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Antonio Rezza per Alberto Grifi: un pitecus geniale per un genio epatitico




Cirrosi epatica virale e tre carcinomi in stato avanzato: questa lo diagnosi attuale di Alberto Grifi (che vedete in foto qui sopra, in tempi migliori). Evvabbè direte voi, che ce ne frega. Forse perché non lo conoscete, ma rimediamo subito: ”Alberto Grifi, nato a Roma nel 1938, è unanimemente considerato da critici e studiosi uno dei primi e tra i più importanti autori di cinema sperimentale in Italia. Con alcuni suoi film – La verifica incerta (1964), Anna (1972-75) - ha scritto delle pagine fondamentali del nostro cinema, conosciute ed apprezzate anche all’estero. Ha perseguito con coerenza un’idea di cinema indipendente in opposizione al cinema-spettacolo, portando avanti un continuo lavoro di disvelamento e destrutturazione dei linguaggi e dell’apparato produttivo del cinema, rifiutandosi a qualsiasi compromesso. In gioventù ha frequentato il salotto di Zavattini, facendo suo l’invito rivolto dal grande vecchio di Luzzara ai giovani cineasti (ma ben pochi l’hanno ascoltato) a non perdere tempo per cambiare il cinema ma ad impegnarsi a cambiare la vita perché da là sarebbe venuto un cinema veramente nuovo. Ha attraversato da protagonista la cosiddetta neoavanguardia degli anni Sessanta condividendone ispirazioni, richiami e spinte sperimentali”. Cito paro paro dalla brochure di presentazione di uno spettacolo di Antonio Rezza e Flavia Mastrella, Pitecus, tenutosi giovedì 11 gennaio 2007 all’Alpheus.
Si perché la brochure continua edocendoci sullo stadio avanzato delle varie malattie che hanno successivamente colpito il Grifi e che gli hanno reso impossibile il soggiorno presso gli amici che erano soliti ospitarlo, dato che da anni era stato sfrattato dalla sua abitazione. Urge pertanto una casa, e a tal fine il tragicomico Rezza ha organizzato di volata la messa in scena di un suo vecchio spettacolo, Pitecus, i cui incassi sono andati interamente a favore di questo grande maestro morente del cinema d’avanguardia. La promozione dello spettacolo è avvenuta praticamente solo tramite email, e ciononostante stasera all’Alpheus è un pienone. Bè, Rezza sarà pure al di fuori dei circuiti ufficiali dei vari zelig e simili, ma con le sue capacità comiche è capace di mobilitare le masse come neanche un Petrolini d’ante guerra. Per chi non lo conoscesse la sua carriera ormai ventennale è stata insignita di svariati e prestigiosi riconoscimenti, e si è declinata nel cinema, nel teatro e anche nella scrittura (uscito da poco per Bompiani il suo ultimo romanzo, Son[n]o). Per dirne una, il suo lungometraggio più conosciuto, Escoriandoli, ha permesso a Fuori Orario di Ghezzi di avere una volta tanto un’audience rilevabile: evento raro quanto la cometa di Halley. Sulla scena rivela doti diverse, ma la sua comicità rimane sempre la stessa esilarantissima: una comicità, come dire, semiotica e burina, che passa dal volgare all’ipercolto con assoluta nonchalance, fermo restando un retroterra ben saldo di critica sociale (ma socioantropologica più che sociopolitica). E’ un unicum. Solo a vederlo fisicamente si comincia a ridere: un physique du rôle tutto ossa e nervi, rachitico e schizofrenico, la zazzera alopeciale: la fisionomia inequivocabile di menestrello quattrocentesco. La sua voce poi è un bordone continuo dagli effetti sonori più disparati, con coloriture dialettali che ti schiaffa in faccia come bignè escremenziali. Ed in faccia ti schiaffa anche vari insulti, che tu sia indifferentemente uomo o donna, malato vecchio o bambino. Proprio stasera se la sta prendendo fra il pubblico con un’angelica bambina biondina che vuole andarsene via con la mamma, ricordandole che un giorno la mamma se ne andrà via invece senza aspettare lei…che stronzo direte voi. Che stronzo in effetti, ma che dire, Pitecus è proprio sulla stronzaggine umana: dallo studente nullafacente all’amico assillante al vecchio autistico all’adottatore a distanza all’handicappato irriverente, tutti “i personaggi sono brutti somaticamente ed interiormente, sprigionano qualunquismo a pieni pori, sprofondano nell'anonimato ma, grazie al loro narcisismo, sono convinti di essere originali, contemporanei e, nei casi più sfacciati, avanguardisti”. Chiaro che il discorso vale per tutti noi: e se anche ci ridiamo su come matti, e bene anche che ci ricordino che non c’è proprio un cazzo da ridere.

Idiota fino all'ultimo respiro




"Dopotutto sono un idiota. E comunque... va fatto!" E' con questa battuta che si apre il film Fino all'ultimo respiro, di Godard, 1960. Confesso che ho il poster in camera. Confesso che la prima volta che l'ho visto, il film, sono rimasta stupita per la bellezza dei dialoghi e delle inquadrature. Ogni volta che lo riguardo mi pare modernissimo. Sono riuscita a trovarlo in dvd nell'unico negozio a Roma che conosco che affitta e vende credo tutti i film d'autore, Hollywood, in pieno centro, dietro piazza Farnese. Un posto piccolissimo, gestito da un uomo che sa davvero tutto di cinema. Quando gli ho chiesto se aveva Fino all'ultimo respiro, abbiamo iniziato a parlare sul fatto che non si riesce a trovare nei film più vicini a noi la stessa intensità di inquadrature e dialoghi e ironia. Forse Ferro 3 si avvicina per qualche verso, ma lì c'è la totale assenza di dialoghi e una intensa tristezza orientale che è un'altra cosa. Ma il senso di essere di fronte a qualcosa di vero c'è. Ed è la cosa più difficile da ottenere attraverso ogni tentativo di fare arte, ogni artificio. Non starò a fare una dissertazione sulla Nouvelle Vague francese e sul fatto che preferisco Godard a Truffaut (il quale ha comunque sceneggiato Fino all'ultimo respiro). C'è una abbondante letteratura e aneddotistica a riguardo. Non parlerò della bellezza di Jean Paul Belmondo e delle sue smorfie e sexissima mimica da pugile e della luminosità del viso, degli occhi e della postura di Jean Seberg. Trascrivo semplicemente una parte del dialogo che avviene in un interno, una scena fin troppo lunga per i canoni classici del cinema, ma che rimane di rara intensità e freschezza. E che rende il senso dell'innamoramento: "Dopotutto sono un idiota. E comunque... va fatto!".



-Rispondi, che cos'hai?
-Lasciami tranquilla, rifletto.
-Su cosa?
-Il dramma è che non lo so.
-Io lo so.
-No, non lo sa nessuno.
-Tu pensi a ieri sera. Ma sì!
-Ieri sera ero furiosa. Ma adesso non lo so, non importa. Non penso a niente. Vorrei pensare a qualcosa ma non ci riesco.
-Va bene, io sono molto stanco e mi rimetto a dormire. Perché mi guardi?
-Perché ti guardo.
-Dovevi restare con me ieri.
-Non potevo.
-Sì invece. Dovevi solo dirgli che non potevi vederlo.
-Mi farà scrivere degli articoli, è molto importante per me, Michel.
-No, è più importante venire a Roma con me.
-Forse, non lo so.
-Hai dormito con lui?
-No.
-Scommetto di sì.
-No, lui è molto gentile. Ha detto che un giorno andremo a letto insieme, ma non ora.
-Che ne sa, non mi conosce.
-Non io e te! Io e lui! Siamo andati a Montparnasse a bere qualcosa.
-Anch'io ero lì, a che ora?
-Non lo so, non siamo rimasti molto.
-Perché sei venuto qui, Michel?
-Perché avevo voglia di dormire con te.
-Non mi sembra una buona ragione.
-Evidentemente significa che ti amo.
-Ma io non so ancora se ti amo.
-E quando lo saprai?
-Presto.
-Che vuol dire presto? Tra un mese, tra un anno?
-Presto vuol dire presto.
-Le donne non vogliono fare in otto secondi quello che farebbero volentieri otto giorni dopo. Ma è la stessa cosa! Allora perché non otto secoli?
-No, otto giorni vanno bene.
-No, siete sempre per le mezze misure, mi butta giù di morale. Perché non vuoi dormire con me?
-Perché voglio scoprire... C'è qualcosa di te che mi piace ma non so cosa. Vorrei che fossimo Romeo e Giulietta.
-Che idee infantili!
-Vedi? Ieri mi hai detto che non potevi stare senza di me. E invece puoi benissimo. Romeo non poteva stare senza Giulietta.
-No, io non posso stare senza di te.
-Che idee infantili!
-Sorridimi... Allora conto fino a otto. Se non mi avrai ancora sorriso, ti strangolo! Due... tre... quattro, cinque, sei, sette... sette e mezzo... sette e tre quarti... Sei così vigliacca che scommetto sorriderai.
(lei sorride)
-Non ho più voglia di giocare oggi.
(lui le alza la gonna, lei gli dà uno schiaffo)
-Sei una vigliacca, che peccato.
-Perché mi dici questo?
-Non lo so, perché mi dai ai nervi.
-Anche tu.
-No, io non sono un vigliacco.
-Come fai a dire che ho paura?
-Dici che va tutto bene e non riesci neanche ad accendere una sigaretta. Significa che hai paura di qualcosa. Non so di cosa, ma hai paura.
-Prendine una.
-Non fumo Chesterfield. Dammi il cappotto, prendo le mie.
-Qui?
-Dammelo.
...
(Lui si accende la sigaretta)



