Home » Rivista "O" » Scrittura e manutenzione del giardino aprile 2007

Il giardino e gli odori


Si entra in un giardino, e si è sopraffatti da una quantità di sensazioni; soprattutto visive. E’ la novità che attrae, a colpo d’occhio: forme e colori. Poi ci vorrà altro tempo per soffermarsi sui particolari, le associazioni, i tempi e i modi della vegetazione, delle fioriture.
Questo vale in genere per tutti i giardini. Ma se è del proprio giardino che si parla, quando si è in un luogo che si conosce bene, si potrà anche provare a fare a meno di quel senso esclusivo e sopraffattore che è la vista e lasciar andare gli altri; aprire la mente, le orecchie, il naso.
Non bisogna avere capacità fuori del comune, o sensi particolarmente affinati. Solo, riesce più facile se si chiudono gli occhi.
Allora come scaricati da un eccesso di informazioni, diventiamo consapevoli degli altri aspetti del mondo intorno a noi. La pelle ci informa della temperatura, della direzione del vento… Se c’è il sole o se il cielo è coperto; potremmo dire se il tempo è asciutto o ha piovuto da poco. Facciamo attenzione al terreno che stiamo calpestando, alla morbidezza dell’erba sotto i piedi. Possiamo appoggiare le mani ad un tronco e lasciarle scorrere. Sentiamo bisbigli, fruscii…
Poi apriamo la mente agli odori. Non ci sono giardini senza odori; solo può essere difficile (…ma anche stimolante!) esserne consapevoli, separare nel torrente di sensazioni che ci giunge attraverso il naso, i rivoli e la provenienza. L’odore dell’erba tagliata di fresco e il profumo pungente della menta su cui ci si trova a camminare. Si può, con le mani, sfiorare il riquadro delle erbe aromatiche, per farne uscire una folata: di timo (un tappeto di piccole foglie appuntite), di maggiorana vellutata, di salvia (cercarne le spighe, fiorite in questa stagione); di rosmarino o di ruta, untuosa e soavemente maleodorante.
Dall’odore dei fiori si riconoscono le stagioni, si richiama la consapevolezza del tempo che passa; ma è solo uno degli aspetti.
Nessun altro senso come l’olfatto smuove associazioni e ricordi.




Lilium candidum (Fam. Liliaceae). Conosciuto come giglio di S. Antonio o giglio della Madonna. Fiorisce ai primi di giugno. Il suo profumo è stato variamente associato alla santità e ad apparizioni divine




Philadelphus virgineum (Fam. Hydrangeaceae). Comunemente conosciuto come ‘petti d’angelo’. Fiorisce a maggio; ha un profumo che somiglia a quello dei fiori d’arancio




Mughetti (Convallaria majalis o giglio delle valli di maggio. Fam. Liliaceae). I piccoli fori bianchi campanulati dal buon profumo sono tra i componenti più usati dei bouquets delle spose




Phallus impudicus (Basidiomiceti, fam. Fallaceae). Fungo dal cappello olivastro (che tende poi a liquefarsi), di odore putrefattivo




Mutinus caninus (Basidiomiceti, fam. Fallaceae). Di odore nauseabondo, penetrante, sulfureo




Clathrus cancellatus (Basidiomiceti, fam. Fallaceae). Di odore sgradevole, simile al precedente


