Home » Rivista "O" » Omeriche Visioni aprile 2007

Scontro epocale a Martelive: 100 artisti contro 1 giornalista




Molto ingenuamente, ancora non riesco a capacitarmi di come oggi la mentalità dell’industria culturale non solo non sia avversata, ma anzi venga ampiamente assunta per garantire la bontà di quale che sia evento culturale: “Noi riteniamo che questo sia uno dei modi migliori per avvicinare i giovani alla cultura ed all'arte. Il nostro paese presenta infatti, rispetto ad altri paesi europei come l'Inghilterra o la Spagna, dei bassi tassi di consumo culturale di spettacoli dal vivo.” La locuzione “consumo culturale” non ha oggi nessuna sfumatura negativa di significato, e anzi ne esistono anche le varianti superlative del tipo “scorpacciata culturale” e “brainstorming culturale”, impiegate da quei giornalisti che plaudono ai grandi eventi quali le notti bianche. Ad averla impiegata nel passo poc’anzi citato è invece l’associazione Procult, promotrice dell’evento “M-ArteLive”. Certo “evento” è una definizione riduttiva: è un festival, una discoteca, un concorso, una rassegna, uno spazio espositivo e chi più ne ha più ne metta, in cui ha luogo lo “spettacolo totale”: versione un po’ da supermercato del concetto di arte totale tanto caro ai romantici. Ma come intendiamo raggiungere tale obiettivo? si chiedono i promotori di M-ArteLive.
“Attraverso la realizzazione di una manifestazione culturale costruita sull’unione di tanti spettacoli realizzati tutti contemporaneamente, che hanno come caratteristica la sorpresa, che serve a catturare l’attenzione dello spettatore mentre è concentrato a guardare un altro spettacolo.
Ad esempio, mentre lo spettatore guarda un concerto, dall’altra parte del palco inizia uno spettacolo teatrale, o di danza, o un cantante lirico, o un violino che suona musica classica, o uno spettacolo d’arte circense”. Cioè, pare che sia fondamentale che ogni performance artistica ospitata da M-ArteLive debba riuscire a distogliere gli spettatori da altre performance artistiche ospitate da M-ArteLive. La contraddizione pare non esista. “Grazie alla simultaneità dei vari eventi lo spettatore si trova quasi smarrito, in attesa di nuovi eventi e situazioni che possono verificarsi da un momento all’altro”. Quasi smarrito, e un po’ rincoglionito anche, aggiungerei, dato l’alto livello di intruppamento culturale delle serate organizzate: 100 artisti per 15 sezioni artistiche. “30 musicisti (7 band), 15 pittori/scultori, 10 attori teatrali (tre compagnie), 10 ballerini (tre compagnie), 4 artisti da circo (due spettacoli per due persone), 6 dj, 6 vj, 3 fotografi, 10 poeti/scrittori, 10 filmakers. In totale fa 100. Nell’ultima edizione poi siamo passati da 100 a 130 artisti poiché si sono aggiunte altre due sezioni: artigianato (25 artigiani) e fumetti (5 fumettisti). Mi sembra di stare a sentire un bambino che parla della sua collezione di figurine. “Ad esempio, mentre lo spettatore guarda un concerto, dall’altra parte del palco inizia uno spettacolo teatrale, o di danza, o un cantante lirico, o un violino che suona musica classica, o uno spettacolo d’arte circense” continuano a dare esempi gli organizzatori. Mi chiedo però, per fare un esempio io, uno che stia guardando un corto nella sezione cinema come possa goderselo fra la baraonda ravvicinata del cantante lirico del violino dello spettacolo circense e del concerto metal. Ma è un dubbio vano, la mentalità dello “spettacolo totale” impone che non ci si debba concentrare troppo, che ti frega, passa a un’altra cosa, cinque minuti qua, cinque là, prima ti fai il laboratorio di mitopoiesi, poi vai a pogare un po’, poi ti metti a impastrocchiare un po’ colle vernici del pittore interattivo, poi un pezzetto di teatro e due frasi di reading, ma che vuoi di più?
La frenesia e la schizofrenia dell’uomo contemporaneo trovano qui una felice espressione, e la frantumazione e diluizione dell’arte anche, divenuta ormai oggetto d’arredamento fra i tanti, come le luci stroboscopiche, o passata come una palla dall’artista allo spettatore all’organizzatore: è nell’aria, alla portata di tutti, e chi non fa l’artista oggi comincia ormai ad essere guardato con disprezzo come se fosse un analfabeta. Io, che mi suicidai artisticamente un paio di anni fa, sono preda di tutte queste riflessioni nefaste nel cortile del locale: almeno qui non c’è nessun evento artistico e posso un attimo tirare il fiato: più che uno spettacolo totale mi sembra un regime totalitario, più che di consumo culturale, qui mi pare che si tratti di bulimia culturale. Ma mi riprendo, lascio stare le critiche al sistema e vado a ballare anch’io, ospiti d’onore della serata sono i Folkabbesta: mi sbatacchio un po’cogli amici e mi passa tutto, come previsto dai messaggi messianici della Procult. Poi un doppio whisky a pressione al bar di fuori e si ricomincia a lavorare. Cerco un parere del pubblico e faccio un paio di domande a Mariateresa, ventenne, studentessa universitaria: è la prima volta che viene e le sta piacendo molto. Era venuta per il concerto dei Folkabbestia ma si è fatta attrarre anche dagli altri eventi artistici. Se l’alternativa insomma sono il Qube o il Villaggio, questo posto è proprio ok. E’ stata carinissima e mi ha messo un po’ di ottimismo: insomma devo parlare di un locale dove si va a passare il tempo, non dei destini dell’occidente, checcazzo. Proseguo quindi le mie indagini. Schivo i mimi interattori e mi dirigo verso un pittore che sta dipingendo le sue tele dal vivo. Si chiama Marco, mi dice che è contento, così può farsi conoscere, che dei suoi amici molto bravi hanno rinunciato perché non riuscivano a trovare uno sbocco alla loro arte. Qui, invece, anche se non vende nulla, trova una ragion d’essere. Ed eccola la ragion d’essere, ecce homo: arrivano dei coatti tutti sudati che se ne escono con il solito “ma chevvordi sto quadro”? Il pittore pare non aspettasse altro, e anche i coatti sembrano contenti, stanno facendo bella figura con le loro ragazze che li vedono finalmente occupati in qualcosa che non sia calcio o palestra, come in un happyending federicomocciano. “Aggregazione” è un altro punto del manifesto degli organizzatori M-ArteLive. E, forse, un po’ di aggregazione in più vale lo scadimento del godimento artistico a gioco-tipo-flipper. O no? Non lo so, decidete voi: le serate M-ArteLive sono ogni martedì all’Alpheus, l’ingresso è di 3 euro se vi fate la tessera sul sito, dove potete trovare anche il programma dei prossimi appuntamenti (ogni martedì fino a luglio).