-Vedi? Io non ho paura.
-Io non ho detto questo.
-Certo che sì.
-No.
-Avresti voluto dirlo e ora sei seccata... perché è troppo tardi.
-Ora non ti parlo più.
-Pensi mai alla morte? Io continuamente.
-Michel?
-Che c'è?
-Dimmi una cosa carina.
-Cosa?
-Non lo so.
-E nemmeno io.
-Mi piace il tuo posacenere.
-Viene dalla Svizzera. Mio nonno avava una Rolls Royce, che bella macchina! In 15 anni non l'hanno mai portata dal meccanico.
-Hai visto il mio nuovo poster?
-Patrizia, vieni qui.
-No.
-Ma sì, per Dio!
-Qui non sta bene, dove posso metterlo?
-Perché mi hai dato uno schiaffo quando ti ho guardato le gambe?
-Non erano solo le gambe.
-E' la stessa cosa.
-I francesi dicono sempre che è lo stesso quando non lo è per niente.
-Ho trovato una cosa carina da dire.
-Cosa?
-Voglio andare a letto con te perché sei bella.
-No, non sono bella.
-Allora perché sei brutta.
-E' la stessa cosa.
-Sì, bella mia, è la stessa cosa.
-Sei un bugiardo.
-E' stupido dire bugie. E' come al poker... meglio dire la verità. Gli altri pensano che stai bluffando e così vinci. Che c'è?
-Ti guardo finché non mi guardi più.
-Anch'io.
(si baciano)

Marco Baliani - L'amore buono (Rizzoli 24/7)


Il Papa dice che per combattere l’Aids ci vogliono la fedeltà e l’astinenza. A noi convincono di più artisti come Marco Baliani, uomini che si immergono nella realtà africana, tentando di svolgere un lavoro pedagogico (nel senso migliore del termine). Baliani, dopo l’esperienza del “Pinocchio nero”, è tornato in Africa per mettere in piedi uno spettacolo che da un alto parlasse della marginalità presente nelle grandi metropoli di quel continente, e dall’altro ci mettesse di fronte alla piaga dell’Aids senza facili patetismi od inutili “prescrizioni”. L’amore buono ( Rizzoli 24/7, p. 222, € 14,50) è adesso anche un libro, un libro che dimostra come oggi i nostri più bravi uomini di teatro (Baliani appunto, Paolini e Celestini) svolgano veramente quella funzione di coscienza civile, che nel nostro paese ha avuto sempre la vita troppo, troppo dura.


