Home » Rivista "O" » Scrittura e manutenzione del giardino febbraio 2007

Profumo d'Oriente


Fu proprio durante la sistemazione del giardino (Cfr. Esperienze di un giardino ai Tropici) che facemmo la conoscenza del kurundù.
L’anno prima, quello che chiamavamo ‘il trattorista pazzo’, sempre su di giri e con la bocca rossa, aveva portato insieme alla terra un ceppo di legno con qualche residuo di radice. Come tutto quel che viene appoggiato a terra da queste parti, il ceppo mise altre radici e sviluppò delle foglie.
L’anno dopo l’abbiamo trovato lì, un arbusto con foglie di colore verde intenso e nervature molto marcate. L’avevo notato, ma come con la maggior parte delle piante locali, neanche avevo provato a dargli un nome.
Il trattorista continuava i suoi viaggi anche quell’anno, sempre pazzo e con la bocca sempre più rossa (questo effetto deriva dall’abitudine di masticare un intruglio vegetale, chiamato betel, molto diffuso tra i locali, con effetti di blanda eccitazione - Ndr)
Mi ero raccomandato di non far calpestare quel cespuglio, così mi sono preoccupato quando l’ho visto arrivarci sopra a tutta velocità a marcia indietro, con il rimorchio del trattore.
Quando sono arrivato la scena era la seguente: il cespuglio era ripiegato sotto il trattore, proprio al centro tra le due ruote. Il mio amico Domenico gli gridava di fermarsi; lui guardava indietro e rideva, senza capire perché ce la prendessimo tanto, e scrollava le spalle dicendo: - Kurundù.. kurundù..
Kurundù… ’nda’fess’i soreta! - gli strillava Domenico (…con vago accento napoletano: forse si capisce!), mentre io me la prendevo con lui, per non essere stato abbastanza attento. Infine sono arrivati gli altri operai e abbiamo scoperto che kurundù è l’albero della cannella; in Sri-Lanka la pianta è tanto comune da non giustificare agli occhi del povero trattorista tutto quel chiasso per un alberello capitato lì per caso.
Comunque, grazie all’effetto-trattore, il tronco si era separato in diversi pezzi, ciascuno con un po’ di radici e qualche foglia, che ho provveduto a piantare tutt’intorno.

La spezia è la corteccia della pianta della cannella (Cinnamomum zeylanicum), anche facile da riconoscere, se la si è vista una volta e si prende l’abitudine di stropicciare le foglie tra le dita, per sentirne l’odore.
C’era sempre stata un po’ di curiosità, a proposito di quei piccoli cilindri marrone chiaro (color cannella!) che usavano le nonne e le zie per fare i dolci. In effetti la cannella non si trova così in natura; è un tipico manufatto che richiede una laboriosa preparazione. Lungo la strada, in Sri-Lanka, si possono trovare dei laboratori a conduzione familiare dove si lavora la spezia; la gente del posto è cordiale e molto orgogliosa di mostrarli.
Si parte dall’alberello verde; da essi, con una tecnica particolare, si stacca la corteccia per brevi tratti, con la maggiore attenzione possibile per rimuoverla tutta intera. Dopo una prima essiccazione, si stipano una dentro l’altra cortecce di diametro sempre più piccolo, fino a formare dei rotolini di sfoglie concentriche, che è poi la preparazione della spezia che si trova nei mercati.
Quello che resta degli alberelli dopo lo scortecciamento è venduto come legno per recinzioni o per accendere il fuoco (legno di cannella: kurundù-lì) e non profuma più. Solo quando capita a volte di tagliare o fare la punta a qualcuno di quei paletti, il profumo si sprigiona di nuovo: dolce, insinuante, evocativo: profumo d’Oriente.




Foglie dell’alberello della cannella (Cinnamomum zeylanicum); quelle rosse sono le foglie giovani.




Laboratorio a conduzione familiare per la preparazione della cannella; in alto si possono vedere i bastoncini già pronti, messi ad essiccare




Rimozione della corteccia dai tronchetti di cannella, per la preparazione della spezia




Preparazione dei bastoncini di cannella, ottenuti stipando uno dentro l’altro pezzi di corteccia di diametro diverso