Tutto Benigni e tutto Dante


Che Dante stesso sia apparso ai giudizi dei critici più sapienti capace di rivestire la bestialità umana con fervida immaginazione tanto da averne reso quei tratti animaleschi e loschi degni dello sprezzo eterno del re dell’universo quand’anche ironici, amaramente satirici e che sia stato in grado di arrivare al popolo rendendo immagini apostrofali in termini quotidiani, è un dato oramai più che noto: ma che il comico più eclettico e versatile del panorama italiano abbia saputo rendere omaggio all’opera più alta di tutti i tempi, rallegrando la platea e solleticandola tra satira politica, racconti d’attualità, brevi cenni quando autobiografici quando fantascientifici e che abbia saputo tenere incollati ai sedili scomodi e pizzuti del grande(forse troppo) teatro tenda di Piazzale Clodio a Roma migliaia di eterogenei spettatori servendosi del sommo poeta, forse non era poi così altrettanto certo.

Non si è trattato banalmente di un Benigni Show, della lettura completa o parziale della Divina Commedia, come più di qualcuno si sarebbe aspettato, ma di “Tutto Dante”, che può essere raccontato attraverso un solo canto, un canto infernale, magari quello che ospita quanti sommisero la ragione al talento: i lussuriosi.

Sembra di volteggiare in un turbinio violento insieme a queste anime sconvolte e percosse dal contrappasso del peccato loro, e Benigni incalza: ”Andarono di su, di giù, di qua, di là e simili agli storni che in aria disegnano percorsi schizofrenici, ora non hanno riposo, fino all’eternità nessuna speranza di minor pena li rinfranca”.

Insiste sulla percezione dell’eternità, simile al domandarsi ”fino a quanto so contare, fin dove arriva la mia percezione d’infinito?”; eternità, iniziamo a misurarci con il sospetto della sua esistenza quando intuiamo l’amore, quando il bisogno di racchiudere quella scintilla in un momento di cui non scorgiamo la fine si fa strada nell’animo.

E’ il poeta l’artefice della scoperta umana, il poeta e la sua grandezza nel mettere in comunicazione l’uomo e le passioni sue irrisolte, inesplorate, come Guglielmo Marconi e le onde radio, ci ricorda lui, l’inventore scova il modo di utilizzare un principio già esistente, che sarebbe rimasto inutilizzato senza la sua scoperta.

Il poeta suscita, chiama l’animo educato; perché c’è bisogno che l’albero cresca dritto, che non si pieghi alle prime piogge e che non si spenga alla siccità, va supportato ed educato a ricevere, ad apprezzare, ad essere chiamato; suona come un invito, un’esortazione e una speranza per il futuro, si percepisce.

Incontriamo Semiramide, che “a vizio di lussuria fu sì rotta che libito fe licito in sua legge”, (lascio immaginare i ricami erotici infilati da Benigni per realisticamente rendere omaggio alla decisione dei versi) e poi Didone, che mentre ancora versava lacrime sulle ceneri di Sicheo giurando castità assoluta, ruppe la promessa in favore del bell’Enea e si tolse la vita poco dopo l’abbandono da parte dello stesso.

Una schiera di anime che il vizio dell’amore separò dalla vita.

La ferocia e la sfrenatezza si placano e i toni s’ingentiliscono, mossi dalla pietà all’incontro con quelle anime che viaggiano per l’aere l’una stretta al fianco dell’altra.

Arriviamo a Gradara, nel castello testimone dell’accaduto, a sentire pronunciato il nome di Francesca con quella sospensione drammatica che Benigni trasuda dai movimenti, dai toni, dalla cautela con la quale cadenza le pause di fronte ad un’anima rea ma allo stesso tempo nobile e gentile, che non ha perduto le sembianze di donna e che, insieme all’amato, nella pena più scura è costretta a ripercorrere il tempo dei “dolci sospiri”; è regola spietata dell’amor cortese vietare alla persona amata di non ricambiare il sentimento a questi rivolto, e che ancora al cuore ingentilito e disposto, ratto il sentimento s’avvinghi al punto da non lasciare immune neppure l’anima più candida e devota che nonostante tutta la pietà umana suscitata nel pellegrino degli inferi, il giudizio divino castigherà nel dolore eterno.

Giunti al termine di questo viaggio, il cui commento e le cui rappresentazioni sceniche forniteci attraverso le parole nitide ed indagatrici della nostra appassionata guida, dopo aver giocato con la pena e lo scandalo che hanno dominato il panorama politico degli ultimi anni, rimane solo il dubbio, avendo elargito noi più applausi grazie alle tante risate regalateci rispetto a quanto non sia seguito, che la scelta di un ambiente più intimo avrebbe pagato maggiormente in termini di qualità dell’ascolto, e che il nome di questo comico, che ha vestito per noi i panni di un preparatissimo Virgilio, sia ancora da scoprire per le sue capacità di eccellente narratore.

