche frase che esce intonsa dal setaccio dell’interprete: lui non segue alcun metodo e ogni prova in scena è una battaglia. Oggi si vuole avere subito successo, in passato non era così. Anche il regime sovietico non opprimeva la creatività dei giovani. Insomma si stava meglio quando si stava peggio. Un po’ pochino per essere stati a contatto per un’ora con un vate del teatro… Ecco le domande del pubblico. Qualche fila più avanti una signora con una lunga treccia rossa prende la parola. Ha un forte accento torinese e ringrazia il regista per le
Tre sorelle di Cechov. Uno spettacolo che l’ha emozionata tantissimo. Incredibile!! Eravamo nello stesso albergo di Merano qualche estate fa, e ci salutavamo sempre quando andavamo a far colazione la mattina. Quasi, quasi mi avvicino e le chiedo: si ricorda, ma si ricorda?... No, meglio di no. Disturberei quest’attimo di vera commozione. Nekrosius ringrazia con leggero imbarazzo e un accenno di sorriso. L’interprete lituana è allo stremo delle forze, Quadri fissa assorto un punto nello spazio. Nella mia testa c’è Jim Morrison che intona
The End.
Un ultimo giro per gli stand. Vado da quelli della Alet di Padova, casa editrice benemerita. Quasi, quasi mi compro
I, il libro dello scrittore americano Stephen Dixon. Lethem ne parla benissimo. La ragazza dello stand ha la maglietta che ricalca la copertina del libro di Dixon. Ne sta parlando con una persona, forse con una sua amica, dice che la copertina è bellissima e anche il progetto grafico, peccato che il libro non meriti cotanta bellezza. L’avevo preso in mano quel libro e lo stavo per pagare, quando sento queste parole. Le vorrei chiedere: “E allora perché lo pubblicate?”. Ripongo Stephen Dixon e mi allontano dallo stand, scuotendo sconsolato la testa. Se non possiamo più fidarci neanche dei piccoli editori…
Arrivo da Garzanti; c’è Mauro Covacich fuori lo stand. Potrei farmi autografare il suo libro
Trieste sottosopra. È la mia anima mitteleuropea che me lo chiede… No, Covacich è troppo fighetto con quelli occhialini e quelle Nike ai piedi… e poi io sono Truman Capote…
Nell’arena bookstock Giuseppe Culicchia e Alberto Barbera presentano una video-intervista a Monicelli. L’audio non è dei migliori, ma sentire Monicelli che parla è sempre uno spettacolo. Dice che lui non lo capisce questo fatto di vedere i film dall’inizio. La sua generazione entrava al cinema quando capitava, e molto spesso era uno stimolo vedere un film già iniziato, perché così cercavi di ricostruire la trama e le azioni dei personaggi. Era una palestra per i registi e gli sceneggiatori della sua generazione. Dice pure che non ci sono più i volti di una volta, quei begli occhi neri che avevano gli attori. Oggi hanno tutti gli occhi chiari, verdognoli. Daje così maestro!!! Alla fine gli chiedono cosa vorrebbe veder scritto sulla sua tomba. Lui cita Vittorio Gassman: “Muoiono solo gli stronzi”.
Esco dalla Fiera e mi viene da pensare che le uniche parole veramente interessanti che ho sentito qui, oggi, provengono da una persona di 92 anni…
Vado a casa del mio amico e accendo la radio (lui non ce l’ha la televisione, ve l’ho detto che è un marziano): un milione di persone al family day.
Il Lingotto non è molto distante da San Giovanni. Treni permettendo.