“Una volta a Kawangware c’era una donna che vendeva marijuana. Si chiamava Ida” Kajohn parla sfoderando un gran sorriso, compiaciuto di attirare l’attenzione degli altri, “questa donna aveva fatto amicizia con un ragazzo che però era malato di Aids e glielo aveva trasmesso. Così anche Ida aveva preso l’Aids ed era stata molto male. Però non era così magra come di solito sono le persone malate di Aids. Il dottore non disse niente al marito perché la donna non voleva. Il marito dopo un po’ di tempo morì perché era stato contagiato anche lui. Lei ha continuato a vendere marijuana in un posto chiamato Congo, e lì gli uomini si picchiavano per fare l’amore con lei perché si vestiva sempre in modo provocante, lo faceva apposta. Molti miei amici sono stati contagiati e uno di questi, quando l’ha saputo, ha cercato di violentare sua sorella più piccola, forse pensava che così sarebbe guarito.”
“E’ vero” dice Michael, senza nemmeno alzare la mano a prendere la parola, “a Kogorocho, nel mio slum, gira voce che se uno si è preso l’Aids e violenta una ragazza vergine può guarire dalla malattia.”
(…)
“Anch’io ho una storia da raccontare” interviene Dexter alzando la mano e precedendo gli altri che chiedono la parola. “Una volta mio padre lavorava in casa di un ricco, uno così ricco che i figli studiavano in America. Nella stessa casa lavorava anche una ragazza come housegirl, era giovane e carina. Un giorno questa ragazza si sentì male e andò dal dottore che le disse che era malata di Aids. Così ha iniziato a vestirsi in modo appariscente, con le minigonne, ha cercato di provocarlo in tutti i modi il suo capo che alla fine ci è stato e si è preso l’Aids anche lui.”
“E’ così” dice Evans, “è come ha detto Dexter, oggi le ragazze sono rovinate perché fanno sesso in cambio di qualcosa, è sempre la ragazza che chiede di fare sesso, e che si veste in modo provocante, per far cadere l’uomo in trappola.”
Tutti ridono, dandosi gran manate sulle gambe.
“Le ragazze fanno a gara a quanti ragazzi si sono fatte” interviene Joseph, “i ragazzi invece vogliono solo divertirsi, e abboccano all’amo.”
“In Kenya le ragazze hanno sempre bisogno d soldi per comprarsi i vestiti, e non finiscono la scuola per andare a lavorare nei bar dove incontrano molti uomini” dice James con una mezza piroetta vicino al fuoco per fare il buffone, “lì imparano a fare sesso e poi contagiano i loro ragazzi.”
“Ci sono delle ragazzine che sembrano giovani e piccole” riprende Kajohn, “ma se le guardi bene vedi che sono già delle piccole donne ben fatte che vogliono fare sesso per avere qualcosa in cambio.”
“Per questo poi succede che anche gli uomini maturi si mettono a far l’amore con le piccole” aggiunge John K.
“L’uomo ha questo animale in mezzo alle gambe che è più forte di lui”. Tutti sghignazzano alla battuta di Evans, “e quando l’animale si sveglia non c’è niente da fare, vuole essere soddisfatto.” Altre risate a scroscio.
“E poi lo sanno tutti che la caramella è più buona senza la carta” dice ridendo Daniel, “per questo quando fai l’amore con una ragazza lei non tira mai fuori il condom.”
È da un’ora che li ascolto parlare, a ogni intervento mi sento crescere dentro una rabbia che ora sta per esplodere. Non ne posso più. Questi sarebbero i magnifici venti, scelti da me per giunta? Sono loro gli eredi del Pinocchio nero con cui dovrei mettere in piedi uno spettacolo sull’Aids e sull’uso del condom? Mi sembrano solo una manica di debosciati che pensano unicamente a come scoparsi più donne possibili, con questo lessico violento, con queste risate gongolanti, da maschi in fregola, mettendosi in bocca frasi fatte, le battute ascoltate al bar, i luoghi comuni che girano tra gli uomini dello slum. (…)
“E’ stato molto interessante ascoltare i vostri racconti” dico con una faccia che, a giudicare da come mi guardano sospettosi, deve rivelare tutt’altro, “ma credo che dovremo andare più a fondo, domani sera faremo un secondo giro, vi voglio domandare cose più precise”. Sto per alzarmi, mentre Douglas traduce il mio italiano in kiswahili, e dalle loro espressioni vedo che hanno colto benissimo il mio malumore. D’improvviso mi volto. “Vorrei però ancora sentire che ne pensa Nancy, che non è mai intervenuta.”
Nancy, per niente turbata dal mio invito, si alza lentamente e prende la parola: “Io penso che sono sempre i ragazzi che ci provano”. Si solleva un coro di rimostranze ma lei imperterrita va avanti: “Perché pensano che tutte le ragazze sono puttane. Ma sbagliano. E poi sono i ragazzi quelli che si vergognano di più a chiedere di usare il condom. Io se faccio l’amore uso sempre il condom perché voglio essere padrona del mio corpo”.
Si risiede, come una piccola regina. Nel silenzio più totale. Sono stupefatto, ha azzittito tutti senza vergogna di parlare in prima persona. Quasi tutti i maschi invece sono intervenuti riportando racconti o esperienze altrui, senza farsi mai coinvolgere.
Abbandono lo spiazzo insieme a Maria e allontanandomi li sento discutere animatamente con le voci che si sovrappongono senza più alcun ordine. (…)
“Mi pare un’impresa impossibile” dico a Maria che si è già infilata nel suo letto sotto la zanzariera, “altrochè battaglia per il condom, qui siamo all’anno zero.”
“Sei troppo negativo, non ti serve a niente questo atteggiamento, questa è la loro realtà, punto e basta.”
“E che ci faccio con questa realtà?”
“Non lo so, usala, devi partire da qui.”
“Ma hai sentito i loro discorsi sulle donne?”
“E che ti aspettavi, non te li ricordi i racconti dei pinocchietti?”
“Sì, ma questa volta il centro del lavoro non è il problema dell’identità, quello era tutto sommato più facile.”
“Sei tu che hai proposto ad Amref questo nuovo progetto.”
“Sì, lo so, però l’idea che avevo era un’altra, quella di uno spettacolo di controinformazione, da portare negli slum, dove i ragazzi potessero spiegare ad altri come loro l’uso del condom, i pericoli del contagio.”
“E non lo puoi fare lo stesso? Che cambia?”
“Ma dài, ragiona, cambia tutto, non lo usano manco loro il condom, c’è solo violenza nei loro discorsi, altrochè controinformazione.”
“Hai un atteggiamento troppo moralista, come se noi in Occidente avessimo risolto tutto, ma se ogni giorno sui giornali c’è qualche donna sgozzata dal marito o dall’amante, o costretta a subire percosse, dài, non mettiamoci a fare i primi della classe.”
“Però da noi almeno ci sono delle leggi, dei diritti.”
“Da quando? Da molto poco, e poi per un abuso denunciato ce ne sono cento che si ripetono come prima, a parte quei giudici che ancora pensano che lo stupro è sempre un po’ colpa della donna, perché provoca. Sì, abbiamo combattuto per i nostri diritti, ma siamo ancora indietro e non siamo certo noi a poter venire qui a fare i professori.”
“Comunque mi pare difficile, non so, mi sento frustrato e sono incazzato con loro.”
“Che li volevi, già belli pronti, informati, tutti perfetti? Be’, non è cosi, sono quello che sono, incattiviti, affamati di sesso, pieni di pregiudizi sulle donne e pure sul mondo, adesso tocca a te fargli cambiare idea.”
“Non so da che parte cominciare.”
“Ma sì che lo sai, l’hai sempre fatto, per prima cosa ascoltali, senza illusioni e senza aspettative, il resto viene da sé, buona notte.”
“Buona notte.”
“E poi l’hai sentita la ragazzina con quella frase sull’essere padrona del proprio corpo, mi son venuti i brividi, che t’ha fatto ricordare?”
“Le femministe degli anni Settanta.”
“Vedi che allora c’è speranza, a domani.”
“Buona notte.”
(…)
Ho ancora negli occhi gli occhi di quei ragazzi, quasi bambini, alla periferia di Gulu, nel nord dell’Uganda, al centro di accoglienza per gli ex ragazzi guerriglieri. Sono occhi che hanno visto troppo e sono diventati opachi, alieni. Fanno paura.
Forse è per questo che sono così a terra, senza difese, stanco di tutto questo mondo perduto, avvilito, umiliato fin nella carne, nei corpi, nelle cose più semplici. Mi sento come se fossi stato contagiato, tutti quegli occhi mi si sono appiccicati addosso e non se ne vanno più via. Forse dovrei provare a scriverne, allontanare quel viaggio mettendolo su carta. Rispetto all’orrore di un campo profughi sudanese, questi venti bravacci di strada di Nairobi mi sembrano dei privilegiati, e le discariche a cielo aperto dove vivono trafficano rubano e sniffano, posti meravigliosi.
Eppure anche qui l’orrore è di casa. L’Aids dilaga, come una peste. Trascina con sé nel baratro non solo i corpi, ma gli stessi sistemi sociali, svelandone la fragilità, travolgendone usi e costumi, regole e leggi. L’epidemia, uccidendo qualsiasi speranza nel futuro, rende il mondo un luogo incerto in cui vivere.
Mi torna alla mente una frase dell’Edipo di Seneca, quando l’indovino apre le viscere dell’agnello per leggere il futuro e vede che nessuna cosa è al suo posto, il fegato, il cuore e lo stomaco sono messi in posti sbagliati. È l’annuncio della peste che incombe su Tebe.
Mi sto per addormentare quando nella notte sento un urlio rauco e affannoso. “La senti, è una iena” sussurro a Maria con fare da esperto ma lei non risponde, sta già dormendo.

Oggetto: il silenzio


Arriva il 2007
Nessuno porta via i rottami degli anni prima.
Come una congiura senza congiurati, globale e globalizzata, la congiura del silenzio ci rende tutti spettatori. E da che mondo è mondo uno spettatore è l’elemento più imparziale e meno colpevole di quello che succede.
Peccato che rinunciando a soffrire sfugga anche qualche gioia
Peccato che così facendo si perdano i dettagli, le sfumature
Peccato che nel silenzio qualsiasi cosa faccia troppo rumore
Peccato che il silenzio riguardi solo le verità
Peccato che si faccia rumore solo sulla stupidità

Abbiamo deciso di rompere il silenzio per qualche minuto, solo per un frammento di spazio e di intelletto, poi promettiamo di rimetterci zitti zitti a contemplare chi sa far tanto rumore … per nulla.
Quel che segue è un piccolissimo estratto di quello che ci è sfuggito o di quello che abbiamo dimenticato
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… da: Un coraggioso faticare avanti. Donne per i diritti - Mostra Fotografica - di Pia Ranzato
La mostra affronta il tema dei diritti delle donne attraverso diversi linguaggi artistici, con produzioni contemporanee delle donne che vivono l’arte anche come impegno civile, attraversando frontiere geografiche, geopolitiche, identitarie e affrontando i temi della guerra e della ricostruzione, dell’inviolabilità del corpo, della democrazia, dell’autodeterminazione individuale e collettiva.
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LA REGINA DEGLI ELFI - di Elfriede Jelinek
Scrittrice austriaca e Premio Nobel per la Letteratura nel 2004. Protagonista della piéce, è una famosa attrice del Burgtheater [Vienna], morta, mentre viene portata in processione intorno al teatro.
Seduta nella bara la protagonista si confessa, parlando con sarcasmo di sé, del suo mestiere, degli scrittori, del pubblico, del rapporto con il potere negli anni del regime nazista.
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HENRI CARTIER-BRESSON - Omaggio a Roma.
“Si devono fare fotografie con il più grande rispetto per il soggetto e per se stessi”… “Fare fotografie è trattenere il respiro quando tutte le proprie facoltà convergono di fronte alla realtà che fugge. È il momento che eseguire alla perfezione un’immagine diventa una grande gioia fisica e intellettuale.”
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WIM WENDERS - Immagini dal pianeta Terra.
"Mi sono sentito piccolo mentre scattavo queste immagini, guardando questo straordinario pianeta, questi luoghi incredibili. Penso che la nostra civiltà, in fondo, sia così piccola eppure si ritiene così importante…"
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Pippo Delbono – Il silenzio.

