Home » Rivista "O" » Omeriche Visioni marzo 2007

Luce artificiale che non illumina




In occasione del cinquantesimo anniversatio della firma dei Trattati di Roma, è stato organizzato un grande evento: Luce di pietra. I luoghi coinvolti sono quelli romani di proprietà francese generalmente chiusi al pubblico. Fino al 15 aprile invece sono visitabili. Il luogo più ambito e di prestigio è l'Ambasciata di Francia a Piazza Farnese. Entrano nel circuito anche la quasi inaccessibile Villa Medici a Trinità dei Monti, la Chiesa San Luigi dei Francesi, dietro Piazza Navona, e la Chiesa di San Nicola dei Lorenesi, antistante il vecchio albergo di Craxi, chiusa per anni per restauri e adesso aperta in edizione straordinaria.
L'iniziativa ha come intento quello di far dialogare e convivere luoghi appartenenti alla storia dell'architettura e dell'arte con le nuove frontiere dell'arte contemporanea. Molti artisti, nomi molto noti e alcuni un po' meno, si sono cimentati negli spazi di proprietà francese per proporre le loro creazioni artistiche, tutte basate sulla luce.
Ebbene, il fatto è che inquietanti installazioni di arte contemporanea sono contrapposte alla bellezza dei luoghi cinquecenteschi. Un dialogo, un confronto. Una provocazione. L'arte contemporanea è talmente concettuale. Davvero il senso della vista è secondario. La bellezza si gusta solo attraverso una preventiva conoscenza e studio delle intenzioni degli artisti. E tutto ha un carattere decisamente evanescente. Poi, essendo giochi di luce, solo la sera sono visibili. Di giorno è come se non esistessero. Questo tipo di arte non esiste nel quotidiano, insomma. Esiste di notte. Esiste per pochi. Non è assolutamente comprensibile a una prima visione. Il suo fine è provocare, sempre e comunque. L'aggettivo bello è un inutile parola che si può tranquillamente buttare via. La bellezza è un affare sempliciotto. Antico. Cervellotico sì.
Questa inversione di sensi nell'arte è il punto più importante, la svolta epocale.
Prima capire, poi sentire. Tutto alla rovescia. Non è naturale. La natura proprio non esiste più. Totalmente sradicata. Pasolini, che è pure evocato, in modo molto ma molto laterale e non capisco se volutamente o per coincidenza, lo diceva: l'allontanamento dalla natura produce nevrosi e isteria collettiva. Nei sotterranei di Palazzo Farnese c'è un'Alfa Romeo GT coi fari accesi (un'installazione di Elisabetta Benassi) che è il modello d'auto che guidava Pasolini, poco distante dai mosaici marini del III secolo a.C. illuminati con suggestivi fasci di luce un poco discotecari (a cura di Nathalie Junod Ponsard) che riportano a Ostia, dove è stato assassinato. Coincidenza?
Ci sono corvi neri infilzati che pendono nel meraviglioso cortile michelangiolesco. E' un'installazione di Kounellis. Qui ci si arriva: l'Europa nasce dopo i tragici fatti della seconda guerra mondiale. E i corvi infilzati penzolanti illuminati da fari che vanno su e giù suggeriscono una sorta di carcere e carneficina collettiva. Ok.
Dal primo piano del palazzo, da fuori, si vede l'installazione di Boltanski: maschere scheletriche ondeggiano come ombre, paiono roba da Halloween. Fantasmi del passato? Minacce del presente? Forse. Sempre nei sotterranei c'è una miriade di lampadine morte ammassate nel cippo, che segnava il limite di edificabilità per il rischio di alluvioni dal Tevere. Illuminate da lampadine-sonda che sembrano insetti e provocano grazie a fili di rame un rumore sinistro. Spettacolare, non c'è dubbio, quest'opera di Yann Toma. Ma l'illuminazione è talmente fioca che si rischia di inciampare nei gradini e finire con la faccia sulle stesse lampadine ammassate. Sarebbe una scena decisamente bizzarra.
Aperta di sera anche San Luigi dei Francesi. Qui ci sono tre Caravaggio. Una gioia vederli di notte.
C'è una guida, una ragazza che spiega i tre dipinti caravaggeschi con una certa competenza e passione. Quando la folla si allontana, le chiedo ancora notizie sui tre capolavori. Conversiamo su Caravaggio e il suo nero, conversiamo piacevolmente sul legame con Michelangelo e l'allontanamento da Raffaello. Sul fatto che a Roma Caravaggio portò una decisa innovazione. Lei inizia a infervorarsi: non so mai quanto dire alla gente, ho l'impressione che non capiscano, dice. Poi le chiedo il senso dell'installazione di Sarkis. Una cosa orrenda: uno schermo piatto alla base del quadro centrale del Ciclo di San Matteo, sul quale è proiettato in loop il gesto di far diventare rossa attraverso un pennello una pozza d'acqua, il tutto accompagnato da effetti sonori. Mi spiega che è il rosso di Caravaggio che l'artista ha voluto evidenziare. Ah, dico. Adesso è chiaro. Lo vedevo da me il rosso.
E' aperta anche la chiesa di fronte all'Hotel famoso per il lancio delle monetine a Craxi. Che bella che fu quella serata. La chiesa è chiusa per restauro da molti anni. Dentro gli affreschi seicenteschi sono languidi e colorati dolcemente con il sapore dei pastelli. Il ragazzo che fa da guida non apprezza l'installazione, nemmeno lui la capisce, confessa, ma non lo può dire. Lo dico io per lui. Non si capisce. Proiettate sui bei marmi delle scritte piccole e luminose, tutte che dicono la stessa cosa: Particolare. Dunque?
Provo con Villa Medici. Ormai l'obiettivo è riuscire a visitare i luoghi chiusi dei francesi. Ma qui c'è la beffa. Mentre tutto sommato il pregio di questo evento è poter visitare Palazzo Farnese in lungo e in largo e vedere le Chiese (e i Caravaggio) di notte, a Villa Medici rimane tutto transennato e inaccessibile: si va dritti dritti all'installazione di Jean-Baptiste Ganne nella cisterna, dove moltissime monetine stanno dell'acqua, illuminate da due lampadine appese al soffitto. Wow. Altro che Fontana di Trevi.
Eppure è anche presente nel comunicato stampa il centro della questione:
"Originale percorso storico e artistico, Luce di pietra punta i riflettori sull’espressione artistica contemporanea italiana e francese, inondando di luce effimera diversi monumenti della Città Eterna"
Effimero. Un aggettivo bello. Poco usato. Effimero.
Ma nel comunicato è addirittura asserito: "Artisti italiani e francesi, affermati o emergenti, a confronto con i più grandi maestri del passato, riuniti per una sfida, guardare con occhi nuovi i monumenti carichi di storia, e una scommessa, rischiarare di nuova luce questi luoghi secolari"
Se questa è la nuova luce mi pare che ci sia davvero molto, ma molto buio. Forse l'arte contemporanea lavora a specchio: riproduce semplicemente l'effimero e la vacuità sociale. Una spiegazione ci deve essere.
Oppure sorge un dubbio: che sia tutto una provocazione per mettere in "cattiva luce" la fondazione dell'Europa? Se fosse così, ma così non mi pare, perlomeno si potrebbe intravedere un barlume di critica sulla quale fondare un discorso.