Il profumo della santità. Il puzzo dell’inferno. Tra questi due estremi si dipana l’infinita gamma degli odori di un giardino e l’ostinazione a voler interpretare la natura secondo criteri antropomorfi; laddove l’odore - celestiale o mefitico - serve ad attirare i rispettivi insetti impollinatori: api, farfalle o falene in un caso, mosche nell’altro. Sfrondato il campo da implicazioni metafisiche, a noi rimane il grande mistero rappresentato dagli odori, che nel regno vegetale, in un giardino, trovano la loro massima espressione.
Sul potere evocativo degli odori si sono scritti fiumi di inchiostro; l’industria degli odori, naturali o artificiali muove affari di miliardi. Ciononostante, i ricercatori nel campo delle neuroscienze hanno tuttora un’idea vaga delle loro implicazioni e correlazioni neuro-fisiologiche; per esempio chi saprebbe dire se gli odori affiorano nei sogni? Un intero universo di sensazioni, una scelta estetica e, ancora, il problema di partecipare la conoscenza di questa particolare sensazione, l’olfatto: il più negletto dei cinque sensi. Particolare perché non è un senso della distanza, come la vista e l’udito; non è un senso di contatto, come il gusto e il tatto, ma ha una posizione distinta e intermedia tra gli altri. E’ evanescente e sfuggevole come nessun altro; presenta enormi difficoltà di catalogazione, riproduzione e trasmissione.
Parlavo con un amico e cercavo di spiegargli che è prossima la fioritura dei Phyladelphus. Lui non li conosceva. Insistevo: - Ma come no? …Da queste parti li chiamano ‘petti d’angelo’… Fanno dei fiori bianchi di un profumo inconfondibile: tra quello dei fiori d’arancio e del pitosforo...
Macché! Se pure è facile descrivere e mostrare le foto di una pianta o di un fiore, è molto difficile spiegare un odore. Mi scontravo una volta di più con la difficoltà di spiegare un profumo a chi non ne ha avuto una precedente esperienza o non ne conosce la fonte. Si può procedere per associazioni, richiami.
Non è una difficoltà da poco, descrivere e partecipare un odore.
Così Suskind, che ne Il Profumo ha creato una cosmogonia degli odori:
“…Tentò di ricordare qualcosa che gli si potesse paragonare, e dovette scartare tutti i paragoni. Quell’odore aveva in sé una freschezza, ma non la freschezza dei limoncelli o delle arance amare, non la freschezza della mirra o della scorza di cannella o della menta verde o delle betulle o della canfora o degli aghi di pino, non quella della pioggia di maggio o del vento gelido o dell’acqua di fonte… e nello stesso tempo aveva un calore: ma non come il bergamotto o il cipresso o il muschio, non come il gelsomino o il narciso, non come il legno di rosa e non come l’iris… Quell’odore era un miscuglio di fugace e d’intenso, no, non un miscuglio, un tutto unico, e inoltre era debole e lieve e tuttavia forte e deciso, come una pezza di sottile seta cangiante… ma no, neppure come seta, ma come un latte dolcissimo in cui il biscotto si scioglie… cose che con tutta la buona volontà possibile non andavano d’accordo. Latte e seta! Indescrivibile, quell’odore, indescrivibile, impossibile classificarlo in qualche modo, in realtà non poteva esistere. E tuttavia era là, nella sua splendida naturalezza. Grenouille lo seguì…”

Associazione e comparazione, quindi, oltre alla geniale immagine degli odori come ‘fili’ che possono essere seguiti in un groviglio di tanti altri: “…Il suo naso raffinato sbrogliava quel groviglio di esalazioni e di fetori in singoli fili di odori fondamentali che non si potevano scomporre ulteriormente. Per lui era un indicibile divertimento dipanare questi fili e avvolgerli sul fuso” [Da Patrick Suskind: Il Profumo – 1985; Longanesi & C. Ed.]

Altri scrittori fanno un riferimento empatico a sensazioni che il lettore può conoscere; in tutti i casi, la comprensione profonda non può prescindere dalla precedente conoscenza del mondo olfattivo cui si riferisce; il godimento del testo ne viene modificato di conseguenza:
“Maggio a Ayemenem è un mese caldo, meditabondo. Le giornate sono lunghe e umide. Il fiume si ritira e corvi neri si rimpinzano di manghi lucidi sugli alberi verdepolvere, immobili. Maturano le banane rosse. Si spaccano i frutti dell’albero del pane. Mosconi viziosi ronzano vacui nell’aria fruttata. Poi si schiantano contro i vetri delle finestre e muoiono, goffamente inermi sotto il sole. [Da: Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose – 1997 Ugo Guanda Ed.]

Con l’accompagnamento dell’odorato per guida e filo conduttore, si può entrare in un mondo magico e sognante:
“Penetrammo improvvisamente in una beata primavera, in una notte tiepida, inargentata nei pantani dalla luna giovane, appena sorta, violetta. Quella notte quasi primaverile avanzava a ritmo accelerato, anticipava febbrilmente le sue fasi ulteriori. L’aria, appena allora già intrisa della consueta asprezza di quella stagione, divenne improvvisamente dolce, stucchevole, odorosa d’acqua piovana, di terriccio molle, dei primi bucaneve che fiorivano nottambuli in quella magica luna bianca.” [Da Bruno Schulz: Le botteghe color cannella - 2001; Einaudi ed.]

