Home » Rivista "O" » Scrittura e manutenzione del giardino maggio 2007

Piante mediterranee. L'isola misteriosa


C’era una volta un’isola misteriosa…
Eppure non avrebbe dovuto essere tale, dal momento che me la trovavo davanti tutte le mattine che mi svegliavo; dalla casa dei nonni, nell’isola dove ho passato tutte le estati, tutti gli anni dall’infanzia all’adolescenza.
L’isola era là, a circa sei miglia di mare dal centro abitato dell’isola più grande, perfettamente visibile in lontananza dal balcone di casa, aperto sulla rada del porto; qualche volta sfumata nella foschia del primo mattino, più spesso netta e verdeggiante di boschi; nei giorni di tempesta contornata da rabbuffi di schiuma bianca.

Il mistero poteva forse essere diminuito (…ma non accadde, anzi!) per il fatto che ci si passava piuttosto vicini, con la nave che portava all’isola maggiore. Si vedevano allora le coste scoscese di roccia, di color giallo-bruno e la gran vegetazione che la copriva da ogni parte. C’era anche la fuggevole vista di un’unica grande casa, bianca, immersa nel verde.
Così, misteriosa quell’isola è rimasta a lungo. Troppo lontana per andarci a remi, in anni in cui i motori fuoribordo e i gommoni, che si sono diffusi solo più tardi, erano fuori dai nostri mezzi di ragazzini.
Negli anni successivi, qualche escursione in barca, a pescare lungo le coste; qualche arrampicata a piedi, per la maestosa scalinata di pietre tra i cespugli, fatta - si diceva - dai monaci in tempi remoti, fino ai resti del monastero e alla grande casa bianca. Ma poco più. L’isola restava misteriosa nell’immaginario, malgrado la superficiale frequentazione. La sua essenza mi sfuggiva - confusamente avvertivo - frastornato com’ero dalla novità, dal sole abbacinante, dai profumi della vegetazione estiva, dalle grida che accompagnavano le nostre escursioni di ragazzi in vacanza.



La scalinata in pietra, immersa nella macchia mediterranea (cisto, lentisco, erica, euforbia) che dall’approdo prospiciente l’isola principale,
porta alla casa e ai ruderi del monastero


Intanto su di essa andavo accumulando informazioni e dicerie.
L’isola era stata nel remoto passato (fin dal VI – IX secolo) un eremo monastico; poi diventato cistercense e quindi, intorno al XIII secolo, benedettino.
Fuori mano rispetto all’isola principale, per puro caso è stata sottratta, da un editto borbonico, alla deforestazione che ha devastato l’altra isola. La vegetazione si è differenziata: fitta e tipica macchia mediterranea da una parte, mentre dalla parte opposta c’è un bosco di piante ad alto fusto e funghi in quantità. L’isola è stata ripopolata negli anni ’20 con mufloni che si sono riprodotti in completa libertà. Nel dopoguerra, sulle rovine del vecchio monastero, è stata edificata una grande casa, l’unica dell’isola oltre al faro sull’altro versante, e tutto il complesso era stato dato in affitto a un nobilastro ricchissimo della capitale (che poi aveva fatto una brutta fine), e pare che ci si svolgessero delle orge.
Recentemente (dal 1979) l’isola è stata dichiarata parco nazionale e non ci si potrebbe andare senza autorizzazione; anche se gli isolani tengono in nessun conto tale norma.
Ce n’era d’avanzo per stimolare la fantasia, ma la soluzione di ogni mistero fu rimandata ad altri tempi…



Continuando la salita, appare la grande casa bianca,
costruita sopra i ruderi del vecchio monastero