La crociata del popolo Trash




Una mia amica mi ha raccontato di aver visto a piazza del popolo, un vero e proprio esercito umano. O meglio, di uomini costruiti con rifiuti. La cosa mi incuriosisce e vado a vedere. Scendo a Flaminio, esco dalla metro ed ecco che mi trovo davanti circa mille figure ad altezza e forma umana (1.80 metri). Nonostante fossi preparata ad una visione del genere, inutile negare come tale insieme colpisca inevitabilmente l’attenzione di chi vi si ritrova davanti.

Peccato che con l’ora legale, nonostante siano già passare le 18, c’è ancora luce e quindi non posso godermi l’illuminazione notturna che renderà il tutto sicuramente più suggestivo. Vado a leggere il manifesto relativo e scopro che l’autore è il tedesco Ha Schult, uno dei maggiori artisti della Action Art che, per fabbricare quest’esercito, ha utilizzato 35 tonnellate di rifiuti urbani ed industriali. Mi faccio spazio tra la folla, mi avvicino a qualche “statua” ed intravedo vecchie lattine, scatole, tastiere di computer e circuiti elettrici.
La cosa mi ricorda un po’ una ragazza portoghese che lavora a Palermo, e che utilizza vecchi pneumatici per realizzare borse, cinture o spille. Per dimostrare come da un materiale che reputiamo “inferiore” o ormai “finito”, sia ancora possibile ricavare qualcosa di bello. Personale critica allo sfrenato e dissennato consumismo dell’età moderna, per cui, per la fretta di comprare e consumare sempre di più, siamo portati a snobbare ed eliminare materiali ed oggetti che ancora, invece, potrebbero avere una qualche utilità e, addirittura, una seconda vita.
Qui il messaggio è molto simile, ma ancora più forte. Perché Ha Shult non si limita a far vedere come possa essere definita “arte” qualcosa che utilizza semplici e degradanti rifiuti che l’uomo tende ad allontanare da sé quasi per sentirsi superiore, ma, visto che ciò che ha creato sono proprio uomini, lancia un messaggio ulteriore, più che mai diretto ed efficace: noi siamo ciò che consumiamo.
Si tratta di una vera e propria “crociata” silenziosa ed itinerante. Il viaggio dei Trash People è iniziato nel 1996 nell’anfiteatro di Zante in Grecia, e successivamente prestigiose location di tutto il mondo - come la Grande Muraglia Cinese, la Défense a Parigi e la Piazza Rossa a Mosca – sono state teatro di queste sculture.
Ha Shult è il primo artista europeo ad affrontare tramite la sua arte le problematiche ambientali, e, in un momento storico in cui, sempre più spesso, l’arte imita la vita, fondamentale è riflettere su creazioni del genere, capaci di mostrare, in maniera forse brutale, ma proprio per questo d’effetto, i limiti e i difetti intrinseci alla vita stessa. Come dire: stiamo correndo troppo, fermiamoci un attimo a pensare.

Un po’ quello che Calvino aveva già colto quando, nel suo libro “Le città invisibili”, in quel viaggio immaginario attraverso città possibili nella fantasia dell’uomo, ad un certo punto descrive la città di Leonia, che ogni giorno butta via quanto aveva usato solo il giorno prima: “Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più se ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può più togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature di ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri”.
Alla fine, il risultato era apocalittico. Si immaginavano altre città che gettavano lontano i propri rifiuti fino ai confini di immondizia lasciati da un’altra città, senza più nessuna soluzione di continuità.
Certo, è triste il pensiero che l’uomo possa fermarsi a riflettere su tali problematiche, di interesse mondiale, solo perché provocato o richiamato a forza, quasi strattonato e tirato per le orecchie, da queste manifestazioni artistiche. Segnale sempre più evidente di come la società stia andando incontro ad un rapido declino di cui essa stessa è artefice, e di come spetti sempre più all’arte il compito di salvarla da se stessa.

Fiorella Mannoia e Onda tropicale




Un lavoro che mi ricorda Wim Wenders e il suo favoloso “Buena vista social club” dove storia e musica danzano al ritmo cadenzato dell’alternarsi tra giorno e notte.
Voci che s’invadono, samba, bossanova confuse con le corde più dolci di un’italianissima, quelle di una Fiorella Mannoia inedita, che sinuosa balla insieme al Carnevale d’oltreoceano.
Nascimento, Moraes, Veloso, Buarque, Gil, Djavan: colossi e alfieri della storia musicale del paese che è stato un pozzo di entusiasmo dal quale la nostra “rossa” ha attinto a piene mani, fino a non sapere più dove far confluire quel fiume di note.
Un tour dietro al quale si cela uno studio, un progetto, una scoperta, ma soprattutto un viaggio, un lungo viaggio alla ricerca di suoni, profumi, cibi, colori, lingue, strumenti e leggende che aleggiano fino a noi, fino al palco dell’Auditorium in Via della Conciliazione nelle date previste dall’impegnativo tour.
Siamo inclusi anche noi in questo viaggio, noi spettatori, noi uditori, noi del resto critici, come ci ricorda in “Canzoni & momenti”, formula che esamina il rapporto tra palco e platea, contemplando un istante in cui i due mondi entrano in contatto, in sintonia, si includono l’uno nell’altro e prendono vita, forma, l’uno dall’altro. Si ripercorrono le origini di un popolo cantandone e riadattandone le melodiche nènie di conforto, espressioni di libertà, di entusiasmo, di gratitudine, che segnarono la fine della schiavitù: ”Il tredici di Maggio, a Santo Amaro, in piazza del mercato, i neri celebravano, come da sempre fanno, l’addio alla schiavitù, alla schiavitù,alla schiavitù…”, che decantano la geografia montuosa dei due fratelli (i promontori di Rio De Janeiro chiamati così per la loro somiglianza), rievocando il tempo della dittatura insieme a Gilberto Gil, con l’intimo saluto alla terra natale la notte prima di essere esiliato in Inghilterra: ”Un grande abbraccio al mio cammino in questo mondo che io stesso traccio perché Bahia mi ha regalato squadra e compasso…”, pizzicando le corde dell’arpa dell’amore definendolo insieme a Djavan ”un grande laccio, un passo verso l’insidia, un lupo in corsa nel branco…” e si balla, si improvvisa, ci si veste di Brasile, e lo si conosce tramite questo mezzo onirico, capace di avvicinare chi sa ascoltare:la musica.
Ci si veste di passato sbeffeggiando la morte, la paura, il buio e tutti i diavoli che questo reca in sé ricordando uno dei virtuosismi di Ornella Vanoni: ”Senza paura” (preda anche lei del fascino Brasiliano); si cantano i prodigi di un generoso amico che ha perpetuamente sottoposto i propri brani al gentile coraggio della Mannoia, Fossati, che è presente attraverso le versioni in rosa de “I treni a vapore”, ”Che sarà, che sarà”, ”C’è tempo”, ”Panama”, continuando a rallegrarsi con “Messico&Nuvole” del collega Iannacci, finendo col ricordarci un paio di personali successi quali “Quello che le donne non dicono” e “Il cielo d’Irlanda”.
Storia e note,spirito e corpo, miseria e nobiltà: ci sembra di afferrarne l’armonico contrasto, virtù svelataci da questo viaggio compiuto da una cantautrice che ha vestito i panni di attenta reporter.
La speranza attuale è quella di non vedere questa gioiosa fatica esaurirsi con un disco, ma che in cantiere, per noi, qualcuno stia già lavorando ad un ulteriore progetto.
Ma a noi la pazienza non manca e come direbbe Cervantes, possiamo fiduciosamente concludere:”SENORA, DONDE HAY MUSICA, NO PUEDE HABER COSA MALA”.