Si parla tanto dei feromoni, dell’importanza delle motivazioni inconsce, anche olfattive, nella scelta del partner. E’ stata dimostrata la loro importanza nella differenziazione dei comportamenti degli insetti, ma è solo ipotetica la loro importanza nella specie umana. Nondimeno, l’industria dei profumi non è mai stata fiorente come in questi tempi di appiattimento e scarsa attenzione agli odori. Proprio mentre si cerca di eliminare con estrema cura la maggior parte degli odori naturali, se ne cercano altri per surrogare le stesse funzioni!
La vita senza odori è forse meno dura di quella associata alla mancanza di un altro dei cinque sensi; certo ha una profondità diversa. Tra l’altro gli stessi sapori sono alterati, in mancanza dell’olfatto.
Ma insomma… Vogliamo crederci o no, all’importanza degli odori? Un mio amico ci credeva, eccome! Con una storia di riniti e adenoiditi recidivanti fin dall’infanzia, la ‘facies adenoidea’, praticamente anosmico, riacquistava come per miracolo la sensibilità agli odori quando era innamorato!
Nell’esperienza di ognuno c’è la conferma che gli odori sono potenti evocatori de ricordi, anche sepolti nella memoria, anche ad enorme distanza di tempo.

Alistair Crompton - in un famoso (tra gli adepti) romanzo di Robert Sheckley - è il capo sperimentatore della ‘Psicoprofumi S.p.a.’, che presenta una volta ogni cinque anni, al Consiglio Direttivo della ditta riunito al completo, la sua creazione. Momento particolarmente importante perché dal successo della presentazione e dal gradimento da parte del leggendario Fondatore dell’azienda dipende l’entità della gratifica ai dipendenti e la personale fortuna del progettista.
“…Vediamo un po' cosa c'è qui - borbottò il Vecchio a mezza voce, con le narici che si dilatavano per consentire alla fragranza di penetrare a fondo nel vecchio, incartapecorito ma ancora sensibile centro olfattivo.
Rimase a lungo in silenzio, con la testa ripiegata all'indietro, le narici che parevano due piccoli mantici. Crompton sapeva che il Fondatore stava analizzando la miscela per individuare le diverse sostanze di cui era composta e valutarne le qualità olfattive, separando e giudicando i fiori, i frutti, le spezie, le resine e gli altri odori. […] Solo dopo avere terminato queste analisi, si rilassò, concedendosi di provare l'effetto del profumo.
- Prima impressione... Spiaggia di Port Plaisance, un rosaio rampicante, venti del deserto, un bambino con la faccia spaventata, l'odore del vento del nord... Molto grazioso, davvero, Crompton. E adesso proviamo il potere rievocatore... …Sole sull'acqua salata, mucchi di alghe, dirupi argentei; una montagna di ferro... e… LA RAGAZZA!
I direttori si mossero in preda a un senso di disagio al sentire quel grido prorompere dalla gola del Fondatore. Che Crompton avesse commesso qualche errore, che non avesse calcolato bene le dosi?
- La ragazza! - gridò il Fondatore. - La ragazza con la mantiglia di pizzo bianco! Oh, Nieves, come ho potuto dimenticarti? Adesso vedo davanti a me le acque scure del Lago Titicaca che lambiscono i piloni del pontile. Il grande uccello del malaugurio, il condor, vola basso in ampi cerchi, e il sole spunta da una coltre di nubi viola e rosa. Tu mi tieni le mani, Nieves, e ridi. Non sai...
Il Fondatore s'interruppe e per un interminabile minuto non parlò. Poi abbassò la testa. Era tornato al presente. La visione si era dissolta.
[Da: Robert Sheckley – Il matrimonio alchimistico di Alistair Crompton – 1978; Urania, Mondadori Ed.]

Dei sensi il più labile e misterioso, l’olfatto, ma anche il più emotivamente connotato. Può richiamare dal passato una sensazione dolorosa, o piacevole, con una intensità sconvolgente.
E’ con questo inconscio intendimento, forse, che raccogliamo semi durante i nostri viaggi e li spargiamo – senza crederci troppo – nel nostro giardino; da dove, qualche tempo dopo - ormai dimenticati – possono riemergere come fantasmatiche presenze tra i sassi: l’elicriso e il cisto di una certa isola, o la lavanda presa in Provenza. Come dimenticati ci avvolgono gli effluvi di un viluppo di vetiver conservato in un cassetto.
Così ogni volta che passiamo in un certo posto del giardino, sfioriamo con le mani le foglioline verde tenero della balsamina, e anno dopo anno siamo richiamati indietro, con un tuffo al cuore, dalla fioritura delle tuberose.