In effetti l’isola fu messa da parte per molti anni, tra i miei pensieri, sovrastata da altri interessi: il passaggio dall’adolescenza alla giovinezza, la scoperta del vasto mondo, gli studi; poi il lavoro…
Si propose per caso, l’occasione di stare sull’isola per qualche giorno, con un gruppo di amici/amiche appassionati di mare e vita all’aperto. Il custode della villa, all’epoca, ospitava piccoli gruppi con patti chiari fin dall’inizio: servizi essenziali e abitudini spartane; portarsi dietro le provviste, cucinarsi da soli. A noi stava bene. Cominciammo così pieni di entusiasmo un fine settimana lungo, di mare sole pesca ed escursioni.
L’isola è ricchissima e vergine, per il fatto di essere stata casualmente preservata dalle invasioni turistiche. A seconda delle stagioni, le fioriture, i profumi e il colpo d’occhio possono essere molto diversi. In primavera i gabbiani depongono e covano le uova e si producono in stridii minacciosi e voli radenti contro i curiosi, per tenerli lontani dai nidi. All’inizio dell’estate è anche possibile vedere i piccoli dei mufloni che fanno i primi giri di esplorazione in compagnia delle mamme. Si possono distinguere le annate di siccità da quelle in cui è piovuto di più, in inverno e in primavera; in questo caso la vegetazione è rigogliosa e il verde più brillante.



I ruderi del vecchio monastero a picco sul mare,
su uno dei lati della costruzione più recente



L’incontro con un asino selvatico. Sullo sfondo erica;
a sinistra, nella foto, una piccola pianta di corbezzolo (Arbutus unedo)



Uova di gabbiani, di colore bianco-grigio-verde, mimetizzate tra l’erica; fotografate all’inizio della primavera


Noi arrivammo ad estate avanzata; le giornate scorrevano via leggere. Dopo una (non tanto) frugale colazione, ciascuno si dedicava alla sua attività preferita. Qualcuno rimaneva a leggere al sole, sul grande terrazzo della casa; c’erano un paio di maniaci della pesca mentre altri partivano per escursioni nell’interno. Ero in quest’ultimo sparuto gruppo; qualche volta anche da solo.
La sensazione è bellissima. Si attraversa la macchia mediterranea che in estate libera i suoi profumi, più intensi all’aumentare del calore del sole. Si va tra sentieri stretti, tracciati dal passaggio degli asini selvatici e dei mufloni, secondo itinerari casuali. Non è difficile orientarsi. L’isola non è grande; con il suo chilometro quadrato scarso di estensione, basta salire un po’ e si torna a rivedere il mare. A quel punto si riconoscono i contorni, si fa il punto e si torna in immersione nel verde.
La macchia mediterranea è rappresentata da alcune piante tipiche, adattate a resistere alla siccità, al vento e alla salsedine. Non sono invece presenti, o costituite da pochi esemplari, le varie specie di ginestre (genista ephedroides, spartium junceum, calicotome spinosa) molto diffuse nelle isole vicine. Il versante opposto all’isola madre – che nessuno vede mai, come l’altra faccia della luna – è invece coperto da un fitto bosco di lecci (Quercus ilex). Anche qui c’è un antico camminamento in pietra, di antica fattura, che attraversa il bosco e con un percorso molto suggestivo, con in mare che si intravede in basso tra gli alberi, porta giù al faro.



Il bosco di lecci sull’altro dei versanti dell’isola,
con il mare da una parte e un costone scosceso dall’altra



L’euforbia (Euforbia dendroides) forma compatti cuscini di vegetazione,
di colore diverso a seconda delle stagioni:
qui verde chiaro, all’inizio della primavera.



Macchia di erica (Erica carnea) su uno strapiombo a picco sul mare



Mirto (Myrtus communis).
Ha una fioritura alla fine della primavera e a volte una seconda in tarda estate.
Con le bacche, macerate in alcool, si fa un tipico liquore



Cisto marino o cisto di Montpellier (Cistus monspeliensi), dai fiori bianchi e dalle foglie lanceolate. I cisti fanno una profusione di fiori,
che durano un solo giorno



Cisto rosa (Cistus incanus) dai tipici petali gualciti e cisto a foglie di salvia (Cistus salviaefolius), tra le tante varietà di cisto della flora mediterranea



Il lentisco (Pistacia lentiscus), della stessa famiglia del pistacchio (Pistacia vera) è un tipico arbusto della macchia mediterranea. Un caratteristico odore resinoso si sviluppa stropicciando le foglie



Elicriso (Helichrysum italicum), dai fiori gialli e dalle foglie verde glauco; emette un odore pungente, aromatico,
che qualcuno paragona all’odore del curry indiano