… a Gibellina, mi sono trovato in una situazione in cui era forte la presenza di questo terremoto, di cui la gente non parlava, ma che segnava tutte le cose, tutti i luoghi, tutte le situazioni.
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IRAQ La strage nascosta - di Sigfrido Ranucci
"Ho sentito io l'ordine di fare attenzione perché veniva usato il fosforo bianco su Fallujah . Nel gergo militare viene chiamato Willy Pete. Il fosforo brucia i corpi, addirittura li scioglie".
È questa la tremenda testimonianza di Jeff Englehart, veterano della guerra in Iraq. "Ho visto i corpi bruciati di donne e bambini- ha aggiunto l'ex militare statunitense-il fosforo esplode e forma una nuvola, chi si trova nel raggio di 150 metri è spacciato".
Testimoni hanno visto "una pioggia di sostanze incendiarie di vario colore che, quando colpivano, bruciavano le persone e anche quelli che non erano colpiti avevano difficoltà a respirare", racconta Mohamad Tareq al-Deraji, direttore del centro studi per i diritti umani di Fallujah.
Per chi è forte di stomaco>> http://www.rainews24.rai.it/ran24/inchiesta/slideshow.asp?gallery=2&id=2
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C’è chi del silenzio fa la propria arma

NTEGEYIMANA Evariste - 15 anni, in prigione a Butare
Un gruppo di assassini sono venuti a prendermi a casa. Mi hanno detto di andare con loro. Ho rifiutato. Ma hanno minacciato di uccidere la mia mamma, che è Tutsi, se non andavo. Allora, ho avuto paura e sono andato con loro. Mi hanno fatto vedere tre bambini da uccidere. Ho rifiutato, ma un vicino mi ha obbligato a prendere un machete. Ho ancora rifiutato, ma mi hanno schiaffeggiato. Allora l'ho preso. Ho ucciso i bambini, non avevo scelta ...
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Zitti, ho detto di stare zitti, ascoltiamo:

"Sull'essenziale, in tutti i campi, si fa silenzio. È indubbiamente una necessità tacere sull'essenza: con estremo pudore si rispetta la zona dell'ineffabile, del "non detto". Per dei motivi di pace, di carità, e talvolta a causa dell'impotenza di ogni linguaggio, si onora l'essenziale con il silenzio. Nelle famiglie più unite, negli amori più teneri ci sono degli argomenti di cui non bisogna parlare. Allo stesso modo il silenzio sulla morte è per l'essere pensante una condizione di sicurezza e di vita.
Ma arriva un momento in cui questo silenzio sull'essenziale non può più essere mantenuto senza obliterare il dovere della sincerità e della verità e senza mettere in pericolo l'essenziale stesso. Allora si capisce che quel rispetto così vivo dell'uomo per l'uomo, chiamato giustamente "rispetto umano" e che consiglia di tacere sulle essenze, non può essere conservato senza cattiva coscienza".
Jean Guitton


Se tutti usassero il silenzio per comunicare, potremmo essere in una bottiglia vuota, dove la vita verrebbe versata oltre l'apparenza, l'inganno. Il bicchiere diverrebbe colmo di verità, e berlo sarebbe immenso, perché la vetta, dove l'amore si congiunge con la fratellanza, l'avremmo raggiunta. Una strada sarà l'orizzonte, solo i puri di cuore potranno percorrerla.
Alberto Teodori
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E vediamo



Ma il silenzio è anche questo: Una notte a Spoleto
http://video.google.it/videoplay?docid=-3173620264693238059&q=silenzio




E a stare troppo zitti … è anche questo : Commemorazione di Salò
http://video.google.it/videoplay?docid=1422706877902034549&q=silenzio




C’è chi parte nel silenzio e atterra nel rumore:
Pietra di Bismantova Alex Stecchini
http://video.google.it/videoplay?docid=-5104761703945064681&q=silenzio





… c’è chi pretende dieci minuti di silenzio: Forceful woman
http://video.google.it/videoplay?docid=-3794323798822479401&q=silenzio




… e c’è chi con il silenzio fa un gran rumore: 11 settembre 2001
http://video.google.it/videoplay?docid=-8365441949971473908&q=silence




e chi del silenzio ha fatto la propria fortuna
Simon & Garfunkel Sound of silence
http://video.google.it/videoplay?docid=-5287516246256770533&q=silence


E ancora tanti silenzi che parlano di noi e con noi




Fiordaliso (nickname)




Il grande silenzio di Philip Gröning




“Chiudimi Le Labbra” per Giovanni Arduino




Plataci (CS) di Aldo Feroce




i rottami non cambiano, e neanche i rottamatori
Merry XMas & Happy new year
http://video.google.it/videoplay?docid=-6471811272901582153&q=lennon+xmas





e adesso come un tempo immaginiamo un mondo migliore
Bush-Lennon video
http://video.google.it/videoplay?docid=-1847778207986315796&q=lennon


Musica dell'indifferenza
cuore tempo aria fuoco sabbia
del silenzio frana d'errori
copri le loro voci ch'io
non mi senta più
tacere.

Samuel Beckett – "Silenzio"




Parole d’autore: Il silenzio
di Gianfranco Maccaglia


Al di là del silenzio di Caroline Link, Delitto in silenzio di Peter Collinson, Il codice del silenzio di Andrew Davis, Il fronte del silenzio di Karl Malden, Il grande silenzio di Philip Gröning, Il lungo silenzio di Margarethe von Trotta, Il mondo del silenzio di Jacques-Yves Cousteau e Louis Malle, Il paese del silenzio e dell'oscurità di Werner Herzog, Il resto è silenzio di Helmut Kautner, Il silenzio di Ingmar Bergman, Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, Il silenzio dei prosciutti di Ezio Greggio, Il silenzio dopo lo sparo di Volker Schlöndorff, Il silenzio si paga con la vita di William Wyler, Il silenzio è d'oro di René Clair, La cortina del silenzio di Jacques Tourneur, La protesta del silenzio di Mike Newell, La voce del silenzio di Georg Wilhelm Pabst, Silenzio e grido di Miklos Jancso, Silenzio, si gira! di Carlo Campogalliani, Silenzio... si nasce di Giovanni Veronesi, Un silenzio particolare di Stefano Rulli e Urla del silenzio di Roland Joffe.

La commedia all'italiana soft di Andrea Vitali


Questa settimana sono andato dai miei parenti del nord che vivono su "quel ramo del lago di Como" in Lombardia. Mia nonna tiene molto alla mia presenza, in occasione dell'Epifania, come a tutti quei riti pre-cattolici che bisogna rispettare la notte che precede il 6 di gennaio: l'arancia nel piatto, il fieno fuori dalla porta, i dolci nelle calze e via dicendo. La provincia di Lecco è noiosa ma bella, sovrastata da una montagna con denti aguzzi, il Resegone, si distende sul Lago di Como con tutta una toponomastica di paesi e paesioli. Basta prendere la strada statale (sp72) che costeggia il lago, affiancata dalle rotaie del treno e scavata a mano con gli scalpelli e la dinamite nella roccia, per incontrare tutti questi villaggi lariani deliziosi dove gli attori americani e i calciatori si comprano le ville. Se si continua si arriva in Svizzera.



Da qualche anno questa provincia viene raccontata da un romanziere locale, esattamente di Bellano, il simpatico Andrea Vitali, dottore di professione, che quest'anno ha vinto anche il premio Bancarella con "La figlia del podestà". I suoi libri, editi da Garzanti, raccontano la provincia del Lago di Como con ironia e attraverso molte voci tanto che è stato accostato dalla critica a Piero Chiara, uno dei padri della commedia all'italiana anche lui originario di un lago, il Maggiore. Piero Chiara era certo più graffiante e cattivo, mentre i romanzi di Vitali raccontano con nostalgia, attraverso la coralità delle voci, un mondo scomparso o che sta scomparendo, una serie di personaggi comuni e stereotipati a cui il lettore si affeziona. Sembra che Vitali, forse aiutato dalla sua professione, scriva i suoi romanzi facendosi raccontare dai vecchi la storia del posto, gli avvenimenti, gli annedoti, le situazioni familiari comiche. E' così che la memoria collettiva viene tradotta in una commedia soft da un rapsodo locale. Insomma sono romanzi leggeri, che si assomigliano un pò tutti e che il Vitali sta scrivendo ogni anno con puntualità dopo il successo del 2003 di "Una finestra vistalago". Da allora sono usciti "La signorina Tecla Manzi", "La figlia del podestà" e "Olive comprese" che è di quest'anno. Trascurate le prime opere del romanzo o addirittura introvabili come "L'ombra di Marinetti" edito da Periplo. Questo libro, introvabile appunto, ricostruisce gli ultimi oscuri anni di vita di Filippo Tommaso Marinetti, il padre del futurismo, morto, completamente dimenticato, nel 1944 proprio a Bellano.
Invano ho tentato questi giorni di intervistare il Vitali. Le mie ricerche sul territorio sono state un buco nell'acqua. Pensavo di andare nella piazza di Bellano e chiedere di lui alla gente del posto, ma la mia prosodia ha tradito la mia provenienza e mi sono inviso subito i locali. Sarà per un'altra volta.