Erba balsamina (Tanacetum balsamita; Fam. Asteraceae)




Fiori di tuberose (Polianthes tuberosa; Fam. Agavaceae)

Il forno tandoori


Un’idea mitica del forno tandoori ci ha accompagnato per anni; dalle prime esperienze nella Londra multietnica degli anni ’70, gremita di ristoranti indiani, ai viaggi in Oriente, fino ad anni più recenti, nello Sri-Lanka dove abbiamo messo radici. Questa grande isola è a due passi dall’India, si può dire; stesso ceppo etnico, dal Kerala, e usanze alimentari abbastanza simili, dominate nella fascia costiera dal largo impiego del cocco, soprattutto l’olio, non troppo gradevole per il gusto occidentale.
Solo che per quanto possa sembrare strano, il forno tandoori in Sri-Lanka è pressoché sconosciuto. Qui utilizzano, per cuocere i cibi, un geniale focolare di terracotta che fornisce la massima resa con il minimo dispendio di legna, ma non usano forni.



Focolare in terracotta, molto diffuso in Sri-Lanka, per la cottura dei cibi a legna. Un solo fuoco porta calore a due piani di appoggio per le pentole, rispettivamente per la cottura diretta e per la cottura lenta.


Da caute indagini svolte sul forno tandoori negli anni precedenti, tra persone ben informate sui vari aspetti della vita dell’isola, non risultava proprio che fosse un’usanza locale; si sapeva d’altronde che era una modalità di cottura dei cibi tipica dell’India del Nord.
Forse – suggeriva qualcuno – si potrebbe sentire nella capitale, a Colombo, nel giro dei ristoranti indiani; ma anche lì, dalle prime informazioni raccolte, sembrava che il forno lo importassero direttamente dall’India.
La ricerca è continuata, anche in nostra assenza…
[…]
Il viaggio da Roma alla casa in Sri-Lanka sembra non finire mai, specie se il nostro autista-amico-tuttofare si è ricordato di quella vecchia richiesta relativa ad un vero forno indiano in terracotta, da mettere nel giardino, accostato al muro, come perla della cucina singalese all’aperto. Eccoci così sul pulmino che è venuto a prenderci all’aeroporto, ancora frastornati dal lungo viaggio, alla periferia di Colombo, a seguire le improbabili indicazioni dei locali.
Niente è più incerto delle informazioni chieste in Sri-Lanka (o anche in India). Sono convinto che sono mossi dalle migliori intenzioni: i locali sono gentilissimi e si dilungano in spiegazioni, ma quando proprio non sanno cosa rispondere, piuttosto che darti una delusione raccontano con estrema sicurezza la prima fola che gli viene in mente e se ne vanno via sorridendo e scuotendo il capo di lato, soddisfatti della buona azione…
Così continuiamo a girare a vuoto per stradine, vicoli e tuguri, nella sterminata periferia di Colombo.
…Forse più avanti.. No. Si torna indietro… proviamo l’altra traversa… Aah.. mai sentito nominare!? Bene.. Va tutto bene.. (Baa… Non lo troveremo mai!)… Non c’è modo migliore per sentirsi di nuovo a casa, in Sri-Lanka, di questo sviluppo causale degli eventi, quando la cosa più improbabile diventa di colpo possibile e reale. Con giri sempre più ampi, e sostenuti dall’incrollabile fiducia del nostro amico e autista sulla attendibilità delle sue informazioni, sconvolgiamo la tranquillità di interi vicoli tra le baracche di legno, con torme di bambini mocciosi e incuriositi che ci corrono dietro, cani e pollastri in libertà. Ci fanno strada infine nel lurido retro dell’ultima delle case visitate, dove effettivamente il forno di terracotta c’é… Incredibile! L’abbiamo trovato davvero! Ora comincia la trattativa, tra l’autista e la famiglia dei vasai, nella liquida lingua locale, piena di singulti e falsetti. Il problema é che il forno è stato fatto su ordinazione e non è per noi… No, proprio non si può… Non si potrebbe, davvero… E’ nostro! (…Mai dire mai, in Oriente!).
Lo carichiamo in tre persone sul van, insieme ad un quintale circa di creta vergine, con l’accordo che l’indomani i tre uomini ‘della casa’ verranno a montarlo a Matara, partendo da Colombo alle 4 di notte (…è un viaggio di cinque ore, in treno)…
[…]