Urla nell'attico: nessun omicidio, solo una mostra
Che Fabio Sargentini, uno dei più noti galleristi romani, sia un po’ ossessionato dalla morte è un fatto. “D’altronde, sono sempre gli altri che muoiono” potrebbe rispondere lo stesso Sargentini, citando Duchamp nonché il titolo di una mostra da lui organizzata l’anno scorso,
di cui già scrivemmo: nella sua galleria “L’attico” aveva invitato svariati artisti e scrittori a vergare su una parete bianca l’epitaffio che avrebbero immaginato sulla propria tomba. Poco tempo fa invece, sempre nella sua galleria, ha organizzato una lettura di Shakespeare, poeta necrofilo per eccellenza. Da ultimo, la scorsa settimana ha inaugurato una personale di Sergio Ragalzi, artista affermato di mezz’età. Non staremo qui a ricostruire il suo pedigree, di tutto rispetto, ma citeremo invece le parole di presentazione che gli ha preparato Sargentini: “In occasione della nascita della sua prima figlia, mi ricordo, gli domandai che soggetto si apprestasse a dipingere. Mi aspettavo l’insorgere di una nota lieta nel suo animo. Lui, imperturbabile, mi rispose che aveva messo mano ad una serie di pitture dal titolo virus. Capii allora che nulla poteva scalfire la suo visione grandemente fosca della vita”. Visione non certo sconfessata da quest’ultima sua personale, intitolata “L’urlo” e ispirata ovviamente al noto quadro di Munch. In ogni sala della galleria troneggiano tre o quattro tele nere, molto grandi, con su impresse in bianco facce stilizzate che urlano, variazioni di uno stesso tema che ti urla addosso da tutti i lati. In una tela la faccia urlante è così dilatata da sembrare un coccige: la morte e gli scheletri ritornano. Viene qui allora da pensare agli scheletri di De Dominicis, che vedete qui a fianco, altro artista con cui Sargentini aveva un “rapporto di amicizia onnipotente”. Mo torniamo alla mostra: oltre all’esposizione è stata allestita una scena teatrale. Sullo sfondo l’ennesima faccia urlante di Ragalzi. Sulla scena un attore, Francesco Biscione, con il viso pittato di bianco e gli occhi neri, come la faccia dietro di lui. Seduto su una sedia, legge degli stralci tratti dai diari di Munch e rielaborati da Elsa Agalbato. Ricordi della madre che lo abbandona, della voglia di suicidarsi, della tubercolosi e altre allegre questioni finchè…”una sera passeggiavo per una strada di montagna vicino a Kristiana. Il sole stava tramontando: era quasi scomparso, precipitato sotto l’orizzonte. Era come una spada fiammeggiante sulla volta celeste. L’aria era diventata sangue con lamine di fuoco taglienti. Le cime delle montagne erano diventate blu scuro. I fiordi si spalancarno tra gelidi azzurri e gialli fiammeggianti. La terra aveva acceso fiamme alla periferia dell’universo. Vidi occhi blu splendenti, ricolmi di lampi brucianti, che chiudevano, cercavano la loro strada lontano da lì. Scintille che s’innalzavano e cadevano nell’oscurità della notte. I volti si trasformarono in taglienti sfumature di giallo quasi bianco. Ah! Il sangue si agita, il tessuto cellulare del cervello si è espanso. Si è dilatato come un pallone che sta per esplodere, per essere ancora bollito e gonfiato e per urlare come un coro di demoni…un rogo di cadaveri! All’improvviso un urlo, un grande urlo! Linee e colori vibrarono. Realmente sentii quell’urlo... e allora lo dipinsi!...ah!...Ah!” E l’urlo parte davvero sulla scena mentre la luce si spegne. Si riaccende: l’attore è scomparso, al suo posto solo la sua faccia urlante che, proiettata dentro la bocca della faccia retrostante, viene risucchiata sino a scomparire. Scusate la rima ma io non ci bado a queste cose. Dicevo, la faccia che urla dentro la faccia che urla: un urlo imploso, un urlo-burla,un meta-urlo, e chi più ne ha più ne metta, sta di fatto che il povero Munch è stato serializzato ben benino, e il suo urlo metafisico, esistenziale e pittorico, ha ormai lo stesso pathos di uno strillone. Così va la vita, è destino dell’arte contemporanea di rimangiarsi tutto, in primis sé stessa, esattamente come nell’urlo di prima, proiettato mentre viene introiettato. La mostra è aperta fina al 18 luglio, dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 20. Ingresso gratuito.