Viva i mascalzoni!





Ok, è una mostra didascalica quella di "Viva la pittura!" al Vittoriano di Roma (allestita fino al 4 febbraio, catalogo Skira) che mette a confronto due grandi figure del Novecento: Henri Matisse e Pierre Bonnard.
Non ero tanto attratta da una mostra che ha fatto il pienone di presenze, presa letteralmente d'assalto da turisti, e che si è guadagnata articoli a tutto spiano sulla bellezza commerciale delle grandi mostre romane. Una cosa però m'incuriosiva. Era una poesia di Carver, "I nudi di Bonnard":

Sua moglie. Per quarant'anni l'ha ritratta.
Un quadro dopo l'altro. Il nudo dell'ultimo quadro
era lo stesso corpo giovanile del primo. Sua moglie.

Come la ricordava da giovane. Com'era quando era giovane.
Sua moglie che si fa il bagno. Alla toeletta
davanti allo specchio. Spogliata.

Sua moglie con le mani sotto i seni
che guarda fuori in giardino.
Il sole le dona tepore e calore.

Lì ogni cosa viva è in boccio.
Lei, giovane e tremula e desiderabilissima.
Quando lei morì, lui dipinse ancora per un po'.

Qualche paesaggio. Poi morì anche lui.
E fu messo a riposare accanto a lei.
Alla sua giovane moglie.


E va bene. Non è la poesia migliore di Carver ma mi incuriosiva il fatto che Carver fosse stato attratto da questa maniacale ossessione di Bonnard. Un'ossessione amorosa. Scusabile, dunque. E che ha avuto l'effetto di conservare giovane e vibrante l'immagine dell'amata.
Bonnard ha ritratto la moglie Marthe in ben 384 quadri, dei quali 147 nudi. E' un po' il sogno femminile, essere musa adorata ed esclusiva di un artista.
Nella mostra, che indaga la relazione artistica e d'amicizia tra Matisse e Bonnard, espressa principalmente attraverso un lunghissimo carteggio durato per oltre vent'anni e iniziato con una cartolina inviata da Matisse all'amico Pierre, nella quale scrive proprio "Viva la pittura!", le opere dei due pittori sono messe a confronto in svariate sezioni, che comprendono il rapporto con la natura, le scene cittadine, la visione attraverso le finestre, la mondanità, il nudo appunto.
img src="http://www.omero.it/media/62/20070107-matisse2.jpg" alt="" align="left">Le moltissime opere si snodano in modo didattico e suscitano nello spettatore un istintivo confronto. La fama di Matisse rispetto a Bonnard è decisamente più ampia e dunque si giunge alla mostra con una presa di posizione inconscia a favore del meno conosciuto, Bonnard.
Man mano però che si percorrono i quadri con lo sguardo, c'è qualcosa di Matisse che prende il sopravvento. E' la linea, la forma, la nettezza e quasi la violenza del colore. Si fa un gioco: riconoscere a primo sguardo di chi è questo o quel quadro prima di leggerne il titolo. E si indovina sempre. Provateci, a colpo sicuro vedete chi è Matisse e chi Bonnard. Buona cosa questa, segno di personalità di ognuno dei due, certo. Ma piano piano, l'occhio inizierà a riconoscere Bonnard per scartarlo. E lo scarta perché l'osservazione dei suoi quadri richiede un atto di volontà, non è spontanea come per Matisse. I quadri di Matisse sorridono e corrono leggiadri vociando alti come bambini sudati e mascalzoni. I quadri di Bonnard sono piccoli adulti seri, che dicono qualcosa, anche importante, anche giusto, ma lo dicono sempre con lo stesso tono di voce. Dopo un po' viene a noia starli a sentire. Matisse è sonoro, insomma, acuto. Sorprende nei progressivi cambiamenti di registro e di tecnica, la sua è una ricerca in mutamento. Quella di Bonnard è una sorta di estasi razionale. Raffinata, sobria, silenziosa, tenue. Come invecchiata, però. E' strano, ma è proprio Bonnard che invece ha influenzato artisti successivi come Rothko e Newmann, che da lui hanno ripreso lo studio del colore come materia rarefatta ed espressiva. Ma si tratta di un espressionismo triste in effetti quello della modernità, cervellotico, poco sensuale, lo sappiamo bene.
Tornando ai nudi, poi, l'accesso vitale di Matisse su Bonnard è davvero palese. Dopo un po' questa sua Marthe non la vogliamo più vedere. Abbiamo capito che lui la ama talmente tanto da cercare in lei ogni minimo gesto che la sveli senza mai renderci il viso. Ma Marthe non siamo noi. Noi donne ci identifichiamo nello sguardo sfacciato di Matisse. Perché Matisse ci immortala in desiderio. E cambiando modelle, ci permette l'ideale possibilità di essere una di loro. Diventiamo odalische, bagnanti, danzatrici, donne in reggicalze, cambiamo sguardo, lo accendiamo e lo fissiamo oltre le tele. E, alla fine, emettiamo gemiti di libertà.

Hollywood zero '07: mai dire Maya




Se non altro è servito per far sapere al mondo che i Maya esistono ancora. E sono anche vagamente permalosi. Si possono incontrare in una versione più o meno moderna e inseriti nella società occidentale quel tanto che basta per protestare contro un film. Più precisamente, un film che riguarda il declino storico dei loro antenati. Apocalypto è l'ultimo kolossal appena sfornato da Hollywood – uscito lo scorso week-end nelle sale italiane - che ha l'ambizioso progetto di mostrare momenti di vita di questa antica civiltà precolombiana, riuscendo incredibilmente a scontentare un po' tutti. Ancor prima che si avesse ben chiara la trama, l'enorme macchina pubblicitaria si era già messa in moto, presentando questa pellicola come una tra le più sanguinolente del secolo. Ci vuole un piccolo esercizio di memoria per ricordare l'ultima volta che si sono sentiti avvertimenti di questo tipo, con conseguenti polemiche di chi pare non aspetti altro che amplificare l'effetto-pubblicità. Si parla del tanto criticato La passione di Cristo, e il regista, guarda un po', è lo stesso. Si, proprio lui, l'ultra-conservatore cattolico Mel Gibson. Deve andare proprio in brodo di giuggiole per sbudellamenti di vario tipo.
E non deve essere il suo unico hobby; già nel film sopra citato si era infatti cimentato nell'impresa di usare nei dialoghi l'aramaico antico. In quest'ultima fatica, invece, si è divertito a far studiare al cast la lingua maya yucateca. Prima gaffe: il linguaggio messo in bocca agli attori non è quello che parlavano nell'antichità, bensì quello che parlano i Maya oggi. Così lo spettatore occidentale è comunque sbalordito, ma va a farsi benedire la ricerca della corretta ambientazione storica. Di cui del resto non si può comunque parlare viste le numerose incongruenze di fatti citati appartenenti a diverse epoche storiche. Non solo: come se non bastasse, la lingua utilizzata è una brutta copia di quella moderna, resa più rozza, con la sintassi ridotta all'osso. Per i Maya odierni deve risultare come sentire un dialogo tra analfabeti. E qualche ragione per incavolarsi ce l'hanno già qui. Ma questa è una cosetta da niente. Il vero problema è che Gibson ha dato un'idea completamente sballata di questa civiltà, presentandola come in mano a guerrieri senza pietà, il cui unico passatempo è infilzare e violentare, risultando anche un po' imbecilli e primitivi. Prima di sentire le proteste indignate dei loro legittimi discendenti in Messico e in Guatemala, si rimane alquanto perplessi. Ma come, i Maya non erano quella civiltà - che si trova nella pagina accanto a quella degli Aztechi nel libro di storia delle medie - descritta come straordinariamente avanzata nelle scienze? Non sono quelli a cui probabilmente si deve l'invenzione del calendario nella sua suddivisione annuale in 365 giorni, che avevano disegnato accuratamente la mappa celeste e creato una scrittura e concetti algebrici e matematici molto complessi per quei tempi? In una parola, una società avanzata? Basta ricontrollare, e si, il libro dice proprio questo. E dov'è tutto ciò nel film del regista australiano? Non si intuisce neanche. Anzi, non c'è alcun dubbio: quelli che si muovono sullo schermo sembrano proprio dei primitivi, con i loro riti sacrificali umani e tutto quell'agitarsi di natiche nude al vento. Mostrando la distruzione interna di un popolo straziato da lotte intestine di diverse tribù, Gibson sperava, dice, “di offrire una riflessione su di noi e sulla nostra società osservando una civiltà scomparsa”. Già, meno male che alla fine del film giungono le navi con i conquistatori spagnoli, che – lascia intendere - generosamente mostreranno un po' di civiltà ai barbari. E poi, mica è colpa nostra se questi stupidi proprio non si piegavano ai magnanimi insegnamenti, e si è dovuto sterminarli. Tutto ciò dopo aver accuratamente bruciato i loro manoscritti per cancellare la piaga del paganesimo.
A proposito di piaghe, contro Apocalypto si è scagliato il Ministro dei Beni Culturali, che avrebbe voluto applicare la censura al film vietandone la visione ai minori di 14 anni. Non entrando nel merito della questione censura-si censura-no, va presa nota del fatto che Rutelli e le varie associazioni di difesa dei minori abbiano sollevato il caso senza neppure vedere il lungometraggio – mai definizione fu più azzeccata: ben 138 minuti di torture (mentali, e tutte dello spettatore). Insomma, la pubblicità di film truculento ha avuto successo.
Ed è qui che entra in scena l'ultima categoria di scontenti relativa a questo evento cinematografico: gli amanti del genere splatter. Tanto si è detto, tanto si è protestato, che come minimo ci si aspetta di godere della visione di un po' di sana violenza. Di quella con schizzi di sangue ovunque, smembramenti, magari effettuati con tanta fantasia. E invece, il film è proprio deludente da questo punto di vista; si rimane tutto il tempo sul bordo della poltrona in attesa di scivolare giù al momento opportuno, ma questo momento non arriva mai. Qualche sgozzamento qua e là, un po' di teste mozze che scivolano giù dalle scalinate, un cuore palpitante strappato via dal petto – ma la scena non si vede -, e viene da dire: “tutto qua?”. E poi, non c'è neanche un po' di soddisfazione. In ogni pellicola c'è quello che ha il ruolo dell'antipatico, ma che più antipatico di così non si può. E allora si pregusta il momento della sua morte – perché tanto arriva -, sperando che faccia una fine spettacolare. Macché, va giù con due soli colpi alla testa.
In definitiva, per un motivo o per un altro questo film ha lasciato a tutti l'amaro in bocca. Non è difficile prevedere l'unico che uscirà soddisfatto da questa storia, in collegamento diretto con i botteghini di mezzo mondo.