LEMON GRASS
C’era una volta... un altro tempo, un’altra vita, un po’ di tempo fa...
Il primo viaggio in Sri-Lanka e la scoperta di una terra sconosciuta e diversa; nuovi odori e sapori.
Le scoperte dei viaggi: ti rendi conto di un mondo che è sempre stato lì, dietro l’angolo, eppure non avevi mai toccato prima; un forziere che per inerzia, mancanza di fantasia o per altri motivi, non avevi voluto aprire. Quando chiudi gli occhi, salti il fosso e ti lasci andare, il posto nuovo ti riversa addosso una quantità di tesori: sensazioni, stimoli, idee. Così tanti, a volte, da averne paura.
In questo nuovo mondo c’era un’erba quasi mitica: del perché e come lo fosse diventata è una storia troppo lunga; in qualche modo era associata all’idea di Oriente, di vacanza e di meraviglia.
Nel linguaggio corrente è nota come "lemon grass" (erba limone), ma altri la conoscono come cimbopogone ("Cymbopogon citratus"). E’ una comune graminacea, con una base di radici superficiali e foglie nastriformi che partono da terra e si aprono verso l’alto come uno zampillo d’acqua, alte fino a un metro da terra. Sono le foglie ad essere profumate, quando si stropicciano tra le mani o si aggiungono ad un piatto durante la cottura.
Qui si trova nei mercati delle verdure, perché fa parte degli aromi del curry; allora bisogna chiedere: "serah tieneva-deh?". E’ una componente essenziale di numerose ricette della cucina orientale, per il suo particolare profumo. In Italia, per l’uso culinario può essere sostituita con una certa approssimazione con le foglie essiccate e tritate della cedrina (Lippia citrodora), che è un arbusto di tutt’altra specie.
Questa lemon grass è stata molto desiderata, di ritorno dal quel primo viaggio; cercata, raccontata, più volte portata in Italia e messa a radicare in serra con tutte le attenzioni possibili, ma è sempre sfuggita ad ogni tentativo di riproduzione e crescita, in un ambiente diverso da quello provenienza.
Ai Tropici invece è molto diffusa, facilissima da trapiantare. Se ne strappa un mazzetto alla base, con qualche peluzzo di radice e si mette da un’altra parte, nel terreno molto povero, in parte sabbioso, del giardino che abbiamo strappato al mare. Nel giro di sei mesi diventa un cespuglio di tutto rispetto.
Ora l’abbiamo sparsa dappertutto, anzi ogni tanto bisogna ridimensionarla, perché tende ad essere invasiva. Per me è parte del panorama, olfattivo e visivo del giardino, ma è bello vedere qualcuno farne la scoperta, come se fosse la prima volta del mondo.
- Hai sentito quest’erba? ..Incredibile! ..Sa di limone! - mi ha gridato una volta un’amica ospite.
- Si… E’ la lemon grass.. Il cimbopogone - ho risposto con noncuranza esagerata.




Lemon grass (Cymbopogon citratus)




Un mazzetto di lemon grass, per impiego culinario


UNA MEDICINA PER LA MALINCONIA
Quando si è contenti è facile: allora non si ha bisogno di nessuno.
Ci si sente forti, in sintonia con il mondo e si vuole soltanto associare qualcuno alla propria gioia di vivere.
E’ quando si é tristi che la presenza di qualcuno a fianco può dare più forza; la sensazione di essere sostenuti quando si sta per cadere; un nucleo di resistenza che funzioni come una difesa contro l’esterno.
Altre volte può essere di aiuto qualche altro sistema, che non richiede persone e può succedere di trovare per caso

Questa è il mio personale incontro con la cioccolata
Vari anni fa – saranno una quindicina, adesso - quando sono stato in Sri-Lanka da solo per tre mesi, ho avuto dei colpi di malinconia. Arrivavano all’improvviso e altrettanto rapidamente andavano via, di solito. Ma a volte duravano più a lungo.
Allora il mondo diventava più scuro e il sole dei Tropici non bastava a rischiararlo. Il futuro appariva senza interesse, il passato non aiutava. La gioia di vivere era scomparsa e davvero non trovavo niente e nessuno che mi potesse aiutare.
Quel giorno, credo che fosse proprio il primo dell’anno, era nato male; mi ero svegliato senza gioia e andava avanti così.

Qualche giorno prima avevo trovato al mercato dei frutti dell’albero del cacao (Teobroma cocoa): sono dei poponi allungati, dalla buccia solcata da scanalature, della grandezza di un meloncino. Di colore giallo-verde quando sono acerbi, prendono un bel colore giallo oro, poi rosso-bordeaux a maturazione. Era il periodo giusto, credo: non si trovano in tutte le stagioni.
Avevo fatto qualche tentativo di assaggio: deludente. I semi assomigliano a dei fagioli e sono del tutto immangiabili, da freschi.
Così mi ero informato in giro: andavano fatti fermentare per una settimana e poi tostati.