Una delle sere di quella vacanza facemmo festa all’aperto. Si preparò la brace nella cucina annessa alla costruzione vecchia, sul retro della casa e si mangiarono i pesci che i pescatori del gruppo avevano preso. Tirammo tardi, accanto al fuoco; vino e chiacchiere, una chitarra e canti a ruota libera: tutto l’armamentario di queste occasioni…
Smettemmo perché si era messo vento. Spegnemmo con cura il fuoco e tutti andarono a dormire.
Rimasi in giro ancora un po’. Era una notte di mezza luna; il cielo era abbastanza chiaro, anche se in parte coperto di nuvole che correvano veloci. E’ strano come il silenzio e il mistero calino all’improvviso su un luogo che fino a poco prima era stato animato da canti e allegria. Le mura diroccate a strapiombo sul mare, ripresero possesso della notte, dei suoi fruscii e chiaroscuri; ombre su ombre. Conservavano forse le mura il ricordo di altri falò; dei tempi in cui i loro antichi abitatori, i monaci, si aggiravano silenziosi tra quelle stesse pietre e accendevano i grandi fuochi di segnalazione tra le isole, tra un monastero all’altro; una forma di comunicazione con le isole vicine e con la terraferma. C’erano solo i monasteri, nei secoli bui, a mantenere e trasmettere la luce, nelle sue varie forme.
Intanto si era alzato il vento e anche il mare era diventato più mosso; si scorgeva alla luce bianca della luna come schiuma bianca intorno agli scogli, giù in basso. Nel giro di una mezz’ora una tranquilla notte d’estate si era trasformata nell’avanguardia di una tempesta; di quelle intense e di breve durata che da queste parti chiamano ‘burriane’. All’improvviso ero dentro una di quelle notti “…che chi ha un tetto, rimane chiuso dentro casa”. Mi riecheggiavano nella mente parole di cui non credevo di aver serbato il ricordo, dette dalla voce di mia nonna: - Mar’ a chi va pe’ mare... (è amaro, è dura per chi va per mare).
Forse per notti come questa era stata immaginata la scaletta a pioli, consunta e sbrindellata dal tempo, appesa ad una parete di roccia a picco sul mare, ad un’estremità del cimitero dell’isola più grande. Era lì – dicevano i vecchi – per i morti in mare, che nelle notti di tempesta vanno a cercare un momentaneo riposo sulla terra che è stata loro negata.
A queste cose e ad altre ancora pensavo, rannicchiato al riparo dal vento in un anfratto delle vecchie mura. Una diversa percezione della realtà, in situazioni particolari, eccita la fantasia; in quei momenti l’immaginario – sognato, elaborato su cose viste o sentite dire – prende vita e permette l’accesso a mondi che abitualmente ci sono preclusi. Sono epifanie, in cui sembra di stare sospesi in una atmosfera già vissuta e di vedere con altri occhi.



“L’isola dei Morti”, di Arnold Böcklin (1827-1901): cinque diverse versioni dipinte tra il 1880 e il 1886. Tema di forti implicazioni esoteriche e richiami mortuari. Hitler aveva uno dei dipinti nel suo studio. Questo quadro sparì alla fine della guerra (1945) e ricomparve nel ’79, quando un uomo d'affari berlinese lo regalò alla Alte Nationalgalerie di Berlino



Nel sotto-finale di ‘Fantasia’ di Walt Disney (1940) è sceneggiato e trasposto in immagini il poema sinfonico ‘Una notte sul Monte Calvo’ di Modest Mussorgsky. La cima del monte prende vita e si trasfigura in Satana (Chernobog) che raduna e eccita gli spiriti dei dannati al sabba


Poi la tempesta scorse via, rapida come era venuta. Tutto sembrava rientrare nell’ordine naturale delle cose: “passa la nottata” e viene giorno. Anche se questa é soltanto una delle opzioni possibili. Perché in fondo l’abbiamo sempre pensato che alla fine del giorno possa esserci in agguato la notte.

Ma quella notte in particolare, contro ogni evidenza e aspettativa, passò ed emerse dal mare una luce rosata, dietro residui sfilacci di nubi grigie.
La grande casa si svegliò e riprese vita.
Si andava presto al mattino, con la barca del nostro ospite, a tirar su le reti.