Una cena degna di devozione



Visto lo scempio delle immagini con cui salutavamo il sanguinoso 2006 ci siamo imbarcati sul primo aereo diretto a Milano con l’auspicio di omaggiare prima del saluto al vecchio anno la visione del Cenacolo del Genio Da Vinci, affinché la maestosità di tale pittura ci rapisse l’animo fino al punto di immaginarci anche noi seduti al convitto del Cristo, sogno di tutti i comuni mortali.Il cenacolo del Da Vinci è la dimostrazione più impressionante dell’eccezionale abilità del genio di catturare e riprodurre le emozioni attraverso i volti, le mani, i movimenti del corpo. Alle parole del Cristo ogni figura reagisce in modo diverso esprimendo i moti dell’animo. Questo il tema ossessivo di Leonardo, il quale considera la pittura poesia muta. In atteggiamento composto e vittimistico, con lo sguardo rivolto in basso, Giovanni congiunge le mani in preghiera, Giacomo Minore appoggia la mano sinistra sulla spalla di Andrea per cercare conforto. Andrea esprime sorpresa e incredulità, il suo volto è proteso e le sue mani sollevate al petto. Bartolomeo dall’estrema sinistra si protende in avanti con il collo teso e le mani puntate sul piano. Il corpo di Giuda è arretrato, reclinato sul tavolo sfuggente e il suo volto fissa intensamente quello di cristo. La sua espressione è piena di tensione. Il temperamento focoso si esprime nel brusco reclinarsi verso Giovanni. Tommaso con l’indice della mano destra in alto sembra interrogare Cristo. Simone rivolge le sue mani ai compagni in attesa di affermazioni, Giuda con il volto oscurato e lo sguardo accigliato apre la mano e la porta al petto voltandosi verso Simone. Matteo cerca il confronto con gli apostoli; la sua testa girata verso Giuda e braccia e mani verso il maestro. Filippo protende il volto angoscioso verso Gesù e i suoi occhi sono languidi. Lo smarrimento di Giacomo si riflette nella postura delle braccia allargate in segno di incredulità. Gesù è al centro della scena, il capo leggermente reclinato, una mano aperta e l’altra protesa verso il piatto di Giuda. Il suo sembra un gesto volto ad indicare la volontà del padre. L’ultima cena ci offre un’immagine complementare e sempre entusiasmante dell’inesauribile curiosità per il mondo naturale, il mondo mistico. Quello senza spargimento di sangue, quello in cui rapito dai contenuti artistici di un dipinto si diventa parte integrante dello scenario e per un momento come in una macchina del tempo siamo parte di un ricordo ormai lontano.
Così rapiti dall’immagine usciamo da piazza Santa Maria delle Grazie e sogniamo la notte del primo dell’anno degna di un unico epilogo; rapiti da un bacio travolgente come i due innamorati di Francesco Hayez.

Meno venti gradi: Ray Bradbury era un ottimista, per incendiare la cultura basta molto meno






Meno venti gradi: Ray Bradbury era un ottimista, per incendiare la cultura basta molto meno". Così si presentano i Menoventi, giovane compagnia teatrale del ravennate. Ora invece la parola la prendo io per raccontarvi del loro ultimo spettacolo, In festa. Allora, si comincia prima della festa: una donna e un uomo, un po’ toccati, invitano gli invitati e preparano i preparativi. Lei lava piatti, lui prepara i vassoi per i biscotti. Gli invitati cominciano a non arrivare e si scusano facendo recapitare guanti di lattice e pezzi di manichini in scatola. I due per sdrammatizzare si raccontano barzellette stupide, si lasciano andare a vaneggiamenti esistenziali non meno caricaturali; ma i loro tempi sono stabiliti da un semaforo che incombe sulla scena: un deus ex machina al contrario, che non arriva al finale ma è sul palco ancora prima degli attori, che non disvela o risolve nulla ma in realtà complica solo tremendamente le cose con tutto il suo carico semantico irrisolto e i suoi misteriosi comandi luminosi: gli attori cominciano ad impazzire, lei lava sempre più piatti, lui impila sempre più biscotti, sino ad un’esplosione catartica di piatti fracassati e oggetti scagliati per ogni dove: allora il campanello comincia a svalvolare, il semaforo ad andar in corto circuito: è arrivato il momento della festa: parte un pezzo techno dei Radiohead, la coppia e i manichini monchi ballano inceppati ed estatici in un ditirambo casalingo, e fra urla e isterismi a vuoto cala il sipario sul semaforo abbattuto.