Il teatro post-umano di Rodrigo Garcia


L’ingresso al Teatro Rasi di Ravenna ha qualcosa di sacro. Infatti era una chiesa del 1250, intitolata a Santa Chiara, che aveva degli affreschi di Giotto, ora divelti, e che divenne una cavalleria prima di un teatro. Anche se arriviamo trafelati, perché abbiamo trovato traffico a Bologna, restiamo di stucco di fronte alla bellezza della facciata, alle alte volte della platea e alla sala piena zeppa di giovani. A Roma il teatro non è così popolare e seguito, ma qui siamo a Ravenna, forse la capitale europea del teatro contemporaneo, una scena vitale e all’avanguardia. L’occasione di stasera, venerdì 20 aprile, è lo spettacolo Borges+Goya dell’autore argentino Rodrigo Garcia nell’ambito e alla fine della quinta edizione del “Nobodaddy” un festival-antologia di teatro contemporaneo organizzato dal Teatro delle Albe, la compagnia fondata nel 1983 da Marco Martinelli, Ermanna Montanari, Luigi Dadina e Marcella Nonni. Sul sito del Teatro delle Albe (http://www.teatrodellealbe.com/albehome.html) si legge che la parola è una delle invenzioni di William Blake: un gioco di parole tra “nobody” (nessuno) e “daddy” (papà) per definire Dio con un non-nome, un non-credo e un non-essere. Il festival, da novembre a aprile, ha messo in scena le opere delle compagnie Fanny & Alexander, Teatro Clandestino, Lady Godiva Teatro e appunto Teatro delle Albe con i suoi numerosi progetti teatrali. Ma veniamo allo spettacolo di stasera di questo autore argentino, ospite speciale, più famoso in Italia che in Spagna dove vive e in Argentina. Sono due monologhi scritti e diretti da Garcia: uno sul poeta argentino Borges in spagnolo e uno sul pittore Goya in francese.



Borges: Dopo un blob in cui Borges annuisce come un cane da cruscotto, i dittatori argentini, i gol di Maratona, scene di scontri e proteste di piazza, immagini pornografiche e ancora Borges, sulla scena appare un alieno blu che spruzza, con un vaporizzatore, del veleno su una mela illuminata dall’interno. È un racconto autobiografico dell’incontro con un Borges ormai vecchio e cieco, silente e condiscendente con la dittatura. Il giovane alieno-Garcia studia intensamente Schopenhauer per fare una domanda a un incontro pubblico al poeta che gli risponde che Schopenhauer è “l’apice”, parola che l’alieno-Garcia non conosce. Allora il monologo diventa un violento attacco a Borges che si immagina fatto a pezzi e trasformato in brace per cuocere i panini degli ultras del Boca Juniors, una squadra di calcio (sport che Borges odiava). Alla fine l’alieno mangia la mela.


Goya: Un frustrato padre francese, travestito da un pupazzo peluche, mascotte dell’Atletico Madrid (un’altra squadro di calcio, ma spagnola), si rifiuta di portare a Disneyland Paris i brillanti, anche se seienni, figli e vuole dimostrare loro come si scialacquano i soldi veramente. Ritira tutti i soldi in banca, porta i figli a Madrid, affitta Peter Sloterdijk (solo perché un filosofo alla moda) per intrattenerli nei trasbordi in taxi e progetta di entrare, nottetempo, nel Museo del Prado per vedere i quadri di Goya senza nessuno che rompa loro i coglioni.

Il primo monologo forse più interessante, il secondo più divertente e furbetto, ma in linea di massima un po’ deludenti, comunque di alto livello. Il teatro di Rodrigo Garcia è un teatro estremo, spesso volutamente volgare, un teatro post-umano. Si post-umano è la parola giusta. Garcia vorrebbe essere lo Houellebecq del teatro contemporaneo. L’incontro successivo con l’autore non è proprio trascendentale, anzi molto noioso.
All’una di notte ci ritroviamo a cena con tutta la truppa e Garcia stesso nell’unico ristorante aperto di Ravenna, il Naif. Al tavolo c’è la nuova generazione di ragazzi del Teatro delle Albe, impegnati nel progetto della “non-scuola”, dei laboratori di teatro nelle scuole del ravennate, Luigi Dadina, il presidente e il direttore artistico del Ravenna Teatro e alcuni componenti dei Fanny & Alexander che stanno preparando un nuovo lavoro su Landolfi. Insomma mangiamo i cappelletti al ragù e parliamo di teatro contemporaneo fino alle tre di notte.

Profumi e bellezza





… il profumo delle tue vesti è come
il profumo del Libano
I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti
alberi di Cipro con nardo,
nardo e zafferano, cannella e cinnamono
con ogni specie d’alberi di incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi.

(dal Cantico dei Cantici)


Si apre con questi versi la mostra in corso presso il Palazzo Caffarelli (Musei Capitolini), che ci svela i segreti della più antica fabbrica di profumi, venuta alla luce grazie agli scavi realizzati dalla Missione Archeologica Italiana del C.N.R. nel sito di Pyrgos, sull’isola di Cipro.
http://www.museicapitolini.org/
Una fabbrica presumibilmente abbandonata intorno al 1850 a.c., in seguito a un terremoto e un successivo incendio, alimentato dalla grande quantità di olio di oliva (ingrediente base per la distillazione delle essenze) conservato nei magazzini.
E’ un percorso affascinante, tra vasi, imbuti, alambicchi, apparati distillatori … preziosi reperti perfettamente conservati.



E quattro veri profumi. Sì, perchè il Centro di Archeologia Sperimentale Antiquitates, sulla base delle ricerche effettuate, ha ricostruito quattro essenze dell’epoca. E così, oltre a immaginarli, quei profumi, possiamo anche annusarli. Ed ecco “Hera”, che oltre alla comune base di olio di oliva e acqua, contiene essenza di bergamotto, coriandolo e pino.
Più in là troviamo “Athena”, all’essenza di lavanda, pino, coriandolo. E poi “Artemide”, all’alloro, coriandolo, pino, e “Afrodite”: prezzemolo, mirto, mandorle amare.
L’atmosfera è particolare: riferimenti a tavolette micenee databili tra la fine del XV e del XIII sec. a.c. che forniscono importanti informazioni sulla produzione dei profumi ciprioti e del loro commercio con l’Egitto; pannelli che evocano la vegetazione presente sull’isola in quel tempo; particolari sulla storia e sulla composizione della “cipria”. Già, perché secondo alcuni esperti di Musei del Profumo, pare che sia stata proprio la cipria, composta per il 75% di talco - un minerale di cui Cipro è ricchissima - alla base della fortuna delle essenze dell’isola, commerciate in tutto il Mediterraneo sotto forma di talco profumato.
La mostra ci ricorda anche Francois Coty, il grande profumiere che nel 1917 distinse tutti i profumi del mondo in dieci famiglie (che ancora oggi costituiscono lo standard in cui si riconoscono tutte le fragranze) e ne chiamò una proprio “Chypre”, lo stesso nome dell’isola consacrata a Venere.
Tutto in nome di Afrodite dunque, vanitosa e inquieta dea dell’amore e della bellezza.
Fuori dall’ultima sala resto un po’ stordita… forse per aver inalato quegli strani profumi?
Cerco aria e luce e appena scese le scale, subito dopo il bar, oltre la vetrata ecco una terrazza piena di sole.
Esco, e trovo altro profumo e altra bellezza:

E un poeta disse:

Parlaci della Bellezza. (…)
… la bellezza non è un bisogno,
ma un'estasi.
Non è una bocca assetata,
né una mano vuota protesa,
Ma piuttosto un cuore bruciante e un'anima incantata.
Non è un'immagine che vorreste vedere
né un canto che vorreste udire,
Ma piuttosto un'immagine che vedete con gli occhi chiusi,
e un canto che udite con le orecchie serrate.
Non è la linfa nel solco della corteccia,
né l'ala congiunta all'artiglio,
Ma piuttosto un giardino perennemente in fiore
e uno stormo d'angeli eternamente in volo.”

(Kahlil Gibran)


Centochiodi - L'ultimo film di Ermanno Olmi




Libri trafitti e inchiodati.
Perché “tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico”.
Libri che “pur necessari – non parlano da soli”. Verità, Dottrina, Parole che rischiano di rimanere imprigionate tra le pagine e usate artificiosamente, tradendo l’autenticità degli insegnamenti.
E così, un troppo aitante professore di filosofia delle religioni (Raz Degan) dice “basta” e inchiodando quello che gli impedisce di vivere realmente, se lo lascia alle spalle, cercando rifugio nella semplicità della vita di campagna. Abbandonando posto di lavoro, macchina di lusso e portafoglio, ma portando con sé un fiammante pc, un po’ di contante e la carta di credito con più di venticinquemila euro.



Magiche atmosfere lungo il Po, ed ecco il novello Cristo che, nutrendosi di pizza variamente condita, dispensa parabole e parole buone tra gente ospitale e discreta, che – senza nulla chiedere - lo aiuta ad installarsi in una abitazione di fortuna, evitandogli ici, spese di affitto, eccetera.



Fino quando il male, nei panni di un messo comunale prima e di un maresciallo poi, cercherà di spezzare l’incanto.
Scongiurato il rischio del colpo di sonno, ecco la ricompensa.
La perla:
Il Maresciallo interroga: - Fa parte di qualche organizzazione sovversiva o terroristica?
Degan: - Sì, del corpo insegnante!
- Ma non è un'organizzazione terroristica!
Degan: -A volte lo è!
Il tema trattato è comunque di quelli che invitano a riflettere al di là di ogni credo o religione, anche se alcune “sentenze” risultano eccessive e, oltre a far sobbalzare sulla poltrona del cinema, inducono alla fine a sentimenti di pietà per il vecchio prete che, addolorato per quanto accaduto ai suoi libri e di riflesso a se stesso, sente proclamare da Degan qualcosa tipo: sarà Dio, nel giorno del giudizio universale, che dovrà rendere conto dei mali e delle sofferenze del mondo!
E poi quel “c’è più verità in una carezza che in tutte le pagine di questi libri”: può essere vero, ma dipende da quale carezza e da quali libri.
Per l’ultimo film di Ermanno Olmi – ultimo perché la promessa del grande regista per il futuro è il ritorno alla documentaristica - vari livelli di lettura, simbolismi a volte immediati, altre più ardui, qualche stereotipo, molteplici spunti di riflessione.
Uno tra i tanti: la vera rivoluzione, il vero cambiamento dell’anima e del cuore si può fare lì dove ci si trova, senza fuggire dall’inferno quotidiano e senza improvvisarsi Crusoe del terzo millennio.
Non c’è bisogno di isolarsi, anzi è necessario il contrario.

Clicca qui per il trailer:
http://www.youtube.com/watch?v=LzlgZygsgvM

In cross/ linee di canto: uscire fuori da sé per potersi conoscere




Pomeriggio di pioggia a Palermo; mi viene voglia di andare a vedere, ai Cantieri Culturali della Zisa, una mostra (di cui ho letto una piccola recensione proprio di mattina) facente parte del ciclo “Ierofanie contemporanee”, rassegna d’arte contemporanea ideata e curata da Giusi Diana, e promossa dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Palermo.
Si tratta una “doppia personale” che, ai grandi oli su tela di Antonio Di Mino, giovane e promettente pittore palermitano, accompagna gli apparati sonori di Giovanni Sollima, compositore di fama internazionale con un impressionante palmares di collaborazioni (tra gli altri, Giuseppe Sinopoli, Gidon Kremer, Bob Wilson, Alessandro Baricco e Marco Tullio Giordana).



Inoltre, prevede la proiezione di due video girati dagli stessi artisti nel Cretto di Burri e tra i ruderi della Chiesa di Gibellina Nuova, costruita negli anni 80 su un progetto di Ludovico Quaroni.
Tale mostra, frutto dell’incrocio tra due “linee di canto”, rappresenta il culmine di un sodalizio artistico che li vede già da alcuni anni collaborare a progetti multimediali, in cui alle pitture dell’uno si affiancano e, a volte si sovrappongono, le suggestioni visivo – sonore dell’altro, per poi fondersi in un tuttuno inscindibile, in un movimento irripetibile, testimonianza di una sempre maggiore contaminazione tra musica e arti visive.
Entro nello spazio Ducrot (che ospita questo singolare evento espositivo), mi ritrovo in una grande sala semi vuota e con luci soffuse, in cui spiccano le grandi tele del Di Mino. Ma prima di avvicinarmi, mi soffermo qualche minuto su una poesia di Yves Bonnefoy (“Nell’insidia della soglia”, 1975), autore esistenzialista, incisa sulla prima parete che s’incontra entrando.