Il finale di ‘Fantasia’ di Walt Disney, sulle note dell’Ave Maria di Franz Schubert, rappresenta la pace che segue alla terrificante sequenza notturna. La processione attraverso il bosco alle prime luci dell’alba, dopo che il rintocco delle campane ha fugato gli ultimi spiriti maligni.

Passeggiate per i giardini del mondo


“Noi viviamo nel gran labirinto del mondo, più vasto e più complesso del bosco di Cappuccetto rosso, di cui non solo non abbiamo individuato tutti i sentieri, ma neppure riusciamo ad esprimere il disegno totale.”

[Da Umberto Eco: Sei passeggiate nei boschi narrativi - ‘Norton Lectures’ at the Harvard University 1992-93 - 1994/2005 RCS Libri Spa; Bompiani 2005]


Che un giardino possa essere una porta per entrare in un altro mondo l’abbiamo sempre sospettato. Da adulti è più che altro il ricordo confuso di una stagione straordinaria e irrepetibile, ma i bambini – a saperli ascoltare – ne raccontano meraviglie. Tornano dai giardini - i pallidi bambini di città in visita ai parenti in campagna - profumati di aria aperta, con gli occhi spiritati di eccitazione e la fantasia tanto piena di incontri e di cose da raccontare che le parole non riescono a starci dietro; di quello che dicono poco riusciamo a capire…
Anche gli animali sembrano abitare altri mondi. Lo stesso gatto di casa, se siamo abituati a tenerlo fuori la notte, vive realtà che non coincidono con la nostra esperienza delle cose. Fuori, di notte, è buio; a volte fa freddo. Ci sono rumori e pericoli sconosciuti in ogni recesso; il più grande assale o mangia il più piccolo. L’astuzia consiste nel trovare il nascondiglio migliore, un posto sicuro e asciutto per passare la notte. Si sentono grida atroci venire dal buio, mentre, nella sicurezza delle nostre case, ci crogioliamo al caldo sotto le coperte.
Non sono poi così lontani i tempi in cui era la specie umana a nascondersi e a temere la notte, i predatori e la natura nel suo insieme. In termini evolutivi è da pochissimo che l’uomo è riuscito ad addomesticare la natura in forma di campi coltivati, orti o giardini.
Proviamo allora a seguire - da labili indizi, dai segni lasciati sulle cose attraverso i secoli – le tracce dei nostri ‘simili’/ ‘dissimili’ che hanno creato i giardini e ci hanno camminato attraverso, in un altro tempo, sotto cieli lontani. Per estensione, le varie forme in cui l’uomo ha proiettato su di essi il suo bisogno di rassicurazione.

I GIARDINI IN OCCIDENTE. Il giardino è ordinato e tranquillo. L’occhio si posa su siepi ordinate e ripetitive di bosso; sagome di alberi scuri dalle forme eleganti spezzano l’uniformità delle linee orizzontali con improvvisi slanci verso l’alto. I fiori sono disposti con sapienza; ora a gradazione di colore, ora a dare una repentina illuminazione. Lo stesso movimento delle acque è regolare e gradevole; i ruscelli sono stati imbrigliati e scorrono placidi; a volte formano piccoli vortici e cascatelle e si riuniscono al flusso principale.



Giardino di Versailles – Francia, 1662 e segg. (particolare). L’uomo afferma anche attraverso i giardini il suo ruolo di ordinatore e signore del creato; il secolo dei lumi era proprio lì, dietro l’angolo.



Giardino di Gamberaia (Fi): tipico ‘giardino formale’ all’italiana, con tutti gli elementi compositivi distribuiti con rigore e simmetria

In un periodo storico successivo si affermano i giardini romantici; i giardini hanno una vegetazione più casuale; profili ondulati e macchie di colore che sembrano essersi prodotte spontaneamente. Nell’arte del paesaggio (landscaping) e nei giardini all’inglese la riproduzione controllata della natura è di grado estremo, fino a sembrare inapparente. Nel clima inclemente di quei paesi la lotta è continua e maniacale per preservare e riprodurre piante esotiche, per sfruttare il sole e il caldo, per produrre in serra frutti e ortaggi.
Una variante dei giardini informali sono i giardini ‘a stanze’; fortemente concettuali, fatti di diversi ambienti, ciascuno caratterizzato da un aspetto peculiare: ad esempio dedicati alle essenze profumate, alle piante dalle foglie grigio-verdi e dai fiori bianchi; altre volte monocromatici, con le fioriture di un solo colore.