Altra sorpresa: sono arrivati sul serio, come avevano promesso; il primo giorno dopo il mio arrivo a casa. Ho appena il tempo di togliere i lucchetti alle camere (ma non quello di disfare le valigie), e sono già sullo scooter a procurarmi con la solita urgenza gli inconsueti materiali di una lista che mi hanno preparato:
- un sacco di sale grosso non raffinato (‘un sacco’ non per modo di dire: proprio 50 kg di sale!)
- un altro sacco di frammenti di vetro (è un altro viaggio, perché é pericoloso e scomodo da portare)
- circa un metro quadro di rete metallica fine
Altri materiali arrivano la mattina presto con il trattore del buon auspicio (è il primo del mio ritorno a casa!) che mi butta giù dal letto, ancora frastornato dal viaggio:
- 200 mattoni
- 2 sacchetti di cemento
- mezzo cassone di sabbia
I ‘Colombo boys’ sono tre, efficienti, affiatati e di poche parole. Si mettono subito al lavoro per costruire un cubo di mattoni intorno al grosso e spesso vaso di terracotta di forma grossolanamente ovale a grande asse verticale (con un foro sulla circonferenza inferiore per caricare la legna e la bocca in alto) che costituisce l’anima del forno tandoori.
Usano un miscuglio (termoresistente) di creta e sabbia per legare i mattoni tra loro. Con la rete metallica fanno una specie di camicia intorno al vaso e la inzeppano con sale, sabbia e frammenti di vetro, con la funzione di isolamento termico: un sistema semplice, ma efficiente. Riempiono ancora, con sabbia e mattoni frantumati, lo spazio che rimane tra il rivestimento del forno e le pareti del cubo. Intonacano a sabbia e cemento e il loro lavoro è terminato.
Rimaniamo d’accordo che tra una diecina di giorni, quando il tutto si sarà asciugato per bene, torneranno per la prova del fuoco. Porteranno anche uno che ci sa cucinare, in questo benedetto forno: loro sono soltanto vasai. Dicono che è necessario un pre-trattamento delle pareti con uno speciale miscuglio, la prima volta che si mette in funzione.
Grazie molte - booma istuti... - Alla prossima volta…
[…]
Non saranno stati dieci giorni, a causa della ben nota dilatazione singalese del tempo, ma dopo circa un mese sono venuti. Hanno portato il coperchio di terracotta per il forno e ‘il cuoco esperto’.
Ci siamo procurati le spezie necessarie da mescolare con l’olio e da spalmare sulle pareti interne, a forno già caldo. Il forno si accende dalla bocca alla base mettendo legnetti piccoli e via via più grossi, come qualunque altro fuoco; poi quando ha preso, brucia di tutto. Il pre-riscaldamento deve essere fatto lentamente la prima volta.
Le spezie ci sono tutte: aglio, ginger, cannella, pepe, cumino, cardamomo, coriandolo, chiodo di garofano, finocchio e noce moscata; poi due tipi di olio: il ‘ghee’ (il loro strutto, un liquido giallo derivato dal latte di mucca) e il ‘gingelly oil’ (l’olio di sesamo). Si schiaccia e si mescola il tutto in discrete quantità nel mortaio di pietra - che fa parte degli accessori della cucina singalese - e si applica con uno straccio montato all’apice di un bastone. L’operazione, effettuata con il forno caldo ma non rovente, viene ripetuta più e più volte. Alla fine, si carica l’orcio fino ad un terzo della sua altezza con legna più grossa e compatta e si aspetta che si trasformi tutta in brace. E’ vero, come avevano affermato i vasai, che l’interno del forno diventa rosso-grigio quando si arroventa. A questo punto il forno è utilizzabile.
Ma questa è solo la dotazione di base; il know-how è altrettanto importante e l’esperienza si acquisisce col tempo, dopo qualche disavventura.
L’applicazione più appropriata del forno tandoori è nella cottura delle carni, che vanno prima marinate per alcune ore nello yogurt speziato, e quindi prendono, per l’alta temperatura, una doratura esterna, mantenendo l’interno morbido e saporito. Ma con lo stesso forno si fanno delle focacce di farina (in singalese: roti; in indiano naan) che si cuociono spiaccicandole sulle pareti interne del forno e si staccano con una spatola quando sono cotte.




Costruzione del forno tandoori. Il grosso vaso di terracotta viene rivestito con materiale coibente (sale, frammenti di vetro e sabbia) tenuto insieme da una rete metallica, all’interno di un cubo in muratura che gli è stato costruito intorno.