E, grazie ad alcune reminiscenze classiche, comincio a capire di che si tratta. La parola “esistere” deriva dal latino “ex-sistere”, “essere fuori da”: per conoscerci dobbiamo cercare di uscire fuori da noi stessi e guardare l’essere come qualcosa di altro, che non ci appartiene.
Ed è proprio tramite l’arte che un artista può realizzare il proprio intento conoscitivo. Perché soltanto proiettando le proprie tensioni emotive all’esterno sarà possibile cercare di conoscerle e, di conseguenza, conoscersi.
Di Mino mostra una vera e propria ossessione per il corpo, dipinge enormi bocche spalancate che mostrano la lingua e la nera cavità interna, da cui metaforicamente proviene il suono che Sollima parcellizza e distribuisce nello spazio. Proprio la bocca rappresenta il confine tra l’interno e l’esterno del nostro corpo, tra ciò che conosciamo e la parte ignota di noi stessi. Che fa paura, ma per cui si prova pur sempre un desiderio viscerale di conoscenza, quella curiositas umana che da sempre porta l’uomo lontano e che nei secoli ha permesso le più importanti conquiste. E’ fondamentale, però, ricordarsi sempre da dove si è partiti, avere costante consapevolezza di quella finitezza che è propria della dimensione umana. Partire dai propri limiti per raggiungere l’infinito. Tematica già cara al nostro Leopardi, che da dietro la siepe contemplava un infinito che gli faceva paura (“ma sedendo e mirando, interminato spazio di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quiete Io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura”),ma in cui amava perdersi, per poi forse ritrovarsi (“Così tra questa infinità s’annega il pensier mio: e’ l naufragar m’è dolce in questo mare”). E in una realtà che sembra sempre più avviarsi verso una progressiva virtualità, particolarmente significativa è la voce di un artista che guarda alla fisicità del proprio corpo. La sua voce diventa così l’urlo di un uomo, forse dell’ultimo uomo rimasto sulla terra, che intona un canto tra il primordiale e il post tecnologico.



Ai quadri intensi e viscerali del Di Mino, corrisponde, in via speculare, la composizione musicale fredda ma passionale di Sollima, dove suoni ed elementi extramusicali campionati, come grida, rumori e voci di strada (emessi dai 28 diffusori appositamente predisposti nella sala), si alternano a momenti di silenzio.
Disorientando lo spettatore che, in preda ad una sorta di “straniamento”, varca i confini del proprio io ritrovandosi, proprio come i due artisti, in una posizione forse privilegiata per la vera comprensione di sè.
Il tutto, grazie al simbiotico incontro di pittura (con il suo effetto illusionistico) e musica (con la sua capacità di plasmare lo spazio). Perché in fondo all’arte è affidato il compito di coinvolgere l’intera sfera sensoriale, realizzando la piena sinestesia. “Musica per gli occhi, colori che suonano”.



Ed alla fine, ritorno col pensiero a Bonnefoy, che vive la poesia come “un tentativo di prendere contatto con una realtà più immediata e più completa, che ci viene interdetta nel discorso concettuale: quello che pratichiamo di solito nel mondo dell'azione, nelle generalizzazioni che ci impediscono di entrare in rapporto con la vita di ogni giorno, con le scelte che bisogna fare minuto per minuto. Così, la poesia è un atto di ricerca che non trova mai davvero compimento, proprio a causa della nostra abitudine a impiegare dei concetti. E la scrittura è una lotta tra il nostro discorrere concettuale e l'intuizione che è propria della poesia. Mentre scriviamo ci accorgiamo di aprirci un varco, di vedere un po' di luce, poi veniamo nuovamente proiettati sulla nostra immaginazione abituale, che è anch'essa concettuale. I componimenti poetici rappresentano dei momenti nei quali accettiamo, finalmente, un compromesso tra il discorso corrente e la poesia. Poesia che risveglia un movimento capace di metterci in relazione con il nostro essere più profondo”.
Ancora una volta, la consacrazione dell’arte ( e di ogni sua manifestazione) come veicolo per la vera, ed unica, conoscenza.