Giardino di Sissinghurst, nel Kent, ideato dalla scrittrice Vita Sackville-West (1892-1962) e dal marito Harold Nicholson; attualmente gestito dal ‘National Trust’ inglese. E’ il più noto dei giardini ‘a stanze’.



Particolare dei ‘Giardini della Landriana’ (Ardea, RM), progettato negli anni ‘60 da Russell Page, inglese, uno dei più noti architetti dei giardini


Ma ancora del modo occidentale di intendere i giardini fanno parte i cortili interni delle case turche e libanesi, i ‘cortigli’ siciliani, quelli delle case andaluse; luoghi appartati e protetti dove si coltiva bellezza in forma di piante e fiori e si svolge un’intensa attività sociale.

I GIARDINI IN ORIENTE. Le colline del thè compaiono nella nebbia del primo mattino come un miraggio. In breve la nebbiolina si dissolve e si rivela il verde brillante delle piante del thè (Camellia theifera). Tra di esse – attraverso sentieri che corrono tra file ordinate di piante - si aggirano in ordine sparso le raccoglitrici tamil, con sacchi o gerle dietro le spalle, dentro cui velocemente depongono i germogli più teneri delle piante, che vengono continuamente cimate e si mantengono perciò basse e fitte. Collegata con le piantagioni del thè c’è gran parte della storia dello Sri-Lanka, quella coloniale e quella più recente.
Da quando le piantagioni di caffé impiantate sull’isola furono distrutte da una malattia virale, il thè è la principale coltura del Paese, famoso ed esportato in tutto il mondo. Vi lavorano i Tamil reclutati dagli inglesi nel sud dell’India, di religione indù. Nella parte settentrionale dello Sri-Lanka, con centro a Jaffna, opera invece il gruppo guerrigliero delle ‘Tigri Tamil’ - un ceppo diverso dai Tamil delle piantagioni del thè - impegnato in una guerra indipendentista che da decenni insanguina l’isola, tarpandone le possibilità di sviluppo turistico.

Nei giardini tropicali – oltre agli uomini, la cultura, le religioni - é la natura stessa ad essere diversa: con maggior difficoltà si lascia addomesticare o imbrigliare. Essa si esprime in una vegetazione lussureggiante e caotica; nel clima caldo-umido che permette alle orchidee di pendere dagli alberi e nutrirsi per osmosi attraverso le radici nude. Di alcuni luoghi, ai Tropici, si dice: ”sembra di camminare in una serra…”. Contribuisce al disagio – dal punto di vista dell’uomo occidentale – l’invadenza degli odori, forti e penetranti e la presenza degli animali; in quei climi essi sfuggono a qualunque controllo e spesso – come i cobra in India – sono protetti da vari tabù. In generale il rispetto per ogni forma di vita è un elemento fondante delle culture animiste e del buddhismo.

In Indonesia, a Bali in particolare, i passi in un giardino sono costantemente associati al mormorio leggero di acque in movimento; al tintinnio di piccoli gong o alle note inconsuete della musica gamelan, che ha ‘il suono dell’arcobaleno’. Tra i sassi e il muschio, piccole offerte votive - qualche fiore, una manciata di riso in piccoli piattini di fibre intrecciate - in onore di dei che sono dovunque. Sopra ogni cosa, aleggia il profumo del vetiver.

Passeggiare per i sentieri di un giardino tropicale – anche in zone ben definite e con l’assistenza di una guida - può essere sottilmente inquietante. A volte il disegno d’insieme tende a sfuggire al visitatore e – si immagina – agli stessi ideatori. Vengono alla mente fantasie ed echi da Il libro della Jungla, di Kipling: “…E la foresta inghiottì le case, le strade e tutti i progetti degli uomini, e se ne perse per sempre la memoria”.