La cucina singalese all’aperto quasi completa. Il forno tandoori è coperto da un coperchio provvisorio in lamiera; sulla destra si possono vedere il mortaio in pietra e il piano sempre in pietra per schiacciare semi ed altro; a sinistra un tipico focolare locale in terracotta














Alcune delle spezie nominate nel testo, estesamente impiegate nella cucina indiana e singalese; qui usate per il pre-trattamento delle pareti del forno tandoori e per la marinatura delle carni da arrostire. Nell’ordine: ginger (zenzero), cardamomo, coriandolo, cumino, chiodo di garofano, noce moscata.


L’uso successivo del forno ci ha dato molte soddisfazioni e qualche disavventura. Alcuni problemi, banali ma essenziali, hanno dovuto essere risolti, come il modo di mantenere la carne ferma sui lunghi spiedi, evitando che con la cottura scivolasse miseramente sul fondo, tra le braci. Anche l’applicazione delle focacce di farina alle pareti va fatta con rapidità e destrezza, ma una certa quota di bruciacchiamento dei peli delle braccia va messa in conto.
E’ stato un grande strumento di socializzazione, il forno tandoori nel giardino di casa, come in occasione di una cena fatta in onore di nostri amici musulmani: la famiglia dell’amico-autista che ci aveva assistito nella ricerca e nelle trattative. Già da tempo avevamo conosciuto attraverso la loro frequentazione, i molti aspetti positivi di quella religione, nella sua variante singalese, poco incline a fanatismi ed eccessi. Avevamo visto sacchi di riso e granaglie nella loro casa, che fungeva da deposito, per le offerte che i musulmani ricchi hanno il dovere di elargire ai fratelli più poveri; molti aspetti di solidarietà poco conosciuti in occidente. Avevamo partecipato alle loro feste di matrimonio e ad altre attività sociali.
Con un invito a cena c’erano problemi di diverso tipo. Gli animali da usare per preparare il tandoori chicken dovevano essere halal (così si chiama il cibo quando gli animali sono macellati con la testa rivolta a Makkama, alla Mecca). Ci siamo messi d’accordo che avrebbero mandato loro le carni, e noi avremmo fatto tutto il resto, cioè marinarlo, cuocerlo e pensare agli altri aspetti della cena.
Di quella serata ho un ricordo molto vivo. Del mangiare con le mani insieme a persone così diverse, diventate amiche nel corso degli anni. Di Jezima e Farzeena, che seppur con il capo velato stavano a tavola e ridevano con noi; delle grida di gioia dei bambini che giocavano per il giardino; del vecchio Mohamed che andava a fumare le sue sigarette vicino al forno tandoori che ancora rosseggiava nel buio.
In quel contesto, l’atmosfera plumbea e mortifera che gravava sul resto del mondo sembrava insensata e remota, nella notte tropicale. Quasi irreale.



Cottura al forno tandoori con la carne infilata in lunghi spiedi poggiati sul fondo

Notizie dai giardini - Giardini veri e sognati


“Guardo i giardini. Ci sono molte notizie nei giardini,
però ci sono pochi giardinieri...”
[Da: Erri De Luca – Tre cavalli – Feltrinelli, pag. 74; 1999]


Guardo i giardini. I piccoli spazi davanti alle case dove i proprietari più o meno consapevolmente, esprimono la loro idea del bello. In forme diverse: megalomania e banalità; appiattimento sul gusto comune e sprazzi di originalità, fino alla cura per i particolari minimi, agli accostamenti di colore audaci o inconsueti. Alcuni caratteri si possono riconoscere, con un po’ d’attenzione: dalla grandeur fuori scala delle magnolie o dalla fissazione per i prati rasati. Alcuni coltivano solo rose, di poche pretese e buone per ogni uso, o ingentiliscono con bordure fiorite lo spazio cementato dove è parcheggiata l’irrinunciabile automobile.
Trovo molta cura e attenzione per i giardini, dalle nostre parti - intorno a Roma, intendo - come dovunque ho visto in Provenza, in Svizzera, in Austria e in Germania, mentre l’incuria e il disinteresse prevalgono nelle zone contadine non toccate dal gusto e dall’edonismo di massa, come nell’alto reatino o nelle zone più rurali delle isole minori. Lì vige un diverso criterio di valutazione: - Ma questa pianta e buona o no da mangiare?
Anche se non si è mossi da un particolare interesse a guardare i giardini degli altri, alcune fioriture stagionali si impongono allo sguardo. Si passa veloci in macchina e non si può fare a meno di notarli… Dei fiori grossi, più grandi delle rose stradoppie, di colore rosa pallido con un centro rosa più carico: in questo periodo di fine marzo sono le presenze più appariscenti del giardino. Le peonie. Sono bastati pochi giorni di stabilizzazione delle temperature, dopo il freddo dei giorni scorsi, a farle esplodere. Nelle due varietà fondamentali, erbacee ed arboree. Più comuni le prime, quasi invasive, che si riproducono da sole con tuberi profondi. Più ricercate le peonie arboree, la P. suffruticosa o rustica, nostrana, e gli ibridi giapponesi, di differenti colori. C’è che le ama e chi le odia, più o meno per gli stessi motivi: per quei grossi fiori di una opulenza esagerata, come matrone un po’ in carne e in età, dell’alta borghesia spagnola.