Un peu de Paris à Rome




13 Marzo 2007. Un Auditorium gremito accoglie Yann Tiersen, versatile multi-strumentalista minimalista francese. Con un concerto scandito dal continuo alternarsi di chitarra elettrica e violino, pezzi più duri e canzoni più melodiche, Tiersen riesce a ricreare un'atmosfera d'altri tempi, portando un po' di Parigi a Roma. Con l'ausilio di ogni singola nota e col tutto che ne deriva, coinvolge totalmente il pubblico in sala, che si ritrova proiettato, senza neppure avere il tempo di accorgersene, in una spirale melodica quasi ipnotica. In un climax di emozioni, lo stato d'animo di chi lo ascolta muta repentinamente, come se si entrasse in simbiosi con l'artista e si riuscisse a seguirlo nell'iter di ogni singolo pezzo. Anche grazie ad un uso sapiente delle luci che, ora abbaglianti ora soffuse, riflettono ciò che Tiersen suona di volta in volta.
E quando prende la fisarmonica, tutti coloro che hanno amato "Le fabuleux destin d'Amélie Poulain" - film di cui ha interamente composto le musiche e grazie al quale, del resto, ha raggiunto la popolarità anche fuori dalla Francia - provano un lieve sussulto. Certo, per chi si aspettava di ascoltarne per intero la colonna sonora, rimane un po' la delusione di averne sentito solo un pezzo, peraltro con un arrangiamento differente rispetto a quello presente nel film.
Ma, nonostante questo, Tiersen conquista la "sua" platea, che lo applaude e chiama a gran voce, ottenendone, come da copione, il ritorno sul palco per ben due volte, prima del consueto inchino e saluto finale. Sperando di incontrarsi nuovamente, magari proprio a Parigi.

"Il cervello è come il pettine: ognuno ha il suo"


Piccoli esseri antropomorfi variopinti dalle larghe bocche vendono banane, fumano la pipa, allattano i figli o semplicemente sghignazzano tra le gambe muscolose di giganteschi uomini e donne nude e alate che sostengono il globo. Quelli piccoli sono gli shetani, spiriti tanzaniani che compiono le stesse azioni degli uomini scimmiottandoli, e sono stati intagliati nel legno, smaltati e dipinti con colori accesi da Gorge Lilanga, uno dei più grandi artisti contemporanei africani. Quelli enormi non sono divinità, ma personificazioni di utopie realizzate in gesso bianco da Hendrik Christian Andersen, un artista norvegese vissuto a Roma dal 1896 fino alla morte nel 1940, che aveva progettato una capitale del mondo utopica e realizzato le statue da metterci. Questo strano accostamento tra due artisti così diversi è ammirabile a Roma in via Stanislao Mancini numero 20, non lontano da Piazzale Flaminio, proprio nel Museo Andersen dove è stata organizzata una personale dell’artista africano “Lilanga di Nyama” fino a Aprile. A due anni dalla sua morte il nord del mondo si è accorto di questo pittore e scultore africano contemporaneo che ha anticipato e ispirato i principali graffittisti (o meglio writers) newyorkesi tra cui il più famoso è lo sputtanatissimo Keith Haring. Non è difficile crederlo ammirando le opere di Lilanga che si riconoscono per l’utilizzo di colori pop e linee ben definite da cartoni animati, composizioni caotiche e strabilianti e soggetti presi dalla cultura popolare swahili. Sono opere che potrebbero essere state benissimo realizzate sui vagoni della metro o riprodotte sulle tazzine del caffè (e forse presto lo saranno). Oltre alle statue in legno smaltato, nella mostra sono esposti i quadri dell’artista con colori a olio, ma anche incisioni su pelle di capra, acqueforti e lastre di metallo tagliate con la fiamma ossidrica. Alcuni quadri raccontano la quotidianità africana come dicono anche i titoli: “Il suo lavoro è preparare da mangiare per i bambini della scuola”. Oppure descrivono dei momenti precisi e intimi: “Lei è molto felice di vederti” o “Il nonno fuma la pipa dopo cena”. Quadretti quotidiani di una disarmante semplicità o scene surreali come un atterraggio di una navicella spaziale aliena. Tutti i quadri contengono un immediato e semplice messaggio di saggezza popolare africana diretto allo spettatore. I messaggi di Lilanga sono ironici e profondi allo stesso tempo e restituiscono una idea del mondo e del tempo diversa dalla nostra, intrisa di freschezza e gioia di vivere. Lo stesso Lilanga affermava: "Dipingo quando sono felice e racconto le vicende quotidiane del mio popolo". Né più né meno. In una teca c’è anche la borraccia di Lilanga e una piccola didascalia spiega che è stata la borraccia dalla quale l’artista ha bevuto per tutta la vita e intagliato e decorato con un coltello fino alla morte.
Ben altre le statue al piano inferiore del palazzo (tra l’altro progettato e costruito da Andersen stesso) in quello che era lo studio scultorio dell’artista norvegese. Andersen dedicò tutta la sua esistenza e le sue opere (oltre duecento sculture, di cui circa quaranta di grandi dimensioni in gesso e in bronzo; oltre duecento dipinti; oltre trecentocinquanta opere grafiche) alla realizzazione di una utopica “Citta Mondiale” che potesse ospitare tutti i popoli del mondo per scambiarsi idee nel campo dell’arte e della scienza. Le statue imponenti in stile neoclassico raffigurano la fratellanza, l’amore e la concordia tra i popoli. Alla "Città" Andersen dedicò nel 1913, assieme all'architetto francese prix de Rome Ernest Hébrard, un ponderoso volume, stampato a Parigi, che dalle concezioni urbanistiche del passato approda ai progetti per la nuova e moderna "Città". Il volume doveva essere per Andersen lo strumento per propagandarla e realizzarla.
Di fronte a questi due artisti ci si sente spaesati, ma è proprio l’africano a darci una mano nella corretta lettura dei due: un suo quadro raffigura degli shetani blu con le teste tutte frastagliate che si intrecciano come delle alghe e ondeggiano come dei villi intestinali. La didascalia è ancora più esplicativa: “Il cervello è come il pettine: ognuno ha il suo”.