L’ambiente caldo umido favorisce lo sviluppo di muschi e felci; piante epifite, tra cui numerose specie di orchidee, pendono dagli alberi a radici nude. La sensazione che ne deriva può essere opprimente



Le colline del thè, nel distretto di Newara Eliya, in Sri-Lanka: un esempio di sinergia positiva tra uomo e ambiente. Raccoglitrici tamil al lavoro (Foto F. Mouton - R. Russo)


I GIARDINI GIAPPONESI. La tradizione giapponese dei giardini, derivata da quella dell’antica Cina, mostra interessanti tratti distintivi dalla cultura occidentale. In luogo della trasformazione e riorganizzazione della natura, prima di poterla incorporare in un giardino, qui in vario modo si afferma l’armonia dell’uomo con essa. L’architettura dei giardini e la pittura paesaggistica sono sempre state arti correlate in estremo oriente; la filosofia ha arricchito montagne, corsi d’acqua, rocce e piante di significati simbolici. L’architetto, il pittore come anche il proprietario di un piccolo spazio, cercavano di cogliere l’essenza di una scena naturale e di riprodurla nella sua forma semplificata, ridotta in scala, nel giardino.
Il richiamo e la miniaturizzazione di paesaggi naturali sono ottenuti con vari artifici; scenari naturali idealizzati possono essere ricreati in un piccolo giardino di città.



Giardino giapponese Giardino giapponese in un piccolo spazio Attraverso vari artifici (scelta del punto di vista, sapiente uso della prospettiva, miniaturizzazione, disposizione in scala dei vari elementi) viene ottenuta l’illusione di uno spazio più grande del reale.

Un’altra caratteristica della percezione giapponese della natura è la profonda coscienza della transitorietà della bellezza.
L’incertezza della realtà – nel "mondo fluttuante" - trova espressioni di grazia e leggerezza speciali nell’esperienza di bellezza effimera, ma completa e irrepetibile, della fioritura dei ciliegi: un mare luccicante di boccioli, dal bianco candido al rosa intenso.





La fioritura dei ciliegi (Sakura) nelle varie località del Giappone viene annunciata dai media e festeggiata pubblicamente con grande partecipazione. Il fiore del ciliegio, raggiunto il massimo del suo splendore, si stacca, viene portato via dal vento e in esso si disperde

I vari elementi naturali possono giungere all’astrazione e al simbolismo dei giardini zen. Il modo per riprodurre l’armonia e l’equilibrio presenti in natura consiste allora non nel tentativo di ricrearla, ma in un processo di semplificazione e distillazione. Esso può spingersi fino all’eliminazione della vegetazione e all’uso di sole rocce e sabbia, a rappresentare una montagna con una roccia e il mare con un’area di ghiaia rastrellata. In questo caso i simboli che costituiscono il giardino non sono presi dalla natura, ma dalla metafisica. Non ci sono elementi ai quali la mente si può appigliare, così i pensieri sono semplicemente sospesi nello spazio. Il giardino che ne risulta è rarefatto ed essenziale. Svuotato come una mente zen.



In un monastero di Kioto si trova il giardino di Ryoan-ji, più famoso dei giardini zen. Anche se sono state proposte diverse spiegazioni per i simboli di un giardino zen, la sua essenza non è fatta per essere percepita per via razionale.

Per svolgere fino in fondo la similitudine proposta da Eco nelle sue lezioni americane (cit. in epigrafe) - che i libri siano percorsi narrativi che è possibile districare – siamo convinti che anche i giardini lo siano. Sostiene Eco: - “C’è una regola aurea per ogni criptoanalista o decrittatore di codici segreti, e cioè che ogni messaggio può essere decifrato, purché si sappia che si tratta di un messaggio”.
Sono anche i giardini parte dell’intricato messaggio che l’uomo ha composto e sta tuttora scrivendo nel suo breve passaggio sul terzo pianeta; e sebbene sia ben difficile sottrarsi ai condizionamenti culturali che ci hanno plasmato e ci sovrastano, la conoscenza di risposte diverse alla stessa domanda sui perché dell’esistenza - da parte di uomini di altri tempi e latitudini - può forse aiutare…

"Forse questo giardino esiste solo all'ombra delle nostre palpebre abbassate… […] …Forse del mondo è rimasto un terreno vago ricoperto da immondezzai, e il giardino pensile della reggia del Gran Kan. Sono le nostre palpebre che li separano, ma non si sa quale è dentro e quale è fuori"
[Da Italo Calvino: Le Città invisibili (1972); Ed. Einaudi]

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