Quel giorno avevo girovagato un po’ per il giardino, senza una meta precisa, ma niente mi aveva interessato; neanche le orchidee che avevo comprato per quattro soldi e che si stavano arrampicando spontaneamente sugli alberi intorno a casa.
Lo sguardo mi andò per caso alla ciotola con i semi di cacao che avevo messo a macerare da qualche giorno; con il caldo avevano fatto una bella muffa sopra.
- Fermentare, stanno fermentando - avevo pensato.
Così li avevo presi, lavati e messi in un pentolino a secco sul fuoco, muovendoli continuamente. Pensavo alla macchina per tostare il caffé che avevo visto in funzione una volta: volevo ottenere più o meno lo stesso risultato.
Dopo qualche tempo, e con qualche scottatura sulle dita, i semi erano diventati quasi neri. Il sapore adesso si avvicinava di più al cioccolato, ma aveva ancora un che di insipido e di burroso.
Così presi il mortaio e cominciai a pestarli insieme allo zucchero. Adesso la trasformazione era completa: ero arrivato al cioccolato partendo dal frutto fresco.
La cioccolata con il latte, che ero andato a gustarmi fuori in veranda, aveva portato via la tristezza.
Mentre ero seduto al sole, il giorno di Capodanno, così lontano da casa, ripensavo a come ero stato, solo qualche ora prima, senza riuscire a spiegarlo né a ricordare bene. La tristezza è così: quando è andata via sembra che non ci sia mai stata.

Che altro dire? Forse il sistema per superare la tristezza attraverso la curiosità ha funzionato con me e non è esportabile; magari può funzionare anche per altri.
Non si può saperlo se non si prova.




Frutti dell’albero del cacao (Theobroma cocoa)




Semi freschi di cacao, nel frutto appena aperto




L’albero del cacao, con i frutti che pendono direttamente dal tronco

Altri giardini



2 febbraio, la ‘Candelora:
dell’inverno siamo fora.
..Ma se piove o tira vento
all’inverno siamo drento
(Vecchio detto popolare)




Mimosa (Acacia dealbata) fiorita in gennaio; intorno viti spoglie e ancora non potate). [Salvo diversa indicazione le foto sono dell’Autore]


CAMPAGNA INTORNO A ROMA. FINE GENNAIO 2007
Sulla strada verso casa le foglie ballano impazzite in un vortice, come in una giornata ventosa di novembre.
Come se fosse un bell’inizio di autunno – di quelli di una volta - e non inverno avanzato.
Come se si potesse danzare leggeri con le foglie alla maniera di Snoopy e stare senza pensieri; senza preoccuparsi del freddo che non arriva o che arriverà in ritardo e farà solo danni; dello scongelamento dei poli e dei mari che si innalzeranno; dell’ennesima petroliera che sta inquinando le coste o dell’avanzamento del "doomsday clock", l’orologio che segna il tempo che manca alla fine del mondo per una esplosione nucleare.
Il quotidiano terrore propinato dai media.
Ormai a tutti i livelli, il pensiero della natura comincia ad essere doloroso. Gli stessi saggi non sanno più dove sta il giusto: se passare sotto silenzio queste notizie o farsene travolgere. Non che la deriva del mondo ne sia minimamente influenzata!
Tra l’altro… Dove sono più i saggi?
Una volta stavano in campagna. Si ritiravano lì a coltivare l’orto, veder crescere le piante e passare le stagioni; d’inverno stavano davanti al camino, a pensare al tempo e alla vita.
Altri saggi si ritiravano in una casetta vicino al mare; avevano – quasi inclusa nel kit da saggio marinaro, insieme al copricapo di lana - una barchetta per andare a pescare. Fiutavano il vento e davano consigli ai giovani sul tempo del giorno dopo.
I vecchi delle montagne erano una varietà ancora diversa; avevano quasi sempre la barba bianca e la pipa: gran raccontatori di storie e infaticabili camminatori, in spregio dell’età.
Era del saggio la decisione di tirarsi fuori dall’agone dopo aver fatto la propria parte, e buttare un occhio sul mondo non troppo spesso, da lontano.
Poi, in un tempo relativamente breve, la distanza è stata sempre più difficile da mantenere. L’altro mondo ha cominciato a invadere le campagne e le spiagge, finché non è stato più possibile far finta di niente. Pochi pesci nel mare inquinato intorno alle coste e buste di plastica in superficie, le montagne senza la neve; in campagna un’invasione lenta e capillare. Gli spari dei cacciatori c’erano sempre stati, ma ora arrivavano con i fuoristrada fin dentro i campi; attraversavano le siepi per provare la potenza del loro mezzo… Gli uccelli si zittivano al primo sparo, e senza di loro non era più la stessa cosa.
Poi le stagioni hanno cominciato a slittare l’una sull’altra…