L'innaffiatore del cervello di Passannante


E se la democrazia esistesse davvero, ogni tanto, in qualche luogo. Se a tratti avesse un significato - il suo proprio - in quanto potere esercitato dal popolo. Questa è la forte sensazione che si prova assistendo agli spettacoli di Ulderico Pesce. Perché democrazia vuol dire azione, e l'informazione è un passaggio ineludibile per un'azione responsabile. E non c'è solo informazione.
Il pericolo rappresentato dalle scorie radioattive, gli scioperi degli operai della Fiat di Melfi (di cui “O” ha già parlato) sono solo alcuni dei temi trattati dall'attore lucano nelle sue rappresentazioni teatrali portate in giro in tutta Italia. Lo spettacolo che ha riempito la sala del teatro “Cometa Off”, nella zona di Testaccio, dal 13 al 25 Febbraio – prorogato poi fino all'11 marzo - racconta un'altra storia di ingiustizia e indifferenza. “L'innaffiatore del cervello di Passannante” parla di un ideale da portare avanti, da difendere, in un momento in cui nominare ideali non va più di moda. Parla di Giovanni Passannante.
Morto da quasi un secolo e mezzo, è possibile andare a trovarlo, lui o ciò che ne resta. Che poi corrisponde ad un cranio sezionato e al cervello immerso nella formalina. E' il Museo Criminologico di Roma, a via del Gonfalone 29, che conserva i suoi resti, sotto una teca di vetro con una didascalia che spiega : “colui che tentò di uccidere il re Umberto I”. Figlio di contadini analfabeti, autodidatta legge i testi di Mazzini e Garibaldi, e a 22 anni si dichiara anarchico. Il diritto alla pensione per gli anziani e all'assegno di maternità per le donne, queste le sue richieste. Così, il 17 novembre 1878 aggredisce il re con un coltellino di otto centimetri, “buono solo per sbucciare una mela”. L'intento non è uccidere, ma protestare contro la monarchia colpevole di aver gettato il sud del Paese nella miseria. Dopo un processo sommario viene rinchiuso in una cella sotto il livello del mare sull'isola d'Elba. Ci resterà quattordici anni, perdendo la vista e la salute. Gli ultimi anni della sua vita li trascorre nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino, ma non finisce qui la sua pena: dopo la morte diviene oggetto degli studi lombrosiani. Decapitato, il cranio viene trapanato e il cervello espiantato. La sua ultima tappa, per l'appunto, è il museo romano. Ora i parenti chiedono che i suoi resti vengano sepolti nella sua terra d'origine, un paese della Basilicata che prima della vicenda si chiamava Salvia, e che in seguito è stato ribattezzato “Savoia di Lucania”. Il caso Passannante ha provocato interrogazioni alla Camera dei Deputati e alla Commissione europea, e infine il Consiglio Regionale della Basilicata nel 1999 ha chiesto la tumulazione dei suoi resti. L'allora ministro di Grazia e Giustizia Diliberto, firma nello stesso anno il nulla osta alla traslazione: a quel punto la Regione Basilicata ha il via libera. Eppure, nessuno si presenta per il trasferimento. Certo, di mezzo c'è stato anche un Castelli Ministro della Giustizia che non ha facilitato le cose. E qui entra in ballo Ulderico Pesce e il suo spettacolo. Perché, oltre a far conoscere la storia di Passannante, sul suo sito (www.uldericopesce.com) l'attore ha raccolto più di 3600 firme in una petizione – ancora in corso - che chiede la sepoltura dell'anarchico, pronte per essere presentate all'attuale Ministro Mastella.
E poi, ci sono anche delle piccole sorprese che trasformano il palco di un teatro in un'agorà moderna. Il cuore pulsante della democrazia. Tra gli applausi che accompagnano la conclusione di una delle serate romane di Pesce, si alza dal pubblico la Direttrice del Museo Criminologico, la Dott.ssa Borzacchiello. Un vero e proprio colpo di scena. Nasce quindi un dibattito al quale la dottoressa non si sottrae, anzi: il palco è suo e guai a chi glielo toglie. Passannante è libero di tornare a casa o no, questo il titolo della discussione. Al di là delle lentezze burocratiche e dei fragili equilibri istituzionali da mantenere, la democrazia passa attraverso il dialogo. Tra una dichiarazione avventata di una (“i suoi resti sono il pezzo forte del Museo”) e una risposta accalorata dell'altro (“tenere lì un fautore della giustizia vorrebbe dire continuare a chiamarlo criminale”). Così si dovrebbe creare un'opinione pubblica, così si pongono le condizioni affinché il “popolo” prenda una posizione. E agisca di conseguenza. La democrazia è in pessimo stato di salute. Ma forse si può ricominciare da un teatro.
Intanto, per chi si è appassionato al caso Passannante, l'appuntamento è per il 19 marzo al teatro Palladium in uno spettacolo che coinvolgerà personaggi come Franca Rame, Oliviero Diliberto e artisti come Carmen Consoli, Gino Paoli e Tête de Bois.

Chagall e l'apparente fuga dal reale





Non è stata Cenerentola a rovinarmi. Nemmeno Biancaneve. Per un po' ho pensato che fosse colpa della Bella addormentata nel bosco. No, nemmeno lei. E' stata un'altra Bella a rovinarmi, Bella Chagall. Dopo aver letto il suo "Diario Sentimentale", ho iniziato a fantasticare. Ci ho creduto che potesse esserci un amore come quello che lei descrive. Ho amato Marc Chagall come uomo, non come pittore. Ho amato l'uomo che ha descritto Bella.