Un cranio tra leggenda e realtà




Il promontorio del Circeo si sa, è una chicca del Tirreno, ed è il punto della terraferma più vicino alle isole di Ponza, Zannone e Palmarola. Oltre ad essere famoso per il parco nazionale, posatosi sulla perfezione di una costa a gondola, è un paradiso incantato tra vele, immense ville e, nella
mitopoiesis rappresenta il luogo di margine tra terreno e ultra terreno. Potrebbere essere la perfezione, immagine per occhi divini, il muto esistere di acqua e terra. Sulla punta più alta della costa, quando il cielo è sereno si scorge a Nord la cupola di San Pietro, quasi a testimoniare la prova che lo zampino di Dio si sia posato qui. Sotto il promontorio si trovano una serie di grotte famose per aver ospitato gli ultimi Neandarteliani in territorio pontino.Incantata dai racconti letti e caccia di resti vi dipingerò quanto meglio si può senza una tela, qualcosa di simile alla vera identità di queste grotte, come possono apparire all'occhio del turista quando se ne sta sulla barca
ormeggiata lungo il fianco della cavità. C'è una storia che ha inizio il 24 Febbraio del 1989. Dentro grotta Guattari, avvenne per la paleontologia umana un ritrovamento di importanza mondiale. Il barone dell'Aguette, lo scienziato Blanc, qui scorse il cranio di un uomo di Neanderthal in buono stato di conservazione. Lui stesso, che per primo ne studiò il caso, vi riconobbe delle mutilazioni prodotte ab antiquo, che lo indussero a pensare ad incisioni dovute a pratiche di cannibalismo rituale. Blanc scelse la tesi dell'antropofagismo magico religioso: questo è il mio corpo e il mio sangue – la tua forza sarà sempre tra noi. Ecco perché le grotte del Circeo divennero famose su tutti i manuali di
storia. Di fatto nella costa in cui Omero fece approdare Ulisse, l'ipotesi della mitologia restava la più affascinante e la più interessante.
Tali ipotesi sollevarono però un tale polverone riguardo la successione tra Neanderthal e Sapiens fino al 1989. Ma succede sempre così, basta il barlume di un uomo a far si che ciò che sarebbe, sogno, speranza, verità, torna ad essere attesa e domanda. Ecco lo studioso che inceppa il meccanismo di quel paradiso e con un microscopio di alta tecnologia ci conferma che il povero cranio dopo la morte del suo proprietario era caduto nelle grinfie di una banalissima iena, la quale al pari di una gazza ladra ne aveva custodito i resti.
Così ancora oggi qualche apocalittico, ferito dalle verità, si diletta ad avanzare ipotesi sul caso. In effetti non è facile rinunciare all'idea che il cro magnon e e il Neanderthal si fossero assorbiti l'un l'altro, immaginare di avvicinarci a qualcuno che ne conserva i caratteri. Dopo l'ennesima supposizione, decido di scoprirlo di persona... In verità questo paradiso lo frequento da anni, ma per molti rappresenta soltanto il luogo delle feste sulla spiaggia, e della villeggiatura estiva. Poi arriva il giorno in cui la curiosità prevale sull'immaginario collettivo. Vado alla ricerca del vero, salendo fin su la galleria del municipio. D''estate passerella per ragazzi, una volta luogo di preghiera dei
templari.Nella piazza tra l'altro è stato allestito il museo permanente del cro magnon. E la fortuna, che ogni tanto mi assiste, mi ha fatto incontrare un paleontologo in visita lì con le gite scolastiche. Giorno più bello non poteva esistere. Davanti alle immagini di questo cranio, vecchio, fracassato, il mondo intorno si ferma. L'acqua e il vento, mi spiega, hanno soffiato per i corridoi della sua grotta, qualche iena lo ha trafitto, infine l'acqua depositandolo lungo le rocce lo ha protetto dalle onde e dal vento. Ovviamente davanti alla spiegazione ogni ipotesi sul cannibalismo, cade. La scienza lo smentisce per ben ventisei volte. Ma c'è qualcosa di glorioso e benigno in questo cranio,una dolcezza forte e gagliarda... costante. Uno spettacolo antico, ma in un certo senso nuovo, sicuro, forte che non cambia nel tempo. E questo cranio,morto,indifferente è quasi meglio di una carne viva, crea un potere talmente seduttivo che vale più di mille verità.

La notte del Re del Mondo


Sono in giro per Roma dalle 18:00, c’è l’inaugurazione del festival della fotografia al museo di Roma in Trastevere prima e al Tempio di Adriano, poi.
Come in tutti i grandi eventi vi si intrattengono interessanti pubbliche relazioni, si incontra gente importante e si finisce la serata da qualche parte dove non si sapeva di andare. Mi ritrovo, infatti, ad essere invitata al Dune, discobar in piazza S.S. Apostoli, al The King of the world party. Mi chiedo cosa sarà e scopro che è la singolare presentazione di un libro, precisamente del primo romanzo di Ivan Cotroneo, ora edito nei tascabili Bompiani dal titolo Il re del mondo. Sarà per questo che c’è un uomo sul bancone del bar che balla con il corpo pieno di brillantini e un boxer rosso con impressa questa frase sulla parte di dietro? La frase, scopro, è il titolo del libro e l’autore oltre ad essere scrittore, è traduttore di Kureishi e Cunningham, sceneggiatore di film e programmi televisivi ed è anche dj. Così ha pensato bene di presentare il suo libro standosene dietro la consolle a mettere la sua musica proiettando ciò che ci sarebbe da dire sul libro su uno schermo gigante. Fotogrammi di brevi recensioni, sfilate che raccontano il finto mondo della moda non dissimile da quello altrettanto finto della tv e scene apparentemente senza nesso logico che riportano alla trama del romanzo. E a questo punto bisogna raccontare in breve la trama del libro: il protagonista è un ragazzo, Andrea, giunto a Roma da Napoli per sfondare nel mondo dello spettacolo. Fa una serie di corsi di recitazione, provini e poi conosce Martina che lo invita a far parte del reality show che conduce. Tra feste in discoteca, giri di droga, desideri repressi del protagonista si arriva all’omicidio, tema da cui parte l’inizio del libro. Le paranoie del protagonista si affiancano al racconto di un mondo pieno di insidie e falsi miti ma la serata tra ritmi anni ’80 e personaggi dello spettacolo che ti ballano sbattendoti quasi per l’aria ti riportano al racconto delle deliranti (come qualcuno le ha definite) serate in discoteca alle quali Andrea deve partecipare per entrare a pieno in quel mondo…forse l’autore voleva ricreare l’atmosfera del libro (senza perdere fiato) per far si che fosse veramente una presentazione come si deve in cui si capisce tutto? Mah!… Noi continuiamo a preferire la nostra stagione omerica!

Tony Scott: "Man, I'm free!"




"Sono un viaggiatore, un turista nato. Amo vedere altri popoli e i loro paesi. Amo sentire i loro suoni, il loro modo di vedere. Amo l'odore di un paese. Amo tutto quello che si muove e viaggia.
Allo stesso tempo imparo e rinnovo me stesso. Voglio solamente essere come una lumaca. Voglio andare in nessun luogo. Se la lumaca vuole salire, sale fino all'Empire States Building, se vuole scendere, scende fino all'erba. Invece si muove senza andare da nessuna parte. Voglio 'fluttuare' come una lumaca. Vidi una fotografia di Verner Bishoff di un grande Buddha che siede in un giardino pieno di erba alta. Il Buddha aveva una lumaca sul suo naso. Appena guardai quella fotografia rimasi senza fiato. Era come lo scenario del Jazz, abbandonato. Ognuno era morto e nessuno era stato lasciato per nutrirlo. Quando la scena del Jazz divenne un cimitero, cercai di trovare un modo per uscirne. Quando sei aperto trovi tutto, quando hai una mente chiusa non trovi nulla."
Sembrano parole di un santone, di un saggio o di un filosofo. Sono parole di Tony Scott, grande jazzista internazionale, morto a Roma all'età di 86 anni.