Gli Dèi senza qualità nel dramma di Eracle
In scena al Teatro Greco di Siracusa proprio in questo periodo (10 Maggio-24 Giugno 2007), in occasione del XLIII Ciclo di Rappresentazioni Classiche organizzato dall’Inda (Istituto Nazionale del Dramma Antico), l’
Eracle di Euripide coinvolge tematiche fortemente attuali: l’uomo diviso tra la sua forza e la sua fragilità; il suo rapporto complesso con la divinità; l’insondabilità del destino; la labilità del confine tra il lucido e razionale controllo di sé e quella follia che trascina l’uomo e genera drammi familiari apparentemente inspiegabili; la solidarietà tra uomini come unica possibilità di salvezza.
Il dramma è ambientato a Tebe, davanti al palazzo di Eracle. Mentre l'eroe è sceso nell’Ade a compiere la più ardua delle sue imprese, l’usurpatore Lico s’è impadronito del suo regno a Tebe, e vuole sterminare l’intera famiglia dell’eroe. Eracle giunge a salvarli, uccidendo Lico; tuttavia la serenità familiare è destinata a durare ben poco. Mentre Eracle e la sua famiglia stanno celebrando un sacrificio per purificare il palazzo dopo l’uccisione di Lico, Era, ancora ostile ad Eracle (perché figlio di Alcmena e Zeus che aveva ingannato la donna prendendo le sembianze del marito Anfitrione), invia la sua messaggera Iride, accompagnata da Lyssa, dea della follia, a sconvolgere la mente dell’eroe inducendolo ad uccidere moglie e figli, nella falsa convinzione che si tratti della famiglia dell’odiato Lico.
Un messaggero racconta gli orrendi fatti accaduti all’interno della reggia: mentre stava offrendo un sacrificio di ringraziamento, Eracle è improvvisamente impazzito, trucidando moglie e figli.
Il padre indugiava e i figli volsero su di lui lo sguardo:non era più lo stesso ma, con l’espressione stravolta e roteando gli occhi iniettati di sangue, lasciava colare bava sulla folta barba.
Atena giunge in tempo solo per salvare Anfitrione; Eracle viene tramortito con una pietra e legato ad una colonna, con i cadaveri di Megara e dei figli ai suoi piedi.
Dorme, l’infelice, ma non di un sonno sereno, dopo aver ucciso figli e moglie. Io non so se vi sia un uomo più sventurato.
Quando si riprende, la sua mente è confusa. In un primo momento crede di essere ancora nell’Ade; poi vede intorno a sé i cadaveri dei suoi cari, ma non ricorda nulla di ciò che è accaduto.
Ah, respiro, sono vivo. Vedo ciò che devo vedere: il cielo, la terra – i raggi del sole, le sue frecce.
E’ come se mi avesse preso un’onda enorme – e la mia mente s’è perduta. Il fiato mi brucia, esce a singhiozzi, senza il ritmo del respiro. Che strano: sono come una nave ormeggiata al molo – con il mio corpo, le mie braccia piene di forza: ma perché sono legato a una colonna di pietra, rotta in due? Perché sono seduto qui, in mezzo a corpi morti?
E tocca ad Anfitrione, prostrato dall’angoscia, indirizzare con tenera cautela il figlio amatissimo, anche se non nato dal suo seme, verso la mostruosa scoperta.
Così, Eracle procede dal mistero che dapprima lo disorienta fino alla disperazione della verità, che lo ha colpito senza sua colpa, per l’odio di una dea e per l’indifferenza del dio che lo ha generato. Medita il suicidio, ma l’intervento amichevole di Teseo (riconoscente all’eroe che l’aveva liberato dall’Ade, restituendolo alla vita) lo convince che il vero eroismo risiede nella coraggiosa accettazione del dolore e dei rivolgimenti della sorte. Eracle, dunque, come una scialuppa a rimorchio, completamente annientato, segue l’amico alla volta di Atene, dove troverà rifugio ed ospitalità.
Euripide crea intorno all’eroe il vuoto totale: al culmine della sua gloria, diventa oggetto della peggiore delle catastrofi per sua stessa mano. Proprio quando, terminate le sue fatiche, salvata la sua famiglia dalla morte e liberata Tebe dalla tirannia di Lico, sembrava aver superato ogni ostacolo, ogni minaccia, l’eroe che reprime la cieca violenza per ripristinare l’equità e l’ordine viene posseduto e stravolto dalla follia.