Non potevo evitare di andare a vedere la mostra appena allestita al Vittoriano di Roma, con 180 opere esposte. Non potevo non andare ad ammirare l'uomo che amavo, timido, folle, individualista, generoso, con la testa sempre apparentemente aria. Ho scelto un sabato sera, sperando che non ci fosse tutta la folla che c'è durante il giorno. E' pur sempre una delle mostre-spettacolo romane, alle quali ci stiamo abituando. E invece, nonostante fossero le otto e mezza di un sabato sera, gli spazi erano abbastanza affollati. Perlopiù coppiette giovani, tutti carini, abbracciati, incredibilmente somiglianti tra loro: alti con alti, bassi con bassi, eleganti con eleganti, alternativi con alternativi. Il conformismo nella coppia sembra inevitabile come quello tra cane e padrone.



Chagall è per la gran parte della gente un pittore romantico, un pittore che ha dipinto amanti abbracciati, sposi fluttuanti, colori vivi e nitidi, atmosfere sognanti, bambinescamente sospese. E' per questo che piace. Ed è per questo che piace alle coppie. Ogni coppia si identifica nella sensazione amorosa di sospensione dalla realtà o forse la ricerca raffigurata per ritrovare quella sensazione che di solito si manifesta ma evapora inevitabilmente dopo il primo periodo di innamoramento.



C'è ovviamente un aspetto più profondo in Chagall. Il merito della mostra va ammesso: dare uno spessore all'arte chagalliana, ai più sconosciuto.
"Ai nostri giorni è difficile per un artista ricordarsi di non essere che un artista. Benché mi accada talvolta di tenere una penna in mano o di prendere la parola, penso in cuor mio: non sarebbe meglio tenere la bocca chiusa?
Parecchi anni prima della guerra ebbi a dire: davvero soltanto gli artisti debbono cercare di giustificare la vita nell'arte, mostrare la via nell'arte? E gli altri uomini non dovrebbero anch'essi mostrare la loro arte collettiva di vivere? E' troppo poco per un artista restarsene per suo conto a lavorare ed essere in tal modo utile agli uomini e al suo popolo? Perché? Qual è la forza che oggi lo porta via dal suo posto? Non basta che l'arte si rivolga dalla tela ai nostri occhi e al nostro cuore?"
Eccolo qui il senso della vita artistica di Chagall e la relazione con il suo vasto pubblico. Per il pubblico che rimane sognante ad ammirare le sue tele, basta: l'arte si rivolge dalla tela ai loro occhi e al loro cuore. Per Chagall non è così: i suoi dipinti, tutti, contengono certamente un apparato simbolico, metaforico e di pensiero che è la base del suo lavoro di artista e di uomo del suo tempo.
Il mezzo è quello della sfera emotiva e irrazionale. Ma il contenuto rimane ancorato a una poetica intrisa di elementi religiosi e allo stesso tempo reali, mischiati tra loro. Chagall ha avuto il merito di superare la dicotomia tra l'irrazionale della fede e la realtà quotidiana, unendole attraverso la creazione di una realtà trascendente e secolare, che si nutre di colori e dell'abolizione della plasticità dei corpi. Gli oggetti, gli animali, le figure umane, le case, le emozioni, hanno tutte un unico codice visivo, non sono separati da nessun elemento formale. Non ci sono sfondi separati, per cui non c'è una narrazione. E' di sicuro il meccanismo onirico ad essere inscenato, quello stesso meccanismo che appartiene alla fantascienza e alla premonizione, che si nutre di mondi possibili.



"Chagall ha tirato fuori, dai visceri, il paradiso che gli apparteneva. Possiamo persino odorarlo: sa di cuoio, sa di lucerna, sa di pane, sa di panni lungamente lavati. Non è un paradiso di angeli con trombe e spade, non è un Aldilà trionfante. E' un Aldiqua che raccoglie i simulacri della vita, è un luogo fisico che diventa metafisico proprio perché noi tutti l'abbiamo ucciso durante la vita quotidiana". Mi hanno molto impressionato queste parole di Giovanni Arpino. Credo che siano vere, credo che la fortuna e il successo di Chagall risiedano proprio nella fame che ha il pubblico di tornare a sensazioni, massacrate e dimenticate dalla praticità del vivere. D'altronde Chagall, ebreo di nascita e praticante, impregnato di riti contadini e di favole, di universi irrazionali della fede, ha mantenuto costante il suo riferimento di partenza. La parte della mostra più interessante è proprio la sezione che raccoglie il modo unico e anticonformista di raffigurare il suo popolo. Lo fa, sbalestrando, utilizzando il Cristo. Il simbolo della cristianità diventa simbolo della sofferenza e del martirio ebraico. E questo, paradossalmente, diventa un messaggio pacifico e di convivenza ma anche di denuncia degli imminenti tragici accadimenti delle persecuzioni naziste. Ecco, il senso della profezia.
Come ogni grande pittore, anche Chagall ha lasciato i suoi scritti, i suoi appunti sull'arte ma soprattutto ha usato le parole per esprimere se stesso, raccolti nel volume "La mia vita", tradotto in francese dalla sua Bella. Anche la sua scrittura è come la sua pittura. Apparentemente irrazionale ma densa di rimandi alle origini e alla sua terra e sorprende proprio la pagina finale di questi scritti:
"Queste pagine hanno lo stesso senso di una superficie dipinta. Se nei miei quadri ci fosse un nascondiglio, potrei infilarvele... O forse si incollerebbero sulla schiena di uno dei miei personaggi o sui calzoni del Musico della mia pittura murale?...
Chi può sapere ciò che sta scritto sulla sua schiena?
All'epoca R.S.F.S.R., grido a volontà:
"Non sentite come scivolano sotto i nostri piedi le nostre impalcature elettriche?
E non erano giusti i nostri presentimenti plastici - poiché ci troviamo coi piedi per aria realmente e soffriamo di una sola malattia: la sete di stabilità?"
Quei cinque anni ribollono nella mia anima. Sono dimagrito. Ho persino fame.
Ho voglia di rivedervi. B..., C..., P... Sono stanco.
Ritornerò con mia moglie, con mia figlia.
Mi sdraierò accanto a voi. E forse l'Europa mi amerà e, insieme a lei, mi amerà la mia Russia".