Sabato 31 marzo, nella bella Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo, si sono tenuti i funerali del clarinettista Anthony Sciacca (suo vero nome). Classe 1921, figlio di siciliani emigrati negli Stati Uniti all'inizio del '900, Tony Scott ha viaggiato mezzo mondo, seguendo proprio l'istinto da viaggiatore di cui parla.
E' negli Stati Uniti che ha suonato con i calibri da novanta. Amico di Charlie Parker, direttore della band di Billie Holiday, ha inciso con Coleman Hawkins, Ben Webster, ha suonato con Duke Ellington e Bill Evans. Era bianco, ma forse grazie alle sue origini siciliane, era nero, il nero del blues. Dopo aver seguito la sua attrazione per l'Oriente, ed essere stato uno dei primi a sperimentare la contaminazione nel jazz, si è stabilito a Roma. Una fortuna per tutti quei musicisti che continuano a tenere alta la tradizione jazzistica, quella vera.
I funerali si sono svolti in forma intima. I suoi veri amici erano presenti, ognuno evidentemente con un debito verso l'uomo stravagante, che si vestiva in modo originale e appariscente, e soprattutto verso il musicista, prodigo di consigli e di incitamento.
Già all'ingresso, la bara non era da sola, c'era la musica, che da Piazza del Popolo è entrata nella Chiesa: Carlo Loffredo al benjo, D'Amato al clarinetto e Michele Pavese al trombone, sulle note non casuali di Just a closer walk with thee, hanno preannunciato un funerale all'insegna del fatto che la musica, comunque, continua a vivere e con essa anche i musicisti, stretti in una passeggiata un pochino più vicina. Per iniziare l'ultimo saluto, con Giorgio Cuscito all'organo, Harold Bradley ha cantato uno spiritual, un pezzo di Scott, facendo risuonare la chiesa di note scure. Peppino D'Amato ha suonato con il clarinetto una struggente versione di Saint James Infirmary. Le sue note, suonate sorprendentemente alla maniera di Scott, sembravano una promessa commossa di prosecuzione, come un erede.
Marcello Rosa, dietro l'altare, ha fatto risuonare Mood Indigo, Mario Raja (con il quale Scott ha suonato a lungo), teneva testa a un quartetto di sassofoni. Matteo Garrone, al contralto, ha liberato nell'aria un pezzo di Charlie Parker.
Se l'omelia di un prete che pareva un tantino sprovveduto poteva tranquillamente essere sorvolata, per via di una eccessiva morale onestamente superflua sul "pentimento degli artisti", per fortuna è passata in secondo piano in quanto, come era giusto che fosse era la musica a dire tutto.
Uno dei momenti più alti di commozione è stato il canto di una delle bellissime figlie di Tony Scott dai lineamenti orientali. Avvolta in un vestito di cotone bianco lungo fino ai piedi, con una voce sottile e quasi celeste ha intonato un pezzo di Billie Holiday, mentre con le mani si reggeva la grande pancia gravida di nuova vita.
La moglie di Tony Scott, Cinzia, ha ricordato la generosità del marito, con aneddoti divertenti e che mettevano in luce l'umanità di un uomo che pensava sempre agli altri.
La chiusura della cerimonia è avvenuta ancora tra le note, stavolta con la voce di Tony Scott che, quasi parlando, faceva rivivere il bellissimo pezzo Lush Life.
C'era una strana atmosfera, di grande perdita ma anche di gratitudine. Come ha affermato Red Pellini, dopo aver portato la bara, Tony Scott "ha insegnato a tutti a suonare", e poi, ha ricordato che "Una volta gli ho chiesto se aveva conosciuto Art Tatum. Art Tatum? ha risposto Tony, Ho avuto l'onore di portarlo in spalla!". Insomma, pare che "Tony ha conosciuto tanta di quella gente. Ma qui, oggi, quelli veri c'erano".
E c'era una ulteriore magia a un funerale: pur tra le lacrime e il dispiacere di familiari e amici, la commozione era sempre intervallata da grandi sorrisi. Proprio come il jazz. E proprio come doveva essere Tony Scott, che di sè scriveva:
"Sono del segno dei Gemelli - niente logica, vado per intuizione, e sono siciliano, niente logica, vado per intuizione, l'ho avuta come un cemento rinforzato di verghe d'acciaio piantate nella terra. Allo stesso modo suono il clarinetto. Ci sono molti demoni dentro me, qualche volta li devo lasciare risalire, accarezzare loro la testa e qualche volta devo baciar loro il culo. Devi mantenere il tuo spirito dietro al tuo fisico, perché se la mente dice "muoviti e vai fuori" e il tuo corpo dice "Oh, man, sono stanco", non ti muovi. Non è facile essere un essere umano e oltretutto un artista, può essere un po' più duro e un po' facile. Qualcuno deve lavorare in ufficio ogni giorno, buon Dio! dammi la fame del jazz invece di dover fare quello… gli stessi sottopassaggi pedonali, lo stesso traffico. Ho visto persone mentre andavano al lavoro al mattino... ma io stavo venendo via da una Jam Session al Minton's alle 8 di mattina, man, I'm free."
E infine, piace ricordare quest'ultima frase, piena di nostalgia e soprattutto di speranza:
"Con le mie memorie voglio che vivano gli Dei Neri del Jazz. Io spero di essere parte del Jazz del passato e spero di aiutare il Jazz ad essere una parte del suono del mondo del futuro."