E il tema della follia dell’eroe è segno dell’ambiguità della sua forza e della sua grandezza. Eracle è il salvatore, il giustiziere, ma è anche sanguinario e di una violenza inaudita. La strage della moglie e dei figli è la manifestazione estrema e deforme, contaminata, della sua forza. Forza che viene poi meno, per lasciar spazio alla debolezza dell’animo umano. Dopo aver maturato la consapevolezza di quanto commesso, infatti, Eracle appare come un essere fragile e solo: solo davanti al dolore, davanti agli dei che egli ha tante volte difeso e che ora l’abbandonano, davanti alla società da cui quest’atto orrendo lo separa ed, infine, anche davanti a se stesso. Perché avverte che tanto dolore è nato da una parte di sé che non conosce e che non è in grado di padroneggiare, ma con cui deve, necessariamente, confrontarsi. Ed è proprio questo sprofondare nell’abisso della follia che rappresenta il culmine della tragedia, in una delle scene più agghiaccianti e più moderne, sul piano psicologico, del dramma attico. Dopo un gesto disonorevole, un eroe omerico avrebbe concepito come unica soluzione la morte, e questo è infatti il destino che l’Aiace di Sofocle riserva a se stesso nell’omonima tragedia. Alla morte pensa lo stesso Eracle, dopo essere tornato in sé ed aver appreso dell’orribile strage compiuta; tuttavia, la sua decisione finale di sopravvivere per espiare la propria colpa, l’amicizia e l’aiuto che accetta dal sopraggiunto Teseo, dimostrano come Euripide abbia voluto distaccare l’eroe dal mondo tradizionale del mito, per reinserirlo in un ambiente più quotidiano, dove esiste una contaminazione tra bene e male e l’uomo si trova in totale balia di un destino imprevedibile che ora lo esalta e ora lo atterra. E non si tratta di un abbassamento del mondo eroico a livello borghese, quanto dell’elezione della quotidianità a livello eroico.
La polemica dell’“ateo” Euripide contro la religione tradizionale tocca qui, poi, uno dei momenti più forti: gli dei sono assenti o ostili (la follia, infatti, è inviata ad Eracle da una maligna decisione di Era). Oggetto della sua polemica è perfino Zeus, accusato da Anfitrione di essere un volgare adultero, un libertino che s’intrufola di nascosto nei letti degli altri.
E presa la moglie di un altro, senza che nessuno te la desse,
non sei nemmeno buono a salvare i tuoi cari.
O sei un dio stolto o non c’è giustizia nella tua natura.
Euripide sembra distruggere tutti gli sforzi degli intellettuali suoi predecessori, che si erano adoperati per creare figure divine caratterizzate da principi di alta moralità. E torna, invece, a rappresentare dèi simili a quelli di Omero, animati dalle stesse passioni che gli uomini tentano di reprimere: l’orgoglio, il rancore, la gelosia, la violenza, la lussuria. Anzi, sembra quasi che gli dei di Euripide incarnino passioni allo stato puro, senza nessun freno di moderazione o razionalità. Di contro, la figura di Teseo, introduce il tema della filantropia. Egli rappresenta la virtù di Atene, fondata sul rispetto delle regole e delle leggi umane e divine, sulla giustizia e la pietà; e, soltanto nella solidarietà degli altri uomini, un individuo sofferente e piegato dalle avversità può trovare un riscatto. Riscatto che non è dato dalla morte, ma dalla capacità di sopportare la propria sofferenza ed imparare a convivere con la consapevolezza delle proprie, terribili, azioni. Con l’immagine del re che salva l’eroe, in nome dei valori di civiltà ateniesi, la tragedia si chiude in una pacificazione che solleva il pubblico dalla violenza atroce del dramma che s’è consumato davanti ai suoi occhi. L’eroe arcaico è finito, morto insieme ai cari che ha sterminato. Ora il cammino che lo aspetta è quello di uomo, nel dolore e nella sofferenza, con la sua fragilità.