Peonia erbacea. Sfoglia del tutto in inverno; ricaccia dai tuberi sotterranei. Le peonie fioriscono all’inizio della primavera




Peonia arboreea. Una rustica nostrana (P. suffruticosa)




Portamento generale arbustivo della Peonia suffruticosa. Un suffrutice è una pianta perenne con fusto legnoso solo alla base, e rami erbacei




Ibridi di peonia arborea. Le dimensioni del fiore e il colore sono variabili; generalmente molti grandi, nei colori bianco, giallo e rosso in diverse sfumature



Qualche volta, passando per strada davanti a un giardino, si è attratti da un particolare colore del fiore, o da una pianta dal portamento inusuale.
Notare la stranezza è quasi automatico, perché le fioriture si susseguono nel corso dei mesi e delle stagioni con regolarità assoluta e un elemento inconsueto richiama l’attenzione. Non che l’identificazione sia sempre facile. In campagna si usa fare quattro chiacchiere con i vicini, ma spesso vengono raccontate storie improbabili. A volte la pianta ‘strana’ deriva da non si sa quale scambio, o da una talea rubata, e lo stesso proprietario non sa indicarne il nome. Una certa conoscenza dei generi botanici e un colpo di fortuna a volte aiutano a sciogliere la curiosità. Sempre più spesso si trovano piante di provenienza straniera, diffuse attraverso le importazioni dei vivai e per l’aumentata frequenza dei viaggi.
E’ stato il caso di questo piccolo arbusto sempreverde, dalle foglie lanceolate verde glauco e con un fiore a spiga di colore celeste intenso. La pianta si chiama Echium fastuosum o viperina di Madeira e si é acclimatato anche alle nostre latitudini, ora che gli inverni sono diventati più miti; è abbastanza diffusa a Capri e nelle ponziane. Si riproduce per talea e chi se ne innamora può provare a tenerla in balcone.




Echium fastuosum o viperina di Madeira (Fam. Boraginacee), qui rigogliosamente fiorita a Capri (Foto da http://www.tropicamente.it)




Particolare del fiore a spiga di Echium fastuosum. Il nome ‘viperina’ attribuito al genere Echium deriva della forma del singolo fiore, simile ad un serpente eretto con la bocca aperta


Altre scoperte sono collegate con il colore. Il momento magico della fioritura dura pochi giorni soltanto, ma ci si dà appuntamento, anno dopo anno, ad un punto della strada, o in un particolare giardino. Non ci si perde di vista, come tra vecchi amici.
Raramente è dato incontrare una esplosione di rosa antico, come in questi giorni le tamerici. L’alberello fa i fiori prima delle foglie ed è tutto una cascata di rosa. Impossibile non fermarsi. Ma attenzione a non frenare di botto! Mettere la freccia, accostare pian piano e prima guardare nello specchietto retrovisore.