AAVV - I nuovi sentimenti (Marsilio)


Viviamo nell’epoca dell’amore liquido, come dice il sociologo Zygmunt Bauman. Oggi stai insieme con qualcuno, domani chissà. Siamo ormai i co.co.co dell’amore. Vivere insieme ad una persona per più di qualche anno ci mette l’ansia, ammettiamolo. Tutta un’altra storia rispetto ai nostri nonni, che si sposavano giovanissimi e che festeggiavano nell’arco della loro vita le nozze d’oro, d’argento e compagnia cantando. Un gruppo di scrittori del Nord-est (Giulio Mozzi, Vitaliano Trevisan, Marco Mancassola, Tiziano Scarpa, Romolo Bulgaro ecc.) riflette sulla nostra nuova epoca “sentimentale”, cercando di capire cosa significhino oggi l’amore, l’amicizia, l’odio, la malinconia, eccetera, eccetera (AAVV, I nuovi sentimenti, Marsilio, p. 159, €. 5,90). Come sono lontani Wess e Dori Grezzi.


da Desiderio di Romolo Bugaro

Credo di aver cominciato verso gli undici, dodici anni. Abbozzi di racconto, tortuosi dialoghi psicologici, tentativi di romanzo ispirati ai fumetti di guerra che leggevo: ero eclettico, procedevo in ogni direzione.
Col tempo non m’è passata. Verso i diciotto-vent’anni mi sono convinto che scrivere fosse la vera ragione del mio esistere nel mondo. Ci credevo con orgoglio, esaltazione e una certa quota di intima, appagata malinconia. In qualche modo (sia detto senza delirio) ci credo anche adesso. Passavo giornate intere sopra mezza riga, cercando equilibri perfetti che non venivano mai.
Nel frattempo, la vita andava. Scuole medie, liceo, università. Io provengo da una famiglia borghese, della sottospecie “borghesia delle professioni”. Né mio padre né mia madre erano invasivi o pressanti, all’apparenza, tuttavia avevano attese assolutamente precise quanto al futuro del figliolo. Doveva essere un futuro liberoprofessionale. Ogni altra via appariva inconcepibile, inimmaginabile, del tutto fuori dalla realtà. Naturalmente avrei potuto oppormi nel nome della Vocazione. Avrei potuto litigare, rivendicare il mio diritto alla libertà di scelta. In effetti ho tentato solo una timida, prostrata resistenza, la cui storia non merita d’essere trattata qui. Sapevo, in cuor mio, di non avere la forza di combattere quella battaglia. L’assoluto smarrimento dei miei, quando azzardavo certe obiezioni, era un’arma invincibile.
Il risultato è che oggi sono uno scrittore-avvocato. Come scrittore ho pubblicato, nel corso del tempo, un libro di racconti e quattro romanzi. Come avvocato, in associazione con mia sorella, gestisco uno studio dove lavorano una dozzina di persone. Uno studio di fascia media, diciamo. Forse persino medio-alta.
Questa, grosso modo, la mia vita. Non ho avuto la forza, o il coraggio, di andare dritto per la mia strada. Non l’ho abbandonata del tutto. Sono rimasto un po’ lì, nella terra di mezzo. Molti anni fa Scott Fitzgerald ha detto che l’essenziale, per uno scrittore, è avere un punto di vista sul mondo. Ogni tanto mi dico che facendo l’avvocato, ho acquisito un punto di vista sul mondo. Poi mi dico che questo è soltanto un alibi. Poi cambio idea e torno a dirmi che potrebbe persino essere vero.

Sono stato sposato cinque anni, più o meno, dopo un lunghissimo periodo di fidanzamento – come si dice. Il mio matrimonio è terminato in modo brusco, improvviso, abbastanza catastrofico.
La gente appena separata attraversa sempre o quasi sempre un periodo di euforia. C’è lo spazio stupefacente che si apre in ogni direzione, al di là dei vecchi confini non più presidiati. C’è il collegamento istantaneo con abitudini abbandonate anni prima. C’è lo sguardo della persona assente che si continua a percepire. C’è il proprio stesso sguardo, che richiede un certo impegno per essere sostenuto. C’è il bisogno di fare fronte al senso di colpa. Per tutte queste ragioni, in linea generale, si diventa elettrici, fulminei, instancabili. Vietato stare a casa dopo cena. Vietato leggere un libro. Vietato guardare la tivù. Fuori tutte le sere. Lunedì, martedì, mercoledì, ottobre, novembre, dicembre. Fuori sempre.
Naturalmente i rapporti più “istituzionali”, diciamo così, si sciolgono velocemente o addirittura istantaneamente. La maggior parte di quelli che frequentavi per via delle famiglie, dei figli, scompaiono dall’orizzonte. Niente più cene in compagnia di semi amici tediosi alla Montanina il martedì sera. Niente più grigliate nel giardino della casa di Porto Santa Margherita, fra nugoli di bambini scatenati e quasi incontrollabili.
La tua nuova condizione ti traghetta verso un mondo del tutto diverso.

È il magico mondo dei Quarantenni Senza Legami.

Ricordo che, subito dopo avere lasciato la mia ex casa, lavoravo moltissimo (come avvocato). Restavo in studio fino alle nove, alle dieci di sera. Immagino che stare lì, dietro alla solita scrivania, fra le solite carte, avesse un che di rassicurante. Immagino fosse una traccia di continuità con me stesso. La prova che io ero sempre io.
Le serate erano laghi profondissimi, difficili da perimetrare. Verso le nove, le dieci, cominciavano le telefonate. Proposte, controproposte, appuntamenti, disdette, rinvii. Prendevo ogni decisione all’ultimo minuto, all’ultimo istante. La solitudine favorisce una forma di opportunismo piuttosto insidiosa, che porta a valutare in termini comparativi qualsiasi possibilità. L’aperitivo in un certo posto è meglio del veloce passaggio in quell’altro. L’inaugurazione del nuovo Lunge è meglio del dopo cena a casa del tizio. Comparazioni su comparazioni, millimetrando vantaggi e svantaggi. Naturalmente, dopo un lavorio così estenuante, ogni scelta lascia un poco insoddisfatti.
In linea di massima le serate erano lunghe, discontinue, confuse, allegre, rumorose, mobili, alcoliche, affollate, ripetitive. Giravo da un locale all’altro in compagnia di amici leggermente in difficoltà e facili all’estenuazione, proprio come me. Frequentavamo posti con code di persone davanti all’ingresso a partire dalle undici, da mezzanotte, dall’una, posti con musiche di Sakamoto o Funkstorung o Archivi che andavano in sottofondo, con pareti rivestite di specchi o stampe di Heatring o pannelli optical, con piccole ciotole cole di anacardi o pistacchi o chips messicane sui tavolini bassi di vetro.

Naturalmente, in questi locali incontravi molte persone.

Naturalmente, parte di queste persone erano ragazze.