Alla ricerca di Minnie & Moskowitz
“Cassavetes è il Bob Dylan del cinema”
Jonathan Lethem, Memorie di un artista della delusione, Minimum fax

Di Cassavetes avevo visto solo
Gloria, una notte d’estate, il film in cui la splendida Gena Rowlands e il piccoletto ispano-americano correvano a perdifiato per le strade di una New York livida e spettrale, cercando di scappare dalla vendetta della criminalità organizzata. Un film che da adolescente mi aveva emozionato.
Gli altri film di Cassavetes passavano, di solito, a notte fonda e con i sottotitoli. E io per vederli dovevo abbassare il volume, pena le lamentele di mia madre e dei vicini di casa. Era logico, a ripensarci adesso, che non mi entusiasmassero.
I film di Cassavetes hanno bisogno di un volume alto perché sono musica.
Comunque c’era un film di Cassavetes che era diventato per me quasi un oggetto mitico:
Minnie & Moskowitz. Mitico perchè ogni volta che andavo a casa di Enrico Valenzi, il condirettore della gloriosa scuola “Omero”, vedevo la locandina di questo film appiccicata sulla parete della stanza in cui si svolgevano le riunioni di redazione della rivista omerica.
Minnie & Moskowitz di John Cassavetes.
Il titolo era bellissimo, mi faceva pensare a Beckett e Ionesco.
La storia era ambientata negli anni settanta, lo si capiva dai vestiti, era una commedia, lo si capiva dalle fotografie selezionate, ma poi?
Durante le riunioni a casa di Enrico la mia fantasia faceva strane associazioni riguardo a
Minnie & Moskowitz, creava mondi paralleli, trame avvincenti.
Il Mereghetti, d’altronde, non mi forniva molte informazioni:
Minnie (Rowlands) è una non giovanissima impiegata in un museo; Moskowitz (Seymour Cassel) uno squinternato posteggiatore d’auto con baffo e capelli fluenti. Sono così male assortiti che non possono che innamorarsi. Cassavetes gira, a modo suo, una commedia brillante, senza nevrosi (malgrado il tema sia quello della solitudine nella grande città) né cattiverie, ma con un ironia mai invadente. Ottima direzione d’attori e una certa concisione: forse il più accessibile – ma non certo il più banale – dei film del regista.
Non sapevo però qual era il modo per Cassavetes di girare una commedia brillante.
Minnie & Moskowitz era l’unico suo film che non passava a Fuori Orario. Passavano
Volti,
L’assassinio di un allibratore cinese,
Una moglie,
La sera della prima, ma di
Minnie & Moskowitz neanche l’ombra.
Non facemmo più riunioni a casa di Enrico, e quel film lo dimenticai.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore…
Poi una mia collega, in ufficio, mi dice di aver comprato una collezione di film di Cassavetes. Me ne cita alcuni:
Volti,
Una moglie,
La sera della prima… in me ritorna subito il desiderio e le chiedo: “Ce l’hai
Minnie & Moskowitz?”. Lei mi chiede cos’è
Minnie & Moskowitz e io le dico che è uno dei film di Cassavetes e lei risponde che purtroppo non ce l’ha. Mi può comunque prestare gli altri.
MA IO VOGLIO SOLO MINNIE & MOSKOWITZ!!
Comunque comincio a cercare su internet.
Leggo dell’uscita in dvd di
Minnie & Moskowitz! Vado in un negozio del centro, compro il dvd e lo porto a casa. Lo lascio nella mia libreria per una quindicina di giorni a decantare, come fosse un prezioso vino da bere per le occasioni speciali.
Poi compio il grande passo: scarto l’involucro di plastica e metto il dvd sul mio lettore.
Ecco cos’è girare una commedia (la classica screwball comedy) per Cassavetes: essere libero. Libero di far vedere un uomo che, barcollando, tiene in braccio la donna di cui è innamorato, e alla fine va a sbattere contro i mobili di casa. È questa, cazzo, la vita! Quando portiamo in braccio la nostra donna, ci fanno male i reni; un male cane! Mica siamo John Wayne o Bogart! Bogart lo possiamo amare al cinema (così come lo amava Cassavetes, che lo cita spesso durante Minnie & Moskowitz), ma non dobbiamo mai dimenticare, come dice Minnie, che “i film sono una congiura”.