Le parole di Tony Scott e le immagini sono tratte dal sito www.tonyscott.it

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Avete visto sabato che bella giornata. Almeno a Roma lo è stata davvero. Così con il dottor Iadarola abbiamo deciso di starcene un po’ per conto nostro. Siamo andati prima qui, poi là e abbiamo parlato di tante cose. Poi prima di pranzo ci siamo ubriacati per bene in un bar e abbiamo cominciato a parlare di cinema.
- Hai dato uno sguardo alle ultime pellicole?
- Ma che mi frega del cinema.
- Allora ti porto al cinema…andiamo a vedere…sì quello lì…- E con l’indice gli indicai il manifesto di Trecento. Oddio di del cielo dice lui, già perché il dottore è laureato in lettere classiche. Per lui doveva essere una cose tremenda andare a vedere certa roba.
- Dai sarà bellissimo, poi usciamo e ci arruoliamo…così possiamo andare a vivere da soli…lo stipendio nell’esercito è dignitoso.
Prima di convincerlo ci sono voluti altri due drink, poi siamo partiti. Il cinema era il Warner Village a piazza Esedra. Ore diciassette e trenta. La sala era gremita di ragazzini. Io e il dottore eravamo i più grandi e la cosa ci faceva sentire veramente a nostro agio.
Dopo circa trenta secondi iniziano le pubblicità. Hanno tentato di venderci di tutto, soprattutto macchine. Trenta minuti di pubblicità devastante acuita da effetti dolby surround. Alla fine di quella seduta il nostro cervello lavorava ad un livello base. Non c’era nessuna capacità di fare ragionamenti, nessuna difesa contro un simile bombardamento. Per chiedere al dottore se mi passava il vino dovevo articolare una ventina di foni che non appartenevano a nessuna trapezio vocalico. Proprio a quel punto è iniziato il film.
Forse in un altro stato di coscienza avremmo avuto da ridire su ogni singola scena, ma ridotti in quello stato, avevamo raggiunto lo zen: più nulla poteva sollecitarci, eravamo diventati degli spettatori modello.
I fisici da culturisti degli spartani: una gran ficata. I discorsi sulla superiorità dell’occidente sull’oriente: stramaledettamente veri. Tutto il fascismo militare del film: qualcosa di cui andare fieri. La violenze e gli atti eroici: ti faceva venir voglia di rompere il culo a qualche iracheno. Lo stato zen nel postumanoide…non provare più emozione di quelle indotte. E noi le provavamo tutte come dei veri Bodhisattva.
Ma questo non equivaleva ad essere degli esaltati, no. Significava starsene lì buoni a consumare il film lasciandoci adescare da ogni singola immagine. Lasciando che la giusta dose di miti si incasellasse nelle nostre teste sforacchiate e ci indicasse la retta via.
- Credo di aver raggiunto il nirvana.
- No, sei solo venuto.
La possenza di Leonida e la rappresentazione omosessuale di Serse non faceva che aumentare lo stato zen, così come le battaglie e i colpi efferati che dilaniavano e squartavano. Tutto ci rendeva sempre più immuni alle passioni. Sentivo il superuomo crescere in me.
L’apice fu raggiunte in breve. Uno spartano mette a novanta la moglie di Leonida e gli fa: ”sappi che sarà lungo e non ti piacerà.” Vidi nel dottore le palpebre rasserenarsi a nuova vita, il dolore non lo riguardava più, avevamo attraversato la soglia: al di là del bene e del male.
Così rimanemmo fino alla fine del film. Nessuna testa spiccata, nessuna mano staccata sapeva intaccare quello stato, la più assoluta pace nel sentirsi governati. Guidami o mio Dio affinché io possa servirti bene in battaglia.
Sapevamo di non essere gli unici a provare tutto quello, milioni di persone in quel preciso istante raggiungevano con noi le vette, là dove millenni di religione non avevano portato: il post moderno come primo passo al ritorno di una religione occidentale.
Il film finì e le luci si accesero. Non commentammo niente, usciti di lì sapevamo già cosa fare. Andammo da un concessionario Walkswagen e tentammo di comprare in leasing una golf duemila diesel.
Poi andammo a viale Giulio Cesare. Sentivamo che lì ci attendeva il nostro monastero. Ma c’era fila, tutti i ragazzi che erano al cinema con noi, poi sono arrivati da altri cinema e la fila e diventata incontrollabile. Così alla fine siamo entrati e abbiamo compilato con la calma più allenata del mondo tutti i moduli per l’arruolamento.
Ora che ci hanno preso posso dire solo che tutto è compiuto. Io e il dottore siamo bravi a far saltar per aria le teste e per noi è come una preghiera.

Il Mito di Eros al Colosseo




Figlio metaforico di Poros e Penia; scalzo, nudo e senza casa, duro e sudicio per la natura della madre, bello e protervo, coraggioso e maliardo sofista grazie a quella del padre: tale è Eros, che vive tra sapienza ed ignoranza, Dio le cui innumerevoli rappresentazioni spaziano dalle raffigurazioni elleniche in epoca classica fino alle più azzardate rivisitazioni animate (tutti ricorderanno il cartone Pollon e quel Dio che scoccava frecce fatate per incatenare i cuori degli uni agli altri).
Secondo la mitologia fu partorito da Afrodite, ed ebbe Ares come padre; rappresentante primo del desiderio amoroso, della forza vitale che scuote l'universo e che lo ordina.
Eros alato, fanciullo, efebo, arciere, cospiratore di guai per gli amanti del mondo; Eros come istinto primordiale in lotta contro Thanatos, suo acerrimo rivale nella spartizione della civiltà, Eros legato a Psiche, tormento che sconvolse i lirici, soggetto centrale nelle arti figurative, rigore, trama che intesse e regola i rapporti d'ogni genere, sigillo d'onore che sancisce la condotta di comportamento tra alunno e discepolo, protagonista in ogni
occasione simposiale. Questi i tanti volti di una divinità di cui scopriamo tutto (o quasi) in occasione della mostra allestita presso gli spazi del Colosseo (fino al 16 settembre 2007), che con ordine ed una linea semplice si offre di ripercorrere le visioni e le interpretazioni avanzate nel tempo e mutate nei diversi momenti sociali rispetto a questo atavico macchinista dell'animo umano (e non solo).
Sullo sfondo di una cornice romana Eros diviene Cupido, che indusse Ovidio a narrare in versi le battaglie da lui accese,obbligandolo a cantare Amore come un potenziamento, un completamento dell'essere,tanto potente al punto da non lasciare immuni persino gli Dei a questo spietato arciere, a nominarlo cantore di morbose e tragiche piaghe che resero ridicoli Venere e Marte di fronte agli altri Dei, che fecero infiammare Achille per Briseide, che piegarono un imperatore alla proverbiale bellezza di uno schiavo e che operarono sul poeta latino stesso:-“Io stesso, nuova preda, oltre a quella ferita che m'hai inferta, sentirò il nuovo assillo dell'anima asservita. Sfilerà con le mani legate dietro il dorso la Ragione ed il Pudore a quanto i tuoi castri minaccia. Ti saranno compagne la Lusinga, l'Errore e la Follia che inseparabilmente seguono le tue insegne".

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