Tamerice (Tamarix gallica. Fam. Tamaricaceae) fiorita sul bordo della strada




Tamerice, particolare della fioritura. I piccoli elementi fiorali, disposti in fitte spighe, danno all’intera pianta una colorazione rosa antico



C’é un’idea, in un libro di Ippolito Pizzetti [architetto di giardini e letterato, già curatore di una mitica collana di libri della Rizzoli, ormai introvabili: ‘L’Ornitorinco’ - N.d.r] - che mi ha fatto compagnia negli anni e in molti luoghi diversi. Dice Pizzetti:
“…M’è capitato, e ancora oggi mi capita, trovandomi tutto solo in un paese estraneo, di essere sopraffatto da un senso di disorientamento e d’angoscia. Così per trovare qualcosa di familiare a cui ancorarmi, nella grande anonimità circostante, ho cominciato a guardare le piante, che dovunque ci si trovi, parlano sempre lo stesso linguaggio…”
Questa, a parte la curiosità e la disposizione al bello, può essere una buona motivazione per guardare al mondo vegetale.
Sfogliando ancora il libricino di Pizzetti [‘Pollice Verde’ – B.U.R.; 1982] insieme alla data della prima lettura (luglio ’82); trovo altre righe sottolineate (pag. 25):
“..sempre più mi andavo convincendo come il giardino non potesse essere un fine per se stesso, ma soltanto un mezzo per quell’accesso al mondo che in altro modo non mi era riuscito di trovare..”
Dunque siamo sempre nel vasto campo dell’’accesso al mondo’, di una chiave più globale di comprensione degli eventi. Che può passare attraverso le cose e i luoghi più disparati; figuriamoci se non attraverso un giardino, o una vecchia casa…
Ma c’è di più… Se si ripensa ai propri libri e scrittori preferiti, forse è possibile farsi un quadro abbastanza preciso dei propri riferimenti nello spazio e nella memoria. Una via originale, seppure obliqua e poco frequentata, per arrivare ad informazioni interessanti sul proprio conto.
Ci sono delle atmosfere, nei libri, ma anche in certi quadri e film, che inconsciamente attraggono. Immagini o frasi intere si incidono nella memoria e prendono a farne parte; alcuni paesaggi e colori sono così familiari da sembrare un dejà vu.
Da dove vengono queste tracce? Sono forse echi di un’altra vita? Li ritagliamo su misura per noi da un immaginario collettivo o sono ricordi del favoloso mondo dell’infanzia e delle sue fantasie?
Dopo aver tanto letto e guardato – si arriva a pensare - sarà prima o poi possibile riconoscere noi stessi e il significato del panorama intorno?
Dove ci vediamo, nei sogni? Siamo da soli o tra la gente? C’è un’immagine, un ambiente ricorrenti? Una casa, un vecchio rudere forse? O una radura tra gli alberi? Forse siamo su una spiaggia e guardiamo il mare aperto, o c’è un deserto sullo sfondo… E in quali discorsi e pensieri impegnati? Quali mai segni, o affinità riusciamo a distinguere nelle nostre fantasie?

Ho sempre amato Clifford Simak, un autore della ‘cosiddetta’ fantascienza degli anni d’oro (1950 e segg.) [City (Anni senza fine), Destiny Doll (La bambola del destino), Here gather the stars (Qui si raccolgono le stelle)…e tanti altri]. Simak spesso fa cominciare le sue storie da un grande casolare in pietra tra le colline del Wyoming. Nel casolare o intorno ad esso, seguendo le orme di un procione o alla ricerca di una tana di volpi, con il cane che fiuta le tracce, nell’aria frizzante e un po’ nebbiosa del primo mattino.
Mi piacciono queste radici solide; riconosco i posti e i loro umori, i gesti semplici, pieni della saggezza nascosta e senza enfasi della gente di campagna.
Ma nelle storie di Simak, dopo un inizio lento e quasi usuale, cominciano presto a comparire segni, minime incongruenze che increspano la superficie a prima vista rassicurante della realtà. La scoperta degli indizi e l’aspettativa della sorpresa sono tra i piaceri di questa lettura… Così pian piano il campo si allarga: il casolare [The Big Front Yard (L'aia grande)] diventa una stazione di passaggio per viaggiatori dello spazio-tempo o l’avamposto di una avventura che cominciata tra i boschi si allarga a Giove e ai pianeti esterni; il cane che scodinzolava eccitato durante la battuta di caccia è il capostipite di una razza di cani mutanti, in grado di parlare e più saggia degli uomini, che erediterà la terra. E anche le formiche possono riservare sorprese…
Questa particolare angolazione, del vivere in campagna - vivere un giardino - è ricca di implicazioni. L’attenzione alle cose minime crea formidabili connessioni e inneschi.
Una chiave… come ci può insegnare Monet, attraverso i particolari di un giardino ripetuti mille volte…




Claude Monet (Parigi 1840 – Giverny 1926). Giardino a Giverny




Claude Monet. Ninfee blu (1916-1919)




Claude Monet. Ninfee violacee (1914 – 1917)

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