Cassavetes è libero di fare di ogni scena un incontro di pugilato, fisico o verbale, perché, come diceva di lui Peter Bogdanovich, “voleva che tutto fosse una continua battaglia” (leggete il saggio di Jonathan Lethem su Cassavetes presente in
Memorie di un artista della delusione, Minimum Fax). Perché questa è la vita: una continua lotta a base di colpi, dati e ricevuti.
Cassavetes fa vedere i corpi nella loro magnifica imperfezione, fa risaltare i volti di attori sui quali sono evidenti le tracce dell’acne adolescenziale (comparateli pure ai bei visini degli attori di oggi); li fa gridare, sbraitare, come dei meravigliosi “Prospero” delle isole metropolitane (è straordinario il personaggio di Zelmo Swift in
Minnie & Moskowitz).
Minnie e Moskowitz si amano e non sanno neanche loro perché, come non lo sapevano Ingrid Bergman e George Sanders alla fine di Viaggio in Italia di Rossellini.
Perché l’amore è un miracolo, un miracolo del nostro corpo, del corpo di Seymour Moskowitz che non sta mai fermo un attimo (corre Seymour, corre sempre) e che trascinerà con sé la verbosità un po’ snob di Minnie Moore. That’s the life!
Libertà, autenticità, pietas: caratteri che fanno del cinema di Cassavetes qualcosa di unico, di irripetibile.
L’attesa non è stata vana.
Adesso sono pronto per gli altri film di Cassavetes.
Grazie John.
P.S. La sera, dopo aver visto
Minnie & Moskowitz mi sono messo a fare un po’ di zapping in televisione. Su una rete privata c’era Federico Moccia che teneva una specie di posta del cuore. Parlava ancora dei lucchetti, e di Ponte Milvio e bla, bla, bla… La notte ho sognato che Seymour Moskowitz con i suoi baffi da tricheco e la sua lunga coda di cavallo correva lungo Ponte Milvio, faceva le capriole e toglieva tutti quei lucchetti appesi. Li toglieva con i suoi grandi dentoni, e li gettava in acqua. E gridava a quelli che si volevano fotografare sul ponte, accanto ai lucchetti: “I libri di Moccia sono una congiura! Correte, andate via. Andate a VIVERE!!”
P.S.2 Minnie & Moskowitz (v.o. con sottotitoli in italiano) sarà proiettato all’Azzurro Scipioni (grandissimo Silvano Agosti!) venerdì 11 maggio 2007 alle ore 20,00 (per il programma completo del mese di maggio dell’Azzurro Scipioni e per quello di tutti i mesi a venire:
visitate il sito dell'Azzurro)
Cultura delle rassegne o rassegne culturali? Un esempio con morale alla fine
“Bella, non ho mica vent’anni! Ne ho molti di meno, e questo vuol dire – capirai – responsabilità…”: con queste parole di una canzone di Ivano Fossati si è intestata una graziosa rassegna di teatro, danza e arti visive a Longiano, piccolo paese vicino Cesena, conclusasi il 6 maggio. Ora, essendo cari amici di una compagnia lì ospitata, i Menoventi (di cui abbiam già scritto) io e altri compagni di viaggio non abbiamo resistito alla tentazione di cimentarci in una sana missione di giornalismo culturale. In quanto giornalisti ci avevano poi promesso l’hotel gratis, fantastico, e così ci siamo subito buttati sull’E45 senza pensarci troppo. Nel viaggio niente da segnalare se non discussioni su dio con l’ormai celebre Mr.Mei (“ma porco dio, dico io, Lei non crede in dio Mr.Mei?” “Grazie a dio sono ateo amico mio” e così via) e una sosta in un autogrill dopo Orte per comprare un regalino per i nostri ospiti: troviamo esposte in una vetrina delle bottiglie di vino con delle simpatiche etichette raffiguranti: Papà Giovanni XXIV (10 euro), Gramsci (8,90 euro), Mao Tse Tung (8,90 euro), Mussolini (7,20 euro): compriamo l’ultima perché costa di meno e perché andiamo in Emilia. Sotto il mascellone c’è scritto OBBEDIRE, e poi più in piccolo CONTIENE SOLFITI e 10,5%. Se non ci credete