La prima telefonata, due o tre giorni dopo l’incontro nel locale dai pannelli optical, era il banco di prova della direzione degli eventi. Nell’istante in cui riconoscevano la voce e la collegavano alla persona – viso, corpo, frasi pronunciate – era facile avvertire la curvatura incoraggiante o non incoraggiante o neutra della risposta. A volte l’allegria sovraesposta nascondeva un disinteresse che niente avrebbe potuto superare. Altre – capivi subito quando – il tono vagamente distaccato rappresentava un invito, un’apertura di credito.
Quello che seguiva, nel bene o nel male, era pura conseguenza. Ogni cosa era stata decisa nei primissimi istanti.

A cena sui colli, o sul mare, o in un piccolo agriturismo alle porte di Mirano, le ragazze parlavano di milioni di cose. Di loro stesse, degli amici, del lavoro, delle famiglie, dei trascorsi più o meno difficili con fidanzati, conviventi, mariti, compagni d’ogni genere. Erano resoconti particolareggiati e cauti e parziali e sfrontati e pignoli e contradditori e abbastanza banali. La precisione delle descrizioni e degli esempi rivelava che avevano già offerto quelle confidenze ad altre persone, in altre occasioni simili o identiche. Non cercavano dialogo o comprensione o empatia, ma semplice ascolto. Illustravano loro stesse, la vita che avevano vissuto, per il puro piacere di farlo. La lunga abitudine a incontri parziali o insoddisfacenti o inutili, le aveva portate a produrre da sole interrogazioni e risposte, in modo semindipendente da chi avevano davanti.
A tratti, se le circostanze erano favorevoli, le conversazioni uscivano dal solco e diventavano più libere. L’attenzione delle ragazze cresceva, il loro sguardo acquistava profondità. I camerieri con una specie di istinto infallibile, coglievano lo stato nascente delle cose. Sorridevano e, con i loro gilet color vinaccia, come officianti d’un rito pagano, portavano al tavolo un’altra bottiglia di Chardonnay bianco gelato.

A volte le ragazze andavano benissimo, altre no. A volte tu andavi benissimo, altre no. Sentivi la consistenza elastica della pelle, dei seni, sentivi il calore.

Il loro viso contratto, vicinissimo al tuo, era sempre una vertigine.

Molti anni fa ho avuto un favoloso incidente di macchina. Stavo guidando lungo una strada alberata e trafficavo con la radio cercando di ritrovare un brano, Under the bridge dei Red Hot Chili Peppers, in corrispondenza del quale, cinque secondi prima, non m’era riuscito di bloccare abbastanza velocemente il tuning automatico. All’improvviso, alzando lo sguardo dai tasti della sintonia, avevo visto gli ippocastani a ridosso del ciglio un po’ troppo vicini. D’istinto avevo sterzato, per correggere la traiettoria. Un istante dopo, la macchina era entrata in testacoda. Per dieci-quindici interminabili secondi, la vecchia Alfa 33 era stata come un proiettile totalmente fuori controllo, una massa d’acciaio e cristalli che sbandava paurosamente nello stridore infernale delle gomme, mentre le immagini oltre il parabrezza erano solo lampi istantanei e nitidissimi, un albero, uno spicchio di cielo, un altro albero. La corsa s’era conclusa contro il muro d’una casa. Danni veri. La povera vecchietta seduta in cucina, davanti alla tivù accesa, non riusciva a riaversi dallo spavento. Era stata portata via dalla croce verde.
Io, neanche un graffio.
Nei tre-quattro giorni successivi ero rimasto come prigioniero d’una bolla di irrealtà. Poiché sapevo d’avere sfiorato la morte, quella infiltrava di continuo i margini delle cose. A tratti mi sembrava d’essere ancora lì, nella macchina che sbandava, dentro una strana dilatazione del tempo che fra un istante si sarebbe conclusa nello schianto, oppure d’essere già nel nulla assoluto, incapace di comprendere la realtà del mio stato.
Quella sensazione non se n’è mai andata del tutto. A distanza di tanti anni posso ritrovarla facendomi la barba, o rispondendo al saluto di qualcuno, per strada, come un appuntamento necessario con il confine oltre il quale aspetta tutto ciò che non accade.

Appoggiate di schiena alla testiera imbottita, con lo sguardo assente e le gambe incrociate sotto il lenzuolo, le ragazze fumavano un’altra ultralight senza guardare nella tua direzione.
Potevano avere avuto voglia di divertirsi un po’ e stop. Una serata senza tante complicazioni, in compagnia d’un tizio moderatamente simpatico, moderatamente interessante.
Poteva essere una risposta a qualcuno che non conoscevi. Padri, madri, ex amanti, figure più o meno lontane eppure vivissime dentro di loro, con le quali il dialogo non cessava mai. Vedi cosa sto facendo? Vedi come mi muovo? Dove conduco la nave? Tu eri lì, disteso o seduto, nudo o vestito, ma non ti vedevano quasi. La presenza vera era un’altra, misteriosa e distante.
Altre volte era più difficile. Le ragazze davano un ultimo tiro alla sigaretta, la spegnevano nel portacenere, e ti sorridevano con una specie di dolcezza, una specie di pietà, perché un sentimento nuovo, silenzioso come la neve che cade, si stava insinuando dentro di loro. Com’era, veramente, la vita? Lunghe mattine in azienda, all’inizio di giugno, davanti agli ordini inoltrati dai rappresentanti, con il capo del personale che sedeva sempre un po’ troppo vicino, un po’ troppo sbilanciato, e raccontava quanto fosse stanco della moglie, al punto che stava pensando di separarsi, farla finita, proprio così, e pranzi alla Grotta Blu in compagnia degli impiegati dell’interporto e della filiale Antonveneta, ragazzi giovani, abbastanza simpatici, che parlavano sempre di lavoro, e Golf diesel color canna di fucile con centottantamila chilometri, un po’ troppi, da revisionare, e madri sole, incerte, preoccupate per loro, che non osavano più fare domande, e telefonini che squillavano dieci volte al giorno, o venti, o trenta, per proporre serate al Lizard, o al Club 66, o al Marquee, e amiche allegre, elettriche (quando erano in serata) per uscire con Giambi e Lello il giovedì sera, e vecchie fiamme che ritornavano alla carica nei momenti più inaspettati, in corrispondenza di misteriosi movimenti delle stelle, e rievocavano il passato nell’abitacolo della macchina, con dolcezza, con malinconia, fumando milioni di sigarette, e poi, all’improvviso, iniziavano a recriminare su episodi vecchi quattro o cinque anni, risentiti come se il tempo non fosse mai passato, perché non restava che quella miserabile scontentezza, ormai, al posto di qualsiasi forma d’intimità.
Andava così per tutti, no? Era normale.
Le ragazze non parlavano. Un’ancora profondissima lentamente si staccava dal fondo. Una mattina del tutto identica alle altre, lavandosi i denti davanti allo specchio, la vita cessava di essere un insieme ordinato di gesti e progetti e intenzioni, un’architettura definita, e diventava una somma caotica di avvenimenti difficili da controllare. Nella luce gialla dell’abat-jour ti sfioravano il viso con una carezza leggerissima, come senza peso, perché stavano per muoversi, partire, ma erano stanche, sfinite, e avevano rinunciato a opporre resistenza.
Cosa stavate cercando di fare, in quella stanza, tutti e due? Oh, qualcosa di molto semplice e molto complicato. Con metodo e disciplina e un certo accanimento, persino, stavate lavorando per esaurire la serie dei tentativi, delle possibilità. Una lunga sequenza di avventure difficili da governare, di colpi fuori bersaglio, per conquistarvi il diritto d’uscire di gara. Avevate iniziato qualche anno prima, non molti, e avreste terminato fra qualche anno, non molti. Bisognava avere la certezza che ogni punto fosse giocato, prima di passare l’ultima mano. Perché andare avanti così? Che senso aveva? Sconosciuti e sconosciute che apparivano dal semibuio della terrazza, lanciavano uno sguardo, passavano oltre. Se scavavi un po’, scoprivi sempre le stesse cose: confusi desideri di cambiamento e vecchie ferite mai del tutto rimarginate. Tu e le ragazze avevate superato la linea invisibile oltre la quale si vede ogni cosa con troppa chiarezza. Nessuno avrebbe più funzionato, per voi. Perché considerarlo un male? Non era affatto un male. Avevate avuto mille desideri, mille attese, mille estati di fuoco, e adesso era finita, perché tutto finisce prima o poi.
Dopo tanti anni, andava benissimo così.