Mimosa fiorita a fine gennaio nella campagna romana: intorno, rami nudi


MIMOSE
Una volta le mimose fiorivano all’inizio di marzo.
Era così caratteristica, questa fioritura, che furono scelte e abusate come fiore-simbolo per la festa della donna, l’8 marzo.
Negli ultimi anni comunque, non se ne poteva più: ad ogni incrocio, in città, c’era un immigrato che ti voleva vendere il suo mazzetto per 1000 lire; poi per 1 euro. Nord-africani, arabi: tutti abbastanza estranei alla festa della donna!
In campagna si viveva il risvolto distruttivo di questa operazione commerciale: giungevano con tutti i mezzi, biciclette, tricicli, furgoni, a depredare le piante fiorite ai bordi delle strade; con marranci e accette, quando erano meglio organizzati, ma il più delle volte con le mani nude per fare più in fretta.
Alla fine della devastazione le piante restavano mutilate, con i rami schiantati lasciati a pendere e spogliati dei fiori, gli scarti lasciati per terra tutt’intorno.
Poi le mimose hanno cominciato a fiorire sempre più presto; ormai a marzo arrivavano solo fiori rinsecchiti, brunastri e spenti, senza la grazia vaporosa della fioritura al suo inizio. Più spesso fiorivano a metà febbraio ma mai come questi ultimi anni, prima della fine di gennaio.
È impressionante il cambiamento dei ritmi della natura sotto i nostri occhi: la scomparsa delle lucciole, la rarità della neve, il prolungamento dell’estate, la mitezza degli inverni; una volta questi cicli prendevano tempi più lunghi della vita di un uomo; vederli avvenire sotto i nostri occhi dà un’idea dell’accelerazione dei cambiamenti, ma è qualcosa di innaturale e vagamente minaccioso.
Ogni tanto ci ritroviamo a pensare a qualcosa ‘com’era prima’ e a come rapidamente ci sta venendo meno la possibilità di invertire questa tendenza precipitosa al degrado e alla perdita.
Considerare che alla fine di questa strada c’è anche la fine dell’uomo sembra tutto sommato solo un evento necessario e tardivo.



La mimosa e la luna; sullo sfondo le luci del paese (Lanuvio - Civita Lavinia)


PULCINI DI DRAGO
Era stata a lungo solo la sensazione di qualcosa di strano, un suono stridente ma attutito, che dovette superare una certa soglia perché me ne accorgessi. Poi, una sera che ero steso per terra con un filo d’erba in bocca, a fare nient’altro che guardare le nuvole, lo sentii più forte e non fu più possibile ignorarlo.
Un suono mai sentito prima, tra lo stridìo e il sibilo, che non sembrava provenire da un luogo particolare, ma insinuarsi e riverberare tra le vecchie pietre del casale. Aveva ancora, di strano, che appena mi sembrava di averlo localizzato e mi spostavo per sentirlo meglio, il suono cessava.
Il momento più bello dei misteri – come delle persone, del resto - è prima di trovare la soluzione, o l’inquadramento: allora la mente si focalizza tutta su un punto; elabora e scarta ipotesi diverse, costruisce, deduce.
Era sicuramente il verso di un animale, ma per qualche motivo mi ero convinto che quel rumore non potesse appartenere a niente di conosciuto. Chissà perché mi venne in mente che se si dovessero schiudere delle uova di drago, i piccoli draghetti – non ancora verdi, ma rosa come passeri implumi, solo un po’ più grandi e con un abbozzo di cresta dentata lungo il dorso, fino alla coda - avrebbero fatto proprio quel verso.
Il mistero continuò per qualche giorno ancora; lo strano verso alternativamente si ripresentava e scompariva, fino al giorno che mi trovai a passare proprio sotto il muro del vecchio ballatoio, e lo sentii venire proprio da sopra la mia testa, da uno dei buchi nel muro. Ormai non potevo più eludere la soluzione del mistero, andai a cercare una scala e l’appoggiai al muro. Volevo e non volevo, guardare nel buco.
Mi tirai su pianissimo, allargando lentamente il campo della visione; per non disturbare, certo, ma – credo - soprattutto per non spaventarmi troppo e per essere pronto a sfuggire all’attacco dei draghi… Nel caso.
Arrivai così a vedere il contenuto del nido. Perché era un nido: e conteneva tre piccoli barbagianni, bianchi e piumosi con dei grandi occhi spalancati sulla mia sorpresa.
Nei giorni successivi andai altre volte a guardarli e feci anche la conoscenza con la signora madre: una sera che arrivò sul nido planando silenziosa e per poco non mi fece cadere dalla scala, per la sorpresa.
Da allora li lasciai in pace, ma li ho aspettati invano negli anni successivi; non sono più venuti a fare il nido tra le vecchie pietre del casale.



Pulcini di barbagianni (Tyto alba) [foto da internet]




Mamma barbagianni torna al nido [foto da Internet]

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