andateci. Comunque abbiamo incartato la bottiglia e siamo ripartiti. Arriviamo a Longiano senza problemi, è un paesino arroccato su un cucuzzolo distinguibile nella Bassa a cinquanta chilometri di distanza. E’ veramente delizioso, risale all’undicesimo secolo, ha quattro case e cinque chiese. Di qui furono originari Federico Tignoso (raffigurato fra l’altro nel Purgatorio della Commedia) da cui viene la parola “tignoso”, e Tito Balestra, poeta novecentesco, da cui viene la parole “balestra”. O forse no. Comunque vi riportiamo qui una sua poesia, definita da Tonino Guerra la più bella poesia d’amore del Novecento: “Anna, ho comprato un pezzo di terra, / Ho un cavallo, una frusta e sollevo la polvere / E chiamo il vicino e gli tocco la spalla / Oppure un altro, un sogno più piccolo, / Io e te insieme abitiamo una stanza / E abbiamo vetri contro il vento e la pioggia / E un cuscino un po’ grande che basta per due; / Guardami in faccia ho gli occhi castani. “. E’ veramente commovente e la spedisco subito in 3 sms alla mia fidanzata, cambiando nome ovviamente e spacciandola per mia. Poi finalmente ci dedichiamo all’arte. Il grosso delle rappresentazioni è al Teatro Petrella, molto intimo, sciccosissimo con le loggette di velluto rosso e tutto il resto. Qui assistiamo ai Menoventi,col loro spettacolo In Festa, ormai famoso, e ai Sutta Scupa, duo siciliano con una piéce in dialetto sul precariato. Subito dopo ci indirizzano alla chiesa di S. Maria, sconsacrata, dove c’è un’installazione dei Cosmesi: al suono di una musica ambient-rave, una donna dai capelli bianchi gioca con la sua gonna gonfiata da appositi macchinari: molto bello. Fra una cosa e l’altra comperiamo delle birre ad un distributore automatico del circolo anziani del paese: 75 centesimi l’una, marca Von Wurstel. Il giorno successivo abbiamo l’onore di partecipare come osservatori al workshop della rassegna, insieme a svariati operatori culturali, nomi nel settore. Il tema è: “Che cosa significa oggi – e che cosa significherà domani, con la complessa trasformazione del mondo sociale – progettare cultura?”
Alcuni dei relatori, giusto un paio, affermano umilmente che l’operatore culturale deve offrire un servizio senza nessuna pretesa, come gli addetti alle fontanelle dell’acqua, vanno messe, fatte funzionare, poi chi vuole ne fa uso. Altri invece, in gran maggioranza, discettano in toni spiritati della necessità per un operatore di captare le tendenze di un’epoca, di incanalare il pubblico in percorsi che non avrebbe altrimenti preso, di creare fili rossi e organizzare la produzione dei singoli artisti e presentarla opportunamente “confezionata” alle imprese e agli enti. Io sono nettamente dalla parte dei primi. Per quanto riguarda i secondi, va fatto un discorso. Anche se ovviamente non lo ammetterebbero mai, i veri artisti di oggi sono questi operatori culturali qui, questi spiritati. E’ una mutazione deprecabile ma inarrestabile. E’ successo che oggi la figura tradizionale dell’artista che singolarmente produce una singola opera d’arte è esplosa: a far questo oggi son capaci tutti. Con la moltiplicazione degli spazi, delle tecnologie tutti possono esprimersi in modo artistico ed esporre o pubblicare in qualche modo la propria opera. Questo è chiaro. In un tale contesto le tonnellate di prodotti artistici si annichiliscono fra loro in un’enorme massa indistinta. E’ su tale materia inerte che interviene il vero artista di oggi, l’operatore culturale: capace di usare gli artisti come gli artisti di prima usavano i colori o la penna o i fotogrammi o le note. Nel campo della musica il processo è già abbastanza avanzato: forse non tutti sanno che 3 canzoni