Bè, che dire, c’è tutto l’Occidente in questo spettacolo minimo di neanche un’ora. A parte i raffronti culturali con Beckett, Ionesco, De Chirico, Depero e Thom Yorke, che ci sono pure ma che contano poco. A parte questo, al centro c’è un’analisi spietata del vuoto con cui andiamo a braccetto ogni giorno, della più totale insignificanza delle nostre vite, dalla vacuità delle nostre edonistiche aspettative, del totalitarismo soft cui accondiscendiamo come automi e contro il quale non sappiamo ribellarci e da cui non riusciamo ad evadere se non in narcisismi da anime belle o in fanatistiche violenze fini a sé stesse. Sono tematiche, queste, ormai doverose per qualunque artista voglia scavare un attimo sotto la crosta del trionfalismo e della fede nel progresso e nella democrazia che ci propinano dietro ogni angolo. Non sottolineo l’originalità di queste tematiche: no, il grande pregio dei Menoventi è un altro, è la maniera in cui ti raccontano tutto questo. Con il vero stile di chi cerca di non averne uno ma non ci riesce. Con risorse di budget e di culturame limitate, volutamente limitate, per ogni gesto, per le luci, e per quei due o tre oggetti sulla scena c’è una cura geniale, da bonsai. O come nel teatro Noh, dove un pollice e un indice congiunti stanno per una montagna. Qui il semaforo e i biscotti invece stanno per Adorno e Orwell. I guanti, i manichini monchi per Marcuse e Debord. I due attori per tutti voi. E così via. Senza saccenza, senza sproloqui, in un finto raffazzonamento di registri che va dal comico al drammatico con la più assoluta nonchalance. Fuori scena Gianni Farina (un terzo della compagnia insieme ai due attori Consuelo Battiston e Alessandro Miele) mi racconta che lui e Alessandro a volte per mantenersi hanno dovuto fare anche i pagliacci di strada. Sai i pantaloni dei pagliacci non hanno le tasche per il portafoglio: senza documenti, le autorità li hanno caricati in macchina e portati in questura. Ecco, per chi ha un certo retroterra, per chi è fuori dalle bambagie di agiatezze che ci ottenebrano la coscienza, certe storie agghiaccianti e grottesche non c’è bisogno di andarle a pescare nel teatro dell’assurdo o nella scuola di Francoforte. Le vivono tutti i giorni, e quando te le raccontano si sente la differenza. Poco importa che queste esperienze debbano poi rimanere fuori dallo star system e tutto il resto, la pretesa di arrivare a tutti è il primo precetto del neocapitalismo, diceva Deleuze. Ma che a voi vi arrivi, per carità, la prossima rappresentazione è a Salerno, dal 17 al 20 marzo 2007, Teatro San Genisio. Per maggiori informazioni: www.menoventi.com. Fra le altre cose sul sito troverete uno stralcio di una poesia di Enzensberger, che qui vi riporto tutta, perché sono quelle poesie che ti cambiano la vita.

Divisione del lavoro

Che la stragrande maggioranza
della stragrande maggioranza
non capisca pressoché nulla,
per es. poesia, diritti d’opzione,
numeri pseudoprimi,
e mettici perfino
i massimi sistemi-
è più che comprensibile!
La stragrande maggioranza
ha tutt’altre preoccupazioni,
imperturbabile si tiene
ai figli e alle mutue,
letto soldi pop sport,
a tutto ciò di cui la minima minoranza
non vuol sapere nulla.
Dove andremmo a finire
coi nostri cervellini
se tutti pensassero su tutto?
Solo di quando in quando,
in certe interminabili sere,
un’occhiata dall’altra parte,
alla finestra illuminata
dove vivono altri,
e la vaga sensazione di essersi persi qualcosa.

La dolce frocia







La Dolce Vita. Scena finale. Dopo la festa, tutti si dirigono verso il mare. Ubriachi. Stanchi. Annoiati. Marcello Mastroianni cammina lento. Affianco a lui saltella un frocetto. Ha le piume al collo. Il viso esile dai capelli biondi, il trucco in viso. E' minuto. Ma non è stanco, lui. Parla velocemente, come danzasse. Con un buffo accento. La sua vitalità contrasta con l'amarezza della sua battuta: "Ah, la natura! L'alba mi fa sempre effetto, tanto. Ieri sera stavo tanto bene tutta truccata, adesso mi sento tutto appiccicoso. Ma a me, che m'interessa più di questo? Io ormai me devo ritirà. Però me sa che più si ritirano, più ne vengono fuori, che ne so! Se ne ritireno due, e ne vengheno fuori dieci! Nel '65 sarà tutta 'na depravazione completa. Ah, no? Mamma mia, che schifezza verrà fuori!". Una battuta che suona come una predizione. Nel film la schifezza viene fuori sottoforma di mostro marino, morto, che insiste a guardare. La "depravazione" moderna poi è forse quella di un mondo invaso da stereotipati gay borghesi. Non da froci.
Frocio. Così si dice a Roma. La parola mi sembrava strana e offensiva. A Milano avevo imparato che gay è il termine politicamente corretto. E che frocio sapeva di dispregiativo. Frocie poi vuol dire a Roma narici. E invece frocio è detto anche dagli stessi omosessuali. Ma il frocio nel senso più dolce del termine forse non esiste più.
"Stasera verranno anche quelle vecchie e pazze frocie!" E' così che Dominot ha detto nel suo locale in via di Panico, il Baronato Quattro Bellezze. Dominot è il frocetto che saltella nella Dolce vita. Esiste. E' vecchio, di sicuro. Ma ancora balla e canta, nella sua corporatura minuta e nella conversazione saltellante.

Sì, perché Dominot è un mimo. Ed è un mimo serio, che come egli stesso dice "non si prende seriamente".
Ogni giovedì sera continua a fare il suo spettacolo. E diventa tutti i personaggi che hanno influito sulla sua intensa vita. Edith Piaf sopra tutte. Edith. La divina! Così l'annuncia prima di cantare "Je ne regrette rien" o "Les amants d'un jour". Dominot non canta, racconta. Le sue canzoni sono anche stonate ormai. Ma la malinconia non riesce ad averla vinta, anche se così potrebbe sembrare nel suo tentativo ormai testardo e anacronistico di far rivivere i favolosi anni '60, che a Roma ci sono stati. I favolosi anni '60. A Roma c'è una sorta di ritorno al vintage. Andate al Micca Club una sera e vedrete uomini e donne sfoggiare abitini demodé ormai tremendamente chic e ballare al ritmo di surf, bungaloo, shake, con la musica, come si legge nel programma "che neanche i vostri genitori sognavano di ballare".
E' un fenomeno interessante visto che, al contrario di allora, non c'è il boom economico, tutt'altro. Rimane la voglia di leggerezza e di colore, di psichedelia. Credo sia piuttosto il bisogno di rivivere gli anni prima del '68. La contestazione del '68 ha come fermato nella generazione successiva un processo di naturale allegria e gioia giovanile. Altrimenti non si spiegherebbero i figli dei sessantottini tristissimi e annoiati e opachi e confusi. Qualche sorta di responsabilità ci sarà stata. Nella riproduzione di un conformismo e tradizionalismo impensabili un tempo. Forse ha a che fare con il controllo, ben altra cosa rispetto al dominio. Al dominio, a qualcuno che ti dice "No!" si può reagire. Alle spiegazioni razionali sul perché non si può fare questo e quello, a una sorta di plagio del pensiero, non si può reagire. Si rimane senza pensiero critico autonomo. In questo senso il revival degli anni passati consiste in una sorta di catarsi collettiva giovanile. Si rivivono ma a proprio modo. E il proprio modo è riviverli con enfasi sull'esteriore. La politica manca del tutto. Non c'è posizione, né attrito né contrasto. E dunque non c'è l'allegria che scaturisce dalla diversità di pensiero che si confronta.
Dominot non rivive gli anni '60. Li racconta e basta. Vuole essere struggente e in questa volontà riesce piuttosto ironico, dunque allegro.
Il Baronato Quattro Bellezze poi è un luogo che a Roma va visto prima che l'avvento di locali minimalisti e molto molto moderni, cioè freddi, prenda definitivamente piede. C'è davvero la Roma felliniana lì dentro. Il posto, minuscolo, è dominato da un cavallo a dondolo sospeso sopra il bancone e immerso di lucine. E sul bancone c'è un vecchio drappo rosso, quello che rimanda subito al teatro. Verso le 22.30 il drappo diventa un sipario. Le luci si spengono, anche le candele, il buio preannuncia l'apparizione di Dominot con l'effetto da diva che prende il suo posto naturale. Il palco è suo. E tutti gli sguardi sono suoi. La sensazione di guardare Dominot fa rivivere le ultime scene della Dolce Vita. Come se l'innocenza dall'altro capo della spiaggia chiamasse. Non si sente, non sento! dice Mastroianni, assordato dal mare e da se stesso. Mentre il grande mostro marino sta lì a osservare, morto. Ed è probabile che assistendo allo spettacolo di Dominot si venga attratti più dai suoi cambi di abiti, pieni di lustrini e piume e dal suo trucco curato su un viso rugoso, dallo sventagliare di boa di struzzo e dai passi un poco instabili sul bancone del bar, perdendosi per strada gli intermezzi di un racconto che spazia dai fasti parigini e romani, fino a scendere ai giorni in carcere e alle umiliazioni. Ma il fatto che tutto venga fatto con ironia porta paradossalmente a dire "Non si sente! Non sento!". E a liquidare tutto con una finta pena per chi invece continua a vivere di quello che sa fare, con coraggio e spudoratezza ingenua e irriverenza. Cose alle quali, come Marcello, non si dà più importanza. E come mostri marini morti, si sta a guardare.