Poesia di massa per pochi intimi




Milano. Ci capito per lavoro di corsa ogni tanto. Ogni volta è sempre un correre disperato. Ogni volta ringrazio la mia decisione di tornare a Roma. Viverci a Milano era pesante. Di giorno la città è bella, sobria, vuota. Tutti dentro uffici. Di notte si popola. E il popolo della notte milanese non è piacevole. Sembra impazzito. Vorticoso tra un locale e l'altro, tra un drink e l'altro. Violento di risse, di musica techno, di facce pesanti di droga. O di impiegati scravattati, di divorziati. Chi decide di fare una vita lineare è chiuso in case borghesi, arredate tra residui di Ikea e pezzi di modernariato o di antiquariato standard. C'è una Milano più altolocata ma io non la conosco. E vedo cosa accade in strada, la strada è ancora il polso della gente, della massa.
A Milano ho iniziato a leggere Alda Merini. A volte la incrociavo sul Naviglio Grande. Sguardo assorto. Sigaretta in mano. I Navigli assomigliano un poco a Trastevere, mi ci rifugiavo.
E mi ci rifugio ogni volta che torno a Milano. Ma la Merini non la incrocio più. Trovo il suo viso vecchio con le unghie laccate di rosso appeso nelle vetrine dei negozi.



I poeti di notte non credo che escano. Non si ritrovano più tra di loro e se lo fanno hanno posti chiusi. O lavorano da soli. Lo diceva Mark Strand, autore di "Il futuro non è più quello di una volta" (minimum fax), una raccolta di poesie bellissime, spietate, lavorate fino a raggiungere l'essenza della parola.
Strand dice che arriva a riscrivere fino a sessanta volte un verso. In un lavoro così lento e accurato la spontaneità, l'assalto della parola immediata non ha posto.
E stride con quella che viene chiamata proprio la poesia d'assalto.



Stavo a guardare il popolo della notte milanese, quello che dilata l'happy hour fino a tardi, quello che l'ora felice non la conosce e la ricerca inutilmente. Alzo la testa e vedo un ragazzo, capelli lunghi raccolti in una coda, che da solo è appollaiato su un impalcatura di un palazzo in ristrutturazione. Sembra un operaio. Ma non lo è. Scrive. Non è nemmeno un graffitaro, non sono immagini. Sono proprio parole, nero su bianco. Una pagina su un palazzo.
Chi getta semi al vento, farà fiorire il cielo. E poi una firma: Ivan. E poi un sito internet www.i-v-a-n.net.
Per deformazione professionale, penso subito alle nuove frontiere della pubblicità. Le aziende cercano di intrufolarsi nella vita della gente attraverso quello che viene chiamato il guerrilla marketing o il viral marketing: far sembrare naturale e spontaneo un messaggio, che poi si scopre essere uno slogan di un prodotto o un logo o qualche altra diavoleria per pubblicizzare qualcosa da vendere.
E invece Ivan è una persona, non è uno staff, non è un'idea di persuasione.
E' nato nel 1981, ha la fisionomia di ragazzo di centro sociale, ha il fascino dei colori scuri in viso e ha deciso dal 2003 di imbrattare i muri di Milano con i suoi versi e di realizzare installazioni poetiche. Una specie di neo hippy moderno, che utilizza le tecnologie, i video e internet al servizio di una sua precisa idea: diffondere la poesia di strada.



Assomiglia a Daniele Silvestri, per il quale ho avuto sempre un debole. E confesso che la sua Paranza sanremese mi ha tenuta incollata al Festival. Silvestri parla di latitanza, di assenza, di fuga.



Ivan è invece presente, al limite dell'illegale. E ricorda il celeberrimo Bansky, ormai quotatissimo artista di strada, di cui nessuno conosce l'identità ma che ha messo Londra a subbuglio con i suoi graffiti dissacranti e che adesso è ricercatissimo dal mercato dell'arte contemporanea. Bansky poi non si è fermato a Londra, ha assaltato perfino il muro di Gaza. Non è attraverso le parole che comunica, si esprime con la forza delle immagini. Ma l'idea è simile: appropriarsi degli spazi aperti, di quello spazio dove la gente cammina, si incontra, dove a volte non si dice niente.









E così è per Milano: le parole di Ivan, a parte qualche spazio sui giornali, non so quanto facciano presa. Ma va bene così. La poesia non è per tutti, non lo è mai stata. L'utopia non fa parte di questi tempi, purtroppo o per fortuna. E l'ammissione è proprio nella frase "Chi getta semi al vento, farà fiorire il cielo". Ma colpisce l'intuizione del bel verso, che ha anticipato di qualche anno quello lavorato di Mark Strand: Il futuro non è più quello di una volta. Ivan lo aveva già scritto. Ed è forse il verso migliore, tra altre parole ingenue. E anche Bob Dylan lo diceva, che la risposta sta soffiando nel vento. E nella scelta del gerundio, una possibilità in divenire. Come se i versi siano semi, in attesa di sbocciare solo per i pochi sfacciati e sfaccendati che si fermano a leggerli.



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