su 4 di Mtv sono prodotte da una stessa equipe di tecnici del suono, che si premura anche di assegnare quale base a quale tipologia di starletta. O un po’ come per le grandi multinazionali alimentari, che si inventano le sottomarche con cui distribuire i propri prodotti. O ancora, come per le aziende vinicole che riescono a rifilarti vino pessimo usando indifferentemente Mao o Mussolini. Il meccanismo è lo stesso ed è chiaro che avrà sempre più peso nelle dinamiche culturali, socioeconomiche e politiche della nostra civiltà. Comunque ciò non vuol dire che questo non possa anche avvenire, almeno per ora, con onestà e qualità. La rassegna di Longiano, curata da Silvia Bottiroli ne è un esempio: è stato un evento delizioso nel pieno rispetto degli artisti coinvolti (Menoventi, Sutta Scupa, Teodora Castellucci, Ambra Senatore, Caravankermesse, Ooffouro, Sonia Brunelli, Cosmesi, Mirko Fabri e Alessandro Randi, Zapruder filmmakersgroup: tutti giovani e marginali, ma già realtà emergenti del teatro di ricerca italiano. Di qui il titolo della rassegna) e in piena armonia con lo spiritus loci del paesino. Io ed i miei amici purtroppo non abbiamo potuto assistere a tutti gli spettacoli e ce ne andiamo amareggiati. Come negli epilli alessandrini, chiudo il mio pezzo come l’ho aperto, con la frase di una canzone: quella che abbiamo cantato a squarciagola in macchina durante il ritorno, la famosa canzone di Bruno Lauzi. E mentre la cantavamo pensavamo all’arte: “Ti senti sola, con la tua libertà….”
Vincono le voci femminili a Primo maggio tutto l'anno
Aprono il concertone del 1 maggio a piazza San Giovanni a Roma, i due vincitori, o sarebbe meglio dire le due vincitrici, della rassegna musicale “Primo Maggio Tutto l’Anno“.
Roma è coperta dalle nuvole ma fa caldo. È solo il primo maggio eppure sembra di stare a giugno, e i ragazzi in piazza hanno maniche corte e canottiere, e un sorriso stampato su ogni volto. Sono venuti per divertirsi.
Riscaldano la piazza i Blues Willis, inizia la festa.
Poi tocca a loro, sono i Vega’s, usciti dalle selezioni abruzzesi, che insieme a Valentina Lupi, del Lazio, hanno vinto la finale di "Primo Maggio Tutto l’Anno", per suonare davanti a mezzo milione di persone e in diretta nazionale.
Ci sono volute due serate in musica, il 27 e 28 aprile, al Classico Village, e dodici artisti finalisti tra cui decretare i vincitori, per arrivare a questo momento.
La giuria, di tutto rispetto era composta da Manuel Agnelli degli Afterhours, Riccardo Sinigallia, Cesare Pierleoni, regista televisivo del concerto, Sergio Rubino ed Ermanno La Bianca, autori tv, e molti giornalisti di prestigiose testate di settore.
Quest’anno è la rivincita delle donne.
I Vega’s sono un gruppo, ma la vocalist Cristina ne è l’anima. Con la sua presenza scenica e la sua voce dà sprint alle loro canzoni; mix di pop, elettronica e funk.
La performance da professionisti ha convinto anche la piazza, non poco incline a fischi quando qualcosa non piace.
L’altra vincitrice, la ventiseienne cantautrice di Velletri, Valentina Lupi, appena sale sul palco saluta la sua “mamma Roma“ e fa emergere subito la sua carica elettrica e la sua forza sprezzante; la piazza si anima, la segue come seguirebbe Vasco o Ligabue. Le sue canzoni sono poesie rock e lei è un puro animale da palcoscenico.
In un panorama musicale come quello italiano, dove artisti che non fanno musica da cantare sotto la doccia, difficilmente riescono ad emergere, grazie a una rassegna come “Primo Maggio Tutto l’Anno“ riescono ad emergere e ad avere visibilità artisti che fanno ottima musica senza standardizzarsi in percorsi commerciali finalizzati alla sola vendita di dischi.