Il triangolo sociale

Illustrazione di Elisa Amato



Adamo


In caso di attacco chimico mi brucerebbe la gola in fondo e mi accascerei perdendo le forze. Se invece mettono una bomba, nascosta in uno zaino, uscirei ridicolmente con tutte le budella penzoloni. I rientranti escono fuori dalla metro con una boccata d’aria sempre uguale. Sempre uguale. Sul lato destro della strada qualcuno si affaccia per vedere se arriva l’autobus. Ho le mani sporche. La faccia sudata. Il sole semi-alto. Sono ancora vivo. Nel tragitto della metro non è successo nulla di importante. I polpastrelli sono neri e arancioni per il giornale. Non m’asciugo la fronte che sennò ci lascio una riga nera sopra gli occhi. Oggi fa particolarmente afoso. Ho bisogno di un Nano. Il Nano è un vino frizzante bianco in una bottiglia da succo di frutta con l’etichetta nera. Ho una sete cagna e quella lì non mi prende mai la birra all’iper. Io allora vado al bar e ci spendo pure sei euro. Quella lì appena torno mi attacca con la storia della casa. Che se c’ero io non succedeva quello che è successo, porco cane. Il vino è freddo, il bicchiere sporco d’unto di dita. Me ne prendo un altro che ora mi sembra di ragionare. Allora entra Bruno proprio sul fondo del secondo. Bruno è il capo del quartiere, quello che organizza la festa in parrocchia, quello che c’ha la macelleria, quello che l’anno scorso ci ha rifatto tutti i marciapiedi. Non ci ho scambiato mai una parola, ma quello mi fa un cenno e va a mettersi al banco accanto a me. Davanti la cameriera tettona che non vede l’ora di chiudere serranda e andare ‘affanculo. Nel bar non c’è nessuno. Siamo soli. Il pomeriggio del primo del mese, Bruno fa un giro di tutti i negozi e dei portieri. Saluta tutti e tutti lo salutano. Chiede se c’è bisogno e tutti gli chiedono qualche cosa. Bruno è il capo del quartiere. Fuori la luce si abbassa e Bruno mi dice che lo prende anche lui un Nano che oggi non si respira. Poi incomincia a parlare di questo e di quello tutto preoccupato. Io annuisco e gli sorrido come per consolarlo. Facciamo un terzo giro. E il problema del quartiere dormitorio. Quarto bicchiere e il fatto che non ci sono soldi per il primo maggio. Al momento di pagare mi offro di offrire. Quando usciamo Bruno mi dice “grazie e arrivederci”. Si gira, mi guarda fisso e mi stringe la mano con la sua rossa e pelosa da macellaio. Nel breve tragitto dal bar a casa faccio un rutto per le bollicine. Mi sento una cosa dentro che ricomincia a girare. Prima era ferma. Ora rigira e mi sento meglio. Sento ancora la stretta di mano di Bruno.


Bruno


Sono arrivato un po’ in anticipo e così mi siedo su delle scale laterali del palazzo che introducono ad un vicolo. Qui al centro un sacco di persone parlano da sole. Corrono e saltellano, smontano dai motorini lesti, scaraventano borse e borsoni piene di documenti in aria. Sembrano tutti pazzi, mentre ridono e strillano davanti all’aria che tagliano a passo svelto. Hanno tutti l’auricolare del cellulare. Mi fumo una o due sigarette che ho un quarto d’ora di attesa. M’accorgo, accendendomi la sigaretta, che le dita tremano un po’. In mano ho l’accendino e la cartella con il progetto del comizio e della festa. Sono tutti e due verdi. L’assessore mi ha chiesto di venire a mezzogiorno in punto che ha molte cose da fare. Sono arrivato alle undici che al negozio ci pensa mio cugino. Dall’altra parte del vicolo ci sono due marocchini, un uomo e una donna, che si truccano il viso d’argento. Poi si mettono dei mantelli d’argento e lui si apre una birra che fa sempre più caldo. Poi si mettono una corona e sono due statue della libertà. Una vecchietta, che sembra una suora laica, chiede loro dov’è palazzo Altemps. Loro glielo dicono e la statua della libertà donna, in cambio, le chiede una moneta con un lamento. Al terzo piano del palazzo c’è un altro ascensore, ma vado a piedi che è mezzogiorno adesso. Dalla finestra dello studio si vede tutta piazza Venezia. L’assessore entra e la mia mano è sudata quando me la stringe. Gli spiego tutto come l’abbiamo pensata, io e gli altri del quartiere, e lui fa “mmh mmh” tra le labbra sfogliando le fotocopie che gli ho portato. Fa finta di sentire. Si vede che ha altro da pensare. Poi all’improvviso si ferma. Non so che gli prende. Guarda fuori dalla finestra e io smetto di parlare. Si volta e mi dice di “si” che viene sicuro alla festa e fa il comizio. L’assessore ha gli occhi azzurri. Mi accompagna alla porta del suo ufficio e mi stringe la mano forte. Scendo giù in strada e mi butto nel primo bar. Mi prendo un prosecco. Poi un altro e lo offrirei a tutti i presenti per quanto sono felice.


Claudio


L’assessore scese per i due ascensori. Nella macchina-blu riesaminò le carte. L’Italia, pensò tra un semaforo e una piazza, è il paese che ha più ascensori al mondo e questi ascensori hanno bisogno di una continua manutenzione per funzionare correttamente. Si potrebbe dire che l’Italia è retta e sta in piedi grazie ai tecnici e ai riparatori di ascensori? Per preparare un discorso, Claudio, si esercitava spesso in questo tipo di sillogismi. Caccio via queste prove retoriche e penso che la soluzione per il quartiere poteva essere la costruzione di enormi piscine sui terrazzi inutilizzati. D’estate, nelle giornate più afose, gli abitanti indigenti avrebbero potuto usufruire del refrigerio anche senza il mare. Per i bambini sarebbe stato molto educativo il nuoto quotidiano. Si poteva anche progettare una copertura invernale delle piscine per un utilizzo completo. Però l’idea di quei rettangoli celesti nel cemento, visti dall’alto come in una foto satellitare, era più potente di quella di coprirle con delle strutture semirigide che si sarebbero subito sporcate per lo smog. Il pensiero dei bambini nuotatori gli provocò un altro progetto. La costruzione di un’area verde adatta alle attività ludiche. Perché ai bambini piace giocare a calcio e non tanto a pallanuoto. Poi c’era il lato pedagogico della questione. Il parco poteva anche essere abbandonato dalla crescita della popolazione. Sarebbe stato necessario istituire una scuola per fare evitare la dispersione in altre aree. E dove sarebbe nata una scuola, a pochi metri per la verità, doveva crescere una libreria scolastica e poi commerciale. E mentre gli frullavano in testa questi tentativi di portare il centro in città, arrivò finalmente con un abbozzo di discorso in mano. Scritto su cartoncino di carta bianca e pregiata. Dopo il discorso e il pranzo Claudio, accompagnato dalla moglie che lo aveva raggiunto per la festa di quartiere, volle fare una passeggiata. Tra i palazzoni ingrigiti e attraversati dalle prime ombre, la moglie gli stringeva la mano a tratti e gli parlava guardando per terra. Claudio pensò che la soluzione ultima per quel quartiere sarebbe potuta essere la riqualifica. Quelle case potevano diventare ostelli economici per studenti stranieri. Poi alzò gli occhi e gli sembrarono delle enormi astronavi pronte a partire per qualche pianeta remoto e non tornare mai più. Affrettarono il passo per tornare alla macchina. L’autista davanti al cofano fumava senza cravatta, ormai. Un portone si aprì al loro passaggio e Claudio vide, con la coda dell’occhio, un uomo triste e dal viso sbatacchiato. Si fermò e gli tese la mano per stringergliela. Quell’uomo era la fotografia della miseria e della infelicità di vivere in quel quartiere. Sulla strada di casa, sul vetro della macchina, Claudio lo rivide così e pensò che non tutto era perduto. Tutta la sua vita e il suo lavoro dovevano essere al servizio di quell’uomo e di quelli come lui. Si sentì meglio. Una nuova speranza lo aveva raggiunto. Aveva stretto la mano a Adamo.

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